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Terrorismo

Scontro tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda sul piano di disarmo dei ribelli

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La Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Ruanda si sono scambiati accuse reciproche in merito a un piano proposto per disarmare un gruppo militante attivo sul lato congolese del confine condiviso, mettendo in luce nuove tensioni sull’accordo di pace mediato dal presidente statunitense Donald Trump.

 

Martedì Kinshasa ha annunciato che le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) hanno firmato un protocollo che disciplina il disarmo, la smobilitazione e il trasferimento in aree di accampamento designate.

 

Il ministro congolese per l’integrazione regionale, Floribert Anzuluni, ha dichiarato che i membri delle FDLR non saranno rimpatriati forzatamente in Ruanda, e che i combattenti e i loro familiari potranno trasferirsi in un paese terzo qualora non vengano soddisfatte le condizioni per il rimpatrio volontario. Ha aggiunto che non esiste una stima concordata del numero di persone coinvolte e che i siti di accampamento e il calendario di attuazione sono ancora in fase di definizione.

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Le FDLR, formate da combattenti di etnia Hutu, alcuni dei quali legati al genocidio ruandese del 1994, operano nella Repubblica Democratica del Congo orientale da decenni. Kigali ha accusato le forze congolesi di collaborare con il gruppo, che considera una minaccia per il Ruanda.

 

Il portavoce del governo congolese, Patrick Muyaya, ha descritto il protocollo come una «svolta fondamentale» nella gestione della questione delle FDLR, affermando che è conforme agli Accordi di Washington e dimostra i progressi compiuti da Kinshasa nel rispetto dei propri impegni e accusando il Ruanda di aver usato la presenza delle FDLR come pretesto per giustificare l’aggressione contro la Repubblica Democratica del Congo per 30 anni.

 

Il ministro degli Esteri ruandese Olivier Nduhungirehe ha respinto il protocollo definendolo una «manovra dilatoria» di Kinshasa, sostenendo che le FDLR non sono parte degli Accordi di Washington, bensì il gruppo armato preso di mira dalle relative disposizioni in materia di sicurezza.

 

«I responsabili del genocidio delle FDLR non sono parte di questi accordi; ne sono invece soggetti», ha scritto su X, aggiungendo che il principale obbligo di sicurezza della Repubblica Democratica del Congo avrebbe dovuto essere adempiuto entro 90 giorni.

 

Nduhungirehe ha inoltre accusato Kinshasa di aver intensificato il sostegno militare alle FDLR e di aver integrato molti dei suoi combattenti nell’esercito congolese da quando gli accordi sono stati firmati il 4 dicembre 2025. La Repubblica Democratica del Congo ha precedentemente negato di sostenere il gruppo armato.

 

Lo scorso dicembre, nella capitale statunitense, i leader della Repubblica Democratica del Congo e del Ruanda hanno formalizzato gli Accordi di Washington per la Pace e la Prosperità. L’accordo impegna entrambe le parti a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altra, a cessare le ostilità, a sostenere il disimpegno delle forze armate, a facilitare il ritorno dei rifugiati e a promuovere la cooperazione economica regionale. Prevede inoltre che Kinshasa neutralizzi le FDLR e che il Ruanda revochi le sue «misure difensive», che secondo la Repubblica Democratica del Congo equivalgono al ritiro delle truppe ruandesi dal suo territorio.

 

Le relazioni tra i due stati africani sono tese da decenni a causa della guerra civile nel Congo orientale. Kinshasa ha ripetutamente accusato Kigali di sostenere il gruppo ribelle M23, accuse che il governo ruandese ha sempre respinto.

 

Migliaia di persone sono state uccise e centinaia di migliaia sfollate da quando gli scontri tra l’M23 e le forze congolesi si sono intensificati nel gennaio 2025, con i ribelli che hanno conquistato Goma, capitale del Nord Kivu, e Bukavu, capitale del Sud Kivu.

 

Come riportato da Renovatio 21, quest’anno le autorità della RDC orientale hanno rinvenuto fosse comuni contenenti almeno 172 corpi nei dintorni della città di Uvira, dopo il ritiro del gruppo ribelle M23, formato precipuamente da vatussi, che aveva occupato temporaneamente la zona alla fine del 2025. La scoperta è avvenuta pochi giorni dopo l’uccisione del portavoce militare dell’M23, Willy Ngoma, in un attacco con droni attribuito presumibilmente all’esercito congolese nel vicino Nord Kivu.

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A settembre 2025 un eccidio si era verificato nel villaggio di Ntoyo, nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC). I membri delle Forze Democratiche Alleate (ADF), affiliate allo Stato Islamico, si sono presentati travestiti da civili per mescolarsi tra la popolazione, per poi scatenare all’improvviso una strage aprendo il fuoco e aggredendo i cristiani con asce e machete.

 

Il Movimento 23 marzo (M23) è un gruppo ribelle armato attivo nell’est della Repubblica Democratica del Congo, soprattutto nelle province del Nord e Sud Kivu. È composto principalmente da tutsi (cioè vatussi) congolesi e prende il nome dall’accordo di pace del 23 marzo 2009 tra il governo congolese e il CNDP (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo), accordo che il M23 accusò di essere stato violato.

L’ideologia ufficiale del M23 si basa sulla difesa dei diritti dei tutsi congolesi (Banyamulenge e altri gruppi), trattati come «stranieri» e minacciati da milizie hutu (FDLR, eredi dei genocidari ruandesi del 1994). Denuncia corruzione governativa, discriminazione etnica e mancata integrazione. In pratica, è considerato da molti un proxy ruandese, ora retto dai vatussi di Paul Kagame), sia per motivi di sicurezza (contro il FDLR) e pure economici (controllo dell’estrazione del coltan, dell’oro e altre miniere). Vari accusano M23 di etnonazionalismo tutsi e di alimentare un ciclo di violenza etnica legato al genocidio ruandese del 1994.

 

Come riportato da Renovatio 21, alcune voci hanno accusato il Ruanda di essere dietro l’assassinio nel 2021 dell’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio

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Terrorismo

L’ISIS rivendica la responsabilità dell’attacco alla chiesa greco-ortodossa in Giordania

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Il brutale attacco terroristico avvenuto in pieno giorno nella chiesa greco-ortodossa di San Giorgio a Karak, situata a sud-ovest della capitale Amman, è stato rivendicato dall’ISIS.   Un tempo i cristiani rappresentavano il 12% della popolazione giordana, mentre oggi costituiscono meno del 2% a causa di discriminazioni religiose, minacce e violenze.   In seguito all’attacco, i terroristi hanno inviato un messaggio agghiacciante: «Allahu Akbar, e gloria ad Allah. Abbiamo punito brutalmente i cristiani di Karak per vendicare l’Islam e lo Stato Islamico. Allahu Akbar! Allahu Akbar!»   Poche ore dopo l’attentato, il re Abdullah di Giordania ha fatto visita ai sopravvissuti feriti e ha promesso che i responsabili sarebbero stati puniti «con il pugno di ferro».   L’attacco è stato fermamente condannato dai leader della zona circostante.   Ahmed al-Tayeb, grande imam di Al-Azhar al Cairo, ha offerto le sue condoglianze alle famiglie delle vittime e ha definito la sparatoria un «atroce attacco terroristico».   Il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein ha «ribadito la solidarietà dell’Iraq con la Giordania di fronte al terrorismo».   Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha condannato l’attacco definendolo «particolarmente efferato» e ha chiesto che «tutti i responsabili vengano individuati e chiamati a risponderne».   In Giordania sono stati proclamati tre giorni di lutto nazionale.

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Terrorismo

Anche un arcivescovo faceva parte della delegazione europea attaccata dai coloni ebraici

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Sabato, coloni terroristi israeliani mascherati hanno seminato il panico nei terreni agricoli vicino all’antica città cristiana di Taybeh, nella Cisgiordania occupata da Israele, aggredendo una delegazione diplomatica europea, ferendo un sindaco francese, distruggendo un veicolo consolare belga e attaccando civili palestinesi durante la raccolta annuale delle olive.

 

Taybeh, l’ultimo villaggio interamente cristiano rimasto nel territorio e tradizionalmente identificato con il biblico Efraim di Giovanni 11:54, è stato teatro di ripetuti attacchi terroristici di matrice ebraica per oltre un anno.

 

Lex Pouliot del Vulnerable People Project (VPP), presente sul posto, ha descritto la scena in un video-resoconto di prima mano, affermando di essere arrivata per la stagione della raccolta delle olive e di trovarsi «con le delegazioni francese, belga e polacca quando un gruppo di terroristi israeliani armati e mascherati è arrivato e ha attaccato».


«Hanno spinto a terra un sindaco francese che era con noi e hanno attaccato il veicolo del Console Generale belga. Hanno sfondato il finestrino dell’auto e ci hanno inseguito con i quad», ha raccontato, aggiungendo che se i coloni si sentissero autorizzati ad attaccare i diplomatici con le loro squadre di sicurezza, «immaginate come avrebbero trattato i palestinesi oggi se non ci fosse stata la presenza internazionale».

 

Pouliot ha inoltre riferito che, nonostante la presenza sul campo di giornalisti, attivisti per la pace e missioni diplomatiche, «oggi a Taybeh si sono verificati diversi attacchi. Per citarne solo alcuni, un ragazzino è stato colpito alla testa da un colono e ha avuto bisogno di punti di sutura. Una bambina di sette anni è stata presa a calci e gettata a terra, e ripetutamente minacciata e intimidita».

 

Inoltre, nella vicina Birzeit, terroristi israeliani hanno aggredito, picchiato selvaggiamente e ricoverato in ospedale la fotoreporter del Washington Post Heidi Levine.

 

Il sindaco francese Bernard Baudoux, 78 anni, di Aulnoye-Aymeries, che si trovava a Taybeh per formalizzare un accordo di gemellaggio e partecipare alla vendemmia, ha confermato l’aggressione. Indossando la sua fascia cerimoniale tricolore francese, è stato preso a calci e picchiato con sbarre di ferro o di metallo prima di essere gettato a terra.

 

«Sono arrivati tre veicoli. Diversi individui mascherati, armati di spranghe di metallo, sono scesi e si sono diretti verso di noi con estrema aggressività», ha dichiarato Baudoux.

 

«Sono stato colpito con delle sbarre di metallo e preso a calci prima di essere gettato a terra». In seguito ha dichiarato all’AFP che la violenza dimostrava «la tolleranza del governo israeliano» e che «il mondo intero deve sapere cosa sta succedendo lì. Per quanto mi riguarda, tornerò nel mio Paese e tutto andrà bene. Chi continua a soffrire di più è chi si trova qui». Ha descritto gli aggressori come arrivati «completamente furiosi» e ha previsto che l’incidente sarebbe rimasto impunito.

 

Secondo quanto riportato dal Guardian e da altre testate, si sarebbero verificati ulteriori feriti tra i civili durante gli stessi eventi: terroristi coloni israeliani avrebbero prima attaccato un gruppo di raccoglitori di olive sui pendii inferiori, rubando olive, prendendo a calci e aggredendo una donna palestinese settantenne e picchiando un uomo così violentemente da richiedergli sei punti di sutura per una ferita alla testa.

 

Anche l’arcivescovo cattolico Vincent Dollmann di Cambrai, in Francia, che faceva parte della delegazione, e altri membri della delegazione sono stati minacciati. Circa sette uomini mascherati, alcuni armati di bastoni o spranghe e a bordo di quad o veicoli fuoristrada, hanno affrontato il convoglio, hanno chiesto i documenti d’identità, hanno lanciato pietre contro i veicoli e hanno infranto il finestrino di un’auto consolare belga.

 

Il ministro degli Esteri belga Maxime Prevot ha condannato l’attacco, affermando: «I palestinesi affrontano questa violenza ogni giorno. I coloni prendono di mira anche i giornalisti che ne parlano e i diplomatici. La raccolta delle olive, il giornalismo o lo svolgimento di incarichi diplomatici non dovrebbero mai mettere nessuno a rischio di essere attaccato».

 

Il ministro belga ha collegato la vicenda alla «politica di insediamento illegale» di Israele, ha affermato che, in quanto potenza occupante, le autorità israeliane devono proteggere i civili e i diplomatici, e ha dichiarato: «L’impunità per i coloni violenti deve finire. Il Belgio continuerà a fare pressione affinché l’UE adotti sanzioni contro i responsabili di questa violenza e coloro che li sostengono».

 

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha definito l’aggressione «oltraggiosa» e ha chiesto a Israele di reprimere questa «violenza criminale» dopo che Baudoux «è stato violentemente aggredito da coloni estremisti».

 

«Le autorità israeliane devono arrestare i responsabili di questi atti ripugnanti e consegnarli alla giustizia. Devono porre fine con urgenza a questa violenza criminale e garantire la sicurezza delle popolazioni civili, come sono tenute a fare dal diritto internazionale», ha dichiarato.

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La tolleranza da parte di Israele del terrorismo dei coloni, «una politica istituzionale» per «forzare lo sfollamento dei civili».

 

L’incidente è avvenuto durante una stagione di raccolta delle olive particolarmente violenta, in un contesto in cui terroristi ebrei vengono assolti dai loro crimini da rabbini estremisti che insegnano che il furto di olive palestinesi è una «virtù».

 

Funzionari palestinesi hanno riferito che almeno quattro palestinesi sono stati uccisi e oltre 100 feriti in attacchi dei coloni dall’inizio della stagione del raccolto, a ottobre, con migliaia di alberi danneggiati.

 

Secondo quanto riportato da VPP, l’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha documentato oltre 377 attacchi terroristici perpetrati da coloni e soldati israeliani contro civili palestinesi tra il 27 settembre e il 10 ottobre. Questi crimini sono avvenuti impunemente «in 162 comunità, con una media di circa 27 attacchi violenti al giorno», di cui 174 mirati alla raccolta delle olive e il 25% con la partecipazione diretta dell’esercito israeliano.

 

«Yesh Din sottolinea che la mancata applicazione sistemica della legge nei confronti degli autori di reati violenti indica una politica istituzionale volta a infliggere il massimo danno economico e culturale per costringere i civili allo sfollamento», ha riassunto VPP.

 

L’aggressione al convoglio diplomatico è avvenuta il giorno dopo che alcuni coloni avevano picchiato e rapinato la fotografa del Washington Post Heidi Levine nei pressi del villaggio palestinese di Abu Falah.

 

Come riportato da Renovatio 21, giorni fa, il fotografo palestinese di lunga esperienza Jaafar Ashtiyeh, collaboratore dell’AFP, aveva subito un’aggressione analoga durante un raid dei coloni contro olivicoltori palestinesi. Il giornalista, identificato come membro della stampa, era stato attaccato da coloni israeliani armati, che lo avevano picchiato con i calci dei fucili e derubato della sua attrezzatura. Secondo quanto riferito, un’unità delle IDF aveva assistito alla violenza senza intervenire.

 

Due mesi fa coloni israeliani mascherati hanno aggredito e ferito una troupe dell’emittente statunitense NBC News e una donna del posto in Cisgiordania.

 

La violenza colonica, ora visibile in tutta la sua boria sanguinaria, non si abbatte solo contro i giornalisti.

 

Come riportato da Renovatio 21, il deputato statunitense Ro Khanna ha dichiarato di essere stato fermato da coloni israeliani armati durante una visita a un villaggio palestinese nella Cisgiordania occupata, sostenendo che le truppe delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) si fossero schierate dalla parte dei coloni anziché aiutare la sua delegazione.

 

Nel frattempo, il governo israeliano avrebbe delineato un piano per erogare finanziamenti statali ai membri del gruppo estremista di coloni Hilltop Youth, stanziando circa 5,5 milioni di shekel (1,65 milioni di euro) per sussidi mensili ai suoi membri.

 

Negli scorsi giorni terroristi ebrei provenienti da insediamenti israeliani illegali hanno nuovamente attaccato l’antica città cristiana di Taybeh, incendiando i suoi campi agricoli e cercando di bruciare le case, con segnalazioni di spari anche contro i civili.

 

Come riportato da Renovatio 21, Taybeh è stata obiettivo di attacchi mortali di coloni israeliani. I continui assalti dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa. Negli scorsi giorni l’esercito israeliano ha aggredito cristiani e musulmani palestinesi che stavano celebrando la festa di San Giorgio in un monastero cristiano a sud di Betlemme, nella Cisgiordania occupata.

 

Due mesi fa il vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme William Shomali aveva dichiarato che dall’inizio dell’anno «le aggressioni contro i cristiani in Cisgiordania si stanno moltiplicando».

 

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Immagine di Ralf Lotys via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

 

 

 

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Terrorismo

Coloni israeliani armati picchiano e rapinano fotografo dell’agenzia France Presse

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Coloni israeliani armati avrebbero picchiato e derubato un fotografo dell’AFP, identificato come giornalista, in Cisgiordania occupata. Sul posto c’erano una dozzina di soldati delle Forze di difesa israeliane, che, come spesso accade, non sono intervenuti.   Il fotografo palestinese Jaafar Ashtiyeh, 58 anni, è stato ricoverato dopo essere stato colpito più volte con il calcio di un fucile. L’aggressione è l’ultima di una serie crescente di attacchi ai giornalisti in Cisgiordania. Il Comitato per la protezione dei giornalisti ha documentato almeno 16 episodi che hanno coinvolto 35 giornalisti palestinesi, israeliani e internazionali solo nei primi otto mesi del 2026, già più dei 13 episodi e 25 giornalisti registrati in tutto il 2025.   L’attacco è avvenuto martedì vicino al villaggio di Aqraba, mentre Ashtiyeh e il collega dell’AFP John Wessels documentavano la raccolta delle olive. Secondo l’agenzia, i due hanno visto un soldato israeliano fermare un palestinese, poi un uomo su un quad si è avvicinato e ha aperto il fuoco. Un palestinese è stato colpito al piede e ricoverato, ha riferito la Mezzaluna Rossa Palestinese.  

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Durante la raccolta annuale i coloni prendono spesso di mira gli agricoltori, si impossessano dei raccolti o li distruggono, insieme agli alberi, che per molte famiglie sono una fonte di reddito essenziale. Almeno altri sei uomini armati si sono poi scagliati contro i giornalisti sparando. Mentre Ashtiyeh cercava di salire su un veicolo chiaramente contrassegnato «Stampa», due uomini lo hanno placcato e colpito più volte con i calci dei fucili.   «Potevo sentire le sue urla», ha detto Wessels, a sua volta minacciato con una pistola mentre gli aggressori prendevano l’attrezzatura di Ashtiyeh. Il fotografo ha riportato contusioni alla testa e al torso. Secondo Wessels, una dozzina di soldati israeliani in assetto completo erano a circa 500 metri e non sono intervenuti. L’AFP ha chiesto un commento all’esercito.   «Condanniamo fermamente l’ennesimo grave attacco contro giornalisti che cercavano di documentare gli eventi in Cisgiordania e chiediamo un’indagine completa», ha detto Phil Chetwynd, direttore delle notizie globali dell’AFP. Ha definito «inaccettabile» che i giornalisti possano essere picchiati e derubati da coloni armati senza che le forze di sicurezza israeliane intervengano.   L’episodio si colloca in un’intensificazione delle violenze dei coloni contro i residenti locali: attacchi, furti e vandalismi sono segnalati quasi ogni giorno negli ultimi mesi. Secondo alcune fonti, coloni estremisti si sarebbero anche impossessati di oliveti palestinesi.   Chi documenta questi fatti finisce sempre più spesso coinvolto. Ad agosto coloni hanno attaccato una squadra di tre persone dell’AFP a est di Betlemme, lanciando pietre, colpendo un giornalista con un bastone e danneggiando il veicolo. Pochi giorni prima il giornalista di Haaretz Matan Golan e il fotografo Itay Rom erano stati aggrediti vicino a Qusra: secondo il Comitato, i coloni hanno circondato l’auto, uno ha preso a calci e sputato addosso a Golan, e i soldati vicini non sono intervenuti. Nemmeno chi lavora per i media israeliani è stato risparmiato.   All’inizio dell’anno giornalisti palestinesi sono stati picchiati, minacciati o costretti a lasciare il lavoro in altri incidenti; anche troupe di CNN, Reuters, Al Jazeera e Anadolu sono state affrontate o attaccate dai coloni.   Gli attacchi arrivano in un contesto già letale per la stampa. Secondo il CPJ, Israele è stato responsabile di 86 dei 129 giornalisti e operatori dei media uccisi nel mondo nel 2025, un record, circa due terzi del totale globale, in pratica allo Stato Ebraico va la maggior parte degli omicidi di membri della stampa su scala planetaria.   Come riportato da Renovatio 21, secondo calcoli Israele avrebbe ucciso il 75% di tutti i giornalisti morti nel 2023 mentre coprivano zone di conflitto.

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Nel conflitto sono stati assassinati vari giornalisti del network quatariota Al Jazeera, tra cui ucciso il giornalista Ismail al-Ghoul, che lo Stato Ebraico ha sostenuto essere un terrorista.   Come riportato da Renovatio 21, nel 2024 fa si era avuto il caso di cinque giornalisti uccisi a Gaza in un unico attacco.   Poche settimane prima, soldati israeliani avevano fatto irruzione negli uffici di Al Jazeera a Ramallah, in Cisgiordania. Il governo israeliano l’anno scorso aveva votato per chiudere il canale televisivo del Qatar. Tre anni fa vi fu lo scandalo del corteo funebre della celebre giornalista cristiana di Al Jazeera Shireen Abu Akleh attaccato dalla polizia israeliana.   Nel 2025 l’agenzia AFP che a Gaza i suoi giornalisti collaboratori stanno morendo di fame. Un’inchiesta del giornale britannico Guardian ha scoperto che l’esercito israeliano considererebbe legittimi obiettivi militari i media affiliati alla resistenza al genocidio di Gaza.   Anche la stampa israeliana potrebbe non essere lontana dagli obbiettivi politici attuali: mesi fa era emerso che il governo israeliano voleva sanzionare anche il più antico quotidiano del Paese, Haaretz.  

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