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Immigrazione

Chi sta aggredendo gli studenti della Bocconi al parco?

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Una notizia davvero disturbante è stata diffusa dai giornali negli ultimi giorni.

 

L’Università Bocconi, ateneo privato tra i più prestigiosi d’Europa, ha deciso di istituire un servizio di accompagnamento per gli studenti dalle aule alle residenze universitarie.

 

L’inedita decisione è stata presa a seguito di un crescente numero di aggressioni verificatesi al vicino parco Ravizza.

 

«Nonostante le segnalazioni e le denunce di questi episodi, anche di recente, non sono arrivate risposte efficaci dal Comune di Milano, per cui abbiamo chiesto all’ateneo di intervenire e per fortuna ci è venuto incontro» ha dichiarato il capogruppo di B.Lab-Unilab Network, realtà studentesca interna alla Bocconi.

 

Il servizio di scorta è già attivo da questi giorni, da lunedì al sabato dalle 18 alle 00:30, con partenza ogni 30 minuti dalla panchina rossa di via Gobbi 5. Vi è impegnato personale dell’Università, che scorterà studenti e studentesse ai loro alloggi nelle residenze Spadolini, Dubini e Isonzo.

 

L’idea, il linguaggio in cui è espressa (scorte, coordinate pedonali espresse in panchina) è piuttosto allarmante. Che razza di situazione si è creata?

 

Si tratta certamente di un fenomeno in completa controtendenza con la narrazione della Milano del sindaco Sala, appena rieletto: una città sicura, accogliente, avanzatissima, di cui i sinceri democratici (ma anche i residui dei centri sociali finiti a fare i pubblicitari, a meno che non avessero già dietro i soldi del papi) sono fieri fino a scoppiare – e questo nonostante la tragedia delle ragazze violentate dal branco di capodanno in piazza Duomo.

 

Tuttavia, riteniamo che la notizia, data un po’ ovunque, sia, come dire, monca. Sia manchevole di qualcosa.

 

Leggiamo i titoli.

 

«Milano, Bocconi: troppe aggressioni (di sera) al parco Ravizza, studenti accompagnati a casa» (Il Corriere della Sera)

 

«Milano, gli studenti della Bocconi denunciano aggressioni al parco Ravizza» (Il Fatto Quotidiano)

 

«Troppe aggressioni al Parco Ravizza: 6 denunce in due mesi. Servizio di accompagnamento per gli studenti Bocconi» (La Repubblica)

 

«Milano, il parco Ravizza è pericoloso: universitarie sotto scorta dalle 18» (Il Giorno)

 

Manca qualcosa, ribadiamo: manca il chi. Da chi sono aggrediti gli studenti e (magari soprattutto) le studentesse?

 

Manca qualcosa, ribadiamo: manca il chi. Da chi sono aggrediti gli studenti e (magari soprattutto) le studentesse?

Invano potete leggere tutti questi articoli e trovare questa fondamentale informazione. Insomma: se questo è un fenomeno reiterato nei mesi, gli aggressori dovrebbero essere, per lo meno tipologicamente, identificabili. Chi si nasconde nel vicino parco Ravizza – un tempo tranquillo paradiso della socializzazione via cane o via jogging – al punto dal renderlo invivibile, minaccioso, violento?

 

Leggendo i giornali nazionali questa informazione non salta fuori. Così come non è chiaro un altro punto che per il giornalismo dovrebbe essere fondamentale: perché. Perché le continue aggressioni agli studenti della Bocconi? Qual è il movente? Si tratta di un gruppo di bocciati di Economia? Studenti rivali di un altro grande ateneo privato meneghino? Ex elettori del partito Scelta Civica delusi dal presidente dell’Università Mario Monti? Uno non sa davvero cosa pensare.

 

Non ti dicono il soggetto del presunto crimine, figurati se giornaloni e giornalini ti raccontano il motivo delle sue azioni.

 

Così come non è chiaro un altro punto che per il giornalismo dovrebbe essere fondamentale: perché. Perché le continue aggressioni agli studenti della Bocconi? Qual è il movente?

Del resto, ci possono dire, la notizia mica è sulle aggressioni, ma sul servizio di scorta «pedibus» (sic) per gli studenti, descritto da tutti i giornali nello stesso orario, come sopra: orari, luoghi, etc. In pratica, vi stanno dicendo: guardate il dito, mica la luna. Come all’idiota nel proverbio cinese.

 

Così, tocca di vedere che Il Giornale osa invece titolare in altro modo: «La Bocconi costretta a “scortare” i suoi studenti: troppe aggressioni nel parco degli extracomunitari».

 

Qui il soggetto c’è. Il chi è bello evidente.

 

In pratica, vi stanno dicendo: guardate il dito, mica la luna. Come all’idiota nel proverbio cinese

Il quotidiano della famiglia Berlusconi riporta quindi il commento di Silvia Sardone, consigliere comunale della Lega:

 

«I fallimenti della sinistra buonista e accogliente solo a parole sono più evidenti che mai. Parco Ravizza è diventato negli ultimi anni l’ennesimo fortino d’illegalità, un’area verde requisita da extracomunitari e balordi così come tante altre in città. Gli studenti avevano più volte segnalato aggressioni e criticità ma da Palazzo Marino nessuna risposta».

 

Nell’articolo sul sito de Il Giornale la parola «extracomunitari» è messa in neretto.

 

Non siamo sicuri che il titolo del quotidiano che fu di Indro Montanelli sia a prova di Carta di Roma – cioè sia lecito giornalisticamente.

 

Per chi non lo sapesse, la Carta di Roma, è il «Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti» oggi parte integrante del «Testo unico dei doveri del giornalista», e implementata sulla popolazione dei gazzettieri con corsi deontologici obbligatori.

 

In tali corsi è spiegato, ad esempio che, come scrivono le linee guida della Carta di Roma bisogna «evitare l’utilizzo di parole stigmatizzanti. La parola “clandestino” è tornata sui titoli di prima pagina. Opportunamente Carta di Roma ha osservato che “Il termine clandestino è una delle colonne portanti dei discorsi di odio, dell’hate speech; è uno strumento della cattiva politica, un termine usato dalla propaganda della paura per dare un nome al “nemico”, e quindi per questo va cancellato dal linguaggio giornalistico, perché produce una percezione distorta del fenomeno migratorio”».

 

Ancora un’esempio tratto dalle linee guida consultabili sul sito della Carta di Roma: «titolare un articolo “Boom di reati degli stranieri”, omettendo di dire che i dati riportati si riferiscono ai reati denunciati (e non a quelli commessi che sono molti di più), di cui si conoscono gli autori (che costituiscono una percentuale minima dei reati denunciati e commessi), non è corretto. L’utilizzo di un lessico enfatico (boom) e una narrazione non corretta dei dati disponibili hanno l’effetto di produrre e alimentare stigmatizzazioni».

 

Quindi, «è necessario ribadire che la provenienza o l’appartenenza culturale di una persona vanno specificate solo quando è strettamente necessario al fine della comprensione della notizia». Titolare scrivendo la provenienza etnica di un aggressore, in quest’ottica, è sbagliato.

 

L’associazione Carta di Roma è un ente nato nel 2011 per attuale tale «protocollo deontologico per una informazione corretta sull’immigrazioni». La pagina internet «Chi siamo» nel 2018 riportava il supporto del UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), dell’Otto per Mille Chiesa Valdese e di Open Society Foundation, il sistema di fondazioni di George Soros. La stessa pagina oggi non vede più inserito il logo dell’ente di Soros, sostituito da quello dell’UNAR.

 

«Evitare di “etnicizzare” le notizie non significa censurare certe informazioni?» si domandano le linee guida della Carta. «Non si chiede di censurare informazioni, ma di selezionare, tra le varie caratteristiche proprie di una persona, solo quelle veramente pertinenti a capire cosa è successo».

 

Ecco, nel caso del parco possiamo dire con certezza che, al di là dei censurabili virgolettati del consigliere leghista riportati dal Giornale berlusconiano, non abbiamo compressione di cosa sia successo. Davvero, non abbiamo capito niente.

 

Chi attacca gli studenti (e le studentesse) della Bocconi nel parco Ravizza?

 

Perché?

 

Mistero insondabile della Milano odierna. La Milano di Beppe Sala, del COVID che ha svuotato negozi e ristoranti, delle violenze di gruppo in Piazza Duomo, dei funerali in chiesa ai suicidi assistiti, del quartiere ipermoderno di Porta Nuova comprato dal Qatar, di Chiara Ferragni, delle proteste pandemiche cancellate da una repressione massiva.

 

Come sempre, Renovatio 21 chiede umilmente a chi ne sa di più di scriverci due righe per spiegarci. Ricordando che per i messaggi privati le linee guida deontologiche non valgono.

 

Per il momento.

 

 

 

 

Immagine di Marcuscalabresus via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

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Immigrazione

Funzionari dell’immigrazione tedeschi accusati di traffico di immigrati

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Un’impiegata dell’ufficio immigrazione di Colonia e suo marito sono stati arrestati con l’accusa di aver favorito un’organizzazione criminale impegnata nel traffico di esseri umani. Il gruppo avrebbe fatto entrare illegalmente cittadini indiani in Germania attraverso matrimoni fittizi, in cambio di ingenti somme di denaro. Lo riporta il Bild.

 

L’ufficio immigrazione di Colonia ha comunicato giovedì di aver revocato i permessi di soggiorno rilasciati illegalmente ai membri del gruppo, di cui facevano parte altre due persone. Secondo il Bild, l’organizzazione ha sfruttato il programma europeo di ricongiungimento familiare per far entrare gli uomini indiani nel Paese.

 

I cittadini stranieri sarebbero arrivati a Cipro, dove avrebbero contratto matrimoni fittizi con donne bulgare mai incontrate prima. Un membro dell’ufficio di Colonia avrebbe poi esaminato e approvato le domande di permesso di soggiorno presentate dagli uomini indiani, nonostante le irregolarità nei documenti.

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Secondo il Bild, la dipendente e suo marito avrebbero guadagnato almeno 76.000 euro grazie a questa attività. L’avvocato di uno dei presunti trafficanti ha dichiarato all’emittente WDR che il meccanismo avrebbe consentito a più di 20 uomini indiani di entrare nell’Unione europea.

 

La donna è stata arrestata insieme al marito nel dicembre 2025 e resta in custodia cautelare; è stata inoltre licenziata. Il processo contro i quattro presunti membri del gruppo dovrebbe iniziare a febbraio. L’ufficio immigrazione ha dichiarato di aver rafforzato i controlli sui flussi di lavoro dopo lo scandalo, per individuare più rapidamente eventuali casi sospetti.

 

Un deputato della CDU del cancelliere Friedrich Merz ha accusato l’ufficio di Colonia di non aver svolto correttamente i propri compiti e ha chiesto una verifica da parte dell’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati. «Stiamo assistendo a una crescente perdita di controllo all’interno di un’agenzia che si considera un’autorità di accoglienza piuttosto che un’autorità per l’immigrazione», ha dichiarato in bundesdeputato Detlef Seif al quotidiano Kölner Stadt-Anzeiger.

 

Nel 2023 un altro dipendente dello stesso ufficio era stato condannato a quattro anni e mezzo di carcere per aver falsificato documenti di rifugiati siriani che chiedevano permessi di soggiorno.

 

Nonostante il calo degli arrivi dopo la crisi migratoria del 2015, la popolazione nata all’estero nell’Unione europea ha raggiunto il record di 64,2 milioni lo scorso anno, con un aumento di 20,2 milioni dal 2010, secondo un rapporto del Centro di ricerca e analisi sulle migrazioni della RFBerlin.

 

La Germania resta il Paese con il maggior numero di immigrati, con 18 milioni di cittadini nati all’estero, pari al 21,2% della popolazione.

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Immagine di Radosław Drożdżewski via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

 


 

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Immigrazione

Velo e disintegrazione

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Una conoscente, che non posso dire essere troppo polarizzata politicamente, mi racconta una sua sensazione.   Tutte le mattine, per portare i figli a scuola nella circolazione sempre più impazzita a causa della demenza degli assessorati al traffico, deve passare per una strada secondaria, che dalla periferia porta verso il centro, arrivando ai margini di un quartiere popolare del dopoguerra creato dagli allievi di Aldo Rossi, architetto celebrato dai soloni e dagli studenti della materia senza sapere bene perché.   Di fatto, i quartieri popolari altro non erano – altro non sono – che ingegneria sociale. Pensati per trasportare masse dalle campagne alle città, o dal Sud al Nord, certo arricchendo gli appaltatori che ronzavano attorno a qualche ras democristiano zonale, essi imponevano nella loro stessa esistenza un’idea fortissima, quella di poter assiepare geometricamente quante più persone possibili, unite solo dal bisogno primario della casa e dalla promessa del risparmio.   Come ha dimostrato incontrovertibilmente l’Unione Sovietica con i suoi satelliti del «socialismo reale», l’ingegneria sociale verticale, quella fatta di cemento autoritario, tende a fallire. I quartieri popolari italiani sono considerati dalla vox populi come esperimenti catastrofici da forse mezzo secolo e più. Potete pensare alla plastica immagine di Scampia, con le vele dove se non fanno da set a Gomorra vengono platealmente abbattute (per far spazio, magari, ad altri esperimenti di ingegneria sociale, come l’università).   Ora il fallimento dell’idea di quartiere popolare sintetico arriva ad un’altra conseguenza, possibilmente ancora più disastrosa – più degradante – di quanto già non fosse. Il fenomeno storico dell’immigrazione massiva ha esacerbato la condizione, creando uno spettacolo spaventoso anche se solo visto in superficie, senza andare a parlare di spaccio, maranza e accoltellamenti. Anche solo osservando i marciapiedi al mattino.   «Ma questo è il mio Paese?» chiede la mia amica, che confessa un pensiero che un po’ mi sorprende: «io mi vergogno, se questa è l’Italia». E poi, la domanda abissale: «ma allora che cosa è l’Italia?»   Molto semplicemente, le strade che deve attraversare, che dal quartierino danno verso la campagna dove vive, al mattino si riempiono di un numero impressionante di donne immigrate. Portano i figli in una scuola lì vicino, che a giudicare dall’affluenza non deve avere molti studenti italiani.   Sono tutte velate. Tutte. Tradiscono origini diverse: ci sono le tante nordafricane, le immancabili bengalesi, le africane nerissime che s’ciabattano con la flemma eterna della specie. Nessuna, si può notare, sorride mai. Non hanno troppa fretta, ma dalle smorfie si capisce che vivono le macchine che passano accanto con fastidio.   E poi, certo: sono tutte tracagnotte. Tutte, indistintamente. Stessa corporatura mini-cicciotta, coperta dai cappottini del mercato e sotto i vestitini tradizionali in parure con l’hijab. Il motivo è ovvio: la donna, per l’islam, non deve cagionare tentazione, non deve farsi bella. Semplifico, ma è così, soprattutto se penso che in tanti anni (dalla sciagura della legge Martelli del 1990 in poi) in cui mi è stata inflitta l’invasione terzomondiale, mai ho visto una bella immigrata musulmana. Pazzesco.   Mai davvero: non ne ricordo una. Anzi, no, non è vero, ce ne sono alcune che, almeno dalle foto dei giornali, sembrano delle belle ragazze davvero: per esempio Sanaa Dafani, la 18enne di origine marocchina sgozzata dal padre in un bosco perché voleva vivere liberamente come le sue coetanee italiane ed era fidanzata con un pordenonese non musulmano di 31 anni. Anche Hina Saleem (2006), Sana Cheema (2018), Saman Abbas (2021) apparivano dalle fotografie come belle ragazze – ragazze normali, dove la bellezza irradia automaticamente dalla giovinezza e dalla femminilità. Tutte uccise: non assomigliavano al modello umano che vediamo ora per strada.   In pratica, le donne immigrate non assomigliano in nulla alle donne italiane. E qui bisogna esplicitare: non vogliono, non è loro permesso anche se volessero, ma non crediamo lo vogliano (e sappiamo cosa succede se si mettono in testa certe idee). Il velo sta a significare questo: il velo islamico è il simbolo della disintegrazione.

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È qui che manca il ragionamento della classe politica ed intellettuale, pagata per essere in ritardo sulla lettura della realtà (cioè, come nel welfare sanitario, salariata perché ritardata): ogni proposito sull’integrazione degli immigrati è da considerarsi morto, ridicolo solo a pensarci.   L’integrazione è rifiutata apertamente, open air, in faccia al contribuente italiano che paga all’immigrato tutto, l’appartamento nel quartiere popolare, l’assistenza medica, l’assistenza legale (sì: i «rifugiati» ne hanno diritto, ad oltranza, voi no), più nei vari casi vestiti, telefonini, scooter elettrici.   Il messaggio delle donne hijabbate alle nostre donne, quello che percepisce la mia amica, è: noi non vogliamo essere come voi, ma siamo qui lo stesso. E quindi, da qui a capire che quello che stanno facendo è sostituirci, quanto ci vuole? Nessuno che abbia la sensibilità umana rimasta intatta, non narcotizzata sino all’overdose dai giornali degli Agnelli e dei De Benedetti, lo può capire, anche solo passando per strada in macchina.   La disintegrazione è ovunque, è agita con una boria spaventosa dagli immigrati, e tollerata in modo indecente dalle autorità – persino l’autorità scolastica.   Nella classe del figlio di un amico, 11 anni appena compiuti, ci sono già bambine velate. Gli 11 anni, va detto, sono da considerare come il limite inferiore per l’età del velo: l’hijab diventa un obbligo islamico a partire dal raggiungimento della pubertà (in arabo bulugh), generalmente quindi tra gli 11-12 e i 14 anni. Potrei pensare che, più che interpretazioni giuridiche di qualche tradizione islamica, le famiglie vogliano, anche qui, dare da subito un segno a tutti i compagni italiani. Un segno di distinzione – noi siamo diversi, mia figlia non vuole essere come voi. Un segno di disintegrazione.   Le autorità della scuola non possono obiettare nulla sul velo alle bambine, certo, e ci mancherebbe nel nostro Regno-Repubblica di origini massoniche. Esse, tuttavia, dovrebbero aver qualcosa da ridire sugli studenti che non parlano italiano, e che continuano tuttavia a frequentare le medesime classi senza, incredibile dictu per chi come me ricorda la scuola di qualche decennio fa, essere mai bocciati.   È il caso del figlio di un altro amico, ragazzo di 12 anni sveglio davvero, la mamma dell’Est Europa. Ha in classe un compagno bengalese, che non parla una parola di italiano, e siamo già alla seconda media. Non è che l’asiatico sia timido: è proprio che non spiccica una parola della lingua del Paese che lo ospita, chissà da quanto, anche perché, mi raccontano, proprio non capisce.   Il figlio dell’amico mi racconta di essersi fatto una domanda semplice-semplice: ma se questo non capisce una parola di italiano, perché mai deve venire a scuola? Senza malizia alcuna, mi dice con logica: passa sei ore a scaldare il banco? Si sta ad ascoltare centinaia di ore di lezione di tutte le materie, senza comprendere nulla? Che senso ha?   Ad un certo punto, morso dal dilemma, beata innocenza, il ragazzino lo chiede all’insegnante di religione (essì), che si adombra e si adira per una domanda del genere, e non poteva essere altrimenti: il datore di lavoro, la diocesi, è gravemente immischiata nel business dell’accoglienza, che dà alla Chiesa italiana tanti danari pubblici (e pure della carne fresca, e non per conversioni, ma questi sono scandali di cui qui non vogliamo parlare).

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Un bambino da solo si rende conto di quanto il sistema sia innaturale ed insostenibile, di quanto l’autorità sia completamente illogica, e stupida, incomprensibile. Di più: il bambino cresce già con l’idea dell’ingiustizia sistemica nei suoi confronti. Lui, infatti, deve studiare, sottoporsi ai riti ciclici delle verifiche e delle interrogazioni, dei rimproveri e delle pagelle. Il bambino immigrato, invece, no: promosso ogni anno senza capire una parola della lingua. Protetto dalla disintegrazione.   Sappiamo che i problemi sono più gravi di questi. La disintegrazione è ciò che ora guida la teppa di ragazzini extraeuropei che stanno distruggendo Parigi, Milano e tante altre città. La disintegrazione portata nel cuore dagli immigrati come un valore irrinunziabile, sancito dallo Stato moderno «laico», si propaga dall’individuo alla società.   Tuttavia, il fenomeno è uno solo, ed è visibile ad occhio nudo, anche senza vetrine spaccate, guardando le moltitudini di donne velate, per strada o nelle scuole medie. Si tratta di un sintomo diverso della stessa malattia. Hijab e Piazza Duomo in fiamme sono segni della medesima sostanza.   È per questo che abbiamo ritenuto ridicolo il decreto legge meloniano che vieta l’uso del velo integrale (burqa e niqab) nelle scuole. I casi di velo integrale immaginiamo siano pochissimi, mentre l’hijab è entrato in ogni classe (altro che Crocifisso). È come se, in ogni aula, si fosse fatta entrare una bandiera, che certo non rappresenta il Paese, lo Stato, e nemmeno, diciamo cos’, la religione concordataria.   È perfino peggio, se ci pensiamo: la donna burqa ti respinge al punto che è impossibile non pensarla come estranea, mentre il velo libero porta tutti (specialmente i ragazzi) a pensare che sia normale. Conosciamo lo stile democristiano: fingi di fare qualcosa di giusto e morale, ma stai facendo l’opposto, e probabilmente pure lo sai, perché tanto quello che desidera il politico è il compromesso per andare avanti per ancora un po’ di stipendi («Meglio tirare a campare che tirare le cuoia», diceva Andreotti, enucleando involontariamente l’esatto opposto di quello che è un eroe, cioè ciò di cui ha bisogno uno Stato)   La Meloni ha voluto fare «qualcosa di destra», come quella volta con la buffonata dell’utero in affitto «reato universale». Cioè non ha fatto nulla: ha solo puntato il dito sul sintomo, senza considerare neanche lontanamente la malattia, e, soprattutto, senza avere neanche la minima idea di come la malattia possa degenerare, e stia degenerando.   Perché sappiamo che per l’immigrato, lo sappia o no, il piano è quello della disintegrazione. Della distruzione dell’Italia e del suo tessuto sociale per come lo ricordiamo – è questo che scandalizza la mia amica, anche senza pensarci a fondo. È questo che già si immagina il dodicenne vedendo la follia e l’ingiustizia dell’immigrazione nelle scuole.   È impossibile pensare che tutto questo non abbia l’avallo del potere, che sta lasciando liberi i maranza nel saccheggio della città di Ambrogio mentre con i no-vax in pandemia erano botte e arresti, vecchietti inclusi.   Lo scopo di un sistema è ciò che fa. La Grande Sostituzione è in atto per volere dei vertici, che magari non si vedono, ma le loro idee sono trapelate fugacemente da opere come quelle del conte Calergi. Vogliono instaurare l’anarco-tirannia, per schiacciare gli europei (cittadini difficili, perché pretendono uno Stato che li protegga, pretendono diritti inalienabili, e di base la dignità umana, eredità del Cristianesimo) e dominarli, se necessario eliminarli tutti.   Vi sostituiranno, vi disintegreranno. Un velo islamico alla volta.   Roberto Dal Bosco

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Immigrazione

Mons. Viganò contro la barbarie orchestrata

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Renovatio 21 pubblica il commento dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò apparso su X a riguardo delle rivolte giovanili in Europa.

 

Le scene di guerriglia urbana che in questi giorni hanno devastato Parigi, Lione, Marsiglia, Limoges e – in Italia – Milano, Torino, Bologna e altre città non possono ridursi a semplici disordini di piazza: sono manifestazioni di violenza e di barbarie che trasformano le strade in campi di battaglia. Saccheggi, incendi di edifici pubblici e di negozi, attacchi alle forze dell’ordine, feriti a centinaia, arresti a migliaia: ciò che viene presentato come protesta contro il carovita è in realtà uno degli strumenti principali della pianificazione scientifica con cui l’élite tecnocratica globalista intende introdurre e alimentare focolai di guerra civile nella popolazione.

 

Il disagio economico è reale, ma viene scientemente esasperato e poi dirottato. Gruppi organizzati — black bloc, nuclei dell’ultra-sinistra, bande di giovani per lo più extra-comunitari che agiscono «senza ordini» secondo il modello francese — trasformano manifestazioni teoricamente pacifiche in caos controllato e fomentato.

 

L’obiettivo è chiaro: creare il pretesto per legittimare nuove forme di repressione, di controllo sociale e di compressione delle libertà residue. In tutto questo non vi è nulla di spontaneo.

 

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Condanno la complicità dei governanti. Essi hanno contribuito a generare le condizioni di impoverimento e di alienazione, e ora si servono del disordine per rafforzare l’apparato repressivo, mentre pronunciano condanne di facciata.

 

Condanno altresì il tradimento della gerarchia della chiesa conciliare-sinodale, totalmente asservita all’élite tecnocratica globalista. Invece di richiamare le anime all’ordine, alla giustizia e alla Verità perenne, essa tace, o peggio acconsente, preferendo il dialogo con i poteri del mondo alla fedeltà al Vangelo e al Magistero di sempre.

 

Quando l’autorità — civile ed ecclesiastica — cessa di trattenere l’errore e ne diventa veicolo, si consuma quella frattura che San Paolo descrive come mysterium iniquitatis (2 Ts 2, 7-8).

 

La divisione è opera del divisore, Satana. Chi alimenta deliberatamente il caos per poi imporvi il proprio ordine non agisce per il bene delle anime, ma per il consolidamento di un potere che ha ripudiato Cristo Re. Finché questa pianificazione non sarà smascherata, ogni pretesto di «rinnovamento» o di «giustizia sociale» resterà al servizio dell’iniquità.

 

Raccogliamoci intorno alla Verità immutabile e alla Tradizione apostolica. Non ratifichiamo l’errore, non consentiamo alla menzogna.

 

«State saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso» (2 Ts 2, 15).

 

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Immagine screenshot da YouTube

 

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