Stato
Quando fuggono i cavalli della Repubblica
Il lettore avrà seguito quanto accaduto pochi giorni fa: 32 cavalli sono fuggiti nella notte per le strade di Roma, creando scene surreali come nemmeno nei film di Emir Kusturica o al Palio di Siena. Gli equini erano pronti per le prove della parata del 2 giugno, poi dei fuochi d’artificio li avrebbe fatti imbizzarrire, provocandone la spettacolare fuga, che ha travolto chi si poneva innanzi. Ad aver acceso la miccia sarebbe stato un vigile urbano, ma a leggere i giornali sentiamo un po’ l’odore del capro espiatorio.
Nella loro decisione di scappare dalla parata e dalle sue esercitazioni gli equidi non sono andati per il sottile, sbalzando i loro fantini, ad esempio una poliziotta che ha parlato ai media dall’ospedale, dove si è risvegliata dopo il trauma.
E quindi, il cavallo ribelle guasta la più alta festa dello Stato italiano. Il cavallo, sapete, è un animale sensibile, anche a forze invisibili: secondo il folclore esteuropeo, per capire se in una tomba è seppellito un vampiro, vi portano un cavallo bianco, se questo rifiuta di passarci sopra, c’è certezza che lì vi è inumato un non-morto.
🐎 Así fueron los momentos de tensión en Roma después de que al menos 30 caballos corrieran despavoridos al asustarse por el ruido de unos fuegos artificiales
Los animales irrumpieron en varias calles de la ciudad provocando escenas de nerviosismo entre peatones y conductores pic.twitter.com/gxoAv0FdHC
— EL ESPAÑOL (@elespanolcom) June 2, 2026
🔵 #2giugno Fuga di cavalli ieri sera alle prove della parata della Festa della Repubblica di Roma, forse a causa di fuochi d’artificio esplosi nelle vicinanze. È accaduto nell’area delle Terme di Caracalla. Tutti recuperati dopo la ‘passeggiata’
Video TikTok #tassisti_notturni pic.twitter.com/vpsZ31XI9r— Rai Radio1 (@Radio1Rai) May 30, 2026
Tentano la fuga i cavalli sfruttati per le prove della parata del 2 Giugno a Roma. Stando alle ricostruzioni sarebbero scappati impauriti dai fuochi d’artificio.
I cavalli non sono scenografie. Non sono tradizioni. Non sono strumenti.
Sono nati per essere liberi! pic.twitter.com/o0We4pw5pi— LAV (@LAV_Italia) May 30, 2026
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Le immagini che ci arrivano dalla capitale ci mostrano diecine di cavalli bianchi che scorrazzano nella notte romana fuggendo dalla celebrazione della massima istituzione di questa terra. È per noi molto difficile non vedervi un presagio, un segno, un simbolo significativo. I cavalli della Repubblica scappano… e quindi cosa è della Repubblica?
Qualcuno ha notato come l’intero evento della festa della Repubblica abbia un sapore leggermente monarchico, e del resto il presidente della Repubblica vive in quella che fu la residenza del re, che a sua volta la rubò ad un altro re, il papa: conosciamo poi l’argomento, abuso ma forse veritiero, che il Quirinale costa più di Buckingham Palace.
Devo dire che non ho mai capito bene questa cosa dell’omaggio al Milite Ignoto, con il presidente della Repubblica che, alla presenza del presidente del Senato, presidente della Camera, presidente del Consiglio e pure il presidente della Corte Costituzionale, depone la corona di alloro. Scusate: ma il Milite Ignoto non è un soldato anonimo trovato morto sul fronte della Prima Guerra Mondiale? E quindi: il milite ignoto combatteva… per la monarchia?
Parrebbe di sì: quindi, più che una festa di uno Stato sorto dalle macerie fumanti e totalitarie della Seconda Guerra e formulatosi sul sacro dogma democratico, pare più una festa di chi, al momento, sta al potere in questo territorio. E di fatto, è ben significativo che la Repubblica si festeggi con una parata militare – con la parata militare – che comprende tutte le forze armate possibili: Esercito, carabinieri, Marina, Aereonautica, bersaglieri, corazzieri, polizia, polizia penitenziaria, guardia di finanza, vigili del fuoco e vigili tout court, perfino la Croce Rossa, che in Italia agisce come ente ausiliario delle Forze Armate e la cui gestione economica passa per il ministero della Difesa.
Il significato dovrebbe esserci chiarissimo: lo Stato ricorda la sua essenza intima, e cioè il monopolio della violenza. È la vecchia tesi di Max Weber pubblicata nel saggio La politica come professione (Politik als Beruf). Il sociologo germanico definisce lo Stato quell’unità politica che, all’interno di un determinato territorio, riesce a conquistare e a mantenere con successo il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica. Ciò significa che nessun cittadino o gruppo privato può usare la violenza, a meno che non sia lo Stato stesso ad autorizzarlo (come nel caso della legittima difesa o dell’uso della forza da parte delle forze dell’ordine).
In pratica la Repubblica celebra se stessa indicando implicitamente la sottomissione della sua popolazione. È diverso se pensiamo ad altri casi, come la Pobeda, la Parata del Giorno della Vittoria del 9 maggio a Mosca, dove la panoplia di armi e reggimenti sta a ricordare la proiezione esterna della violenza protettiva e sacrificale della Grande Guerra Patriottica (come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale). Oppure all’architettura costituzionale e sociale degli USA, dove lo Stato Federale dispone di un monopolio della violenza certo attenuato dal Secondo Emendamento, che garantisce al cittadini di armarsi come desidera (secondo la vulgata, proprio per proteggersi dallo Stato stesso, qualora esso divenga tirannico).
Qui abbiamo questo sfoggio di muscoli militari, bande e tutto il resto – mettiamoci dentro anche le crocerossime che facean impazzire il Berlusconi – senza che vi sia un vero nemico dinanzi: e quindi, la parata del 2 giugno ci indica la violenza potenziale come unico collante della Repubblica?
Riflettiamo sul sapore pienamente risorgimentale di tutta l’operazione: l’Altare della Patria, le bandierone… e poi gli accenti risorgimentali anche non esattamente monarchici. Nel 1949 l’Italia entra nella NATO. Qualcuno decide quindi che è l’anno giusto per sottolineare il legame della giovane repubblica con il teorico della Repubblica, e dell’Europa Unita, Giuseppe Mazzini, l’agente anglomassonico che morì latitante come un Bin Laden qualsiasi: ecco che viene inaugurato nella capitale in quello che oggi si chiama piazzale Ugo La Malfa (sapete, un padre della Repubblica e del Partito Repubblicano, che ha storicamente avuto alcuni legami culturali, ideologici e politici stretti con la massoneria italiana) un monumento celebrativo in memoria dell’anticristiano Mazzini, davanti al quale si tenne la manifestazione principale della Festa della Repubblica.
L’Italia unita è un progetto di conquista militare di una famiglia aristocratica con evidenti addentellati massonici (visibili ancora oggi nei simboli repubblicani, come il pentacolo, lo stellone a cinque punte, nei passaporti o sui bolli dei tabacchi – insomma, gli italiani sono stati uniti con la violenza. E quindi, forse che perché restino uniti agli italiani vanno mostrate (e tolte…) le armi?
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Voglio dire: cosa unisce, oggi come ieri, davvero gli italiani? Possibile che non vi sia un qualche sentimento organico che unisce la popolazione, di modo che per festeggiarne l’istituzione massima non si debba mostrare soldati e armamenti?
In verità c’era: la religione cattolica, l’unico vero tratto in comune, infallibilmente funzionante, a tutte le genti italiche, e oltre. Ma il Risorgimento, e la Repubblica stessa, sono stati costruiti come operazione contro il cattolicesimo stesso, arrivando, con la Democrazia Cristiana creata dagli americani (come la Repubblica nata col referendum sotto gli auspici di James Jesus Angleton, il vero padre dell’attuale Stato italiano), ad infettare dal di dentro la Chiesa stessa e portandoci allo sfacelo assassino dei nostri giorni.
Cosa tiene davvero uniti gli italiani? Cosa tiene unita la Repubblica?
Torniamo al presagio simbolico di pochi giorni fa. La realtà dunque è che dalla Repubblica e dalle sue feste, i cavalli alla fine possono scappare. Non è stato tirato ancora il petardo giusto. Ma quando arriva, cosa farà lo Stato moderno, armato fino a denti, a quei cavalli? Un genocidio repubblicano, come i tanti visti nel Novecento?
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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Stato
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