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Geopolitica

L’Impero americano post-11 Settembre sorveglia, saccheggia, uccide

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.

 

 

 

Continuiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sous nos yeux. In questo episodio l’autore espone le trasformazioni dell’impero americano, esito dell’11 Settembre: all’interno, la creazione di un sistema di sorveglianza della popolazione civile, all’estero, l’avvio della guerra senza fine nel Grande Medio Oriente. Meyssan riesamina anche l’influenza postuma del filosofo Leo Strauss, che ha aiutato le classi dirigenti USA e israeliana a tacitare gli scrupoli che l’attuazione di un simile programma avrebbe potuto suscitare.

 

 

La strategia di Washington

Torniamo alla nostra storia. Nel 2001 Washington finì per sviluppare la convinzione di un’imminente penuria di fonti energetiche.

 

Il gruppo di lavoro presieduto da Dick Cheney, che gestiva lo sviluppo della politica energetica nazionale (NEPD), aveva ascoltato tutti i responsabili pubblici e privati delle forniture di idrocarburi. Dopo aver incontrato l’allora segretario generale di questa organizzazione – che il Washington Post descriveva come «società segreta» (1) –, rimasi colpito dalla sua determinazione e dai piani progettuali per affrontare tale scarsità. Così, non conoscendo i dettagli della questione, adottai tale visione alquanto maltusiana.

 

In ogni caso, la conclusione di Washington si risolse nella necessità di acquisire al più presto le riserve conosciute di idrocarburi per garantire il mantenimento e il funzionamento della propria economia.

 

Questa politica sarà abbandonata quando l’élite degli Stati Uniti si renderà conto della possibilità di sfruttare forme di petrolio diverse rispetto al greggio saudita, ovvero il petrolio del Texas o del Mare del Nord.

 

Sulla base degli obiettivi inglesi e israeliani, intende rimodellare la regione, ossia sconvolgere i confini ereditati degli imperi europei, rimuovere i grandi Stati in grado di resistere e creare staterelli etnicamente omogenei.

Assumendo il controllo della Pemex (2), gli Stati Uniti s’impadroniranno delle riserve del Golfo del Messico e proclameranno la propria indipendenza energetica nascondendo l’operazione con la promozione del petrolio e del gas di scisto. Oggi, contrariamente alle previsioni di Dick Cheney, la disponibilità di petrolio non è mai stata tanto elevata e a buon mercato.

 

Per controllare il «Grande Medio Oriente», il Pentagono esige flessibilità e la possibilità di differenziare il suo obiettivo strategico dai desiderata delle compagnie petrolifere.

 

Sulla base degli obiettivi inglesi e israeliani, intende rimodellare la regione, ossia sconvolgere i confini ereditati degli imperi europei, rimuovere i grandi Stati in grado di resistere e creare staterelli etnicamente omogenei.

 

Oltre a essere evidentemente un progetto di dominio, il piano tratta l’intera regione senza riguardo alcuno per le condizioni locali. Se talvolta le popolazioni sono distinte geograficamente, altre volte sono assolutamente interconnesse, rendendone illusoria la separazione se non tramite grandi massacri.

 

 

In realtà, il gruppo che ha organizzato gli attentati dell’11 settembre − di cui faceva parte anche Dick Cheney − ne era consapevole e vi aveva riflettuto ben prima di quella data. Questa la ragione di una vasta riforma delle forze armate, conforme al modello dell’ammiraglio Arthur Cebrowski, che aveva già trasformato le pratiche militari USA, adattandole ai nuovi strumenti informatici (3).

 

L’ammiraglio aveva anche elaborato una strategia per distruggere gli Stati, in quanto organizzazioni politiche, così da permettere alle grandi società informatiche di rimpiazzarle nel governo del mondo globalizzato (4). All’indomani dell’11 Settembre, la rivista dell’esercito, Parameters (5), ha illustrato il progetto di rimodellamento del Grande Medio Oriente, precisando trattarsi di un piano particolarmente sanguinoso e feroce. La rivista precisava anche che sarebbero stati necessari crimini contro l’umanità, che però avrebbero potuto essere subappaltati. Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld metterà a disposizione di Cebrowski un ufficio al Pentagono.

 

L’ammiraglio aveva anche elaborato una strategia per distruggere gli Stati, in quanto organizzazioni politiche, così da permettere alle grandi società informatiche di rimpiazzarle nel governo del mondo globalizzato

L’11 Settembre quindi non sarà soltanto un mezzo per far adottare d’urgenza una legge emergenziale contro il terrorismo, l’Usa Patriot Act − redatto con almeno due anni di anticipo − sarà anche l’occasione per avviare una vasta riforma istituzionale: creazione del Segretariato per la Difesa della Patria (Department of Homeland Security, spesso impropriamente tradotto Dipartimento per la Sicurezza Interna), nonché di Forze Speciali clandestine in seno alle forze armate.

 

Il Dipartimento per la Sicurezza della Patria controlla non soltanto agenzie come la Guardia Costiera o i servizi per l’immigrazione, ma anche un vasto sistema di sorveglianza della popolazione statunitense, dove lavorano a tempo pieno 112 mila spie interne (6).

 

Le Forze Speciali clandestine sono un esercito di 60 mila uomini super-addestrati, che operano senza uniforme, a dispregio delle Convenzioni di Ginevra (7). Sono in grado di uccidere chiunque e ovunque voglia il Pentagono. E il Pentagono certo non rinuncia a sfruttare nella massima segretezza simile investimento.

 

 

Le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq

Le operazioni iniziano con la guerra ai talebani – secondo la dottrina Cheney –, dopo l’interruzione delle trattative per la costruzione di un oleodotto attraverso l’Afghanistan, a metà luglio 2001.

 

L’ambasciatore Niaz Naik, che ha rappresentato il Pakistan nei negoziati di Berlino con i talebani, torna a Islamabad convinto che l’attacco degli Stati Uniti sia inevitabile (8). Il suo paese comincia dunque a prepararsi alle conseguenze. La flotta inglese viene schierata nel Mar Arabico, la NATO invia 40 mila uomini in Egitto e il capo tagiko Ahmad Shah Massoud viene assassinato due giorni prima degli attacchi a New York e Washington.

 

I rappresentanti di Stati Uniti e Regno Unito alle Nazioni Unite – John Negroponte e Sir Jeremy Greenstock – assicurano che il presidente George W. Bush e il primo ministro Tony Blair stanno applicando il diritto alla legittima difesa attaccando l’Afghanistan. Ma tutte le cancellerie sanno bene che a Washington e Londra si è sempre voluta questa guerra, indipendentemente dagli attentati. Nella migliore delle ipotesi, la percezione è che si stia strumentalizzando un crimine del quale solo la prima potenza è stata vittima. Comunque, io stesso riesco a suscitare molti dubbi – a livello mondiale – rispetto a ciò che è realmente accaduto l’11 settembre. In Francia, il presidente Jacques Chirac fa esaminare il mio lavoro dalla DGSE: dopo un’indagine approfondita, emerge che tutti gli elementi su cui mi sono basato sono veri, ma che non può in alcun modo confermare le mie conclusioni.

 

Le Monde, che ha già avviato una campagna per screditarmi, si fa beffe delle mie previsioni secondo cui gli Stati Uniti sarebbero pronti ad attaccare l’Iraq (9). Eppure, accade l’inevitabile: Washington accusa Baghdad di ospitare membri di Al Qaeda e di essere in possesso di armi di distruzione di massa per attaccare la «terra dei liberi». Sarà quindi guerra, come nel 1991.

Ognuno decide quindi di fare i conti con la propria coscienza. Continuando a chiudere gli occhi di fronte al colpo di Stato dell’11 settembre, ci si astiene dal contestare la strategia degli Stati Uniti e ci si trova quindi obbligati ad approvare i crimini conseguenti, ossia – in questo caso – l’invasione dell’Iraq.

 

Solo un alto funzionario internazionale, Hans Blix, decide di difendere la verità (10). Il diplomatico svedese è l’ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e presiede la Commissione di controllo, di verifica e d’ispezione delle Nazioni Unite, con il compito di monitorare l’Iraq. Opponendosi a Washington, sostiene che l’Iraq non possiede le armi di cui viene accusato. Una pressione senza precedenti lo opprime: non solo l’impero statunitense, ma tutti gli alleati fanno leva su di lui perché ponga fine ai suoi giochetti e lasci che la prima potenza mondiale distrugga l’Iraq. Non cederà neanche quando il suo successore all’AIEA, l’egiziano Muhammad al-Baradei, si fingerà conciliante.

 

Il 5 febbraio 2003, il segretario di Stato ed ex capo di Stato maggiore congiunto Colin Powell tiene un discorso al Consiglio di sicurezza, seguendo il testo preparato dalla squadra di Cheney. Accusa l’Iraq di ogni nefandezza, tra cui la protezione dei responsabili degli attacchi dell’11 settembre e la preparazione di armi di distruzione di massa per attaccare gli Stati occidentali. Tra l’altro, rivela il nuovo volto di Al Qaeda, Abu Musab al-Zarqawi.

 

Ma, a sua volta, Jacques Chirac rifiuta di partecipare al progetto criminale, anche se non intende denunciare le menzogne di Washington. Invia il suo ministro degli Esteri, Dominique de Villepin, al Consiglio di sicurezza: il ministro lascia a Parigi i rapporti della DGSE e incentra il proprio intervento sulla differenza tra guerra imposta e guerra scelta. È chiaro che l’attacco all’Iraq non ha alcun legame con gli attentati dell’11 settembre, ma si tratta di una scelta imperiale, una guerra di conquista. Villepin evidenzia quindi i risultati già ottenuti da Blix in Iraq e sgonfia le accuse degli Stati Uniti dimostrando che l’uso della forza, in quella fase, non è giustificato, concludendo che non vi è alcun elemento che dimostri che la guerra avrebbe portato risultati migliori rispetto al proseguimento delle ispezioni. Il Consiglio di sicurezza applaude, con la convinzione che l’intervento possa rappresentare una via d’uscita a Washington per evitare la guerra. È la prima volta che alcuni diplomatici applaudono un collega in quella sala.

 

Ma Washington e Londra non imporranno solo la guerra: dimenticando Hans Blix, gli Stati Uniti si impegneranno in ogni sorta di operazione per «farla pagare» a Chirac. Il presidente francese abbasserà presto la guardia e farà più del necessario per aiutare i suoi padroni statunitensi.

 

Questa crisi ci costringe a far tesoro di una grande lezione. Hans Blix, come il suo compatriota Raoul Wallenberg durante la seconda guerra mondiale, rifiuta l’idea per cui gli statunitensi – o i tedeschi – siano superiori agli altri. Tenta di salvare vite umane la cui unica colpa è quella di essere iracheni (o ebrei ungheresi). Jacques Chirac vorrebbe sposare la stessa linea, ma i suoi precedenti errori e i segreti privati lo espongono a ricatti che non gli lasciano altra scelta che dimettersi o sottomettersi.

 

Washington prevede di mettere al potere a Baghdad gli iracheni in esilio che ha scelto tra i membri di un’organizzazione inglese, il Consiglio nazionale iracheno guidato da Ahmad Chalabi, un truffatore internazionale già condannato per la bancarotta della Petra Bank in Giordania.

 

L’azienda aerospaziale Lockheed Martin crea un Comitato per la liberazione dell’Iraq (11), del quale l’ex segretario di Stato e mentore di Bush junior, George Shultz, assume la presidenza. Il Comitato e il Consiglio di Chalabi «vendono» la guerra all’opinione pubblica statunitense garantendo che gli Stati Uniti si limiteranno ad aiutare l’opposizione irachena e solo per poco tempo.

 

Come l’attacco all’Afghanistan, quello all’Iraq è stato preparato prima degli attentati a New York e Washington. All’inizio del 2001, il vicepresidente Dick Cheney ha negoziato personalmente l’installazione di basi militari statunitensi in Kirghizistan, Kazakistan e Uzbekistan nel quadro dello sviluppo degli accordi del CENTRASBAT (il battaglione dell’Asia Centrale) della Comunità economica dell’Asia centrale.

 

I pianificatori hanno previsto che, per questa guerra, alle truppe serviranno 60 mila tonnellate di materiale al giorno, e così il Centro per la gestione dei trasporti militari (Military Traffic Management Command, MTMC) è stato incaricato di procedere con un certo anticipo per predisporvi la logistica.

L’addestramento delle truppe inizia solamente dopo gli attacchi. Si tratta delle più grandi manovre militari della storia, denominate «Millennium Challenge 2002». Queste esercitazioni mescolano operazioni reali e simulazioni presso la sala di Stato maggiore prodotte con i mezzi tecnologici utilizzati a Hollywood per il film Il Gladiatore.

 

Dal 24 luglio al 15 agosto 2002 vengono mobilitati oltre 13 mila uomini. Le isole di San Nicolas e San Clemente – al largo della California – e il deserto del Nevada sono evacuati per fungere da teatro per le operazioni, un’abbondanza di risorse che richiede un budget di 235 milioni di dollari. Per la cronaca, i soldati che simulano le truppe irachene vengono capeggiati dal generale Paul Van Riper che, attuando una strategia non convenzionale, vince facilmente sulle truppe degli Stati Uniti, costringendo lo Stato maggiore a interrompere l’esercitazione prima della fine (12).

 

Ignorando i rapporti di Blix e le obiezioni francesi, Washington lancia l’«Operation Iraqi Liberation» il 19 marzo 2003. Considerato il senso sottinteso (petrolio) dall’acronimo inglese dell’operazione (OIL), viene rinominata «Operation Iraqi Freedom». Una pioggia di fuoco di una potenza mai vista si abbatte su Baghdad causando «shock e stupore» (Shock and Awe), con gli abitanti della capitale che restano traumatizzati mentre Stati Uniti e gli alleati occupano il paese.

 

Il governo viene inizialmente guidato da un ufficio del Pentagono, l’ORHA (Office of Reconstruction and Humanitarian Assistance), e dopo un mese da un funzionario civile nominato dal segretario della Difesa, Paul Bremer III – assistente personale di Henry Kissinger –, che ben presto assumerà la veste di amministratore dell’Autorità provvisoria della Coalizione.

 

Contrariamente a quanto suggerisce il nome, questa autorità non è stata creata dalla Coalizione – che non si è mai riunita – e la sua esatta composizione rimane sconosciuta (13).

 

Per la prima volta appare un ente dipendente dal Pentagono ma che non compare in alcun organigramma degli USA: è ovviamente frutto delle decisioni del gruppo che ha preso il comando l’11 settembre 2001.

 

Nei documenti pubblicati da Washington, l’autorità è designata come organo della Coalizione (se il documento è destinato a stranieri), e come ente governativo degli Stati Uniti (se destinato al Congresso).

 

Con la sola eccezione di un funzionario britannico, tutti i dipendenti dell’autorità sono stipendiati dalle amministrazioni degli Stati Uniti, ma senza essere soggetti alle leggi americane. Così agiscono come meglio credono in relazione al codice degli appalti pubblici. Per esempio, l’autorità sequestra il tesoro iracheno – 5 miliardi di dollari – ma nei suoi conti ne appare solamente uno: che ne è stato dei restanti 4 miliardi? L’interrogativo viene sollevato alla conferenza di Madrid per la ricostruzione, ma non riceverà mai alcuna risposta.

 

L’assistente di Paul Bremer non è altri che Sir Jeremy Greenstock, il rappresentante del Regno Unito al Consiglio di sicurezza che ha giustificato gli attacchi in Afghanistan e Iraq. Durante l’occupazione, gli Stati Uniti prendono in considerazione le opzioni per rimodellare l’Iraq, nel caso specifico la partizione in tre stati. Bremer invia quindi l’ambasciatore Peter Galbraith – che si era occupato della divisione della Jugoslavia in sette stati – come consulente del Governo regionale curdo.

 

Bremer lavora direttamente con il vicesegretario della Difesa Paul Wolfowitz, che ha delineato la strategia degli Stati Uniti dopo la dissoluzione dell’URSS, un trotskista ebreo seguace del pensiero del filosofo tedesco Leo Strauss, del quale molti adepti vengono sistemati da lui stesso al Pentagono per formare un gruppo strutturato, molto coerente e solidale.

 

…Secondo loro, traendo esperienza dalla debolezza della Repubblica di Weimar di fronte ai nazisti, gli ebrei non possono affidarsi alle democrazie per proteggersi da un eventuale nuovo genocidio. Al contrario, dovrebbero schierarsi dalla parte dei regimi autoritari e del potere. Così viene legittimata preventivamente l’idea di una dittatura mondiale

Secondo loro, traendo esperienza dalla debolezza della Repubblica di Weimar di fronte ai nazisti, gli ebrei non possono affidarsi alle democrazie per proteggersi da un eventuale nuovo genocidio. Al contrario, dovrebbero schierarsi dalla parte dei regimi autoritari e del potere. Così viene legittimata preventivamente l’idea di una dittatura mondiale (14).

 

Wolfowitz traccia il quadro operativo dell’Autorità provvisoria della Coalizione, ossia la de-baathificazione del paese – vale a dire la destituzione di tutti i funzionari membri del partito laico Baath – e il relativo saccheggio economico. Su sue istruzioni, Bremer assegna tutti gli appalti pubblici a società amiche, in genere senza bando, escludendo in linea di principio francesi e tedeschi, colpevoli di essersi opposti a questa guerra imperiale (15).

Tutti i membri del Progetto per un nuovo secolo americano – il think tank che ha organizzato l’11 settembre – entrano a far parte – direttamente o indirettamente – o collaborano con l’Autorità provvisoria della Coalizione.

 

Fin dall’inizio, intorno all’autorità c’è grande riluttanza. Prima di tutto quella del rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite, il brasiliano Sérgio Vieira de Mello, che viene assassinato il 19 agosto 2003, presumibilmente dal jihadista Abu Musab al-Zarqawi, già denunciato da Powell alle Nazioni Unite.

 

I parenti del diplomatico sottolineano invece il conflitto che lo aveva messo in contrasto con Paul Wolfowitz e accusano direttamente una fazione degli Stati Uniti. Poi è il turno del generale James Mattis, comandante della Prima divisione dei Marines, preoccupato per le conseguenze disastrose della de-baathificazione. Rientrerà poi nei ranghi.

 

Trascinati dal successo negli Stati Uniti, in Afghanistan e in Iraq, gli uomini dell’11 settembre dirigono il paese verso nuovi obiettivi.

 

 

La Teopolitica

Dal 12 al 14 ottobre 2003 si svolge uno strano incontro all’hotel King David di Gerusalemme.

 

L’invito riporta il seguente messaggio: «Israele è un’alternativa etica al totalitarismo orientale e al relativismo morale occidentale. Israele è il “Ground Zero” della battaglia centrale per la sopravvivenza della civiltà. Israele può essere salvato, insieme al resto dell’Occidente. È tempo di unirsi a Gerusalemme».

 

Diverse centinaia di personaggi dichiaratamente di estrema destra – israeliani e statunitensi – vengono ricevuti a spese della mafia russa. Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu ed Ehud Olmert si congratulano con Elliott Abrams, Richard Perle e Daniel Pipes.

 

Condividono tutti la stessa convinzione: la teopolitica. Secondo loro, la «fine del mondo» è vicina. Presto il mondo sarà governato da un’istituzione ebraica con sede a Gerusalemme (16).

 

L’incontro turba i progressisti israeliani, soprattutto perché alcuni oratori alludono a Baghdad, occupata sei mesi prima, come all’antica «Babilonia».

 

È evidente che, per loro, la teopolitica cui si rifà il Congresso è una riproposizione del talmudismo. Questa scuola di pensiero – di cui Leo Strauss era un esperto – interpreta l’ebraismo come un’antica preghiera del popolo ebraico per vendicare i crimini degli egiziani contro i loro antenati, la deportazione a Babilonia per mano degli Assiri e persino la distruzione degli ebrei europei da parte dei nazisti. Ritiene che la «dottrina Wolfowitz» stia preparando l’Armageddon – la battaglia finale – che imporrà il caos prima nel Grande Medio Oriente e poi in Europa. Una distruzione generale che rappresenterà la punizione divina per chi ha fatto soffrire il popolo ebraico.

 

L’ex primo ministro Ehud Barak si rende conto dell’errore che ha fatto rifiutando la pace che aveva personalmente negoziato con i presidenti Bill Clinton e Hafiz al-Assad, una pace che avrebbe preservato gli interessi di tutti i popoli della regione e che i teopolitici non vogliono. Inizia a radunare gli agenti che tenteranno invano di evitare la ri-elezione di Benjamin Netanyahu, nel novembre 2014, per Commanders for Israel’s Security (gli ufficiali responsabili della sicurezza d’Israele).

 

Porterà avanti la battaglia fino al discorso del giugno 2016 alla Conferenza di Herzliya, durante la quale denuncerà la pessima politica di Netanyahu e la sua volontà d’istituzionalizzare l’apartheid. Esorterà i connazionali a salvare il paese opponendosi a questi fanatici.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) Dana Milbank & Eric Pianin, «Energy Task Force Works in Secret», The Washington Post, 16 aprile 2001.

2) Alfredo Jalife-Rahme,, Muerte de Pemex y suicidio de México (2014), Orfila (Messico).

3)  James R. Blaker, Transforming Military Force: The Legacy of Arthur Cebrowski and Network Centric Warfare, Praeger (2007).

4) Thomas P.M. Barnett, The Pentagon’s New Map,  Putnam (2004). Contrariamente a quanto suggerisce questo libro, Barnett era l’assistente di Cebrowski al Pentagono.

5) Col. Ralph Peters,«Stability American’s Enemy»,  Parameters #31-4 (inverno2001).

6) William M. Arkin & Dana Priest, Top Secret America: The Rise of the New American Security State,  Back Bay Books (2012).

7) William M. Arkin, , «Exclusive : Inside the Military’s Secret Undercover Army», Newsweek, 17 maggio 2021.

8) Intervista di Naiz Naik di Benoît Califano, Pierre Trouillet e Guilhem Rondot, Dokumenta-ITV (2001). Non trasmesso.

9) «Le Net et la rumeur», editoriale, Le Monde, 20 marzo 2002.

10) Hans Blix, Disarming Iraq, Knopf Doubleday (2013).

11) «Une guerre juteuse pour Lockheed Martin», Réseau Voltaire, 7 febbraio 2003.

12) «Apocalypse Tomorrow», Réseau Voltaire, 26 settembre 2002.

13) Thierry Meyssan, «Qui gouverne l’Irak ?», Réseau Voltaire, 13 maggio 2004.

14) Per capire la differenza tra l’insegnamento pubblico e quello riservato a discepoli selezionati è indispensabile leggere le testimonianze degli allievi di Leo Strauss. Shadia B. Drury, Political Ideas of Leo Strauss,  Palgrave Macmillan (1988). Lyndon H. LaRouche, Children of Satan : the ’ignoble liars’ behind Bush’s no-exit war, EIR (2004). Anne Norton, Leo Strauss and the Politics of American Empire,  Yale University Press (2005). Paul Edward Gottfried, Leo Strauss and the conservative movement in America : a critical appraisal, Cambridge University Press (2011). Kenneth L. Deutsch, Leo Strauss, The Straussians, and the Study of the American Regime,  Rowman & Littlefield (2013). Aggie Hirst, Leo Strauss and the Invasion of Iraq: Encountering the Abyss,  Routledge (2013). Peter Minowitz, Straussophobia : Defending Leo Strauss and Straussians Against Shadia Drury and Other Accusers, Lexington Books (2016).

15) Paul Wolfowitz, «Determination and Findings»Voltaire Network, 5 dicembre 2003.

16) «Vertice storico per sigillare l’alleanza dei guerrieri di Dio», Rete Voltaire, 23 agosto 2005.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Geopolitica

Israele interrompe i contatti con la Kallas a seguito di presunte dichiarazioni sull’apartheid

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Lo Stato di Israele interromperà «ogni contatto» con la diplomatica dell’UE Kaja Kallas a seguito del suo presunto paragone tra il Paese e il Sudafrica dell’apartheid, ha annunciato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar.

 

Negli ultimi anni, le relazioni tra l’UE e il governo israeliano si sono progressivamente deteriorate a causa della guerra a Gaza, dell’accelerazione della costruzione di insediamenti illegali e dell’invasione del Libano. L’UE è da anni accusata di doppi standard per non aver perseguito Israele per un possibile genocidio, pur avendo imposto 21 cicli di sanzioni alla Russia. Il presidente Kallas, noto per le sue gaffe, ha recentemente cercato di compensare la debole posizione di Bruxelles con dichiarazioni più critiche nei confronti di Israele.

 

Giovedì, il Sa’ar ha fatto riferimento a recenti notizie di stampa secondo cui Kallas avrebbe paragonato l’Israele moderno al Sudafrica dell’apartheid durante un incontro privato. La ministra ha accusato l’alto diplomatico dell’UE di «agire in modo ossessivo e con palese ingiustizia» e ha promesso di interrompere ogni contatto con lei.

 

«In qualità di ministro degli Esteri dello Stato di Israele, non ho altra scelta che interrompere ogni contatto con la signora Kallas finché non ritirerà l’accusa di omicidio rituale che ha rivolto all’unico Stato ebraico al mondo, che è anche l’unica democrazia in Medio Oriente», ha scritto il Sa’ar su X.

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La Kallas ha tentato di stemperare la situazione, affermando vagamente che «l’UE è sempre impegnata a mantenere una relazione costruttiva con Israele», nonché a promuovere «il dialogo e il dialogo». Allo stesso tempo, ha ribadito l’impegno del blocco a favore della soluzione dei due Stati e ha condannato gli insediamenti israeliani illegali.

 

La risposta non è stata accolta bene da Sa’ar, che ha ribadito la richiesta alla Kallas di commentare esplicitamente il presunto paragone con l’apartheid.

 

«Con tutto il dovuto rispetto, anche nelle sue dichiarazioni qui si astiene dal negare o condannare quanto le è stato attribuito e pubblicato pubblicamente», ha replicato Sa’ar. «Se ha davvero pronunciato queste affermazioni spregevoli e diffamatorie, le assuma. Se non le ha pronunciate, le neghi».

 

Le relazioni tra UE e Israele sono state recentemente danneggiate anche dall’incidente della Global Sumud Flotilla. La flotta, organizzata da attivisti internazionali e gruppi umanitari, ha tentato di forzare il blocco israeliano di Gaza alla fine di maggio. La flottiglia è stata intercettata e i suoi partecipanti sarebbero stati sottoposti a diffusi abusi fisici e sessuali e derisi personalmente dal ministro sionista secolarista Itamar Ben-Gvir.

 

L’incidente ha spinto diversi Paesi dell’UE a imporre un divieto di viaggio a Ben-Gvir, mentre Italia e Francia hanno avviato indagini indipendenti.

 

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Geopolitica

Il vicepresidente USA Vance: Israele non può «risolvere ogni crisi con la violenza»

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Il vicepresidente statunitense JD Vance ha criticato gli oltranzisti israeliani contrari all’accordo sul nucleare iraniano del presidente Donald Trump, avvertendo che il Paese non può risolvere ogni problema di sicurezza con la violenza.   Le dichiarazioni di Vance sono giunte mentre il premier israeliano Benjamino Netanyahu si rifiutava di ritirare le truppe dal Paese confinante a nord, nonostante il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, recentemente firmato, che prevede la fine delle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso.   «Qual è la vostra proposta precisa?» ha detto ieri Vance all’editorialista del New York Times Ross Douthat, rispondendo ai falchi israeliani critici dell’accordo. «Siete un Paese di nove milioni di persone. Non potete risolvere ogni singolo problema di sicurezza nazionale con la violenza».  

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Vance ha esortato Israele a dare una possibilità alla diplomazia e a mostrare «un po’ di credito» a Washington, e ha messo in guardia i funzionari israeliani dal criticare pubblicamente Trump per l’accordo, affermando che il presidente degli Stati Uniti rimane uno dei pochi sostenitori affidabili di Israele.   Netanyahu, tuttavia, ha insistito sul fatto che le truppe israeliane rimarranno nel Libano meridionale finché Israele lo riterrà necessario. «Ripristineremo la sicurezza nel nord», ha affermato giovedì, sostenendo che ciò richiede il mantenimento di una «striscia di sicurezza» nel Libano meridionale.   Poco prima delle dichiarazioni di Netanyahu, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno pubblicato una nuova mappa che mostra un’area occupata estesa per circa 10 km in territorio libanese. Il ministro della Difesa Israel Katz aveva precedentemente affermato che le forze israeliane sarebbero rimaste in Libano, Siria e Gaza finché necessario.   Questa posizione pone Netanyahu in contrasto con il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, che a quanto pare chiede la cessazione immediata e definitiva delle operazioni militari su tutti i fronti e include un esplicito riferimento al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Libano.  

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Le autorità iraniane hanno avvertito che la continuazione degli attacchi o dell’occupazione israeliana in Libano sarebbe considerata una violazione degli impegni assunti da Washington nell’ambito del memorandum d’intesa.   «Se gli attacchi del regime israeliano contro il Libano dovessero continuare, ciò sarà considerato una violazione degli impegni assunti dall’altra parte nell’ambito del memorandum d’intesa», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei, ribadendo che Teheran non separa gli Stati Uniti da Israele nell’attuazione dell’accordo.   Lo stesso Trump ha recentemente criticato l’approccio di Israele nei confronti del Libano, anche in accese telefonate con Netanyahu, pur mantenendo un sostegno più generale a Israele. «Non è necessario demolire un condominio ogni volta che si cerca qualcuno, perché in quei condomini vivono molte persone, e non sono tutti membri di Hezbollah», ha detto Trump all’inizio di questa settimana.   Come riportato da Renovatio 21, praticamente l’intero arco politico israeliano, dall’opposizione ai falchi di governo, ha attaccato l’accordo trumpiano, con casi di aperta negazione di esso: il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, ha scritto su X «L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è soggetto agli Stati Uniti e siamo una nazione indipendente e sovrana!».   Il ministro della Difesa Israel Katz ha cercato di adottare una linea più dura promettendo che l’IDF rimarrà nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza «a tempo indeterminato». Tuttavia il coro più forte, proveniente da Bennett, dall’ala più conservatrice e da parte dell’opposizione, è che solo una nuova leadership – o almeno una rottura completa con l’approccio di Netanyahu – possa realizzare la campagna aggressiva su più fronti che ritengono necessaria.   Come riportato da Renovatio 21, Vance in passato si era opposto al coinvolgimento degli USA nella guerra tra Iran e Israele. A marzo era emerso che l’Iran avrebbe preferito il cattolico JD Vance come negoziatore statunitense al posto degli ebrei Steve Witkoff e Jared Kushner.   Ad ottobre il Parlamento israliano votò una legge sulla sovranità israeliana sulla Cisgiordania (che lo Stato Ebraico chiama «Giudea e Samaria») proprio mentre il Vance era in visita. Il vicepresidente lamentò che si trattava di un «insulto» da parte della Knesset e una «stupida trovata politica». Nello stesso viaggio diplomatico, il Vance preferì visitare siti cristiani della Terra Santa invece che, come tutti i politici americani, andare a baciare il Muro del Pianto.  

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L’Iran dichiara vittoria sugli Stati Uniti

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Il memorandum d’intesa appena firmato tra Stati Uniti e Iran rappresenta una vittoria diplomatica per Teheran, ottenuta grazie alla forza, ed è la prova che Washington non è riuscita a raggiungere nessuno dei suoi obiettivi militari, hanno affermato funzionari iraniani.

 

Secondo i mediatori pakistani, il documento di 14 punti è stato firmato a distanza dal presidente Donald Trump e dal suo omologo iraniano, Masoud Pezeshkian, nella tarda serata di mercoledì ed è entrato immediatamente in vigore.

 

La parte statunitense ha mantenuto un tono insolitamente cauto nella sua risposta pubblica. La Casa Bianca non ha ancora pubblicato il testo definitivo del memorandum, sebbene un alto funzionario statunitense, rimasto anonimo, abbia letto il documento di 14 punti ai giornalisti dopo giorni di critiche sulla segretezza che ha circondato l’accordo.

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Nel frattempo, il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore nei colloqui, Mohammad Ghalibaf, ha descritto il memorandum come prova della resa degli Stati Uniti. «L’accordo è la prova del fallimento degli Stati Uniti», ha dichiarato il Ghalibaf in un’intervista televisiva mercoledì. «La gente lo vedrà e giudicherà».

 

Teheran ha sostenuto che il documento riflette una serie di concessioni da parte di Washington, tra cui la revoca del blocco navale statunitense, la deroga alle sanzioni per le esportazioni di petrolio iraniano, l’accesso ai fondi iraniani congelati e un piano di ricostruzione economica sostenuto dagli Stati Uniti del valore di almeno 300 miliardi di dollari. Washington ha inoltre accettato di non imporre nuove sanzioni né dispiegare ulteriori forze nella regione mentre le parti negoziano un accordo definitivo.

 

In risposta, l’Iran «prenderà provvedimenti» per ripristinare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Ormuzzo, una questione che non era mai stata un problema prima dell’attacco israelo-americano. Tuttavia, Teheran ha fatto intendere che l’importante via navigabile non tornerà semplicemente alle condizioni prebelliche.

 

«Ribadisco che lo Stretto di Ormuzzo non tornerà mai alle condizioni precedenti», ha dichiarato il Ghalibaffo. «L’Iran ha diritto alla sovranità sullo Stretto di Hormuz e, naturalmente, riceveremo un compenso per i servizi resi».

 

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha aggiunto che è in fase di sviluppo un quadro di riferimento per la gestione di questa importante via navigabile, e che sono già state avviate consultazioni con l’Oman, come previsto dal protocollo d’intesa.

 

Teheran ha inoltre sottolineato la formulazione del memorandum relativa al Libano. «Se gli attacchi del regime israeliano contro il Libano dovessero continuare, ciò sarà considerato una violazione degli impegni assunti dall’altra parte nell’ambito del memorandum d’intesa», ha affermato il Baghaei.

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Il memorandum non costituisce un accordo di pace definitivo, ma avvia un periodo di negoziati di 60 giorni durante il quale Washington e Teheran dovrebbero discutere del programma nucleare iraniano, dell’allentamento delle sanzioni, dei beni congelati, della futura amministrazione dello Stretto di Hormuz e di una soluzione finale da ratificare da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

Il documento, in riferimento al nucleare, afferma che l’Iran «ribadisce la sua intenzione di non procurarsi né sviluppare armi nucleari», una posizione che Teheran ribadisce da anni, anche durante i due precedenti attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele. Il memorandum d’intesa aggiunge che le parti elaboreranno un meccanismo per lo smaltimento del materiale arricchito stoccato, prevedendo come metodo minimo la diluizione in loco sotto la supervisione dell’AIEA.

 

Poche ore dopo la firma, Trump ha pubblicato diversi post non correlati all’accordo su Truth Social, senza però menzionarlo esplicitamente. In precedenza, aveva difeso il memorandum, minacciando di «bombardare senza pietà» l’Iran in caso di mancata conformità.

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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International; immagine tagliata

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