Pensiero
La crudeltà delle nuove leggi razziali
Pubblicato nottetempo in Gazzetta Ufficiale l’ennesimo decreto legge liberticida per fronteggiare un’emergenza fuorilegge: è l’ennesima esplosione di surrealtà logica e giuridica fabbricata per noi, senza tregua, nel premiato laboratorio dell’autocrazia.
Al di là dell’abuso conclamato, ormai canonico, della decretazione d’urgenza abbinata al voto di fiducia – meccanismo eversivo con cui l’esecutivo uno e trino sta imponendo ai sudditi ogni sorta di aberrazione senza alcun filtro parlamentare – è invalsa nell’uso un’altra pratica tanto assurda quanto, evidentemente, proficua: la diffusione di bozze che anticipano testi normativi fantasiosi e futuribili. Così che tutti – pennivendoli, fruttivendoli, blogger, pensatori e passeggiatrici – si possano avventare sulla bozza (tempestivamente tradotta in specchietti colorati, a beneficio degli analfabeti) come cani intorno all’osso, commentarla ciascuno nella propria lingua madre, sì da offrire spunti veraci, come si suol dire «dal basso», al prolifico demiurgo statale: quello che ci vuole un bene dell’anima e che si affanna giorno e notte nelle stanze dei bottoni per la nostra salute e la nostra prosperità.
Il brainstorming diffuso va avanti fino a che, a un certo punto, tastati i polsi e captati gli umori, tac, il nuovo pacco arriva via Gazzetta Ufficiale. Sempre di notte. E, sempre, avendo aggiustato il tiro rispetto alla bozza esplorativa.
In sostanza, il popolo, da sovrano quale sta scritto dovrebbe essere, diventa consulente stabile e gratuito del tiranno in fase legislativa. Consulente contra se, si intende, ché gli spunti che elargisce servono al tiranno a infierire meglio, e di più.
La procedura innovativa di fabbricazione delle norme prevede anche il simpatico effetto collaterale del sovraffollamento di decreti in coda per la (finta) conversione: essi infatti nel frattempo si accavallano, si arruffano, litigano in una babele di disposizioni – espresse, implicite, rinviate, richiamate – che investono la medesima materia del contendere. Tutto sotto il segno dell’incertezza del diritto, altro principio guida fondamentale dell’ordinamento invertito.
Sono tante le belle trovate sfacciatamente incostituzionali del regime diversamente democratico che plasma le nostre vite e ne decide le sorti: acrobazie mai viste prima, miserabili, sadiche e a loro modo geniali, perfettamente inscritte nel nuovo libro liturgico (ai riti non si rinunzia) del manicomio a cielo aperto che porta il nome ITALIA come ragione sociale, batte moneta aliena e sventola abusivamente bandiera tricolore. La stessa, magica, terra, i cui siti più incantevoli sono già offerti in saldo stagionale ai magnati filantropi produttori e promotori di veleni. Ciò che si dice, un circolo virtuoso.
Vogliono prenderseli tutti, i nostri figli, e sfilare loro la vita dalle mani, per sostituirla, in cambio di un marchio a scadenza, con una sua imitazione, più che sbiadita, oscenamente snaturata
Ma, più di ogni altro sopruso in atto, a svelare il volto perverso dello strapotere al potere è la violenza con la quale il manipolo di pupazzi deformi, dotati di scettro finto e di manganelli veri, si avventa sui bambini e sui ragazzi, manifestando il senso di un programma che va ben oltre la criminalità.
O meglio, opera su di un piano altro, impermeabile alle categorie del diritto plasmate ad uso umano nel tempo ormai lontano della civiltà: quelle categorie destinate cioè, per loro natura, a creature fatte di carne e di sangue, di spirito e di ragione, vocate alla vita, alla convivenza sociale e all’edificazione personale e collettiva.
La logica intrinseca, la ragionevolezza che per definizione innerva le maglie della Legge non appartiene più alle leggi divenute grida demenziali e disarticolate, vomitate a fiotti nel circo dei bravi, dei nani e delle ballerine.
Vogliono prenderseli tutti, i nostri figli, e sfilare loro la vita dalle mani, per sostituirla, in cambio di un marchio a scadenza, con una sua imitazione, più che sbiadita, oscenamente snaturata.
Vogliono espugnare di questi figli l’anima e il corpo e farne automi invertebrati che si muovono in banchi, pilotabili a distanza con le leve di un telecomando truccato
Vogliono espugnare di questi figli l’anima e il corpo e farne automi invertebrati che si muovono in banchi, pilotabili a distanza con le leve di un telecomando truccato. Cavie, prede, giocattolini da testare, manipolare, smontare, programmare, aggiornare, hackerare, alla fine da rompere e buttare via, nell’orgia tecnologica che punta a travolgere ogni residuo di umanità per venerare solo l’artifizio e la morte.
Nessuno, insomma, deve sfuggire alla morsa della follia scandita giorno dopo giorno a suon di sproloqui d’urgenza, emessi sempre col favore del buio e anche nei giorni delle feste più belle. Soprattutto nei giorni delle feste più belle: alla vigilia del Natale, dell’Anno Nuovo, dell’Epifania di Gesù bambino. Un compiacimento blasfemo accompagna le sortite degli orchi – mai sottovalutare i simboli e il loro uso beffardo.
Gli orchi in outfit formale alternano forza bruta e ricatti infami per guadagnarsi la condiscendenza delle vittime; ottengono dalle vittime un’obbedienza artificiale e in buona parte inconsapevole che, come effetto avverso diffuso, genera malattia, alienazione, lacerazione e dolore. Tanto dolore. Negli individui, nelle famiglie, nelle comunità di intenti e di valori.
Retate periodiche assicurano al vivaio nuovi rifornimenti di carne fresca. Da tempo funziona, a mo’ di basso continuo, l’intimidazione psicologica, indefessa e incombente.
È dall’inizio dell’anno che nelle scuole di ogni ordine e grado si promuove la separazione tra i buoni e i cattivi – civili e incivili – secondo il criterio unico sanitario che ha soppiantato tutti gli altri, con buona pace delle norme europee sulla riservatezza dei dati personali con cui ci hanno fatto per anni una testa così. E con buona pace, anche, dei ritornelli beoti sull’inclusione e sull’accoglienza, e dei giochi di prestigio sul bello dell’uguaglianza in alternanza al bello delle diversità.
L’apartheid è sdoganata, anzi incentivata, dalla pletora di protocolli ministeriali che delle fonti pregresse, sopraordinate, possono farsi un baffo, prevedendo impunemente discipline differenziate per gli scolari marchiati (da premiare) e quelli non marchiati (da punire)
L’apartheid è sdoganata, anzi incentivata, dalla pletora di protocolli ministeriali che delle fonti pregresse, sopraordinate, possono farsi un baffo, prevedendo impunemente discipline differenziate per gli scolari marchiati (da premiare) e quelli non marchiati (da punire).
I presupposti su cui si fonda la disparità di trattamento tra i due gruppi sono del tutto pretestuosi, arbitrari, ridicoli: l’obiettivo è semplicemente quello di esporre i reietti alla gogna, al fine di scavarne sempre più a fondo la segregazione. Proprio come si conviene a un ambiente che si dice educativo, avvezzo a celebrare compulsivamente giornate delle memorie, per non dimenticare.
Ma al Moloch famelico il bottino non basta mai.
Vuole rastrellare i superstiti disobbedienti e così colpisce i trasporti (treni, autobus, corriere), lo sport (campi da gioco, impianti, società sportive, competizioni), la musica (conservatori, scuole di musica, concerti), la cultura (atenei, musei, biblioteche, teatri), lo svago (cinema, locali, luoghi di ritrovo), i viaggi. Nulla deve essere più accessibile ai giovani privi del sigillo di Stato, condannati senza processo alla morte civile.
La crudeltà sottesa alle nuove leggi razziali, infatti, va ben oltre l’esclusione fisica dagli spazi inaccessibili: investe le amicizie di una vita, le compagnie e gli amori, i sacrifici fatti in anni di studio o di allenamento per vincere o per migliorare se stessi; costringe a dover scegliere tra il cedere il proprio corpo alla sperimentazione ripetuta, per un tempo indefinito e con un rischio che sicuramente sovrasta il beneficio, e il proseguire sulla rotta tracciata, e preservare quelle amicizie, quegli amori e quelle compagnie, sopravvivere nonostante tutto in una società che si sa essere malata terminale.
La crudeltà sottesa alle nuove leggi razziali, infatti, va ben oltre l’esclusione fisica dagli spazi inaccessibili: investe le amicizie di una vita, le compagnie e gli amori, i sacrifici fatti in anni di studio o di allenamento per vincere o per migliorare se stessi; costringe a dover scegliere tra il cedere il proprio corpo alla sperimentazione ripetuta,e il proseguire sulla rotta tracciata
Il supremo garante della Costituzione, intanto, si appresta a consegnare al suo successore un Paese che dice «unito». Unito forse, questo sì, nell’obbedienza, più o meno cieca più o meno sofferta, a un sistema mostruoso.
Nella realtà, egli consegna un Paese ferito e piagato, ma non ancora sconfitto. I santi e gli eroi che nutrono per osmosi l’Italia migliore infonderanno all’Italia migliore la forza di resistere al male. Con l’onore e l’orgoglio che si addice a chi, libero in virtù della vera libertà, non intende controfirmare la menzogna.
Sia benedetto il popolo che, custode del seme della vita, terrà in vita l’uomo fatto a immagine somiglianza di Dio, aggrappandosi tenacemente al legno della Sua Croce.
Elisabetta Frezza
Articolo previamente apparso su Ricognizioni
Immagine di vixklen via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)
Pensiero
Maldini, povera Italia
Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.
Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.
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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.
Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.
Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.
Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).
Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.
È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.
Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.
«Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.
«Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».
«Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».
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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».
«Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».
Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».
C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.
Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.
Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».
«È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».
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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.
L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».
«Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».
Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.
Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.
Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.
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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.
Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.
Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.
Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.
Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.
Francesco Rondolini
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Geopolitica
Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21
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Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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