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Terrorismo

Miliziani ISIS massacrano 60 cristiani in un villaggio congolese con asce e machete

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I militanti islamici proseguono con i loro spietati massacri ai danni dei cristiani nella Repubblica Democratica del Congo. Lo riporta il giornale londinese Telegraph.

 

Il reportage della testata britannica i più recenti e feroci assalti compiuti da gruppi armati islamisti contro vittime prevalentemente cristiane.

 

Agli inizi di settembre 2025, un eccidio si è verificato nel villaggio di Ntoyo, nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC). I membri delle Forze Democratiche Alleate (ADF), affiliate allo Stato Islamico, si sono presentati travestiti da civili per mescolarsi tra la popolazione, per poi scatenare all’improvviso una strage aprendo il fuoco e aggredendo i cristiani con asce e machete.

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Una donna ha descritto come i combattenti dell’ADF abbiano fatto irruzione nella sua abitazione e rapito le sue quattro figlie, mentre un altro testimone ha riferito di aver visto uccidere la sorella con un’ascia.

 

Almeno 60 persone sono morte nel massacro di Ntoyo, che rappresenta soltanto uno dei numerosi attacchi di questo genere. Secondo il Telegraph, «l’ADF ha ucciso, rapito e torturato persone in vaste aree della Repubblica Democratica del Congo orientale».

 

A quanto risulta, le forze armate congolesi sono state sopraffatte e non sono riuscite a fermare le offensive dell’ADF a causa dell’avanzata del movimento 23 marzo (M23), sostenuto dal Ruanda, nella regione, che ha assorbito gran parte delle loro risorse.

 

La segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, ha affermato: «i civili nella Repubblica Democratica del Congo orientale hanno subito estese brutalità per mano dei combattenti dell’ADF. Sono stati uccisi, rapiti e torturati in una disumanizzante campagna di abusi».

 

L’ADF si è costituita in Uganda negli anni Novanta, ma è stata sconfitta dall’esercito ugandese e i suoi sopravvissuti sono fuggiti oltre confine nella Repubblica Democratica del Congo. Il gruppo ha prestato giuramento di fedeltà allo Stato Islamico nel 2018.

 

Rawya Rageh, ricercatrice di Amnesty International specializzata nella risposta alle crisi, ha dichiarato: «La stragrande maggioranza delle vittime dell’ADF sono state cristiane, data la composizione demografica dell’area in cui opera.

 

«Detto questo, le dichiarazioni e le rivendicazioni del gruppo fanno espliciti riferimenti al fatto che i cristiani siano stati presi di mira, e i leader dell’ADF hanno sottolineato la liceità di ucciderli», ha continuato. «Il gruppo ha anche rapito e ucciso musulmani che non condividevano la loro versione della religione».

 

Nel novembre 2025, le Forze di Difesa Democratiche (ADF) hanno assaltato un centro sanitario nel villaggio di Byambwe, massacrando almeno 17 persone e incendiando quattro reparti ospedalieri.

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Gli attacchi dei militanti islamici proseguono ancora oggi, e l’esercito della Repubblica Democratica del Congo appare incapace di tutelare i civili, apparentemente a causa dei progressi dell’M23, di cui i combattenti dell’ADF hanno saputo approfittare.

 

I vescovi congolesi hanno criticato la mancanza di reazione in seguito all’attentato terroristico islamico dello scorso anno.

 

«L’ennesimo massacro si è verificato in una delle province che sono sotto assedio da diversi anni… In queste province assistiamo a omicidi e rapimenti», ha dichiarato la Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO) dopo l’attacco a una chiesa cattolica che ha provocato oltre 43 morti nel luglio dello scorso anno. I vescovi hanno aggiunto che «non è stata offerta alcuna spiegazione credibile per rassicurare la popolazione» e hanno chiesto un’«indagine approfondita e soddisfacente sulla tragedia».

 

Le Allied Democratic Forces (ADF) (Forze Democratiche Alleate) sono un gruppo ribelle islamista di origine ugandese che opera principalmente nelle province orientali del Nord Kivu e dell’Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Fondato nel 1995, il movimento ha giurato fedeltà allo Stato Islamico (ISIS) nel 2019. È internazionalmente sanzionato e designato come organizzazione terroristica.

 

Un’indagine pubblicata a maggio 2026 da Amnesty International denuncia esecuzioni di massa, torture, rapimenti e l’utilizzo di schiavitù sessuale e lavoro forzato da parte del gruppo, che sta espandendo il suo raggio d’azione verso il territorio di Mambasa, un’area strategica per l’estrazione dell’oro, dove impone tasse illegali alla popolazione locale.

 

Nato originariamente in Uganda per rovesciare il governo del presidente Yoweri Museveni, il gruppo si è trasferito nelle foreste densamente alberate della RDC a metà degli anni ’90. Il suo obiettivo attuale è stabilire uno stato islamico governato dalla Sharia nella regione dei Grandi Laghi.

 

La masnada terrorista si mantiene con il reclutamento forzato di minori, utilizzati come bambini soldato e contrabbandando minerali preziosi, legname e operando rapimenti a scopo di riscatto. Le tattiche usate sono guerriglia asimmetrica, le imboscate, le attacchi a strutture sanitarie e villaggi isolati tramite l’uso di armi da fuoco e armi bianche (cioè il machete).

 

Come riportato da Renovatio 21, recentemente le autorità della RDC orientale hanno rinvenuto fosse comuni contenenti almeno 172 corpi nei dintorni della città di Uvira, dopo il ritiro del gruppo ribelle M23, formato precipuamente da vatussi, che aveva occupato temporaneamente la zona alla fine del 2025. La scoperta è avvenuta pochi giorni dopo l’uccisione del portavoce militare dell’M23, Willy Ngoma, in un attacco con droni attribuito presumibilmente all’esercito congolese nel vicino Nord Kivu.

 

Il Movimento 23 marzo (M23) è un gruppo ribelle armato attivo nell’est della Repubblica Democratica del Congo, soprattutto nelle province del Nord e Sud Kivu. È composto principalmente da tutsi (cioè vatussi) congolesi e prende il nome dall’accordo di pace del 23 marzo 2009 tra il governo congolese e il CNDP (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo), accordo che il M23 accusò di essere stato violato.

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Secondo le Nazioni Unite, il conflitto nell’Est del Congo ha generato una delle peggiori crisi umanitarie a livello globale, causando lo sfollamento di milioni di persone.

 

L’ideologia ufficiale del M23 si basa sulla difesa dei diritti dei tutsi congolesi (Banyamulenge e altri gruppi), trattati come «stranieri» e minacciati da milizie hutu (FDLR, eredi dei genocidari ruandesi del 1994). Denuncia corruzione governativa, discriminazione etnica e mancata integrazione. In pratica, è considerato da molti un proxy ruandese, ora retto dai vatussi di Paul Kagame), sia per motivi di sicurezza (contro il FDLR) e pure economici (controllo dell’estrazione del coltan, dell’oro e altre miniere). Vari accusano M23 di etnonazionalismo tutsi e di alimentare un ciclo di violenza etnica legato al genocidio ruandese del 1994.
Come riportato da Renovatio 21, alcune voci hanno accusato il Ruanda di essere dietro l’assassinio nel 2021 dell’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio

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Immagine di United Nations Photo via Flickr pubblicata su licenza 

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Terrorismo

Israele cancella la fedina penale del soldato che sparò a un palestinese ferito

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Il presidente israeliano Isaac Herzog ha riabilitato la fedina penale dell’ex soldato delle Forze di Difesa Israeliane Elor Azaria, condannato per omicidio colposo per aver sparato a morte a un palestinese ferito e inabile a Hebron nel 2016.   Il caso risale al 2016, quando Azaria, all’epoca sergente e paramedico delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), fu ripreso mentre sparava ad Abdel Fattah al-Sharif, presunto aggressore armato di coltello, nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron.   Secondo le ricostruzioni dell’incidente, al-Sharif e un altro palestinese, Ramzi Aziz al-Tamimi al-Qasrawi, si avvicinarono a una postazione militare israeliana e accoltellarono un soldato israeliano, ferendolo lievemente. Qasrawi fu poi ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane. Al-Sharif fu colpito, gravemente ferito e lasciato a terra. Pochi minuti dopo Azaria lo raggiunse e gli sparò alla testa.

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La sparatoria è stata filmata da un attivista per i diritti umani. Azaria è stato condannato per omicidio colposo e condannato a 18 mesi di carcere, nonostante l’accusa avesse chiesto una pena da tre a cinque anni. La sua condanna è stata poi commutata in 14 mesi ed è stato rilasciato nel maggio 2018 dopo aver scontato nove mesi di pena.   Il filmato di Azaria che spara a un palestinese già inerme ha suscitato indignazione internazionale. Il ministero degli Esteri palestinese lo ha definito un’esecuzione extragiudiziale e un crimine di guerra, affermando che il video «ha demolito tutti gli slogan scanditi dai leader dell’occupazione sull’etica dell’esercito israeliano».   L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha descritto l’accaduto come un «omicidio extragiudiziale in strada». L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha definito la condanna di Azaria «eccessivamente mite», avvertendo che rafforzerà «la cultura dell’impunità». Il caso ha inoltre diviso l’opinione pubblica israeliana e contribuito alle tensioni tra i leader politici e i militari, portando in seguito alle dimissioni dell’allora ministro della Difesa Moshe Ya’alon.   Nonostante le polemiche, l’ufficio di Herzog ha annunciato sabato di aver ridotto il periodo rimanente prima che la fedina penale di Azaria potesse essere cancellata, di fatto ripulendola.   «Il presidente ritiene che le circostanze nel loro complesso, il tempo trascorso e il rammarico da lui espresso giustifichino la possibilità di iniziare un nuovo capitolo della sua vita», ha dichiarato l’ufficio del presidente, aggiungendo che Azaria, che aveva 20 anni al momento della condanna, ha espresso rammarico nella sua richiesta. Ciò contrasta con le dichiarazioni rilasciate da Azaria nella sua prima importante intervista dopo la scarcerazione, quando affermò di non provare «alcun rimorso», sostenendo di aver agito in quel modo perché credeva che l’attentatore rappresentasse ancora una minaccia.   Il ministro della sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, ha accolto con favore la decisione, affermando che «la cancellazione della fedina penale di chi ha ucciso un terrorista» lo rende «molto felice». Il ministro della Difesa Israel Katz l’ha definita una «decisione umana e giusta».   Le Forze di Difesa Israeliane (IDF), tuttavia, si sono opposte alla decisione. La condanna di Azaria rappresentava un raro caso di sentenza di un tribunale militare israeliano contro un soldato per un’azione mortale sul campo. I procuratori militari sostenevano che Azaria stesse cercando vendetta piuttosto che reagire a una minaccia concreta. Secondo la stampa israeliana, il capo di Stato Maggiore delle IDF, il Tenente Generale Eyal Zamir, si è formalmente opposto alla riabilitazione di Azaria, sostenendo che non si fosse assunto pienamente la responsabilità delle sue azioni né avesse dimostrato un sincero pentimento.   Le uccisioni extragiudiziali e mirate perpetrate dalle forze israeliane contro i palestinesi sono da tempo oggetto di attenta analisi internazionale. Organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno accusato le forze israeliane di uccisioni illegali ed extragiudiziali. Il governo sostiene che le sue forze agiscono legalmente contro gli individui coinvolti nella pianificazione o nell’esecuzione di attacchi.   Un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che le forze e i coloni israeliani hanno ucciso 1.096 palestinesi nella sola Cisgiordania dal 7 ottobre 2023, un quinto dei quali erano bambini, sottolineando che molti casi hanno sollevato preoccupazioni in merito a «esecuzioni extragiudiziali e altri usi illegali della forza».

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Organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani hanno inoltre affermato che i procedimenti giudiziari contro i soldati israeliani per l’uccisione di palestinesi sono rari. Il mese scorso, dopo che l’esercito ha annunciato indagini interne sulla morte della bambina palestinese Hind Rajab nel 2024 e di 15 operatori umanitari nel 2025, l’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha sottolineato quello che ha definito lo scarso successo del sistema di giustizia militare nell’ottenere condanne.   «Rispetto al numero di denunce presentate contro soldati e comandanti che commettono reati, non vengono emessi praticamente atti d’accusa. Nei rari casi in cui comandanti o soldati vengono condannati, ricevono pene ridicolmente lievi rispetto alla gravità del reato», ha affermato il portavoce dell’organizzazione.   Secondo un rapporto dell’agosto 2025 dell’organizzazione londinese Action on Armed Violence, l’88% delle 52 indagini militari israeliane su presunte violazioni a Gaza e in Cisgiordania, rese pubbliche, erano ancora in fase di valutazione senza esito pubblico oppure erano state archiviate senza aver riscontrato alcun illecito. Solo in un caso su 52 si è conclusa una condanna al carcere.   Secondo un rapporto del West Bank Protection Consortium, un gruppo di organizzazioni umanitarie internazionali, soldati e coloni israeliani ricorrono sistematicamente alla violenza sessuale e alle molestie per costringere i palestinesi ad abbandonare le proprie case nella Cisgiordania occupata.   Come riportato da Renovatio 21, agghiaccianti storie di stupro da parte dell’esercito dello Stato Giudaico di prigioniere e prigionieri palestinesi tramite oggetti e persino cani addestrati stanno emergendo di recente.
A marzo l’esercito israeliano aveva ritirato le accuse contro i soldati accusati di aver abusato sessualmente di un prigioniero palestinese in un centro di detenzione di guerra nella base di Sde Teiman. Il caso di alto profilo ha profondamente diviso la società israeliana.   Lo scandalo aveva contribuito alle dimissioni dell’ex avvocato generale militare delle IDF, il maggiore generale Yifat Tomer-Yerushalmi, che riconobbe di aver autorizzato la diffusione del filmato «per contrastare la falsa propaganda». Il premier Beniamino Netanyahu aveva definito la fuga di notizie «forse il più grave colpo d’immagine subito da Israele dalla sua fondazione». Il ministro della Difesa Israel Katz aveva accusato i detrattori dei soldati di diffondere «accuse del sangue», nome che si dà .   Come riportato da Renovatio 21, i militari accusati dello stupro a novembre erano apparsi mascherati in TV e avevano difeso apertamente le proprie azioni, denunciando una persecuzione ingiusta e promettendo di «lottare per la giustizia».

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Come riportato da Renovatio 21alcuni politici israeliani si sono sentiti di difendere lo stupro anale del prigioniero palestinese, con conseguente scandalo generale anche presso la stessa opinione pubblica dello Stato Ebraico.   Come riportato da Renovatio 21, mesi fa lo stesso esercito israeliano ha iniziato delle indagini riguardante il video che ritrae soldati dello Stato Ebraico che gettano cadaveri di palestinesi dai tetti.   Come riportato da Renovatio 21abusi da parte dei militari israeliani sono diffusi sui social, come ad esempio il canale Telegram «72 vergini – senza censura», dove vengono caricati dagli stessi militari video ed immagini di quella che si può definire «pornografia bellica». Vantando «contenuti esclusivi dalla Striscia di Gaza», il canale 72 Virgins – Uncensored ha più di 5.000 follower e pubblica video e foto che mostrano le uccisioni e le catture di militanti di Hamas, nonché immagini dei morti.  

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Immagine di Josh Levinger via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0  
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Terrorismo

Revocare la cittadinanza israeliana ai critici dell’IDF: la proposta di Netanyahu

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Secondo il primo ministro Benjamin Netanyahu, gli israeliani che si rendono colpevoli di diffamazione nei confronti dell’esercito dovrebbero essere privati della cittadinanza, mentre le Forze di Difesa Israeliane (IDF) affrontano nuove accuse di uccisione di civili palestinesi a Gaza.

 

In un videomessaggio diffuso mercoledì, Netanyahu ha attaccato duramente il documentario «NAZA», recentemente presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, che sostiene che l’esercito e i servizi segreti israeliani abbiano utilizzato sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale per selezionare gli obiettivi e abbiano considerato le potenziali morti di civili come danni collaterali accettabili. Il film, diretto dai registi israeliani premio Oscar Yuval Abraham e Rachel Szor, è stato presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia il 10 settembre e ha vinto il Premio Speciale della Giuria.

 

 

Netanyahu ha promesso di presentare due proposte di legge per punire coloro che, a suo dire, stanno causando «danni immensi» alle Forze di Difesa Israeliane.

 

«La prima misura consiste nel revocare la cittadinanza a chiunque diffami i soldati [israeliani], e la seconda nel colpirli nel portafoglio, aumentando di venti volte il risarcimento danni per diffamazione che possono essere richiesti per legge», ha affermato, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters.

 

«Colpiteli sia nel portafoglio che nella cittadinanza, perché non hanno posto tra noi», ha aggiunto Netanyahu, secondo quanto riportato dalla testata israeliana Ynet.

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Nel suo discorso, ha menzionato Yair Golan, leader dei Democratici di sinistra ed ex vice capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, il quale l’anno scorso aveva affermato che le truppe israeliane «uccidono i bambini per hobby».

 

Netanyahu ha anche menzionato Yifat Tomer-Yerushalmi, rimossa dall’incarico di responsabile dell’ufficio legale militare delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) dopo aver ammesso di aver autorizzato la diffusione di un video che presumibilmente mostrava abusi su un detenuto palestinese in un centro di detenzione israeliano.

 

Il team di «NAZA» ha difeso la propria inchiesta, affermando che si basa su interviste con militari israeliani. «È importante che noi israeliani riconosciamo ciò che il nostro governo ha fatto a Gaza», ha dichiarato Abraham.

 

 

Numerosi Paesi, le Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani hanno accusato Israele di uccidere indiscriminatamente civili. Quasi 74.000 persone sono state uccise a Gaza dall’inizio della guerra, nell’ottobre del 2023, in seguito a un attacco a sorpresa di Hamas contro Israele.

 

La Corte penale internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La Corte internazionale di giustizia (CIG) sta esaminando un caso di genocidio intentato contro Israele per la sua condotta a Gaza.

 

Israele nega le accuse, pur riconoscendo che alcune uccisioni di civili rappresentano violazioni isolate dei protocolli delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), e accusa Hamas di usare i civili come scudi umani. Funzionari israeliani hanno anche accusato le agenzie delle Nazioni Unite di aiutare Hamas e hanno sostenuto che il gruppo include i combattenti tra le vittime civili.

 

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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

 

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Terrorismo

Netanyahu ha deliberatamente favorito il massacro di Hamas del 7 ottobre: parlano le vittime

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Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è stato accusato di avere agevolato volutamente il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, avendo per anni conservato il controllo del movimento a Gaza e lasciandolo rafforzarsi. Al Netanyahu viene inoltre attribuito di avere trascurato di proposito gli indizi che preannunciavano un’offensiva.   Martedì le famiglie degli israeliani uccisi o rapiti nell’assalto hanno reso pubblico un fascicolo di dodici pagine in cui sostengono che non si è trattato soltanto di un fallimento dell’Intelligence, ma dell’esito di una linea politica prolungata portata avanti dai governi guidati da Netanyahu.   Il documento elenca ripetute scelte del governo israeliano di non colpire i dirigenti di Hamas, di facilitare i finanziamenti qatarioti destinati a Gaza e di sottovalutare in modo sistematico gli allarmi sulle crescenti capacità del gruppo, considerato invece un «rischio calcolato» e un contrappeso utile all’Autorità Palestinese.   «Hanno attaccato perché potevano. I governi israeliani, che hanno tenuto le redini del potere per quasi due decenni, lo hanno permesso», afferma il dossier.

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«Si sarebbe potuto evitare, ma il primo ministro ha scelto di non agire», ha dichiarato Merav Svirsky, parente di una delle vittime del 7 ottobre, durante la conferenza stampa, spiegando che la catastrofe «non è stata semplicemente un errore in un singolo momento. È stata la scelta di ignorare ripetutamente gli avvertimenti».   Svirsky ha citato recenti ricostruzioni secondo cui il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, avrebbe avvertito personalmente Netanyahu circa dieci giorni prima del 7 ottobre che Hamas si stava preparando a un attacco di grande portata. Secondo Haaretz, Netanyahu avrebbe sminuito l’avviso e non lo avrebbe trasmesso ai responsabili della sicurezza.   L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha accusato l’esecutivo di Netanyahu di perseguire un più ampio «progetto di eliminazione» nella Cisgiordania occupata. Il suo nuovo rapporto, uscito anch’esso martedì, sostiene che le autorità israeliane e i coloni stiano smantellando in modo sistematico la vita dei palestinesi mediante violenza, limitazioni alla libertà di movimento, pressione economica, sfollamenti e occupazione del territorio.   B’Tselem e Amnesty International hanno accusato separatamente Israele di aver commesso un genocidio a Gaza, facendo riferimento a uccisioni di massa, sfollamenti e alla distruzione delle condizioni indispensabili alla sopravvivenza civile.   Le denunce si aggiungono alla condanna crescente nei confronti del governo israeliano per le sue azioni a Gaza e in Cisgiordania, da cui derivano affermazioni secondo cui Netanyahu avrebbe consentito deliberatamente l’attacco del 7 ottobre per giustificare una campagna più estesa al fine di ripulire etnicamente i territori e renderli pienamente colonizzabili dagli israeliani.   SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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