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Geopolitica

Biden e il potere con la forza

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

L’occupazione del Campidoglio da parte dei partigiani di Trump è presentata come tentativo di colpo di Stato, nonostante il presidente sia ancora alla Casa Bianca. A ben guardare potrebbe essere l’inverso. La libertà di parola è stata requisita da un potere illegittimo, a vantaggio di Joe Biden.

 

Il presidente uscente, Donald Trump, è unanimemente accusato di aver distrutto la democrazia che il presidente entrante, Joe Biden, certamente saprà ripristinare. Chi si ricorda delle elezioni di George H. Bush, di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama è disposto a lasciarsi abbindolare di nuovo?

 

Le consuete frottole

A ogni elezione presidenziale statunitense ci spiegano che il presidente uscente era un mostro, che si è dispiaciuti per i crimini che ha commesso, ma che, con l’accesso al potere di un nuovo capo, per l’umanità sta per sorgere un nuovo giorno.

 

Unica eccezione: l’elezione di Donald Trump nel 2016.

 

Prima ancora che il miliardario prestasse giuramento, ci spiegarono ch’era stato eletto per uno spiacevole errore, che era misogino, omofobo, razzista, che non incarnava il «Paese della libertà» bensì il suprematismo dei «piccoli bianchi» e gl’interessi dei ricchi. Per quattro anni ci hanno assillato per convincerci che questa diagnosi era esatta. È stato trattato da impostore e le sue idee e i suoi successi sono passati sotto silenzio.

 

Ora l’insurrezione del Campidoglio consente alle agenzie di stampa egemoni di addossargli nuove colpe.

 

Non vogliamo guardare in faccia la crisi e ci accontentiamo di commenti ottusi che ci assicurano che quest’increscioso episodio non avrà seguito

Il presidente uscente, Donald Trump, è unanimemente accusato di aver distrutto la democrazia che il presidente entrante, Joe Biden, certamente saprà ripristinare. Chi si ricorda delle elezioni di George H. Bush, di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama è disposto a lasciarsi abbindolare di nuovo?

 

Sì, perché lo shock della presa del Campidoglio è tale che si è pronti a credere qualunque cosa: se gli Stati Uniti si avviassero inesorabilmente alla guerra civile (1), cosa ne sarebbe di noi Occidentali?

 

Per questa ragione non abbiamo voluto veder arrivare la crisi ora agli albori. Solo alcuni giornali greci hanno di recente descritto le ragioni della collera, che noi analizziamo da cinque anni (ossia prima dell’elezione di Trump).

 

Ed è per la stessa ragione che non vogliamo guardare in faccia la crisi e ci accontentiamo di commenti ottusi che ci assicurano che quest’increscioso episodio non avrà seguito. Ma chi può crederlo? Certo le cose si calmeranno per un po’ e la macchina repressiva schiaccerà i manifestanti del 6 gennaio, ma si tratterà solo di un rinvio e la guerra civile non si farà attendere.

 

Chi può crederlo? Certo le cose si calmeranno per un po’ e la macchina repressiva schiaccerà i manifestanti del 6 gennaio, ma si tratterà solo di un rinvio e la guerra civile non si farà attendere.

Già ora i non-Occidentali hanno capito che gli Stati Uniti hanno problemi interni tali da non consentirgli più di ergersi a modello per il mondo intero e, a maggior ragione, di dare lezioni di democrazia a quanti vogliono sottomettere.

 

 

Elezioni non democratiche

Durante le elezioni presidenziali del 2000 il mondo assistette sbalordito alla decisione della Corte Suprema di ignorare il riconteggio dei voti in Florida. Conformemente alla Costituzione, la Corte dichiarò di non potersi intromettere nello scrutinio di uno Stato federato e che doveva attenersi alla decisione del governatore, Jeb Bush, che aveva dichiarato il fratello George W. Bush regolarmente eletto.

 

Vent’anni dopo il mondo ha visto dichiarare inammissibili 60 ricorsi di Donald Trump, che denunciava frodi massicce in molti Stati.

 

Già ora i non-Occidentali hanno capito che gli Stati Uniti hanno problemi interni tali da non consentirgli più di ergersi a modello per il mondo intero e, a maggior ragione, di dare lezioni di democrazia a quanti vogliono sottomettere.

Come ho già scritto, dal punto di vista giuridico Al Gore e Donald Trump hanno perso. Ma dal punto di vista della democrazia, probabilmente hanno vinto.

 

È impossibile saperlo con certezza, ma i risultati delle altre elezioni che si svolgevano contemporaneamente lasciano pochi dubbi.

 

Si può però affermare che le elezioni presidenziali non hanno niente di democratico: lo spoglio è garantito dai governatori che, in numerosi Stati federati, scelgono loro stessi i funzionari o le società che lo svolgeranno. Se il sistema fosse democratico, lo spoglio sarebbe pubblico e fatto dai cittadini.

 

Un’elezione può dirsi democratica solo se si svolge nella trasparenza. Di conseguenza, queste elezioni, pur essendo legali per il diritto statunitense, sono innegabilmente non-democratiche

Ognuno ha potuto vedere urne trasportate dai seggi elettorali a una centrale di spoglio, dove venivano aperte da funzionari che poi chiudevano le tende, impedendo ai cittadini di verificare alcunché. Nessuno mette in dubbio la buona fede di questi funzionari, ma nessuno può nemmeno farsene garante. Un’elezione può dirsi democratica solo se si svolge nella trasparenza. Di conseguenza, queste elezioni, pur essendo legali per il diritto statunitense, sono innegabilmente non-democratiche.

 

 

Capovolgimenti di situazione

Per capire quanto avvenuto dobbiamo esaminare due colpi di scena, precedenti l’attacco al Campidoglio.

 

A metà dicembre 2020 il presidente Trump ha organizzato una riunione nella sala ovale, cui ha partecipato il generale Michael Flynn. Nell’occasione, Flynn ha proposto di ricorrere alla legge marziale per procedere a elezioni trasparenti (2). La maggior parte dei consiglieri presenti, nonostante i cambiamenti avvenuti ai vertici del Pentagono, si è opposta.

 

A metà dicembre 2020 il presidente Trump ha organizzato una riunione nella sala ovale, cui ha partecipato il generale Michael Flynn. Nell’occasione, Flynn ha proposto di ricorrere alla legge marziale per procedere a elezioni trasparenti

Due settimane dopo, il 4 gennaio 2021, i dieci ex segretari alla Difesa ancora in vita hanno firmato un libero intervento sullo Washington Post (3) per affermare che chiunque tentasse d’instaurare un’eventuale legge marziale sarebbe chiamato a risponderne davanti alla giustizia. L’unanimità degli ex segretari alla Difesa dimostra che l’idea della legge marziale era fattibile e concreta.

 

Secondo il Post (4), che ha ricostruito la riunione basandosi sulle confidenze degli ex segretari alla Difesa (che non vi hanno partecipato, ma che ne erano stati informati), il presidente Trump non ha mai considerato di conservare il potere con violenza. Ha invece presentato ricorsi e intrapreso diverse azioni giudiziarie per ottenere l’annullamento delle elezioni. Si starebbe preparando a fare campagna elettorale per tornare alla Casa Bianca nel 2025 (5).

 

Il vicepresidente Mike Pence, oggetto di forti pressioni da parte dei jacksoniani, ha espresso la propria posizione il 6 gennaio, giorno della riunione delle due assemblee del Congresso in seduta congiunta (6): ha preso atto che il suo ruolo di presidente della seduta è puramente cerimoniale e che non spetta a lui risolvere il dissidio – sebbene una particolare lettura della Costituzione gliene attribuisca in linea teorica il diritto – e ha perciò rimesso la decisione ai parlamentari. Agire diversamente avrebbe significato innescare la guerra civile latente. In simili situazioni tutti sono consapevoli di cosa potrebbero perdere, ma pochissimi accettano di correrne il rischio, soprattutto fra i notabili.

 

L’idea della legge marziale era fattibile e concreta

Dopo che la posizione di Pence è stata resa nota, molti importanti componenti dell’équipe di Trump si sono dimessi. I jacksoniani hanno vissuto questi voltafaccia come vigliaccherie e tradimenti del proprio ideale e della patria.

 

Poche ore dopo Donald Trump ha tenuto, non lontano dal Congresso, un meeting per denunciare ancora una volta «un’elezione rubata» e annunciare che parteciperà alla campagna per le elezioni del 2024. Non ha mai esortato i propri sostenitori a occupare il Campidoglio, sebbene alcuni abbiano potuto interpretarne in questo senso le parole.

 

 

L’occupazione del Campidoglio

Alcuni gruppi, marginali nel meeting, hanno tentato di entrare in Campidoglio. I video mostrano che la polizia del Congresso li ha lasciati fare senza opporre reale resistenza. Inizialmente i manifestanti hanno mostrato deferenza verso quel luogo che considerano sacro. Ma erano stati infiltrati da un gruppo di Antifa. Non si sa come né perché le cose improvvisamente sono degenerate. L’emiciclo è stato invaso e alcuni uffici dei parlamentari saccheggiati.

 

I video mostrano che la polizia del Congresso li ha lasciati fare senza opporre reale resistenza. Inizialmente i manifestanti hanno mostrato deferenza verso quel luogo che considerano sacro

Chi ha vissuto una guerra civile sa che è la peggior cosa che possa accadere, come ben sapeva il filosofo Thomas Hobbes, che visse la prima guerra civile inglese. Tutti sono concordi che è meglio subire uno Stato tirannico piuttosto di essere privi dello Stato (Il Leviatano (7)). Occupare il Campidoglio ed eventualmente rovesciare l’«ordine» statunitense è un atto carico di terribili conseguenze. Le cose non si sono spinte fino a tal punto: la polizia, che aveva lasciato entrare i manifestanti nell’edificio, li ha repentinamente e con successo respinti.

 

Lo stesso presidente Trump ha esortato alla calma, ma non lo ha fatto insieme alla moglie. Secondo il credo nazionale USA, la benedizione di Dio – quindi la pace e la prosperità – deve discendere sul «popolo eletto» dal presidente e dalla first lady (8). Decidendo di pronunciarsi da solo, Trump ha messo in discussione la religione della nazione.

 

 

Le reazioni negli Stati Uniti

Alcuni parlamentari democratici, il presidente della Camera Nancy Pelosi in testa, hanno immediatamente accusato il presidente Trump di aver sguinzagliato le proprie truppe all’assalto del Congresso. Hanno proposto di destituire il presidente Trump –sebbene mancassero soltanto 13 giorni al termine del mandato – ai sensi del 25° emendamento, 4° comma, della Costituzione. Questa manovra, già in precedenza ventilata, permetterebbe di privare Trump del diritto di ripresentarsi.

La norma del 25° emendamento non dovrebbe essere applicabile: riguarda infatti l’incapacità del presidente per ragioni di salute

 

Tuttavia la norma non dovrebbe essere applicabile: riguarda infatti l’incapacità del presidente per ragioni di salute. Quando l’emendamento fu adottato, le discussioni verterono sulla crisi cardiaca che impedì al presidente Woodrow Wilson di svolgere l’incarico alla fine del secondo mandato (dal 2 ottobre 1919 al 4 marzo 1921), nonché sull’ictus, meno grave, che privò temporaneamente il presidente Dwight Eisenhower (dal 24 settembre 1955 al 20 gennaio 1961) di alcune facoltà e lo indusse a condividere i poteri con il vicepresidente, Richard Nixon.

 

La classe dirigente ha fiutato aria di tempesta. Che la presa del Campidoglio sia stata un fallimento della polizia, come tentano di farci credere, o sia stata organizzata sotto falsa bandiera dai nemici di Trump, chi l’ha concepita è in grado di rovesciare le istituzioni e silurarne il personale.

 

 

Le reazioni all’estero

Dopo un secolo di dominazione, il resto del mondo ancora non sa chi sono gli Stati Uniti. Ignora che la loro Costituzione fu scritta per istituire un regime ispirato alla monarchia britannica e, per garantire i diritti dei cittadini, fu riequilibrata con dieci emendamenti.

La classe dirigente ha fiutato aria di tempesta. Che la presa del Campidoglio sia stata un fallimento della polizia, come tentano di farci credere, o sia stata organizzata sotto falsa bandiera dai nemici di Trump, chi l’ha concepita è in grado di rovesciare le istituzioni e silurarne il personale.

 

Quello che Alexis de Tocqueville descrive in La democrazia in America (9) è il Paese frutto di questo compromesso, un Paese di libertà. L’equilibrio fu infranto negli anni di Obama. Obnubilato, il resto del mondo non s’è accorto che gli Stati Uniti sono retrocessi a quel che furono nei primi quattro anni dopo la fondazione: un sistema oligarchico, adesso al servizio di una classe di miliardari internazionali, che ha deliberatamente ignorato l’indigenza delle ex classi medie, gli aggregati della popolazione per affinità culturali, nonché il prepararsi dei due terzi degli statunitensi alla guerra civile.

 

Confrontando le foto dell’occupazione dell’assemblea di Hong Kong da parte di una folla sovreccitata con quelle di Washington, i media cinesi non hanno potuto fare a meno di prendere atto dei due pesi, due misure. Mentre i media russi, occupati dalla festa del Natale ortodosso, hanno sorriso disincantati di fronte al loro storico rivale messo a terra.

 

I media occidentali hanno invece aderito senza riserve alla cancel culture neo-puritana, che distrugge tutti i simboli repubblicani per sostituirli con altri che glorificano le minoranze, non per quel che fanno, ma in quanto minoranze. In questo modo si sono ancora un po’ più identificati con l’ideologia che opprime l’America (10). Da buoni vassalli servili, hanno presentato le elezioni statunitensi come se i loro lettori stessero per parteciparvi e Joe Biden come il loro nuovo padrone.

 

gli Stati Uniti sono retrocessi a quel che furono nei primi quattro anni dopo la fondazione: un sistema oligarchico, adesso al servizio di una classe di miliardari internazionali, che ha deliberatamente ignorato l’indigenza delle ex classi medie, gli aggregati della popolazione per affinità culturali, nonché il prepararsi dei due terzi degli statunitensi alla guerra civile

Reagendo agli avvenimenti del Campidoglio, i dirigenti europei scambiano i sogni per la realtà: il presidente tedesco, nonché ex capo dei servizi segreti, Frank-Walter Steinmeier, ha dichiarato che i manifestanti pro-Trump armati avevano preso il Campidoglio; il presidente francese, nonché ex segretario di un noto filosofo, Emmanuel Macron, ha denunciato un attacco al principio fondamentale della democrazia «Un uomo, un voto».

 

No. Salvo alcune eccezioni, i manifestanti del Campidoglio non erano armati.

 

No. La Costituzione degli Stati Uniti non stabilisce affatto l’uguaglianza fra cittadini in ogni Stato federato.

 

Sì. È la classe dirigenziale USA a disprezzare davvero la democrazia, mentre i jacksoniani la difendono.

 

I grandissimi patrimoni che stanno dietro Joe Biden si sono già impadroniti del potere. Hanno messo fine alla libertà di parola. Hanno «preventivamente» chiuso gli account Twitter, Facebook, Instagram, Snapchat e Twitch della Casa Bianca, del presidente Trump e dei suoi sostenitori per «impedirgli d’istigare a nuove violenze» (sic).

È la classe dirigenziale USA a disprezzare davvero la democrazia, mentre i jacksoniani la difendono

 

Si sono così arrogati i poteri della Giustizia e si sono sottratti al decreto di Trump del 28 giugno 2020, che impone loro di scegliere fra l’essere trasmettitori neutrali d’informazione o produttori d’informazione (11).

 

 

Thierry Meyssan

 

NOTE
(1) «Negli USA la guerra civile diventa inevitabile», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15 dicembre 2020.

(2) «Il generale Flynn, QAnon e le elezioni USA», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 1 dicembre 2020.

(3) «The time for questioning the election results has passed», Washington Post (United States) , Voltaire Network, 4 January 2021.

I grandissimi patrimoni che stanno dietro Joe Biden si sono già impadroniti del potere. Hanno messo fine alla libertà di parola

(4) «Trump’s final efforts to overturn election create discomfort for the military», Paul Sonne & Missy Ryan & Ellen Narashima, The Washington Post, January 6, 2021.

(5) «”I’ll See You in Four Years”: Trump and the Ghost of Grover Cleveland», Peter Baker, The New York Times, January 3, 2021

(6) «Mike Pence letter to Members of Congress», by Mike Pence, Voltaire Network, 6 January 2021.

(7) Leviathan or the matter, forme, & power of a common-wealth ecclesiastical and civil, Thomas Hobbes, 1651

(8) Contrariamente a un’idea diffusa, la funzione di first lady non è cerimoniale, ma religiosa. Spetta alla moglie del presidente o, se celibe, divorziato o vedovo, alla donna di famiglia da lui prescelta.

(9) De la démocratie en Amérique, Alexis de Tocqueville, Gollesin (prima parte 1835, seconda parte 1840) [La democrazia in America, prima edizione italiana Bologna, Licinio Cappelli, 1932].

(10)] Gli Occidentali sono convinti che tutti i neri e gli ispanici abbiano votato contro Trump. In realtà, secondo gli istituti di scienze politiche gli elettori di Trump sono per il 17% afroamericani e per il 37% latinos.

(11) «Executive Order on Preventing Online Censorship», by Donald Trump, Voltaire Network, 28 May 2020.

 

 

 

 

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Fonte: «Biden e il potere con la forza», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 12 gennaio 2021

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

 

Immagine di Marco Verch via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

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Geopolitica

Rubio: l’adesione dell’Ucraina alla NATO «non è sul tavolo». Poi attacca globalismo e frontiere aperte

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L’adesione dell’Ucraina alla NATO non è al momento in discussione, perché Washington è concentrata sulla fine del conflitto tra Kiev e Mosca, ha detto il segretario di Stato americano Marco Rubio.

 

Interrogato sulla posizione di Washington sulla richiesta ucraina di entrare nel blocco a guida statunitense, durante una conferenza stampa congiunta a Reykjavik con la ministra degli Esteri islandese Thorgerdur Katrin Gunnarsdottir, Rubio ha detto che «non c’è una risposta affermativa o negativa a questa domanda». L’ingresso nel blocco «non è al momento sul tavolo», ha precisato, ricordando che una decisione del genere richiederebbe il consenso unanime di tutti i 32 membri della NATO.

 

«In questo momento, per quanto riguarda l’Ucraina, siamo semplicemente concentrati sulla fine di questo conflitto», ha aggiunto, precisando che Washington è disposta a svolgere un «ruolo costruttivo» nel processo di pace.

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L’Ucraina ha fatto dell’adesione alla NATO un obiettivo centrale della politica estera dal colpo di stato di Maidan a Kiev, sostenuto dall’Occidente, nel 2014, e ha poi iscritto quell’obiettivo nella propria costituzione. Nel settembre 2022 Volodymyr Zelens’kyj ha chiesto formalmente un’adesione «accelerata» al blocco.

 

La NATO non ha mai fissato una data per l’ammissione dell’Ucraina, e diversi Stati membri si sono opposti. Il presidente americano Donald Trump ha più volte escluso l’ingresso di Kiev nell’Alleanza come parte di un possibile accordo di pace. Prima dell’incontro alla Casa Bianca con Zelens’kyj nel febbraio 2025, degenerato in un acceso scambio di battute, disse ai giornalisti: «NATO? Potete scordarvela».

 

Poco dopo, ad Atene, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha attaccato con durezza frontiere aperte, globalismo ed erosione della sovranità nazionale in Europa avvertendo l’Occidente rischia di scivolare in «atrofia, servitù e declino».

 

Mercoledì, dalla Pnice, l’antico luogo di assemblea ai piedi dell’Acropoli, ha sostenuto che i governi occidentali hanno passato decenni a smantellare proprio i principi che avevano reso prospera la loro civiltà.

 

«”Nazionalismo” è diventato una parolaccia», ha detto. «Così abbiamo abbattuto i nostri monumenti, abbiamo condannato la nostra storia e, in troppi luoghi, abbiamo insegnato ai nostri figli a vergognarsi dei paesi che avrebbero ereditato».

 

«Nel frattempo abbiamo aperto i nostri confini, delocalizzato la nostra industria e permesso ai nostri eserciti di indebolirsi e decadere», ha aggiunto. Ha contrapposto l’approccio globalista di gran parte dell’establishment politico europeo alla dottrina «America First» dell’amministrazione Trump, sostenendo che i governi devono anteporre i propri cittadini alle istituzioni internazionali.

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«Oggi è diventato di moda credere che una politica estera illuminata significhi dare priorità alla comunità globale rispetto al proprio popolo», ha affermato, insistendo sul fatto che gli antichi greci capivano che non c’era «nulla di egoistico o sbagliato nella lealtà alla propria nazione» o nella difesa dei suoi interessi «al di sopra di ogni altra cosa».

 

Le dichiarazioni sono l’ennesimo attacco frontale di Washington in uno scontro ideologico sempre più aspro con l’UE su migrazione, censura e sovranità. L’amministrazione Trump ha più volte accusato Bruxelles e i governi dell’Europa occidentale di aver tradito le proprie popolazioni.

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump è arrivato a dichiarare che l’Europa si sta «autodistruggendo».

 

Il vicepresidente JD Vance aveva già avvertito che l’Europa rischiava un «suicidio di civiltà» per migrazioni incontrollate e limiti alla libertà di espressione. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco dello scorso anno aveva sostenuto che il pericolo maggiore per il continente non veniva da Russia o Cina, ma da un arretramento interno dei valori democratici. Gran parte di questa critica è stata formalizzata nella Strategia di sicurezza nazionale 2025, che avvertiva del rischio di una potenziale «cancellazione della civiltà» in Europa.

 

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Lo scontro transatlantico è emerso in modo netto sull’immigrazione. Questa settimana il presidente Donald Trump ha attribuito le violente proteste in Francia a una «migrazione di massa fuori controllo», respingendo l’idea che le proteste studentesche nazionali riguardassero soprattutto la carenza di fondi nelle scuole. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha a sua volta indicato le «frontiere aperte» e l’«immigrazione incontrollata» dell’Europa come causa della crescente rabbia dell’opinione pubblica.

 

Rubio non ha però invocato una rottura con l’Europa. Ha esortato il continente a seguire la svolta nazionalista di Washington, ha definito la Grecia un «alleato modello» e ha detto che ci sono già segnali di un cambiamento più ampio.

 

«Crediamo che l’Europa possa risvegliarsi dal suo lungo letargo e riaccendere il fuoco che qui fu acceso millenni fa», ha affermato.

 

Il Rubio ha aggiunto che, sotto Trump, gli Stati Uniti hanno già scelto la «ricerca senza compromessi del potere nazionale»: reindustrializzazione, messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento critiche, ricostruzione delle forze armate e ricerca del predominio in intelligenza artificiale, produzione avanzata, armamenti, spazio e altri settori strategici.

 

L’Occidente, ha avvertito, è a un «punto di svolta», e le scelte del prossimo decennio possono decidere se resterà al centro del potere globale o accetterà un futuro di declino.

 

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Geopolitica

I generali della NATO riuniti a Kiev

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I rappresentanti militari di tutti i 32 membri della NATO si sono riuniti a Kiev. L’Ucraina cerca da anni di entrare nel blocco, ma finora è stata respinta.   La visita del cosiddetto Comitato militare arriva un giorno dopo che il segretario di Stato americano Marco Rubio ha detto che una possibile adesione dell’Ucraina alla NATO — una delle questioni centrali del conflitto — «non è sul tavolo in questo momento».   Kiev ha fatto dell’adesione una priorità di politica estera dopo il colpo di stato di Maidan del 2014, appoggiato dall’Occidente, e ha poi iscritto l’obiettivo nella costituzione. Nel settembre 2022 Volodymyr Zelens’kyj ha chiesto un’«adesione accelerata». Ancora a luglio sosteneva che l’ingresso dell’Ucraina sarebbe stato «del tutto naturale».   Ufficialmente la NATO continua a descrivere l’Ucraina come impegnata in un «percorso irreversibile» verso l’adesione. Ad agosto, però, l’ex comandante in capo ucraino Valery Zaluzhny, oggi ambasciatore di Kiev nin Gran Bretagna, ha detto di non vedere prospettive realistiche che ciò accada.

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In un videomessaggio di mercoledì l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, ha annunciato l’arrivo a Kiev insieme ai rappresentanti militari di tutti i 32 Stati membri. È la prima visita del Comitato in Ucraina in otto anni. «Siamo qui al completo con un messaggio chiaro: il legame tra la NATO e l’Ucraina si rafforza sempre di più», ha dichiarato.   Secondo un funzionario della NATO, la delegazione ha discusso con i vertici militari ucraini le priorità dell’organizzazione e le lezioni del conflitto utili a rafforzare la preparazione del blocco di fronte alle «le minacce attuali e future».   Pur non essendo membro, l’Ucraina ha costruito legami militari ampi con la NATO, che dal 2022 le ha fornito armamenti sempre più sofisticati. Mosca accusa il blocco, e in particolare gli Stati europei, di prolungare inutilmente il conflitto e di condurre una guerra per procura contro la Russia, fino all’«l’ultimo ucraino».   Diversi membri influenti, tra cui Stati Uniti e Germania, hanno più volte detto di essere contrari all’ingresso di Kiev. A inizio luglio, parlando all’Handelsblatt, il segretario generale Mark Rutte ha ammesso che «attualmente non c’è un sostegno unanime» all’adesione ucraina.   Donald Trump e altri alti funzionari americani (e pure qualche Paese europeo come la Finlandia)hanno escluso l’ingresso nella NATO come parte di un possibile accordo di pace con la Russia. Prima dell’incontro alla Casa Bianca con Zelens’kyj del febbraio 2025, degenerato in un acceso scambio di insulti, Trump disse ai giornalisti: «NATO? Potete scordarvela».

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Lavrov: gli Stati Uniti hanno ceduto alle pressioni dell’UE sull’Ucraina

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Gli Stati Uniti hanno ceduto alle pressioni dell’Unione Europea, che si è vantata apertamente di aver fatto saltare gli accordi di Anchorage e li ha definiti «sepolti», ha detto il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

 

Il vertice della diplomazia russa ha parlato mercoledì, in una conferenza stampa al termine di una riunione ministeriale della Comunità degli Stati Indipendenti. Ha ribadito che, per Mosca, l’iniziativa di Anchorage è stata fatta deragliare dai Paesi europei.

 

«La nostra coscienza è pulita, senza contare che abbiamo accettato pienamente la proposta degli Stati Uniti lo scorso agosto, presentata durante il vertice… in Alaska», ha dichiarato. «Non è colpa nostra se gli americani non sono riusciti a resistere alla pressione senza precedenti e sfacciata esercitata dall’Europa, che in seguito ha dichiarato con orgoglio di aver seppellito Anchorage».

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Lo scorso anno Donald Trump ha ospitato Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska, e i due leader hanno raggiunto un’intesa su come risolvere il conflitto in Ucraina. Mosca ha descritto l’esito come un «accordo», pur con alcune «sfumature» ancora da definire; Washington ha più volte contestato questa lettura. Il segretario di Stato Marco Rubio aveva già detto che «in Alaska era stata avanzata una proposta, ma non si era raggiunto alcun accordo».

 

Secondo Lavrov, gli accordi sono stati compromessi nei mesi successivi dai leader dell’UE e del Regno Unito. Al vertice del G7 a Evian, a giugno, Emmanuel Macron ha dichiarato apertamente che Anchorage era stato «sepolto».

 

Gli Stati Uniti hanno mostrato un impegno sempre minore verso gli «accordi», ma Trump non ha mai detto esplicitamente che quel quadro era chiuso. Il mese scorso Washington ha tentato di rilanciare i negoziati tra Russia e Ucraina, poi di nuovo bloccati dagli attacchi a lungo raggio di Mosca e Kiev.

 

Lavrov ha aggiunto che la Russia aveva accettato un incontro trilaterale con l’Ucraina, proposto da Washington e da tenersi dopo le recenti elezioni parlamentari russe. Kiev, ha detto, ha invece cercato di sabotare il voto e ha lanciato un attacco massiccio mentre le urne erano aperte. «Abbiamo chiarito che, in queste circostanze, vogliamo sapere esattamente quali proposte presenteranno i negoziatori di Zelenskyk. Questo è molto importante per noi e la parte americana ha accolto le nostre argomentazioni con comprensione», ha concluso il capo della diplomazia russa.

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