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Quando fuggono i cavalli della Repubblica

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Il lettore avrà seguito quanto accaduto pochi giorni fa: 32 cavalli sono fuggiti nella notte per le strade di Roma, creando scene surreali come nemmeno nei film di Emir Kusturica o al Palio di Siena. Gli equini erano pronti per le prove della parata del 2 giugno, poi dei fuochi d’artificio li avrebbe fatti imbizzarrire, provocandone la spettacolare fuga, che ha travolto chi si poneva innanzi. Ad aver acceso la miccia sarebbe stato un vigile urbano, ma a leggere i giornali sentiamo un po’ l’odore del capro espiatorio.

 

Nella loro decisione di scappare dalla parata e dalle sue esercitazioni gli equidi non sono andati per il sottile, sbalzando i loro fantini, ad esempio una poliziotta che ha parlato ai media dall’ospedale, dove si è risvegliata dopo il trauma.

 

E quindi, il cavallo ribelle guasta la più alta festa dello Stato italiano. Il cavallo, sapete, è un animale sensibile, anche a forze invisibili: secondo il folclore esteuropeo, per capire se in una tomba è seppellito un vampiro, vi portano un cavallo bianco, se questo rifiuta di passarci sopra, c’è certezza che lì vi è inumato un non-morto.

 

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Le immagini che ci arrivano dalla capitale ci mostrano diecine di cavalli bianchi che scorrazzano nella notte romana fuggendo dalla celebrazione della massima istituzione di questa terra. È per noi molto difficile non vedervi un presagio, un segno, un simbolo significativo. I cavalli della Repubblica scappano… e quindi cosa è della Repubblica?

 

Qualcuno ha notato come l’intero evento della festa della Repubblica abbia un sapore leggermente monarchico, e del resto il presidente della Repubblica vive in quella che fu la residenza del re, che a sua volta la rubò ad un altro re, il papa: conosciamo poi l’argomento, abuso ma forse veritiero, che il Quirinale costa più di Buckingham Palace.

 

Devo dire che non ho mai capito bene questa cosa dell’omaggio al Milite Ignoto, con il presidente della Repubblica che, alla presenza del presidente del Senato, presidente della Camera, presidente del Consiglio e pure il presidente della Corte Costituzionale, depone la corona di alloro. Scusate: ma il Milite Ignoto non è un soldato anonimo trovato morto sul fronte della Prima Guerra Mondiale? E quindi: il milite ignoto combatteva… per la monarchia?

 

Parrebbe di sì: quindi, più che una festa di uno Stato sorto dalle macerie fumanti e totalitarie della Seconda Guerra e formulatosi sul sacro dogma democratico, pare più una festa di chi, al momento, sta al potere in questo territorio. E di fatto, è ben significativo che la Repubblica si festeggi con una parata militare – con la parata militareche comprende tutte le forze armate possibili: Esercito, carabinieri, Marina, Aereonautica, bersaglieri, corazzieri, polizia, polizia penitenziaria, guardia di finanza, vigili del fuoco e vigili tout court, perfino la Croce Rossa, che in Italia agisce come ente ausiliario delle Forze Armate e la cui gestione economica passa per il ministero della Difesa.

 

Il significato dovrebbe esserci chiarissimo: lo Stato ricorda la sua essenza intima, e cioè il monopolio della violenza. È la vecchia tesi di Max Weber pubblicata nel saggio La politica come professione (Politik als Beruf). Il sociologo germanico definisce lo Stato quell’unità politica che, all’interno di un determinato territorio, riesce a conquistare e a mantenere con successo il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica. Ciò significa che nessun cittadino o gruppo privato può usare la violenza, a meno che non sia lo Stato stesso ad autorizzarlo (come nel caso della legittima difesa o dell’uso della forza da parte delle forze dell’ordine).

 

In pratica la Repubblica celebra se stessa indicando implicitamente la sottomissione della sua popolazione. È diverso se pensiamo ad altri casi, come la Pobeda, la Parta del Giorno della Vittoria del 9 maggio a Mosca, dove la panoplia di armi e reggimenti sta a ricordare la proiezione esterna della violenza protettiva e sacrificale della Grande Guerra Patriottica (come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale). Oppure all’architettura costituzionale e sociale degli USA, dove lo Stato Federale dispone di un monopolio della violenza certo attenuato dal Secondo Emendamento, che garantisce al cittadini di armarsi come desidera (secondo la vulgata, proprio per proteggersi dallo Stato stesso, qualora esso divenga tirannico).

 

Qui abbiamo questo sfoggio di muscoli militari, bande e tutto il resto – mettiamoci dentro anche le crocerossime che facean impazzire il Berlusconi –  senza che vi sia un vero nemico dinanzi: e quindi, la parata del 2 giugno ci indica la violenza potenziale come unico collante della Repubblica?

 

Riflettiamo sul sapore pienamente risorgimentale di tutta l’operazione: l’Altare della Patria, le bandierone… e poi gli accenti risorgimentali anche non esattamente monarchici. Nel 1949 l’Italia entra nella NATO. Qualcuno decide quindi che è l’anno giusto per sottolineare il legame della giovane repubblica con il teorico della Repubblica, e dell’Europa Unita, Giuseppe Mazzini, l’agente anglomassonico che morì latitante come un Bin Laden qualsiasi: ecco che viene inaugurato nella capitale in quello che oggi si chiama piazzale Ugo La Malfa (sapete, un padre della Repubblica e del Partito Repubblicano, che ha storicamente avuto alcuni legami culturali, ideologici e politici stretti con la massoneria italiana)  un monumento celebrativo in memoria dell’anticristiano Mazzini, davanti al quale si tenne la manifestazione principale della Festa della Repubblica.

 

L’Italia unita è un progetto di conquista militare di una famiglia aristocratica con evidenti addentellati massonici (visibili ancora oggi nei simboli repubblicani, come il pentacolo, lo stellone a cinque punte, nei passaporti o sui bolli dei tabacchi – insomma, gli italiani sono stati uniti con la violenza. E quindi, forse che perché restino uniti agli italiani vanno mostrate (e tolte…) le armi?

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Voglio dire: cosa unisce, oggi come ieri, davvero gli italiani? Possibile che non vi sia un qualche sentimento organico che unisce la popolazione, di modo che per festeggiarne l’istituzione massima non si debba mostrare soldati e armamenti?

 

In verità c’era: la religione cattolica, l’unico vero tratto in comune, infallibilmente funzionante, a tutte le genti italiche, e oltre. Ma il Risorgimento, e la Repubblica stessa, sono stati costruiti come operazione contro il cattolicesimo stesso, arrivando, con la Democrazia Cristiana creata dagli americani (come la Repubblica nata col referendum sotto gli auspici di James Jesus Angleton, il vero padre dell’attuale Stato italiano), ad infettare dal di dentro la Chiesa stessa e portandoci allo sfacelo assassino dei nostri giorni.

 

Cosa tiene davvero uniti gli italiani? Cosa tiene unita la Repubblica?

 

Torniamo al presagio simbolico di pochi giorni fa. La realtà dunque è che dalla Repubblica e dalle sue feste, i cavalli alla fine possono scappare. Non è stato tirato ancora il petardo giusto. Ma quando arriva, cosa farà lo Stato moderno, armato fino a denti, a quei cavalli? Un genocidio repubblicano, come i tanti visti nel Novecento?

 

Roberto Dal Bosco

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