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Sorveglianza digitale: il vero motivo dietro la spinta a vaccinare i bambini

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

 

«Il vero scopo dietro la storica e senza precedenti spinta a vaccinare i giovanissimi anche contro malattie come il COVID, che non rappresentano una minaccia per loro, è quello di introdurre l’attuale generazione di bambini nel fiorente sistema di identità digitale globale».

 

 

 

Il COVID-19 potrebbe aver colto di sorpresa gran parte del pianeta tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, ma gran parte delle basi per la tecnologia ora ampiamente utilizzata come «risposta» alla pandemia è stata concettualizzata e sviluppata anni prima.

 

Negli Stati Uniti e in tutto il mondo, c’è stata recentemente una forte spinta per implementare una varietà di regimi di «passaporto vaccinale», molti dei quali basati su tecnologie digitali come le applicazioni mobili per registrare – almeno finora – il proprio registro di vaccinazione COVID -19.

 

Gran parte delle basi per la tecnologia ora ampiamente utilizzata come «risposta» alla pandemia è stata concettualizzata e sviluppata anni prima

Questi «strumenti» vengono presentati da funzionari pubblici e sezioni significative dei media nelle ultime settimane e mesi come qualcosa di ineluttabile, una progressione tecnologica naturale come respirare.

 

Si presentano anche come «nuova» risposta a una crisi senza precedenti.

 

Queste applicazioni tecnologiche sono propagandate come un mezzo per mantenere aperte le attività commerciali e garantire la «tranquillità» per le persone ancora diffidenti a entrare negli spazi pubblici.

 

Ma quanto è nuova questa «nuova» tecnologia? E l’uso della tecnologia sarà limitato alle vaccinazioni COVID o alla «salute»?

 

 

«Alleanze» internazionali a sostegno della fusione di «Big Tech» e «Big Health»

Era l’inizio del decennio precedente, gennaio 2010, quando Bill Gates, tramite la Bill & Melinda Gates Foundation, dichiarò: «[dobbiamo] far sì che questo sia il decennio dei vaccini», aggiungendo che «l’innovazione consentirà di salvare tanti bambini come mai prima d’ora».

 

Nel lanciare questo cosiddetto «Decennio dei vaccini», la Fondazione Gates ha promesso un finanziamento di 10 miliardi di dollari. Ma Gates non era l’unico attore dietro questa iniziativa.

 

Ad esempio, il programma «Decennio dei vaccini» ha utilizzato un modello proveniente dalla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health per prevedere il potenziale impatto dei vaccini sulle morti infantili nel decennio a venire.

 

L’annuncio dell’iniziativa «Decennio dei vaccini» è stato dato all’incontro di quell’anno del World Economic Forum (WEF)

E l’annuncio dell’iniziativa «Decennio dei vaccini» è stato dato all’incontro di quell’anno del World Economic Forum (WEF).

 

Questi stessi attori – la Bill & Melinda Gates Foundation, la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health e il WEF – hanno organizzato l’ormai famigerata simulazione della pandemia Event 201, nell’ottobre 2019, poco prima che il COVID entrasse nelle nostre vite.

 

Inoltre, nel 2010 è stato annunciato un «Piano d’azione globale sui vaccini» come parte di questa iniziativa. Si trattava di una collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), l’UNICEF e l’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive (NIAID), con il dott. Anthony Fauci nel consiglio direttivo.

 

Come ha dichiarato la Fondazione Gates all’epoca:

 

«Il Global Vaccine Action Plan consentirà un maggiore coordinamento tra tutti i gruppi di parti interessate – governi nazionali, organizzazioni multilaterali, società civile, settore privato e organizzazioni filantropiche – e identificherà politiche, risorse e altri divari critici che devono essere affrontati per realizzare la vita- potenziale di risparmio dei vaccini».

 

Il comitato direttivo per il «Piano d’azione globale sui vaccini» includeva un membro della GAVI Alliance. In particolare, l’annuncio iniziale del «Decennio dei vaccini» è stato fatto alla presenza di Julian Lob-Levyt, allora CEO di GAVI Alliance.

 

Cosa, o chi, è GAVI Alliance? Conosciuta anche come l’«Alleanza Vaccinale»», conduce una missione per «salvare vite e proteggere la salute delle persone» e afferma di «aiutare a vaccinare quasi la metà dei bambini del mondo contro malattie infettive mortali e debilitanti».

 

GAVI continua descrivendo la sua partnership principale con varie organizzazioni internazionali, inclusi nomi ormai familiari: l’OMS, l’UNICEF, la Fondazione Bill & Melinda Gates e la Banca Mondiale. (Lungi dall’aiutare i poveri del mondo, la Banca Mondiale è stata definita da un ex membro, John Perkins, come un’organizzazione che usa «sicari economici» per soggiogare paesi finanziariamente in difficoltà).

 

Nel 2018, GAVI, attraverso la sua iniziativa INFUSE (Innovation for Uupdate, Scale and Equity in Immunization), ha proposto i seguenti «spunti di riflessione»:

 

«Immaginate un futuro in cui tutti i bambini abbiano accesso a vaccini salvavita, indipendentemente da dove vivono, un futuro in cui i genitori e gli operatori sanitari assicurino la loro vaccinazione tempestiva, un futuro in cui abbiano il proprio libretto sanitario archiviato digitalmente che non può essere perso o rubato, un futuro in cui, indipendentemente dal genere, dalla posizione economica o sociale, questo record consente a ciascun bambino (e ai genitori) di avere accesso a un conto bancario, andare a scuola, accedere ai servizi e, infine, costruire una vita prospera».

 

«Con gli ultimi progressi nelle tecnologie digitali che mettono a disposizione sistemi più efficaci di registrare, identificare le nascite e rilasciare prove di identità e autenticazione per l’accesso ai servizi, siamo sul punto di costruire un futuro più sano e prospero per i bambini vulnerabili del mondo» GAVI, progetto INFUSE

«Questo futuro è possibile oggi. Con gli ultimi progressi nelle tecnologie digitali che mettono a disposizione sistemi più efficaci di registrare, identificare le nascite e rilasciare prove di identità e autenticazione per l’accesso ai servizi, siamo sul punto di costruire un futuro più sano e prospero per i bambini vulnerabili del mondo».

 

Questo si realizzerebbe, secondo GAVI, attraverso l’iniziativa INFUSE, in particolare «richiedendo innovazioni che sfruttino le nuove tecnologie per modernizzare il processo di identificazione e registrazione dei bambini che hanno più necessità di vaccini salvavita».

 

Come scrive il giornalista investigativo Leo Hohmann:

 

«Non lasciatevi confondere dal “costruire un futuro più sano e più prospero”. È solo una facciata. Si tratta di raccolta dati e non ha nulla a che fare con la salute».

 

«Il vero scopo dietro la storica e senza precedenti spinta a vaccinare i giovanissimi anche contro malattie come il COVID, che non rappresentano una minaccia per loro, è quello di inserire l’attuale generazione di bambini nel fiorente sistema di identità digitale globale».

 

La stessa GAVI ha confermato la dichiarazione di cui sopra, poiché ha descritto i potenziali usi di queste «nuove tecnologie» che vanno oltre il rilascio di una «tessera sanitaria digitale per bambini» verso l’«accesso ad altri servizi», compresi i «servizi finanziari» nel senso più ampio del termine.

 

«Il vero scopo dietro la storica e senza precedenti spinta a vaccinare i giovanissimi anche contro malattie come il COVID, che non rappresentano una minaccia per loro, è quello di inserire l’attuale generazione di bambini nel fiorente sistema di identità digitale globale»

Le limitazioni all’«accesso» a tali «altri servizi» sono già evidenti nelle giurisdizioni in cui i passaporti COVID limitano l’accesso ad aziende, banche e altri spazi privati per i non vaccinati

 

La GAVI Alliance collabora strettamente anche con l’Alleanza ID2020, fondata nel 2016, che dichiara di sostenere «approcci etici e di protezione della privacy all’ID digitale», aggiungendo che «elaborare correttamente l’ID digitale significa proteggere le libertà civili».

 

Non sorprende che non vengano forniti chiarimenti in merito alla potenziale perdita delle libertà civili per gli individui che scelgono, per qualsiasi motivo, di non essere vaccinati e che sono quindi esclusi da ampie fasce della società nelle aree in cui sono stati implementati e imposti i passaporti COVID.

 

Tale retorica da parte di ID2020 ricorda le dichiarazioni pubbliche rilasciate dall’Unione Europea (UE) mentre si preparava a lanciare il suo cosiddetto «Green Pass» all’inizio di quest’anno.

 

Funzionari dell’UE, come il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen – che ha recentemente chiesto una «discussione» sulle vaccinazioni obbligatorie nell’UE – hanno fatto di tutto per sottolineare che la privacy delle persone sarebbe stata protetta.

 

In un modo che alcuni potrebbero considerare fuori tono, hanno ulteriormente sottolineato che un tale pass digitale consentirebbe alle persone di «muoversi in sicurezza» per «lavoro o turismo», come se la libera circolazione fosse un nuovo concetto che solo un pass digitale potrebbe rendere possibile.

 

Ancora una volta, le restrizioni sui non vaccinati, comprese quelle relative a «lavoro o turismo», erano del tutto assenti dalla retorica pubblica che circondava questa nuova misura.

 

Evidenziando le opportunità che la collaborazione GAVI-ID2020 potrebbe aprire, il bando INFUSE per l’innovazione afferma:

 

«Secondo l’Alleanza ID2020 – una partnership pubblico-privata che include GAVI – l’uso delle tessere sanitarie digitali per i bambini potrebbe migliorare direttamente i tassi di copertura garantendo una registrazione verificabile e accurata e spingendo i genitori a portare i propri figli per la dose successiva.

 

«Dal punto di vista dei genitori, i documenti digitali possono essere pratici per tenere traccia dei vaccini di un bambino ed eliminare scartoffie inutili».

 

«E man mano che i bambini crescono, la loro tessera sanitaria digitale può essere utilizzata per accedere a servizi secondari, come la scuola primaria, o facilitare il processo di ottenimento di credenziali alternative. In effetti, la tessera sanitaria digitale potrebbe, a seconda delle esigenze e della disponibilità del Paese, diventare potenzialmente il primo passo per stabilire un’identità legale ampiamente riconosciuta»

«E man mano che i bambini crescono, la loro tessera sanitaria digitale può essere utilizzata per accedere a servizi secondari, come la scuola primaria, o facilitare il processo di ottenimento di credenziali alternative. In effetti, la tessera sanitaria digitale potrebbe, a seconda delle esigenze e della disponibilità del Paese, diventare potenzialmente il primo passo per stabilire un’identità legale ampiamente riconosciuta».

 

Tutte queste proposte e iniziative sembrano, a loro volta, essere strettamente allineate con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, e in particolare con l’obiettivo 16.9, che prevede la fornitura di un’identità giuridica digitale per tutti, compresi i neonati, entro il 2030.

 

A tal fine, nel 2018 le Nazioni Unite hanno istituito la task force dell’agenda sull’identità giuridica delle Nazioni Unite. Nel maggio 2021, questa task force, insieme al Programma di sviluppo delle Nazioni Unite e a una varietà di attori del settore privato, ha organizzato sessioni della tavola rotonda «Future of Technology and Institutional Governance in Identity Management».

 

Il rapporto ONU: espansione dei partenariati pubblico-privato per l’ulteriore sviluppo e attuazione dei regimi di identificazione digitale in tutto il mondo, incluso il Sud del mondo.

Il rapporto finale di queste sessioni indica, tra le altre cose, il desiderio delle parti interessate per l’espansione dei partenariati pubblico-privato per l’ulteriore sviluppo e attuazione dei regimi di identificazione digitale in tutto il mondo, incluso il Sud del mondo.

 

Una delle parti interessate presenti, la Secure Identity Alliance, senza scopo di lucro, ribadisce il suo sostegno «per fornire un’identità legale e affidabile per tutti e guidare lo sviluppo di servizi digitali inclusivi necessari per la crescita e prosperità economica sostenibile e mondiale».

 

Un documento pubblicato a luglio dalla Security Identity Alliance parla di «rendere i certificati sanitari una realtà attuabile».

 

Uno dei cinque principi che il documento propone per tali passaporti sanitari è che sono «a prova di futuro», offrendo «funzionalità multiuso» al fine di «assicurare un valore continuo oltre l’attuale crisi».

 

La Secure Identity Alliance annovera tra i suoi osservatori autorità governative di paesi come Germania, Paesi Bassi, Estonia, Slovenia, Emirati Arabi Uniti, Nigeria e Guinea.

 

Inoltre, uno dei fondatori e attuali membri del consiglio è il Thales Group, una società privata coinvolta nell’aerospazio, nella difesa e nella sicurezza, in breve, appaltatore della Difesa.

 

I documenti disponibili in questo Digital ID Wallet vanno oltre le «credenziali sanitarie» e includono carte d’identità nazionali, patenti di guida e qualsiasi altro documento ufficiale

Sul suo sito web, il Thales Group promuove con orgoglio la sua «Tessera sanitaria intelligente» e la tecnologia Digital ID Wallet. Tra un linguaggio utopico che afferma «siamo pronti per il cambiamento» e «mettere sotto controllo i cittadini», il Digital ID Wallet promette al pubblico la possibilità di «accedere ai diritti e ai servizi a cui abbiamo diritto».

 

In effetti, i documenti disponibili in questo Digital ID Wallet vanno oltre le «credenziali sanitarie» e includono carte d’identità nazionali, patenti di guida e qualsiasi altro documento ufficiale.

 

Numerosi Paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti, si trovano attualmente in diverse fasi di implementazione proprio di questo tipo di «portafoglio digitale».

 

 

Fare un passo (o più) avanti con i «passaporti sanitari»: i regimi dei portafogli digitali prendono forma

Il 30 novembre la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato l’HR 550, l’Immunization Infrastructure Modernization Act del 2021.

 

Se approvata dal Congresso, questa legge fornirebbe finanziamenti per 400 milioni di dollari allo scopo di espandere i sistemi di tracciamento dei vaccini a livello statale e locale, consentendo ai funzionari sanitari statali di monitorare lo stato di vaccinazione dei cittadini americani e di fornire queste informazioni al governo federale.

 

I passaporti vaccinali e le liste nere per i non vaccinati – un concetto per il quale Fauci ha espresso il suo sostegno – potrebbero essere creati secondo la legge.

 

Il disegno di legge, presentato dalla deputata Annie Kuster (NH-02), è passato alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti con 294 voti, tutti i democratici e 80 repubblicani. Ora è all’esame del Senato, dove è al vaglio della commissione per la salute, l’istruzione, il lavoro e le pensioni.

 

Da quando è stato approvato dalla Camera, il disegno di legge ha riscosso una discreta attenzione: altri recenti sviluppi dell’identificazione digitale negli Stati Uniti, tuttavia, sembrano essere rimasti relativamente sotto il radar.

 

Apple ha annunciato una partnership con otto Stati – Arizona, Connecticut, Georgia, Iowa, Kentucky, Maryland, Oklahoma e Utah – per rendere disponibili le patenti di guida dei rispettivi stati in formato digitale tramite la piattaforma Apple Wallet

A settembre, ad esempio, Apple ha annunciato una partnership con otto Stati – Arizona, Connecticut, Georgia, Iowa, Kentucky, Maryland, Oklahoma e Utah – per rendere disponibili le patenti di guida dei rispettivi stati in formato digitale tramite la piattaforma Apple Wallet.

 

Nel frattempo, altri Stati, tra cui New York (tramite il suo «Excelsior Pass») e il Connecticut, hanno introdotto il proprio certificato di vaccinazione COVID digitale.

 

In modo simile a quello con cui l’UE ha promosso i passaporti vaccinali, queste iniziative a livello statale negli Stati Uniti sono propagandate come un mezzo per riaprire «in sicurezza» l’economia e incoraggiare i viaggi e gli spostamenti.

 

In effetti, New York è arrivata al punto da rendere disponibile un «progetto» della sua piattaforma di pass per i vaccini, «come guida per assistere altri stati, territori ed entità nell’espansione dei sistemi di credenziali del vaccino COVID-19 compatibili per far progredire gli sforzi di sviluppo economico a livello nazionale».

 

Guardando all’UE, una delle priorità del blocco nell’ambito del suo piano quinquennale 2019-2024 è creare una «identità digitale per tutti i cittadini europei». Vale a dire, ogni cittadino e residente dell’UE avrebbe accesso a un «portafoglio digitale personale» nell’ambito di questa iniziativa.

 

Questo «portafoglio digitale personale» potrebbe includere documenti come carte d’identità nazionali, certificati di nascita, certificati medici e patenti di guida.

 

L’UE ha successivamente presentato i suoi piani per il «Decennio digitale europeo», in cui sotto il «Digital Compass» dell’UE, il 100% dei servizi pubblici chiave sarà disponibile in formato digitale, con un obiettivo di utilizzo dei documenti di identificazione digitale dell’80%.

 

Già diversi Stati membri dell’UE stanno entrando in azione.

 

La Germania, che dispone di carte d’identità nazionali elettroniche (tramite chip biometrici) dal 2010, ha introdotto le versioni digitali di queste carte d’identità lo scorso autunno, tramite l’AusweisApp2. Nella stessa app sono disponibili digitalmente le patenti di guida tedesche.

 

Germania e Spagna hanno recentemente firmato un accordo per avviare un programma transfrontaliero per l’identificazione digitale

Inoltre, Germania e Spagna hanno recentemente firmato un accordo per avviare un programma transfrontaliero per l’identificazione digitale, che comporterebbe il riconoscimento reciproco dei rispettivi documenti digitali ufficiali

 

Anche la Francia ha recentemente annunciato l’ intenzione di integrare la propria carta d’identità nazionale con gli smartphone.

 

La Grecia ha ricevuto elogi dalla stampa globale quando ha introdotto strumenti digitali particolarmente draconiani durante i due lockdown per il COVID, come una piattaforma SMS del governo a cui i residenti avrebbero dovuto inviare un messaggio di testo per poter circolare in pubblico per una serie limitata di «ragioni».

 

Più di recente, la Grecia ha annunciato l’imminente creazione di un portafoglio digitale che conterrà documenti come la carta d’identità nazionale, la patente di guida e la documentazione sanitaria.

 

L’Estonia, considerata leader mondiale nell’introduzione dell’e-governance digitale e che dispone di carte d’identità digitali dal 2002, sta preparando il proprio sistema di portafoglio digitale mentre esprime sostegno al «Digital Compass» dell’UE.

 

La Grecia ha annunciato l’imminente creazione di un portafoglio digitale che conterrà documenti come la carta d’identità nazionale, la patente di guida e la documentazione sanitaria

Al di fuori dell’Europa, anche molti altri paesi hanno ampliato i loro regimi di identificazione digitale in vari modi.

 

In Australia, ad esempio, stati come il New South Wales, il South Australia e il Queensland hanno introdotto o testato le patenti di guida digitali.

 

È in India, tuttavia, che tali documenti digitali sembrano aver generato finora il maggior grado di controversia.

 

La Ayushman Bharat Digital Mission è stata annunciata nel 2020 e lanciata come programma pilota in sei regioni dell’India nel 2021. È un’app che fornisce un ID sanitario digitale univoco a ciascun cittadino ed è collegata alla sua cartella sanitaria personale.

 

In Australia, ad esempio, stati come il New South Wales, il South Australia e il Queensland hanno introdotto o testato le patenti di guida digitali

La sua istituzione segue le orme dello sviluppo di Aadhaar, il sistema di carte d’identità digitale nazionale dell’India.

 

Aadhaar ha generato polemiche sui piani del governo di collegarlo al database nazionale degli elettori, mentre è stato anche bersaglio di hacker.

 

 

Le domande sorgono man mano che vengono lanciate più piattaforme digitali per «scopi ufficiali»

Il lancio delle piattaforme digitali solleva interrogativi sulla sicurezza dei dati delle persone su queste piattaforme digitali, nonostante le rassicurazioni del governo in merito alla privacy.

 

Inoltre, non è chiaro per quanto tempo i «passaporti COVID», in formato digitale o cartaceo, rimarranno in vigore o se i governi intendano rendere permanente tale regime.

 

In un recente articolo su The Atlantic, «Perché non stiamo nemmeno parlando di allentare le restrizioni COVID?» ci si chiede perché gli obblighi dei passaporti vaccinali negli Stati Uniti non abbiano una data di scadenza.

 

La gamma di modi in cui i portafogli digitali possono essere potenzialmente utilizzati è sbalorditiva, incluso, ad esempio, il tracciamento delle «quote di carbonio personali»

In effetti, se la proclamazione della Secure Identity Alliance sulla necessità «a prova di futuro» di tali documenti digitali è un’indicazione, potrebbe essere il caso che i governi non abbiano intenzione di eliminare i passaporti vaccinali.

 

Anche se tali usi specifici dei «passaporti» digitali alla fine scompariranno, la gamma di modi in cui i portafogli digitali possono essere potenzialmente utilizzati è sbalorditiva, incluso, ad esempio, il tracciamento delle «quote di carbonio personali», come riportato in precedenza da The Defender.

 

 

Michael Nevradakis, Ph.D.

 

 

Traduzione di Alessandra Buoni

 

© 15 dicembre 2021, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

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Il Canada propone il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni

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Il governo canadese ha avanzato una proposta di legge che proibirebbe l’accesso ai social media per i ragazzi sotto i 16 anni, prevedendo possibili deroghe per le piattaforme in grado di dimostrare l’adozione di «adeguate misure di sicurezza».

 

Mercoledì, Ottawa ha reso nota tramite un comunicato stampa questa iniziativa normativa, denominata Safe Social Media Act (Legge sulla sicurezza dei social media).

 

Una volta approvata, la norma costringerebbe i gestori delle piattaforme social a introdurre sistemi di verifica dell’età e a limitare l’esposizione dei minori a contenuti pericolosi, tra cui lo sfruttamento sessuale dei minori, immagini intime non consensuali, incitamento all’autolesionismo, bullismo, incitamento all’odio, violenza e materiale terroristico o estremista.

 

Il provvedimento regolamenterebbe altresì i chatbot basati sull’IA, obbligandoli a «mitigare il rischio» di esiti nocivi, e imporrebbe alle piattaforme un sistema più efficace di segnalazione nelle situazioni di crisi, per esempio quando gli utenti manifestano l’intenzione di fare del male a se stessi o ad altri.

 

Verrà inoltre creato un nuovo ente di regolamentazione della sicurezza digitale incaricato di vigilare sull’applicazione e sul rispetto delle regole.

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«Abbiamo visto le gravissime conseguenze che i danni online possono avere. Con l’evoluzione delle tecnologie, dobbiamo garantire che le nostre leggi si adeguino, perché i genitori non possono affrontare queste sfide da soli», ha dichiarato il ministro della Cultura canadese Marc Miller nel comunicato stampa del governo.

 

La proposta giunge in un contesto di crescente impegno internazionale per disciplinare l’attività online dei minori.

 

Alla fine dello scorso anno, l’Australia è diventata il primo Paese a vietare ai minori di 16 anni l’accesso alle principali piattaforme di social media, tra cui Facebook, Instagram, TikTok e YouTube. Brasile e Indonesia hanno introdotto limitazioni analoghe a maggio.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Francia ha avviato un iter legislativo per proibire l’uso dei social media ai minori di 15 anni, benché la misura non abbia ancora completato il percorso parlamentare. Anche altri Stati, tra cui Regno Unito, Austria e Danimarca, stanno elaborando restrizioni simili.

 

Negli ultimi mesi, i giganti dei social media come Meta Platforms, TikTok e YouTube sono stati al centro di critiche sempre più aspre, anche in seguito a una rilevante causa per responsabilità da prodotto intentata a Los Angeles, basata sull’accusa di aver progettato intenzionalmente le proprie piattaforme per generare dipendenza nei bambini.

 

Nei documenti depositati in tribunale si sostiene inoltre che Facebook non abbia sorvegliato in modo adeguato gli account coinvolti nello sfruttamento sessuale e nel traffico di minori, con alcuni contenuti illeciti che sarebbero rimasti online nonostante fossero state segnalate 16 violazioni.

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I bambini che libereranno Faccetta nera

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Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.   In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.  

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  Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)   E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».   Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.   Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.   Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…   Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.

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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.   La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.   Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.   Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.   Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.   Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?   E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?   In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.   Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.   In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.

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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…   Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?   Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.   Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.   Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.   Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.

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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.     Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.   Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».     Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme. C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?   Roberto Dal Bosco

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Epidemie

Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID

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Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.

 

La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.

 

Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.

 

I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.

 

«Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.

 

«Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».

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La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.

 

Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».

 

Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».

 

I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.

 

«I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.

 

«Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».

 

Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.

 

La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.

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