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Quando parlavano dell’assassinio di Ratzinger. E quando ce ne dimenticammo

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Nell’attesa del funerale più incongruo della storia del Cristianesimo – un papa che celebra le esequie di un altro papa – non mi riesce di contenere lo schifo che provo verso tutto quello che sto leggendo riguardo Benedetto XVI.

 

Nel senso: ognuno ha il diritto di fare la prefica, battersi il petto e piangere come neanche in Nord Corea alla morte di un Kim. Ognuno ha il diritto di ricordare le tante belle cose che ci ha lasciato (dove? Nel senso: si rendono conto che il poco che doveva rimanere, tipo i «valori non negoziabili» e il Summorum Pontificum, è stato cancellato?) il Ratzinger.

 

Io anche però ho il diritto alla nausea dinanzi a chi, nella performance piagniculatoria, dimentica l’elefante nella stanza: le dimissioni, quasi senza precedenti nella storia della Chiesa (Celestino V fu degradato da Bonifacio VIII, e imprigionato), di un papa regnante, e la sua persistenza negli anni come «papa emerito», qualsiasi cosa voglia dire. Ratzinger ha fatto più anni da «emerito» che da pontefice.

 

Se parlo delle dimissioni, sto intendendo, in realtà, l’intrigo dietro di esse. Perché ci è difficile credere sia stato per «l’incapacità» che annunziò di colpo, in latino, quel mattino del 2013: nell’«esilio» dimissionario, il Ratzinger ha continuato a scrivere, pubblicare, trovando persino il tempo di rispondere ad una lettera del matematico Oddifreddi, che sostiene che la parola «cretino» derivi da «cristiano».

 

Eppure, che ci fosse una trama contro Benedetto XVI – e che le dimissioni fossero nell’aria anni prima – non è un miraggio da catto-complottisti. La radici di quanto è accaduto dentro la Chiesa e fuori di essa – abbiamo ricordato, non senza sollevare qualche protesta, il ruolo precipuo della Chiesa del «successore» Bergoglio nella catastrofe globale mRNA – parevano oscure e pericolose ancora tanti anni fa.

 

Questa storia, che ancora oggi reputo sconvolgente, io l’ho scritta e ripetuta in articoli e conferenze nel corso di un decennio, sempre con un po’ di vertigini, nonostante tutte le fonti fossero della grande stampa.

 

Qui sta il primo mistero: a volte mi sento di essere il solo che si ricorda l’enormità che saltò fuori dai giornali. L’unico a prenderne nota, a tenerla a mente, e magari poi a unire qualche puntino. Non un vaticanista, non un blogger, non un professore, non un catto-perdigiorno che sia uno (di quelli che passano il tempo a strillare ai tre, massimo quattro follower che si ritrovano) vi è mai tornato – ammesso che mai se ne fossero accorti.

 

Andiamo con ordine.

 

Febbraio 2012, sul Fatto Quotidiano emerge uno scandaloso leak. Sono pubblicati documenti relativi ad un viaggio a Pechino del Cardinale arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo.

 

L’anno precedente, il vaticanista Antonio Socci aveva fatto alcune rivelazioni sulle dimissioni di Papa Ratzinger, rivelatesi poi fondatissime. I più si scrollarono di dosso la faccenda come fosse fantascienza pontificia. Non lo era.

 

Il Fatto pubblicava documenti riservati che aggiungevano all’ipotesi delle dimissioni di Benedetto ombre ancora più contorte – e violente.

 

Secondo quanto riportato, a degli interlocutori cinesi (cosa di per sé notevole assai) il Cardinale arcivescovo metropolita palermitano Romeo raccontava di indicibili manovre all’interno del Sacro Palazzo.

 

«Le dichiarazioni del Cardinale sono state esposte, da persona probabilmente informata di un serio complotto delittuoso, con tale sicurezza e fermezza, che i suoi interlocutori in Cina hanno pensato con spavento, che sia in programma un attentato contro il Santo Padre» scriveva il quotidiano. «Il Cardinale Romeo ha sorpreso i suoi interlocutori a Pechino informandoli che lui – Romeo – formerebbe assieme al Santo Padre – Papa Benedetto XVI – e al Cardinale Scola una troika (…) il Cardinale Romeo ha riferito che Papa Benedetto XVI odierebbe letteralmente Tarcisio Bertone e lo sostituirebbe molto volentieri con un altro Cardinale».

 

«In segreto il Santo Padre si starebbe occupando della sua successione e avrebbe già scelto il Cardinale Scola come idoneo candidato, perché più vicino alla sua personalità. Lentamente ma inesorabilmente lo starebbe così preparando e formando a ricoprire l’incarico di Papa. Per iniziativa del Santo Padre – così Romeo – il Cardinale Scola è stato trasferito da Venezia a Milano, per potersi preparare da lì con calma al suo Papato».

 

Già qui, tremano i polsi. Papicidio. Elezione «pilotata» del successore al Soglio. Il tutto, in salsa cinese. C’è da riconoscere che, messa così, promette meglio della storia di Ali Agca e della morte improvvisa di papa Luciani messi insieme.

 

Ma lo scoop continuava.

 

«Il Cardinale Romeo ha continuato a sorprendere i suoi interlocutori in Cina continuando a trasmettere indiscrezioni. Sicuro di sé, come se lo sapesse con precisione, il Cardinale Romeo ha annunciato che il Santo Padre avrebbe solo altri 12 mesi da vivere. Durante i suoi colloqui in Cina ha profetizzato la morte di Papa Benedetto XVI entro i prossimi 12 mesi. (…) Il Cardinale Romeo si sentiva al sicuro e non poteva immaginare che le dichiarazioni fatte in questo giro di colloqui segreti potessero essere trasmesse da terzi al Vaticano».

 

Un attentato contro il Papa nel giro di 12 mesi? Ribadiamo, all’uscita delle rivelazioni si era a febbraio 2012, a febbraio 2013 Benedetto si dimise…

 

E ancora:

 

«Altrettanto sicuro di sé Romeo ha profetizzato che già adesso sarebbe certo, benché ancora segreto, che il successore di Benedetto XVI sarà in ogni caso un candidato di origine italiana. Come descritto prima, il Cardinale Romeo ha sottolineato, che dopo il decesso di Papa Benedetto XVI, il Cardinale Scola verrà eletto Papa. Anche Scola avrebbe importanti nemici in Vaticano». 

 

Abbiamo sempre ammesso di non sapere come prendere questa storia.

 

Chi ha fatto trapelare le parole del cardinale? Sono state alcune fazioni interne al vaticano? Sono stati i cinesi, i loro servizi segreti? Oppure sono stati elementi vaticani già in combutta, per certe ragioni, con Pechino? Cosa si auspicava chi ha passato il materiale ai giornali? Voleva mettere in guardia il mondo riguardo ad un possibile attentato programmato contro il papa, oppure voleva bruciare il nome di Scola al conclave?

 

Sappiamo che poi le cose andarono molto diversamente. Non fu eletto Scola, ma l’argentino Bergoglio, che si ritiene fosse il fallimentare candidato che i modernisti opponevano al candidato Ratzinger nel conclave 2005.

 

Tuttavia, ricordiamo questo altro dettaglio strambo assai: quel comunicato che la CEI emise pochi istanti dopo la fumata bianca del drammatico conclave 2013. Il testo si congratulava per l’elezione al Soglio di Angelo Scola. Da dove veniva questa tragica gaffe? Anche questa, a dire il vero, fu dimenticata da tutti. Poco dopo, sui giornali dissero che era colpa di un copia-incolla. La storia delle profezie cinesi non era minimamente ricordata.

 

Come noto, Scola, già patriarca di Venezia (classica rampa di lancio per il papato) poi divenuto poco opportunamente arcivescovo di Milano, era il cardinale vicino a Comunione e Liberazione. Il movimento da decenni sognava un duplice traguardo per i suoi uomini: il papato (cosa che era quindi a portata di tiro con Scola) e la presidenza del Consiglio, che poteva ottenersi con Roberto Formigoni, da sempre uomo di punta nella proiezione politica di CL. Sappiamo com’è finita, in quel tremendo 2013: immensa delusione per il cardinale, e carcere di Bollate per l’ex governatore della Lombardia.

 

CL fu poi criticata da Bergoglio in un umiliante Angelus del 2015 (dove «parlò di spiritualità di etichetta»), poi, arrivate le dimissioni del presidente don Julian Carron, poteva pure sembrare che fosse possibile entrare grazie del papa argentino, ma forse no.

 

Buttiamo lì altri puntini. Ratzinger, anche prima di morire, era seguito da quattro Memores Domini, membri di CL che fanno voto di castità e obbedienza (stile numerari dell’Opus Dei); due memores addette all’appartamento pontificio di Ratzinger morirono in un’incidente stradale nel 2010; I vertici dei memores furono poi decapitati da Bergoglio nel 2021.

 

CL anni fa ha presentato al Meeting una traduzione cinese del «capolavoro» del fondatore Luigi Giussani, il Senso del Religioso, ad opera di un professore di Taiwan, l’isola babau di Pechino.

 

CL esprimeva una politica contraria alla Cina Popolare. «In passato – scriveva nel 2012 Sandro Magister – la comunità fondata da don Luigi Giussani si distinse, anzi, per la sua strenua battaglia in difesa delle comunità cristiane oppresse dal dominio comunista, nei paesi dell’ex impero sovietico».

 

La questione cinese riguardava, in senso opposto, anche il fortunato spin-off di CL, la potente comunità di Sant’Egidio, che fu attaccata dal cardinale ora abbandonato sul fronte cinese, monsignor Joseph Zen Ze-Kiun, già primate di Hong Kong, il quale come noto ora sta affrontando arresti, udienze in tribunale e multe.

 

«Alla Comunità di Sant’Egidio – scriveva sempre Magister – il cardinale Zen imputa di aver invitato con tutti gli onori al meeting interreligioso di Monaco di Baviera – organizzato in pompa magna da questa comunità dall’11 al 13 settembre 2011 – un vescovo cinese in grave disobbedienza col papa per aver partecipato il 14 luglio precedente all’ordinazione illecita di un nuovo vescovo non approvato da Roma ma imposto dalle autorità di Pechino. Alla rivista “30 Giorni” e al suo specialista in affari cinesi, Gianni Valente, il cardinale Zen imputa di aver intervistato – senza nulla obiettare alle sue affermazioni – questo stesso vescovo “che gravemente ferisce l’unità della Chiesa” e che per di più “non è libero di dire quello che pensa”, in quanto legato a filo doppio al regime comunista».

 

È la questione della Chiesa patriottica cinese contro la «chiesa sotterranea» dei fedeli martiri, «risolta» poi da Bergoglio e Parolin con gli accordi sino-vaticani, sulla cui distruttività questo sito tanto ha scritto.

 

Sono solo puntini che noi buttiamo lì, incerti come tracciare la linea con la matita.

 

Di fatto, la Cina Popolare, luogo da cui provenivano le voci sull’assassinio di Benedetto XVI, è stato il Paese che più ha goduto, con i maledetti accordi che di fatto riconoscevano il potere del Partito Comunista Cinese sulla religione, del papato Bergoglio.

 

Altro puntino: questo sito ha spesso ricordato la questione di Grindr, l’app degli incontri gay dove, si dice, siano presenti vari religiosi cattolici. L’app, in origine americana, fu venduta ai cinesi, per poi essere chiesta indietro (e incredibilmente ottenuta) dal presidente Trump, che segnalò pubblicamente come quel database poteva assurgere a strumento senza eguali di ricatto e di infiltrazione del governo USA. Non crediamo che per il Vaticano sia differente: solo che vi sono con probabilità ancora più omosessuali, e non vi è stato sul Soglio un Donald Trump, anzi.

 

Francesco, del resto, è gesuita. Bisogna ricordare come la Cina, dai tempi di Mǎdòu, cioè Matteo Ricci, costituisse un plurisecolare sogno mostruosamente proibito per la Compagnia di Gesù. Bergoglio crede di aver coronato l’anelito gesuita sul Regno di Mezzo frustrato, a quel tempo, proprio da un papa?

 

Possiamo credere alle accuse dell’ambiguo dissidente cinese Guo Wengui che sostiene che il Vaticano sarebbe corrotto con «1,6 miliardi di dollari l’anno per  fermare le critiche alla politica religiosa di Pechino?»

 

Sono domande a cui non abbiamo risposta: tuttavia abbiamo il mondo di oggi sotto i nostri occhi.

 

In un articolo precedente avevamo scritto che le dimissioni di Benedetto potevano servire all’installazione della Cultura della Morte nella forma in cui oggi la vediamo dominarci, con il papato divenuto motore inesausto della sierizzazione globale con terapie geniche derivate da feti abortitiil battesimo di Satana, lo abbiamo chiamato.

 

Qualcuno si è risentito, dicendo che sembrava un po’ troppo pensare alla rinunzia di Ratzinger in relazione agli ultimi due anni di sconvolgimento del pianeta.

 

Ebbene, ricordiamo che le «novità», iniziarono subito con Bergoglio – e non parliamo di parole al vento, ma di atti propri del nuovo papa con ripercussioni immani sulla società. Pensiamo a Lampedusa, dove l’argentino fece il più grande spot possibile all’immigrazione massiva – forse provocando, secondo l’analista strategico statunitense Edward Luttwak, ondate di altre morti. Pensiamo ai discorsi anfiboli su aborto, contraccezione e famiglie numerose, sull’omosessualità, sugli esseri umani prodotti in laboratorio, su qualsiasi barriera che ancora separava, in qualche modo, il credo cattolico dal mondo moderno. E poi ancora: migranti, migranti, migranti. Il papato del piano Kalergi, può aver pensato qualcuno.

 

Poi venne il COVID, questa strana malattia venuta, guarda caso, proprio dalla Cina a cui il pontefice aveva spalancato le porte, nonostante il costo del martirio dei veri fedeli cinesi. Il papa diviene il primo promotore mondiale del farmaco sperimentale. Obbliga i giornalisti che vogliono salire in aereo con lui e siringarsi. Minaccia di licenziare ogni dipendente della Città del Vaticano che non si sottometta all’mRNA, fino all’ultima guardia svizzera con dubbi di coscienza. Si incontra segretamente con il CEO di Pfizer Albert Bourla, più volte.

 

Non è finita: perché l’altra grande impronta del papato bergogliano, a differenza di quello ratzingeriano, è come noto il tema «ecologico». Avete presente: l’ambiente, il cambiamento climatico, la Laudato sii, che parla anche «dei funghi, le alghe, i vermi, i piccoli insetti, i rettili e l’innumerevole varietà di microorganismi».

 

Credete sia un caso, che questo papa derivato dalle inedite dimissioni del «predecessore» (con tutta la trama che dietro può esserci) abbia posto l’accento della sua opera proprio sul tema con il quale, oramai è certo, procederà il prossimo passo per la sottomissione della società umana? I lockdown climatici non sono un pensiero relegato ai complottisti, e nemmeno l’introduzione di un green pass ecologico (green, appunto) dove i nostri diritti saranno subordinati alla nostra «impronta carbonica», dove la nostra libertà dipenderà dai nostri consumi, o meglio, dalla nostra sottomissione ai desiderata del sistema.

 

Se leggete Renovatio 21, sapete che non è che se ne parli solo a Davos: banche in Australia e in Canada già stanno cominciando a fornire ai clienti «estratti conto carbonici», nell’attesa del danaro digitale che ci inibirà qualsiasi transazione se non saremo in linea con ciò che ci verrà ordinato.

 

La vaccinazione genica con derivati di aborto, l’ecologismo divenuto mainstream, sono con l’immigrazione massiva temi su cui il papa venuto con le dimissioni di Ratzinger ha incentrato tutto il suo potere. E che sono all’opposto totale di quel Benedetto XVI che scriveva che  «se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale» (Caritas in Veritate, capitolo IV, punto 50)

 

Il «successore» di Benedetto, insomma, pare seguire il piano. Ma anche questa, è purtroppo una di quelle cose che, per quanto evidenti, tendiamo a far sparire dalla nostra mente, sempre minacciata dal disturbo della dissonanza cognitiva.

 

Cominciamo a rammentare di quando eravamo finiti a leggere del programma di assassinio di Benedetto, e di quando ce ne siamo dimenticati. Già: perché poi ce ne siamo dimenticati? Un po’ perché nella vita bisogna andare avanti, pensa il giornalista, il fedele, il cittadino sincero democratico.

 

Un po’ però è perché potrebbe essere stato proprio quello il motivo per tenere in vita un papa sgradito alla Necrocultura. Un attentato finisce con l’innalzare le idee dell’ammazzato, vero, ma poi c’è anche la questione del possibile «fallimento miracoloso» di un papicidio: sia Woytila che Agca hanno parlato dell’intervento della Madonna di Fatima nella deviazione delle pallottole che dovevano uccidere il pontefice nel 1981.

 

Decisamente, è meglio che l’avversario muoia da sé, stingendo la sua vita, e le sue idee, in un’insignificanza sempre più nebbiosa. «Valori non negoziabili»… cosa? Dove? «Embrioni»… chi?

 

Lo aveva scritto, secoli fa, il vertice assoluto, occulto e lucidissimo, dei nemici della Chiesa di Cristo, l’uomo che si faceva chiamare Nubius. Dalla lettera al carbonaro Piccolo Tigre contenuta ne Il problema dell’ora presente di Mons. Enrico Delassus, fra i documenti delle Istruzioni permanenti dell’Alta Vendita.

 

«Quello che noi dobbiamo cercare ed aspettare, come gli ebrei aspettano il Messia, si è un Papa secondo i nostri bisogni (…) con questo solo, per istritolare lo scoglio sopra cui Dio ha fabbricato la sua Chiesa, noi non abbiamo più bisogno dell’aceto di Annibale, né della polvere da cannone e nemmeno delle nostre braccia. Noi abbiamo il dito mignolo del successore di Pietro ingaggiato nel complotto, e questo dito mignolo val per questa crociata tutti gli Urbani II e tutti i S. Bernardi della Cristianità».

 

Eccolo, i massoni già nel 1818 avevano programmato la venuta di un «papa secondo il nostro cuore», per cui non si sarebbe più dovuto procedere con gli attacchi diretti contro la Chiesa, oramai interamente infiltrata dall’interno, e quindi eterodiretta dai servi del Male.

 

Cosa dite? Ci siamo? Riuscite a vivere con questa dissonanza cognitiva, o per dimenticare avete bisogno di farvi un’altra dose?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

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Leone minaccia la FSSPX per l’ordinazione dei vescovi

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Papa Leone XIV, parlando martedì fuori dalla sua residenza estiva a Castel Gandolfo ha affermato che il Vaticano potrebbe presentare un’ultima richiesta alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) per riconsiderare le sue consacrazioni episcopali.

 

Le ordinazioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X sono previste per il 1° luglio presso il seminario di Écone, in Svizzera, dove quattro sacerdoti appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) saranno consacrati vescovi.

 

«Noi abbiamo invitato… Sto considerando ancora fare un altro appello, a dire non fate questo, cerchiamo di vivere la comunione della Chiesa. Ma è la loro scelta» ha detto Leone circondato da giornalisti e guardie del corpo. «Bisogna rendersi conto di cosa significa… per loro. Per la Chiesa, certamente, la divisione fra i cristiani è sempre molto dolorosa».

 

«Però… loro rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, cominciando con diversi punti del Concilio Vaticano II» ha precisato papa Prevost. «Eh…. questo… se fanno quelle scelte non dobbiamo andare avanti».

 


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Ancora una volta il principio non negoziabile della neochiesa sembra essere il Concilio Vaticano II – a dimostrazione di quanto monsignor Marcel Lefebvre ci avesse visto giusto nel considerarlo l’evento catastrofico per la cristianità, che andava combattuto e cancellato ad ogni costo.

 

Come riportato da Renovatio 21, la dogmatica del Vaticano II era emera con Prevost già nei primissimi discorsi – la sua sua prima catechesi – di quando era stato eletto al Soglio, e perfino in sintomatici auguri agli ebrei.

 

Il Vaticano aveva avvertito la Fraternità Sacerdotale San Pio X in diverse occasioni che le consacrazioni senza l’approvazione papale potrebbero comportare la scomunica in quanto «atto scismatico».

 

Martedì scorso il pontefice sembra aver fatto riferimento al rifiuto da parte della FSSPX di alcune riforme e insegnamenti del Concilio Vaticano II, affermando: «Certamente, la divisione tra i cristiani è sempre una questione dolorosa. Ma essi si rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da diversi punti del Concilio Vaticano II. E se fanno queste scelte, mi dispiace. Ma dobbiamo andare avanti».

 

A febbraio la FSSPX aveva annunciato l’intenzione di consacrare nuovi vescovi senza l’approvazione papale, a causa di una «situazione oggettiva di grave necessità» per la prosecuzione del suo ministero sacramentale.

 

In un comunicato stampa del 2 febbraio, il Superiore Generale Padre Davide Pagliarani ha dichiarato che i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) sono stati incaricati di officiare le consacrazioni il 1° luglio. L’annuncio è stato dato presso il Seminario Internazionale di Saint-Curé-d’Ars a Flavigny-sur-Ozerain, in Francia, durante la cerimonia di consegna della talare ai nuovi seminaristi.

 

Dopo un incontro avvenuto a febbraio a Roma tra cardinale prefetto del Discastero per la Dottrina della Fede Victor Manuel Fernandez e padre Pagliarani, un comunicato ha rivelato che il cardinal Fernandez aveva minacciato Pagliarani e la Fraternità Sacerdotale San Pio X del crimine di «scisma» qualora le consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità fossero state accolte. Il superiore generale della FSSPX ha quindi esplicitato le sue posizioni in una lettera in cui spiegava perché la proposta di Roma non è accettabile.

 

Il cardinale argentino, noto per i suoi libri catto-erotici, ha spiegato al superiore FSSPX che i documenti del Vaticano II «non possono essere corretti» e avrebbe già preparato l’ordine di scomunica. Don Pagliarani ha in seguito pubblicato una dichiarazione di Fede cattolica rivolta a Leone XIV.

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È evidente che contro la FSSPX è in corso una persecuzione che poco ha a che fare con il diritto canonico o la teologia: Roma si trova de facto dinanzi a due scismi veri, quello dei vescovi della chiesa germanica e del loro «Cammino Sinodale» (verso di essi il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha affermato che le sanzioni sarebbero «premature») e quello dei vescovi cinesi scelti dal Partito Comunista di Pechino senza consultare il Sacro Palazzo, che si limita – in virtù del devastante e oscuro accordo sino-vaticano – a certificare ex post le consacrazioni totalmente scelte dai dirigenti del PCC.

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Rileva quindi nel caso della FSSPX ben altro: cioè quello che la FSSPX è (una versione della Chiesa di Roma rimasta intonsa, non adulterata, non gravata di abusi e scandali e perdita abissale di fede e fedeli) e quello che la FSSPX fa, e cioè la Messa antica, che la neochiesa vede per ragioni mai totalmente spiegate – ma comprensibili al fedele non sciocco – come un male da estirpare ad ogni costo.

 

La difesa del Vaticano II segui la stessa linea di odio sterminatore modernista: tutto ciò che la chiesa era prima di esso va dimenticato, cancellato… nonostante i numeri parlino di una chiesa in crisi totale di fedeli, praticanti e vocazioni.

 

C’è da chiedersi se non vi sia, da qualche parte, un padrone che ha dato ai servi dei compiti precisi: avversare con ogni mezzo la Santa Messa di tradizione millenaria e mantenere l’alterazione del codice sorgente del cattolicesimo – e quindi, di larga parte dell’umanità – ottenutasi con il Concilio Vaticano II.

 

Da questo comprendiamo perché le consacrazioni del 1° luglio sono così importanti: perché la paura che ne hanno a Roma dimostrano quanto siano fondamentali per riportare l’ordine nella Chiesa di Cristo, infiltrata e rovinata dal nemico in ogni modo possibile.

 

La loro rilevanza si spande sul piano storico e metastorico, metafisico: perché proprio da una Chiesa rimasta pura sarà possibile ricostruire la Chiesa tutta.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Trasmettere la fede

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«Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà forse la fede sulla terra?» (Luca 18,8).   La domanda che Nostro Signore pone con timore non celato suggerisce che la trasmissione della fede di generazione in generazione non è scontata, ma richiede un’attenzione costantemente rinnovata, uno sforzo quotidiano e, ancor più, una grazia dal Cielo: anche quando ricevuta nella culla, la fede rimane innanzitutto un dono di Dio che deve poi, e sempre con l’aiuto di Dio, essere nutrito e sviluppato.   Occorre ricordare che la fede è intesa in due sensi diversi ma correlati: la fede a volte si riferisce a ciò che si crede e si professa, in altre parole al contenuto della fede cattolica o all’insieme armonioso e coerente delle diverse verità di fede; la fede a volte si riferisce all’adesione personale e libera dell’uomo a queste verità rivelate da Dio e trasmesse dalla Chiesa.   Da quel momento in poi, la trasmissione della fede avviene in due modi complementari. In primo luogo, consiste nel trasmettere nella sua interezza e nello spiegare nel dettaglio ciò che Gesù Cristo è venuto a rivelare all’umanità. È missione del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti insegnare alle persone; trasmettere una chiara comprensione, adeguata alle capacità di ciascuno, della dottrina della fede.

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Pertanto, la trasmissione della fede può essere paralizzata solo quando le verità vengono costantemente sminuite, messe a tacere o addirittura distorte, celate da falsità; quando il catechismo si limita alla discussione di una pagina del Vangelo… Già il profeta Geremia lo lamentava: «I bambini chiedono il pane, e nessuno glielo dà». Non ci sarà una trasmissione profonda e duratura della fede finché i pastori della Chiesa si rifiuteranno di insegnare, con autorità, tutte le verità cattoliche, specialmente quelle che contrastano con le false ideologie del presente.   Questo non basta: trasmettere la fede richiede anche di preparare le menti ad accogliere liberamente la Verità rivelata, con un’adesione sia intellettuale che spirituale. Certamente, la fede non si trasmette pienamente se non viene assimilata e vissuta quotidianamente.   Per questo motivo, la trasmissione della fede spetta anche ai genitori e agli educatori, chiamati a offrire quotidianamente, in famiglia e nella scuola cattolica, concrete applicazioni della fede che li ispira. Di conseguenza, la trasmissione della fede dipende in larga misura dagli esempi di vita cristiana offerti, dalle regole di vita stabilite, dalle buone abitudini instillate e dalle relazioni felici instaurate.   Al contrario, come l’esperienza dimostra chiaramente, i cattivi esempi, l’indisciplina cronica, la debolezza di carattere e le amicizie dannose sono sufficienti a farla fallire.   Abate Luigi Maria Berthe   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Leone XIV nomina il presidente di EWTN News a capo della comunicazione vaticana

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Papa Leone XIV ha nominato Maria Montserrat «Montse» Alvarado Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede il 2 giugno 2026. Il suo insediamento è previsto per il 1° novembre.

 

Questa decisione inaspettata dice molto sulla visione del papa americano in materia di comunicazione istituzionale. La notizia è giunta come una bomba sulle rive del Tevere, solitamente piuttosto tranquille alla fine della primavera. Per chi ha familiarità con i meccanismi interni del Vaticano, la scelta di nominare il presidente di un organo di stampa cattolico americano conservatore rompe con la tradizione e preannuncia una nuova era per la comunicazione della Santa Sede.

 

Una carriera forgiata nei media cattolici oltreoceano.

Dal 2023, Montserrat Alvarado ricopre la carica di presidente e CEO di EWTN News, supervisionando tutte le attività giornalistiche globali e multilingue dell’emittente, che comprendono televisione, radio, stampa, piattaforme digitali e social media. In precedenza, ha trascorso quattordici anni in posizioni dirigenziali presso il Becket Fund for Religious Liberty , dove si è concentrata su temi quali la libertà religiosa e la dignità umana. Nata a Città del Messico, si è laureata alla Florida International University e alla George Washington University.

 

Il suo profilo è quello di una manager esperta piuttosto che di una giornalista. Ed è proprio ciò che il papa desiderava, secondo l’esperto vaticanista Andrea Gagliarducci: Leone XIV ha portato in Vaticano una manager di grande esperienza, cercando al contempo di entrare in contatto con il mondo conservatore americano – con le sue reti di finanziatori – e acquisendo un’esperienza fondamentale per cercare di far funzionare la macchina mediatica vaticana.

 

Questa nomina ha un certo peso simbolico: questa rete televisiva conservatrice si è infatti mostrata critica nei confronti di diversi aspetti del pontificato di Papa Francesco e non ha esitato a esprimere riserve su alcune decisioni prese durante il pontificato di Leone XIV. Paradossalmente, la scelta di un dirigente proveniente da EWTN – un canale che papa Francesco, in uno dei suoi consueti sfoghi, definì una volta «opera del diavolo» – viene interpretata come un gesto di conciliazione nei confronti di un’ampia fetta del cattolicesimo americano.

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Una nomina senza precedenti

Montserrat Alvarado succede a Paolo Ruffini, nominato nel 2018 da Papa Francesco come primo prefetto laico di un dicastero della Curia romana. In particolare, la sua nomina la rende la prima laica senza voti religiosi a capo di un dicastero della Santa Sede.

 

Questo organismo non è sempre stato affidato a laici. Per oltre mezzo secolo, il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, e in seguito la Segreteria per la Comunicazione, sono stati guidati da vescovi o cardinali. Il primo prefetto della Segreteria per la Comunicazione, l’arcivescovo Dario Edoardo Viganò, nominato nel 2015, era egli stesso un arcivescovo.

 

La nomina della signora Alvarado costituisce dunque un nuovo passo in un recente sviluppo segnato dalla costituzione apostolica Praedicate Evangelium (2022), che prevede esplicitamente che i fedeli laici possano essere chiamati a esercitare funzioni di governo all’interno della Curia Romana.

 

Durante le congregazioni generali che hanno preceduto il conclave del 2025, il cardinale Beniamino Stella ha espresso il suo dissenso nei confronti di questa separazione tra il potere di governo e il sacramento dell’Ordine sacro. Già prefetto della Congregazione per il Clero e figura stimata nella Curia, ha denunciato una rottura con una tradizione secolare che lega l’ordinario esercizio della giurisdizione ecclesiastica alla ricezione del sacramento dell’Ordine sacro.

 

La questione non è semplicemente disciplinare; tocca la natura stessa del potere nella Chiesa. Storicamente, i prefetti dei dicasteri, i loro segretari e spesso anche i loro sottosegretari erano vescovi, perché gli atti che erano chiamati a compiere rientravano nell’esercizio della giurisdizione ecclesiastica.

 

Riforma in prospettiva

Al di là di questa nomina, l’intera struttura del dicastero potrebbe essere ripensata. In una possibile riorganizzazione, la tipografia, la Casa Editrice Vaticana e il servizio fotografico verrebbero integrati nel bilancio del Governatorato sotto la voce «servizi commerciali», mentre il Dicastero per la Comunicazione si concentrerebbe nuovamente sulla gestione dei media, che potrebbe essere gestita in modo più «manageriale», con un’autonomia che consentirebbe anche donazioni specifiche.

 

La questione cruciale è se questa «rivoluzione silenziosa», come l’hanno definita alcuni commentatori, permetterà ai media vaticani di rimanere fedeli al «programma di cristianizzazione della società» affidato loro da Papa Pio XI all’inaugurazione della prima sede di Radio Vaticana. Era il 1931, e da allora molta acqua è passata sotto i pilastri di Ponte Sant’Angelo.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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