Spirito
La morte di Benedetto XVI: analisi e commenti
La morte di Benedetto XVI il 31 dicembre 2022, all’età di 95 anni, seguita dai suoi funerali in piazza San Pietro a Roma, il 5 gennaio, ha suscitato una valanga di analisi e commenti sulla stampa. Per non perdersi in questa mole di documenti è utile raggrupparli in quattro sezioni.
1. La cerimonia funebre: sobrietà o meschinità?
La messa funebre, il 5 gennaio, ha riunito 130 cardinali, 400 vescovi, 3.700 sacerdoti e 50.000 fedeli; è stato seguito da più di 600 giornalisti provenienti da tutto il mondo. Arrivato in sedia a rotelle, Papa Francesco ha presieduto la celebrazione, ma è stato sostituito all’altare dal cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, a causa dei suoi persistenti problemi di salute al ginocchio.
L’omelia era attesa per sapere se Francesco avrebbe reso un omaggio personale al suo predecessore. Si è trattato di una breve meditazione sulle ultime parole di Cristo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», che ha presentato come il «programma di vita» del pastore.
Sul suo blog, il 5 gennaio, Leonardo Lugaresi commenta: «purtroppo, qualunque cosa si pensi dell’omelia di Francesco (e in generale del suo comportamento in questo frangente), mi pare indiscutibile che si è trattato di un discorso assolutamente generico, che sarebbe andato bene per qualsiasi altro defunto, anzi fruibile quasi senza modifiche per ogni altra occasione».
Su Il Giornale dell’8 gennaio Nico Spuntoni annotava: «si sono diffusi i malumori per il mancato lutto in Città del Vaticano, il corteo-lampo dal monastero Mater Ecclesiae [dove risiedeva Benedetto XVI] alla Basilica di San Pietro su un semplice minibus, la prosecuzione delle attività ufficiali come l’udienza generale, la richiesta ai governi di partecipare ai funerali in forma privata e non con delegazioni ufficiali, con l’eccezione di quello italiano e di quello tedesco».
Da parte sua, il connazionale del papa argentino che firma The Wanderer non ha esitato, il 5 gennaio, a parlare di «meschinità», adducendo alcuni fatti:
«Molti cardinali e vescovi sono rimasti delusi di non potersi unire alla processione che ha portato le spoglie del defunto Papa dal monastero Mater Ecclesiae alla Basilica di San Pietro. In qualunque paese, in qualunque monarchia, questa processione assume una particolare e austera solennità, anche quando non si tratta della morte del monarca regnante (si ricordi il caso di Don Juan de Borbón, o della Regina Madre d’Inghilterra o del Principe Filippo di Edimburgo)».
«Le spoglie mortali di Benedetto XVI sono state trasportate in un furgone grigio. Né Francesco né il cardinale vicario hanno presieduto la processione. Dietro il veicolo c’erano semplicemente mons. Georg Gänswein e le donne che hanno assistito Benedetto XVI in questi anni. In curia, questo è stato percepito molto male: “Non lo si fa nemmeno per un vicino del paese più piccolo d’Italia”, si è detto».
«Molti vescovi e cardinali di tutto il mondo, venuti a salutare il papa emerito, sono rimasti stupiti – e lo hanno fatto sapere al loro entourage – per l’indolenza dei gesti e delle parole di papa Francesco nei confronti del suo predecessore. Uno di loro ha dichiarato: “Sfamare le anime e non le bocche, tale è la missione della Chiesa”».
Il sito in lingua spagnola Infovaticana del 6 gennaio ha ripreso il termine «meschinità» in particolare per l’omelia del Papa, riportando alcune delle osservazioni fatte dopo la cerimonia: «L’omelia di Francesco è già diventata motivo di scherno: “Non posso credere a ciò che ho sentito: non una parola sull’immensa eredità di Benedetto XVI”».
«Infatti, ha a malapena menzionato l’uomo, se non brevemente alla fine, per dire “benvenuto”. “Che atto vergognoso. Un segno di immensa mancanza di rispetto”. “Lo scandalo non è quello che ha detto Francesco, ma quello che non ha detto. Avrebbe potuto pronunciare la stessa omelia per il suo maggiordomo”».
2. Omaggi ambivalenti
Gli omaggi rivolti a Benedetto XVI sono stati ambivalenti, in quanto ognuno ha voluto conservare solo l’aspetto del papa emerito che gli conveniva. Così Francesco, la sera della morte, il 31 dicembre, ha parlato della «gentilezza» del suo predecessore – gentilezza che ha presentato come una «virtù civica» che gioca un ruolo importante nella «cultura del dialogo».
Allo stesso modo, durante l’udienza generale di mercoledì 4 gennaio, ha parlato del «grande maestro della catechesi» che, secondo lui, era Benedetto XVI, lodando il suo «pensiero acuto e garbato» che «non era autoreferenziale ma ecclesiale».
Nella prefazione che ha scritto per una raccolta di pensieri spirituali di Benedetto XVI, che è uscito il 14 gennaio alla Libreria Editrice Vaticana, Francesco afferma che il suo predecessore stava facendo «teologia in ginocchio», la stessa espressione che ha usato con il cardinale Walter Kasper nel 2014, durante il concistoro sulla famiglia, che stava preparando Amoris laetitia e la comunione dei divorziati «risposati».
Per l’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich, in una dichiarazione del 31 dicembre, Benedetto XVI è davvero un papa del Vaticano II:
«Ultimo papa ad aver partecipato al Concilio Vaticano II, Joseph Ratzinger ha meditato a lungo sul mistero della Chiesa nel nostro mondo, a partire dalla costituzione conciliare Lumen Gentium, per la quale ha lavorato come giovane teologo, nonché il posto del Popolo di Dio nel dialogo tra il Signore e gli uomini e le donne del nostro tempo».
«Al termine del suo pontificato, Benedetto XVI ha individuato proprio in questo dialogo, voluto da Dio, tra la Chiesa e l’umanità, i frutti che il Concilio ha continuato a portare per 60 anni, e di cui possiamo anche oggi stupirci: lo sviluppo costante della dottrina sociale della Chiesa, la libertà di coscienza, il dialogo interreligioso».
Questa ambivalenza degli omaggi resi a Benedetto XVI si spiega con il fatto che nella mole di dichiarazioni del papa emerito ciascuno può trovare ciò che gli fa comodo. La denuncia di una «dittatura del relativismo» convive con l’elogio della «laicità aperta» nello spirito della libertà religiosa promossa dal Vaticano II:
– «Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». [Omelia della Messa Pro eligendo romano Pontifice, prima del conclave che lo avrebbe eletto, nel 2005]
– «Le religioni non possono avere paura di una laicità equa, una laicità aperta che permetta a ciascuno di vivere ciò che crede, secondo coscienza». [Video trasmesso il 25 marzo 2011, per i cattolici francesi il cui governo rilancia il dibattito sulla laicità]
In questo contesto equivoco, i presuli conservatori conservano soprattutto da Benedetto XVI l’opposizione al relativismo, non senza suggerire una contrapposizione con il relativismo dottrinale e morale che regna attualmente in Vaticano; cosicché l’omaggio reso al papa emerito diventa una critica sottilmente velata all’attuale papa.
Così scrive sul suo blog, ripreso da La Nuova Bussola Quotidiana del 4 gennaio, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, già vescovo di Hong Kong e oppositore della politica vaticana nei confronti della Cina comunista: «ha difeso la verità contro la dittatura del relativismo. Non ha avuto paura di sembrare retrogrado davanti a tanti che esaltano un pluralismo ad oltranza, un inclusivismo indiscriminato».
«Ha detto che l’amore senza un fondamento nella verità diventa un guscio che può contenere qualsiasi cosa». E aggiunge: «Da quando la parola “conservativo” significa un peccato? Purtroppo la fedeltà alla Tradizione può essere presa come “rigidità” o “indietrismo”».
– Quest’ultima parola è un neologismo coniato da Francesco [indietrismo], che può essere tradotto come «arretratezza» o «spirito retrogrado». Serve a castigare tutti coloro che l’attuale papa trova “rigidi” dottrinalmente, moralmente, liturgicamente…
Il presule cinese conclude con una critica mascherata alla politica vaticana di compromesso con le autorità comuniste, in opposizione a quanto stava facendo Benedetto XVI:
«Nell’Angelus del 26 Dicembre 2006, Papa Benedetto esortava i fedeli in Cina a perseverare nella fede, anche se nel momento presente tutto sembra essere un fallimento. Nonostante il suo grande sforzo, Papa Benedetto non era riuscito a migliorare la situazione della Chiesa in Cina. Non poteva accettare un compromesso qualunque».
Nello stesso spirito di velata critica, possiamo leggere su L’Homme Nouveau del 5 gennaio questa dichiarazione del cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: «Non dobbiamo lasciarci ingannare dalla promessa che la rinuncia all’affermazione della verità di Gesù Cristo porti alla tolleranza della diversità delle verità soggettive, mentre conduce piuttosto alla dittatura del relativismo».
«Lo vediamo nel brutale regno della dissolutezza dominante del mondo occidentale e nel disumano controllo assoluto del pensiero e del comportamento nelle dittature asiatiche. Per noi la parola di Cristo, unico Salvatore del mondo, è: “Così conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32)».
E ricorda il ruolo del successore di Pietro di confermare i suoi fratelli nella fede: «il Papa è il principio e il fondamento permanente della Chiesa nella verità della fede e nella comunione di tutti i vescovi e credenti, perché in lui tutta la Chiesa volge lo sguardo a Gesù e confessa: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente”».
«E indissolubilmente legata a questo è la promessa fatta a Pietro e ai suoi successori a Roma: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e il potere dell’inferno non la vincerà. Ti darò le chiavi del regno dei cieli”. (Mt 16, 18-19)».
3. Il pontificato di Francesco può cambiare dopo la morte di Benedetto XVI?
Su La Nuova Bussola Quotidiana del 7 gennaio, Stefano Fontana pone la questione dell’eredità di Benedetto XVI. Secondo lui, questo patrimonio consiste nel «nel riprendere in mano l’intera questione del concilio e del post-concilio da dove egli l’ha lasciata, proseguendo nel fermo delle tendenze dissolutrici e proseguendo nella ricostruzione. Per Francesco invece il dibattito su concilio e post-concilio è finito e la Chiesa è ancora in posizione di conservazione e non di uscita».
Afferma Stefano Fontana: «egli [Francesco] vuole essere post-postconciliare. È vero che egli richiama spesso il Concilio, ma proprio per dire che non è più il caso di attardarsi su di esso e sull’epoca da esso inaugurata. Il dibattito cu concilio e post-concilio per lui è finito».
«La prova più evidente di questa sua posizione, tra le infinite che potremmo ricordare, è stato il motu proprio Traditionis custodes il quale ha stabilito che la “questione liturgica” è finita e, con essa, la questione di una intera epoca. Ma proprio questa era invece la principale questione che secondo Benedetto XVI bisognava lasciare aperta».
Questo significa che con lui è morto il ruolo di «rallentatore» o «freno» svolto da Benedetto XVI? Il giornalista italiano pensa invece che «Benedetto e la sua eredità influiranno sulla Chiesa più di prima, più adesso, dopo la sua morte fisica, che prima, quando era ancora in vita. Tutti ricordiamo i suoi due ultimi interventi pubblici: l’uno a proposito degli abusi da parte del clero e l’altro sul celibato sacerdotale insieme al cardinale Sarah».
«Questi due interventi hanno “frenato” alcuni processi negativi e impedito decisioni che forse erano già stata prese ma che vennero congelate. Con la sua morte ciò non sarà più possibile, ma quest’opera, da ora in poi, sarà proseguita da quanti si sono fatti carico in questi giorni della sua eredità».
Questa ipotesi di Stefano Fontana solleva una domanda. Dobbiamo vedere «l’ermeneutica della riforma nella continuità» promossa da Benedetto XVI nel 2005, come capace di produrre concretamente solo il «rallentamento» di una caduta inesorabile?
Come un paracadute che rallenta la discesa, ma non impedisce la caduta a terra, rendendola solo meno brutale? Questa eredità di Benedetto XVI non è conforme al programma del pontificato di san Pio X: «Restaurare tutto in Cristo» (Ep 1, 10).
Per The Wanderer dell’8 gennaio, seguendo il Tagespost tedesco, «con la morte di Benedetto XVI inizia una nuova tappa del pontificato di Francesco, anzi della stessa Chiesa. E il motivo è che Ratzinger ha agito come una sorta di cuscinetto che ha smorzato la furia dei conservatori per gli eccessi di Bergoglio».
«Oppure, come ha detto il cardinale Müller, i conservatori potevano andare a farsi assistere al monastero Mater Ecclesiæ. Ora non c’è il cuscinetto e non c’è nemmeno la casa di cura. Il confronto è inevitabile».
Tuttavia, secondo il commentatore argentino, il contesto attuale modifica gli equilibri di potere: «la morte di Benedetto XVI è arrivata tardi; la storia sarebbe stata molto diversa se fosse accaduta cinque o sei anni fa. Adesso Bergoglio è un pontefice logoro e indebolito, e tutti intorno a lui, in circoli più o meno ristretti, attendono la sua morte. […]. Come dicono da qualche mese gli esperti, il Vaticano odora di conclave».
Inoltre, «lo stile di governo estremamente autoritario di Francesco gli ha creato nemici ovunque, anche tra coloro che condividono il suo progressismo. Pensiamo, ad esempio, a come il cardinale vicario e tutto il clero romano possano essere stati colpiti dalla costituzione apostolica da lui promulgata venerdì scorso [In Ecclesiarum comunione, 6 gennaio 2023], intervenendo di fatto nel governo della diocesi di Roma e obbligando il suo vicario, ad esempio, a consultarlo sulla nomina di tutti i parroci o sull’ordinazione dei seminaristi».
A Francesco, inoltre, «manca anche il sostegno delle più potenti forze progressiste: l’episcopato tedesco e, con esso, quello di altri Paesi nella sua orbita. Manca anche il sostegno popolare. Il popolo, il “popolo fedele”, non è vicino a papa Francesco. Basta guardare la scarsa affluenza a ciascuna delle sue apparizioni pubbliche».
«Bergoglio è quindi debole perché è vecchio e malato, perché il suo pontificato si è esaurito in tanto rumore per nulla, perché il suo stile di governo gli ha procurato innumerevoli nemici e perché gli manca il sostegno e la devozione popolare».
The Wanderer, però, non vede emergere una reazione da parte dei prelati conservatori che cita senza un ordine: «Cardinali Burke, Sarah; vescovi come Viganò o Schneider, sono forse i più noti. Ma includerei in questo gruppo anche i cardinali Müller, Pell [che ha da poco reso la sua anima a Dio, lo scorso 10 gennaio. Ndr], Erdö ed Eijk, e un buon numero di vescovi americani».
Non c’è nessuna reazione conservatrice, perché tra questi prelati non c’è un leader capace di unirli. Anche se attualmente la stampa progressista designa l’uomo da abbattere: monsignor Georg Gänswein, l’ex segretario particolare di Benedetto XVI, che il lancio del suo libro Nient’altro che la verità, la mia vita accanto Benedetto XVI, Edizioni Piemme, ha messo sotto i riflettori.
Il sito argentino ritiene che per catalizzare una reazione ci vorrebbe un evento particolarmente forte. Lo vede nella possibile nomina di un progressista chimicamente puro a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede: «Negli ambienti vaticani gira voce che la vera intenzione di Francesco sia quella di nominare prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il vescovo tedesco Heiner Wilmer».
«È un personaggio descritto da tutti come ultraprogressista, allineato alle decisioni più estreme del Cammino sinodale tedesco. Per lui, ad esempio, la Santa Messa non è un elemento importante della vita cristiana, e propone una revisione completa dell’insegnamento della Chiesa sulla sessualità. Si dice che non sia ancora stato nominato per la forte opposizione che Francesco ha incontrato da parte di molti vescovi e cardinali, come il cardinale Müller».
«Ma se dovesse fare pressioni per questa nomina, cosa molto probabile date le circostanze, non c’è dubbio che la Chiesa entrerebbe in una lotta e divisione molto profonde, e nessuno sa come andrebbe a finire».
4. La questione della Messa tradizionale, pietra d’inciampo tra Benedetto e Francesco?
Una dichiarazione di mons. Georg Gänswein, segretario particolare di Benedetto XVI, mostra che i rapporti tra papa Francesco e il suo predecessore non sono sempre stati così fraterni come hanno mostrato le fotografie ufficiali. Rispondendo alle domande del vaticanista Guido Horst del Tagespost, il 2 gennaio il presule tedesco ha affermato a proposito del motu proprio Traditionis custodes che ha praticamente annullato il Summorum pontificum:
«Sì, credo che sia stata una ferita dolorosa. Quando Benedetto XVI ha letto questo motu proprio aveva il dolore nel cuore, perché lui voleva aiutare proprio coloro che hanno trovato nel rito antico la loro casa, a ritrovare la pace interiore e la pace liturgica, per tirarli via da Lefebvre».
«E non dobbiamo dimenticare che tanti giovani nati dopo il Concilio Vaticano II, e che non comprendono veramente tutto il dramma che ha riguardato il Concilio, anche la nuova Messa, hanno trovato nella Messa tradizionale una dimora spirituale, un tesoro spirituale. Strappare questo tesoro ai fedeli… devo dire che è una cosa che non mi piace».
Siamo felici di apprendere che Benedetto XVI e il suo segretario condividevano lo stesso attaccamento al tesoro spirituale della Messa tridentina, ma siamo sorpresi di sentire, per bocca di mons. Gänswein, che questo attaccamento doveva essere accompagnato da un distacco: abbandonare la posizione di Mons. Lefebvre.
Poiché il fondatore della Fraternità San Pio X non ha mai affermato di avere una dottrina personale, né una posizione originale, viene da chiedersi cosa significhi esattamente l’affermazione del prelato tedesco. Un elemento di risposta ce lo fornisce Luisella Scrosati su La Nuova Bussola Quotidiana del 5 gennaio:
«Il cardinale Joseph Ratzinger aveva, infatti, a lungo lavorato per permettere a quanti erano profondamente legati al rito antico di poter avere il loro posto nella Chiesa, senza che fossero considerati una riserva indiana di nostalgici, ma comprendendo il loro amore per quel rito venerando della Chiesa».
«Quando ci furono le ordinazioni episcopali senza mandato pontificio da parte di mons. Marcel Lefebvre e mons. Antônio de Castro Mayer, nel 1988, sembrava che l’unica possibilità per poter continuare ad abbeverarsi a quella inesauribile e sicura sorgente spirituale, fosse quella di seguire mons. Lefebvre nella creazione di una realtà canonicamente non riconosciuta dalla Chiesa e nell’adesione alle sue posizioni di sostanziale rifiuto dei documenti del Vaticano II, del magistero post-conciliare e della riforma liturgica».
Continua la giornalista italiana: «Ratzinger fu in prima linea nella creazione di una configurazione canonica perché intere comunità e singoli sacerdoti e fedeli non dovessero più trovarsi di fronte all’incredibile dilemma: o il rito antico o la comunione ecclesiale».
«Così venne creata la Pontificia Commissione Ecclesia Dei e i vari istituti sacerdotali e comunità monastiche e religiose ad essa afferenti. Fu un primo passo importante, ma era chiaro che in questo modo non si usciva dalla realtà della “zona protetta” e dall’idea che il rito antico fosse interesse di qualche nostalgico, magari anche un po’ fanatico. Il Summorum Pontificum fu il grande riconoscimento che quel rito appartiene pienamente all’espressione liturgica della Chiesa, nel rito romano».
In risposta al «dilemma» posto da Luisella Scrosatti, «o il rito antico o la comunione ecclesiale», non citeremo espressioni come «zona protetta di qualche nostalgico» o «magari anche un po’ fanatico», citeremo semplicemente un vescovo che non appartiene alla Fraternità San Pio X, ma che vede oggi quello che vedeva Mons. Lefebvre proprio all’inizio della crisi.
Infatti, in una videointervista trasmessa da LifeSiteNews il 13 settembre 2022, mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana in Kazakistan, ha detto della Fraternità fondata da mons. Lefebvre: «dobbiamo essere realisti. La situazione della Fraternità San Pio X è legata alla straordinaria crisi della Chiesa».
«Essi [i suoi sacerdoti] fanno solo quello che la Chiesa ha sempre fatto fino al Concilio: non ci sono cose nuove, semplicemente hanno continuato a fare quello che hanno fatto i santi stessi, e ripeto: la loro situazione è canonicamente irregolare a causa della grande crisi che stiamo attraversando dal Concilio. Dobbiamo essere onesti e vederlo».
«Ovviamente dobbiamo pregare affinché ottengano la piena struttura canonica e aiutarli, ma quando c’è un’emergenza in materia di fede, l’aspetto legale canonico è secondario. Viene prima la fede, la verità e la liturgia, e tutto questo la Chiesa l’ha sempre custodito, come avvenne nel IV secolo durante la crisi ariana».
«Sant’Atanasio fu scomunicato e disse: Loro [gli ariani] hanno preso tutte le chiese, ma noi abbiamo la fede. Loro hanno gli edifici, noi abbiamo la fede. Forse [i neo-ariani] hanno il potere canonico e le strutture, ma tanti vescovi non hanno la fede… o non hanno la piena fede».
E conclude: «dobbiamo quindi avere una visione globale, e pregare perché ci sia [un giorno] un Papa che riconosca e dia tutte le facoltà alla Fraternità San Pio X, e alle altre comunità che si sforzano di custodire la fede».
Il 21 novembre 1974 Mons. Lefebvre fece questa dichiarazione, divenuta famosa:
«Per questo ci atteniamo fermamente a tutto ciò che è stato creduto e praticato nella fede, i costumi, il culto, l’insegnamento del catechismo, la formazione del sacerdote, l’istituzione della Chiesa, della Chiesa di sempre e codificato nei libri apparsi prima dell’influenza modernista del Concilio, attendendo che la vera luce della Tradizione dissipi le tenebre che oscurano il cielo della Roma eterna».
E precisa: «così facendo siamo convinti, con la grazia di Dio, l’aiuto della Vergine Maria, di San Giuseppe, di San Pio X, di rimanere fedeli alla Chiesa Cattolica e Romana, a tutti i successori di Pietro e di essere i fideles dispensatores mysteriorum Domini Nostri Jesu Christi in Spiritu Sancto. Amen».
Quasi 50 anni dopo, la validità dei principi enunciati dal fondatore della Fraternità San Pio X si manifesta a vescovi, sacerdoti e fedeli che non lo conoscevano, ma che onestamente riconoscono che questi principi tradizionali illuminano la situazione attuale e rendono possibile lavorare per la salvezza delle anime.
Somma di articoli previamente apparsi su FSSPX.news.
Immagine di Agência Lusa via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0)
Spirito
Suore fingono di concelebrare la Messa mentre il sacerdote cambia la consacrazione
Un video riportato dalla testata InfoVaticana mostra come, nel monastero di Suesa (in Cantabria, Spagna ), la comunità di monache circondi l’altare con le mani tese durante la preghiera eucaristica mentre il celebrante altera le parole della consacrazione: le femminilizza, sostituisce il «per molti» con «per tutta l’umanità» e sostituisce il comando del Signore —«Fate questo in memoria di me»— con una formula di sua invenzione.
Non si tratta di un episodio isolato: la stessa comunità da anni teorizza e insegna questo modo di celebrare, con l’avallo di istituzioni diocesane. Tutto ciò avviene nella diocesi governata da monsignor Arturo Ros Murgadas, nominato vescovo di Santander da Bergoglio nel 2023..
Nelle immagini, riprese nella chiesa del Monastero della Santissima Trinità di Suesa (Ribamontán al Mar), il sacerdote non occupa alcun posto preminente. Le religiose, disposte in cerchio attorno all’altare, tendono le mani durante la preghiera eucaristica nel gesto epiclettico riservato al sacerdote concelebrante. L’effetto visivo risulta inequivocabile: una concelebrazione simulata in cui il ministro ordinato si dissolve nell’assemblea.
“Este es mi cuerpo , que será entregado por vosotras…” Así es la Plegaria inventada de la Misa femista con las monjas trinitarias en el altar simulando concelebrar. Suesa, Cantabria. pic.twitter.com/PF3XezbTgS
— InfoVaticana (@Infovaticana) August 20, 2026
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Come nota Infovaticana, il celebrante, inoltre, non prende il pane né il calice nelle sue mani pronunciando le parole della consacrazione, come prescrive il Messale Romano. Sul pane dice: «Prendete e mangiate tutte di esso». Sul calice, questa è la formula che il video riporta letteralmente:
«Allo stesso modo, terminata la cena, prese il calice e, rendendoti di nuovo grazie, lo passò dicendo: Prendete e bevete tutte di esso, perché questo è il calice del mio sangue, sangue della nuova ed eterna alleanza, che sarà versato per voi e per tutta l’umanità per la remissione dei peccati. Fate questo per ricordare che io sono in mezzo a voi come colui che serve».
Il confronto con il testo del Messale Romano rivela almeno quattro manipolazioni deliberate, scrive Infovaticana.
La prima, la femminilizzazione delle parole del Signore —«tutte», «per voi»—, che indirizza all’assemblea presente, una comunità femminile, ciò che Cristo pronunciò nell’istituzione dell’Eucaristia sugli Apostoli.
La seconda, la sostituzione del pro multis («per molti») con «tutta l’umanità», una traduzione che la Santa Sede ha espressamente corretto: la Congregazione per il Culto Divino ordinò nel 2006 di recuperare la fedeltà al testo biblico, e Benedetto XVI dedicò nel 2012 una lettera all’episcopato tedesco spiegando perché «per molti» non è negoziabile.
La terza, l’alterazione del racconto dell’istituzione: dove il Messale dice che «lo diede ai suoi discepoli», il celebrante dice che «lo passò», cancellando dalla narrazione i discepoli —i Dodici, ai quali il Signore conferì il sacerdozio in quella stessa Cena— e suggerendo un calice che circola orizzontalmente nell’assemblea.
E la quarta, la più vistosa: la soppressione del comando «Fate questo in memoria di me», sostituito da «fate questo per ricordare che io sono in mezzo a voi come colui che serve», un innesto tratto da Luca 22, 27 che sposta il memoriale sacrificale dell’Eucaristia verso una lettura puramente diaconale e comunitaria. Non è una sfumatura: il comando della commemorazione è precisamente il fondamento del sacerdozio ministeriale e del rinnovamento sacramentale del sacrificio. Eliminarlo dal racconto dell’istituzione, in una celebrazione la cui scenografia già sfuma il sacerdote, risulta coerente con tutto il resto.
Il canone 846 §1 del Codice di Diritto Canonico è tassativo: «Nella celebrazione dei sacramenti, si osservino fedelmente i libri liturgici approvati dalla competente autorità; perciò nessuno aggiunga, tolga o muti alcunché di sua iniziativa».
Aiuta Renovatio 21
L’Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004) scrive: «Si ponga fine al riprovevole uso con il quale i Sacerdoti, i Diaconi o anche i fedeli mutano e alterano a proprio arbitrio qua e là i testi della sacra Liturgia da essi pronunciati. Così facendo, infatti, rendono instabile la celebrazione della sacra Liturgia e non di rado ne alterano il senso autentico» (n. 59).
«La recita della Preghiera eucaristica, che per sua stessa natura è come il culmine dell’intera celebrazione, è propria del Sacerdote, in forza della sua ordinazione. È, pertanto, un abuso far sì che alcune parti della Preghiera eucaristica siano recitate da un Diacono, da un ministro laico oppure da uno solo o da tutti i fedeli insieme. La Preghiera eucaristica deve, dunque, essere interamente recitata dal solo Sacerdote». (n. 52)
«Mentre il Sacerdote celebrante recita la Preghiera eucaristica,«non si sovrappongano altre orazioni o canti, e l’organo o altri strumenti musicali tacciano». (n. 53)
Secondo quanto riportato, la comunità in questione avrebbe fatto una cosa simile anche nell’ottobre 2022, quando un gruppo scout che trascorse un fine settimana di ritiro nel monastero pubblicò una cronaca entusiasta in cui descriveva, senza rilevare alcun problema, esattamente la stessa cosa: «un coro monastico circolare, senza spazi gerarchizzati», «una comunità femminile che forma una circonferenza aperta» e l’«uso di un linguaggio inclusivo» nelle messe.
La stessa comunità lo teorizza apertamente. Nel 2016 organizzarono nel monastero il laboratorio «Il gesto nella liturgia», diffuso attraverso il bollettino progressista Eclesalia, la cui convocazione —firmata dalla comunità— proclamava: «Sta ormai finendo quel tempo in cui la liturgia restava solo nelle mani del presbiterato» e invitava a «osare altri gesti, altri simboli», compresa «la danza comunitaria come faceva lo stesso Gesù». Il laboratorio era coordinato dal gesuita Carlos del Valle insieme a un’animatrice di «danza contemplativa».
Il sito web del monasterio mantiene una sezione dedicata a queste danze circolari, con video su YouTube, che si praticano in contesto orante.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
«Il substrato ideologico non è nemmeno un segreto» scrive il sito di informazione cattolica. Nel giugno 2022, in occasione della Giornata Pro Orantibus, la comunità espose sul sito Religión Digital i suoi contributi al Sinodo: «denunciavano una Chiesa “piramidale e gerarchica, dove le norme vengono dall’alto”, chiedevano di “abbassarsi dalla mentalità patriarcale per vivere nell’orizzontalità delle relazioni tra uguali” e sostenevano che la partecipazione della donna “in condizioni di parità nella Chiesa cattolica è una questione strutturale, e non una riforma secondaria”. Chiesero al Dicastero per la Vita Consacrata «che lasci pensare le monache, che non vengano imposti loro criteri dall’alto».
«L’estetica accompagna il discorso: le religiose conservano l’abito trinitario con la croce, ma hanno rinunciato al velo, il che conferisce loro un aspetto ambiguamente clericale —più vicino a quello di un presbitero con il colletto che a quello di una monaca contemplativa—, coerente con la scenografia della circonferenza attorno all’altare».
Redemptionis Sacramentum ricorda che qualsiasi fedele ha il diritto di denunciare gli abusi liturgici al vescovo diocesano o direttamente alla Sede Apostolica (nn. 183-184).
La notizia delle celebrazioni spurie delle suore – e dell’avallo che ottengono dall’alato – arriva nei giorni in cui sempre Infovaticana aveva mostrato il video di un rito per la Pachamama a Cusco, in Perù, prima della visita apostolica del papa. Al rituale, che pare essere stato eseguito all’interno di un evento catto-filo-omotransessualista, hanno partecipato alti funzionari vaticani.
Come riportato da Renovatio 21, mentre i monasteri conciliari mostrano aberrazioni o si svuotano (come nel caso del crollo verticale del numero di suore in Germania), gli istituti tradizionalisti di suore legati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X vedono una crescita costante ed incoraggiante.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine screenshot da Twitter
Occulto
A Cusco, la Pachamama precede Leone XIV
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Il precedente del 2019
La scena richiama inevitabilmente alla mente gli scandalosi eventi del Sinodo sull’Amazzonia dell’ottobre 2019. Statuette raffiguranti una donna incinta furono utilizzate durante una cerimonia svoltasi nei giardini vaticani, alla presenza di Papa Francesco, e successivamente esposte nella chiesa di Santa Maria in Traspontina e portate in diverse occasioni legate al Sinodo. Il 21 ottobre, diverse di queste statue furono rimosse dalla chiesa e gettate nel Tevere da un uomo. Francesco si scusò quindi per la loro scomparsa e si riferì a esse come alle «statue di Pachamama», affermando che erano state presenti «senza intenti idolatrici». La vicenda aveva suscitato forti reazioni; in particolare, il cardinale Robert Sarah denunciò l’infiltrazione del paganesimo nella Chiesa e si chiese: perché presentare Pachamama anziché la Madonna di Guadalupe, veramente venerata dai popoli cattolici dell’America Latina? Sette anni dopo, le immagini provenienti da Cusco dimostrano che il problema sollevato nel 2019 è tutt’altro che scomparso.Inculturazione o sincretismo?
La Chiesa non ha mai preteso che i popoli che evangelizza abbandonassero tutto ciò che appartiene alla loro cultura; è sempre stata capace di adottare e purificare costumi, lingue, forme artistiche e persino certi simboli naturali, purché potessero acquisire un significato conforme alla fede cattolica. Una foglia di coca, ad esempio, non è ovviamente di per sé idolatrica; fa parte della vita quotidiana e della cultura di molte popolazioni andine da secoli. Ben diversa è la situazione quando un oggetto diventa lo strumento di un’offerta religiosa rivolta a una forza della natura considerata «Madre Terra», o quando il fuoco viene invocato come una «Nonna» capace di ricevere richieste e impartire saggezza. Su questo punto la Rivelazione è inequivocabile: «Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto» (Mt 4,10). L’inculturazione cattolica consiste nel purificare le culture alla luce dell’Apocalisse, e non nel reintrodurre nella pratica della Chiesa i culti pagani e idolatri dai quali l’evangelizzazione aveva liberato i popoli.Aiuta Renovatio 21
Un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede
La presenza attiva dell’arcivescovo Jordi Bertomeu conferisce particolare rilevanza alla questione, in quanto funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede e incaricata di svolgere missioni di fiducia come commissario pontificio della Santa Sede. Secondo InfoVaticana , dopo aver parlato della Sodalicio durante l’incontro, l’arcivescovo Bertomeu avrebbe girato il cartello con il suo nome prima di lasciare il suo posto. Il media spagnolo riferisce di aver tentato invano di contattarlo per ottenere chiarimenti. Sarebbe ovviamente auspicabile che la persona in questione spiegasse pubblicamente il significato che attribuiva alle sue azioni. Ma a prescindere dalla sua intenzione soggettiva, resta la natura oggettiva della cerimonia a cui ha partecipato. Mentre un ufficiale del dicastero ha il compito di salvaguardare l’integrità della fede cattolica, viene visto prendere parte a un rito in cui si invocano elementi naturali e si ricevono offerte.Un incontro con obiettivi più ampi
L’ Istituto Lepanto osserva che le organizzazioni e le rivendicazioni rappresentate a Cusco andavano ben oltre le questioni puramente sociali relative alle popolazioni indigene. L’evento è stato organizzato in collaborazione con il Coordinamento Nazionale per i Diritti Umani (CNDDHH), che ha esplicitamente incluso le “persone LGBTIQ+” tra le categorie rappresentate. L’ Istituto Lepanto sottolinea che la sua identità visiva raffigura una donna con un foulard verde, simbolo dei movimenti pro-aborto in America Latina, accanto a una persona vestita con i colori dell’arcobaleno LGBT. Le fotografie pubblicate da Ruth Luque, parlamentare peruviana presente all’evento, mostrano anche i partecipanti che espongono una bandiera transgender, mentre i documenti di lavoro menzionano specificamente “l’accesso a un’assistenza sanitaria completa per le persone LGBTIQ+ (trans/nb)”. Bruno Montenegro ha partecipato a questi incontri in qualità di rappresentante della Fraternità Transmaschile del Perù. L’ inchiesta dell’Istituto Lepanto mette in luce anche la partecipazione della Confederación Campesina del Perú (CCP), storicamente strettamente legata alla sinistra rivoluzionaria peruviana. Per decenni, è stata guidata da attivisti appartenenti al Partito Comunista Peruviano. Questa organizzazione internazionale, che si definisce in un’ottica anticapitalista, sostiene anche le rivendicazioni per il diritto all’aborto e i diritti LGBT. La dichiarazione finale redatta a Cusco chiede, in particolare, politiche pubbliche che promuovano «la parità di genere» e «un’educazione sessuale completa nelle scuole». Secondo i suoi autori, questo testo è stato ufficialmente presentato a Leone XIV e si prevede che gli venga consegnato durante la sua visita in Perù. Cosa ne farà?Iscriviti al canale Telegram ![]()
Il silenzio imbarazzante di Vatican News
Vatican News, il sito di notizie ufficiale della Santa Sede , ha pubblicato un resoconto favorevole dell’incontro, sottolineando come esso abbia «offerto uno spazio per condividere esperienze provenienti da diverse regioni, individuare sfide comuni e sviluppare proposte in risposta alle principali problematiche relative ai diritti umani che affliggono il Paese». Tuttavia, come hanno fatto notare InfoVaticana e altri osservatori, il resoconto ufficiale non menziona né il rito di apertura della Pachamama, né la partecipazione del vescovo Bertomeu ad esso. L’omissione è difficile da comprendere. Se il «pagamento alla terra» era considerato una pratica culturale perfettamente compatibile con la fede cattolica, perché non menzionarlo nel resoconto di un evento ecclesiastico? Se, al contrario, poneva una difficoltà dottrinale, perché dei prelati cattolici, e ancor più un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede, vi presero parte attivamente? Leone XIV conosceva a fondo il Perù, avendo a lungo ricoperto la carica di ministro e possedendo la cittadinanza peruviana. La sua prossima visita nel Paese, dall’11 al 17 novembre, darà inevitabilmente particolare risalto a tutto ciò che riguarda il rapporto tra il cattolicesimo e le culture indigene. Cusco, dove si è appena svolto questo «pagamento alla terra», è tra le quattro città che il papa visiterà. Sette anni dopo lo scandalo Pachmama in Vaticano, quale posizione adotterà Leone XIV in quel luogo? Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
«Assunzione, rigenerazione, garanzia della nostra stessa risurrezione»: Omelia di mons. Viganò nella festa dell’Assunta
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa dell’Assunzione della Vergine Maria

TU HONORIFICENTIA POPULI NOSTRI
Omelia nell’Assunzione della Beatissima Vergine Maria
Signum magnum apparuit in cælo:
mulier amicta sole, et luna sub pedibus ejus.
Un segno grande apparve nel cielo:
una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi.
Ap 12, 1
In questo giorno santo in cui la Chiesa — quella di sempre, non quella schiava del mondo, che ha creduto di poter riscrivere anche la lode dovuta alla Madre di Dio — innalza il suo canto dinanzi al mistero dell’Assunzione, permettetemi di condurvi non a una pia commozione passeggera, ma a quella roccia di dottrina sicura su cui i Padri, i Dottori e i Sommi Pontefici hanno edificato, per secoli, la nostra certezza.
Non fu un sentimento pio, non fu un’immaginazione consolatoria a generare questa festa che l’Oriente conosceva già come Dormizione fin dal V secolo, e che Roma stessa solennizzò per mano dei Pontefici Sergio I e Leone IV. Fu la logica stessa della Fede, quella logica che San Giovanni Damasceno seppe esprimere con vigore ineguagliato:
«Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza corruzione il suo corpo dopo la morte». (1)
Oportebat: era necessario, era conveniente. Non capriccio della pietà, ma necessità della ragione illuminata dalla Fede, la medesima che oggi taluni, gonfi di scienza e vuoti di sapienza, vorrebbero degradare a mito o a simbolo.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
A questa voce si uniscono, concordi attraverso i secoli, San Germano di Costantinopoli e l’antica tradizione attribuita a San Modesto di Gerusalemme; e poi, nel pieno della Scolastica, Sant’Alberto Magno nel suo Mariale, e l’Angelico Dottore stesso, San Tommaso, che nel commento alle Sentenze non esita ad applicare alla Θεοτόκος quello stesso principio di convenienza teologica che i Modernisti, innamorati del dubbio più che della certezza, hanno voluto bandire dalla teologia come se fosse un’onta e non, invece, un dono della grazia alla ragione.
San Bonaventura, San Bernardino da Siena, San Roberto Bellarmino, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: una catena ininterrotta di santità e di dottrina, che nessun Concilio pastorale, nessuna riforma liturgica, nessuna «nuova» teologia potrà mai spezzare, perché non è opera di uomini, ma custodia dello Spirito Santo sopra la sua Chiesa.
Quando, il 1 Novembre 1950, il Venerabile Pio XII pronunciò la definizione dogmatica con la Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus, egli non inventò una dottrina nuova: raccolse, come in un’urna preziosa, ciò che la Tradizione aveva custodito da sempre, e lo consegnò solennemente, con l’autorità che Nostro Signore ha posto nel Successore di Pietro, alla Fede irrevocabile di tutti i secoli a venire. Fu, quello, uno degli ultimi grandi atti di un Magistero che ancora sapeva insegnare senza tremare, definire senza negoziare, custodire senza disperdere — prima che la tempesta, che già covava nelle stanze romane, si abbattesse sulla vigna del Signore.
La Santa Chiesa, secondo la liturgia promulgata da Pio XII, pone oggi sulle labbra dei suoi ministri le parole che l’antico Israele rivolse a Giuditta, figura anticipatrice della Vergine vincitrice, dopo che ella ebbe schiacciato la testa del nemico del popolo di Dio.
«Il Signore ti ha benedetta con la sua potenza, perché per mezzo tuo ha ridotto al nulla i nostri nemici. Benedetta sei tu, o figlia, dal Signore Dio altissimo, più di tutte le donne sulla terra. Benedetto il Signore che ha creato il cielo e la terra, che ti ha guidata a colpire la testa del capo dei nostri nemici; perché oggi ha reso il tuo nome così glorioso, che la tua lode non si allontanerà dalla bocca degli uomini… Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la letizia d’Israele, tu l’onore del nostro popolo». (2)
Non sfugge la profondità di questa scelta da parte della Chiesa: Giuditta che recide il capo di Oloferne è figura di Colei che, Immacolata fin dal primo istante, schiaccia sotto il suo piede la testa dell’antico serpente; e come a Giuditta fu detto che il suo nome non sarebbe mai più uscito dalla bocca degli uomini, così il nome di Maria è benedetto in ogni generazione, ed è gloria di Gerusalemme, letizia d’Israele, onore del popolo cristiano.
Sostieni Renovatio 21
Chi oggi vorrebbe espungere queste tipologie dalla pubblica preghiera della Chiesa, giudicandole troppo «guerriere» o troppo «medievali» per un culto reso timido e accomodante, tradisce il senso stesso della battaglia soprannaturale in cui la Santa Chiesa è tuttora impegnata.
Il Padre Garrigou-Lagrange, fra gli ultimi grandi maestri della Scuola romana prima che i modernisti si impadronissero delle cattedre, insegnò che l’Assunzione non è privilegio isolato, ma frutto necessario dell’Immacolata Concezione e della Maternità divina: Colei che fu preservata dal peccato doveva esserlo anche dalla corruzione che del peccato è retaggio. Vi è in questo una coerenza che sfida ogni relativismo teologico: Dio non fa nulla a metà, e la grazia concessa a Maria al principio della sua esistenza doveva necessariamente fiorire e compiersi, al termine del suo pellegrinaggio terreno, nella gloria piena del corpo risorto.
Il grande domenicano confessava che il teologo attraversa, dinanzi alle più alte verità mariane, tre stagioni dell’anima: dapprima l’adesione della pietà filiale, poi il turbamento dinanzi alle obiezioni che il mondo solleva, infine — se Dio concede il tempo e la grazia di approfondire — il ritorno alla medesima certezza iniziale, non più per solo sentimento, ma per scienza: perché le cose di Dio, e in particolare le grazie concesse a Maria Santissima, sono sempre più ricche di quanto la pigrizia dell’intelletto osi supporre.
Non fu forse questo il cammino che tanti fedeli, e tanti pastori, avrebbero dovuto percorrere in questi decenni di smarrimento, invece di abbandonarsi, dinanzi alla prima obiezione del mondo, a un silenzio colpevole sulle verità più alte della Fede?
Il medesimo Padre Garrigou-Lagrange insegnò ancora che la mediazione universale di Maria e la sua Regalità sui cuori non sono ornamenti retorici, ma conseguenze rigorose della sua Maternità divina: se Ella è Madre del Capo, è Madre anche delle membra; se coopera alla nostra rigenerazione nell’ordine della grazia, tanto più la sua Assunzione gloriosa è primizia e garanzia di quella medesima rigenerazione estesa, un giorno, ai corpi di tutti i redenti.
Cari fedeli, in un’epoca che ha smarrito il senso del corpo — che lo idolatra e insieme lo profana, che lo manipola e lo dissolve in ideologie estranee al disegno del Creatore — la festa odierna ci ricorda che il corpo dell’uomo non è un accidente da cui l’anima anelerebbe liberarsi, ma parte costitutiva di quella persona che Cristo è venuto a redimere integralmente, mediante la propria Incarnazione.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Maria assunta in cielo, anima e corpo, è la primizia e la garanzia della nostra stessa risurrezione: pegno che nessuna filosofia moderna, nessuna teologia evanescente, nessuna nota di impresentabili porporati potrà mai cancellare dal Credo che professiamo.
A Lei, dunque, Regina assunta in cielo, affidiamo oggi la Chiesa che tanto soffre; a Lei chiediamo che, come schiacciò fin dal principio la testa del serpente antico, così voglia schiacciare anche l’apostasia che oggi insidia il gregge di suo Figlio.
Che Ella, Arca della Nuova Alleanza assunta nel santuario del Cielo, ottenga a questa povera Chiesa pellegrinante la grazia di ritornare, senza più tentennamenti, alla pienezza della Fede e del culto che i Padri ci hanno trasmesso.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 15 Agosto MMXXVI
In Assumptione Beatæ Mariæ Virginis
NOTE
1) Oportebat eam, quae in partu illaesam servaverat virginitatem, suum corpus sine ulla corruptione etiam post mortem conservare. S. Joannes Damascenus, Encomium in Dormitionem Dei Genitricis semperque Virginis Mariæ, hom. II, 14 (citato in Pio XII, Munificentissimus Deus, 1950).
2) Benedixit te Dominus in virtute sua, quia per te ad nihilum redegit inimicos nostros. Benedicta es tu, filia, a Domino Deo excelso, prae omnibus mulieribus super terram. Benedictus Dominus qui creavit cælum et terram, qui te direxit in vulnera capitis principis inimicorum nostrorum; quia hodie nomen tuum ita magnificavit, ut non recedat laus tua de ore hominum… Tu gloria Jerusalem, tu lætitia Israël, tu honorificentia populi nostri. Idt 13, 22-25; 15, 10 — Epistola della Messa dell’Assunzione
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine: Guercino (1591-1666), Assunzione della Vergine (1650), Detroit Museum of Arts, Detroit.
Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata
-



Arte2 settimane faPerché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?
-



Internet1 settimana faLa figlia di Bill Gates accusata di frode: rischierebbe 20 anni in galera
-



Storia2 settimane faIncontro in Giappone con la mamma del conte Kalergi. Alla Messa in latino…
-



Catastrofi1 settimana faTerremoto colpisce la Messa in latino durante la consacrazione
-



Epidemie1 settimana faLettera di mons. Viganò all’avvocato antipandemico in carcere
-



Gender1 settimana faBambino di 7 anni torturato a morte da «mamme transgender»
-



Occulto5 giorni faMedjugorje, per sei membri della Commissione vaticana «non è spiegabile senza l’intervento del Maligno»
-



Morte cerebrale1 settimana faCalciatore dato per morto si risveglia in obitorio. Dichiarare la morte non equivale a determinarla













