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Storia

Maradona, la verità

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«Children, fools, and drunkards tell the truth» dice il proverbio inglese. «I bambini, gli sciocchi e gli ubriachi dicono la verità». Maradona è probabilmente stato tutte e tre le cose, se consideriamo per ubriachezza l’effetto della droga nasale e se anche a voi il suo corpo minuto, con le gambette e poco collo, sembrava quello di un bambino.

 

Certo, un bambino d’oro, un «bambino-idolo», direbbe qualche psicanalista: un essere adorato da chi gli sta intorno nonostante i suoi capricci malvagi. Ma non dell’infantilismo del personaggio – e del suo potere di rendere tutti noi i suoi genitori permissivi – che dobbiamo qui parlare.

 

Un «bambino-idolo», direbbe qualche psicanalista: un essere adorato da chi gli sta intorno nonostante i suoi capricci malvagi

Ci preme qui ammettere che Diego Armando Maradona è stato, più o meno involontariamente, una creatura della verità. Non è cosa da poco per qualcuno che ha vissuto il XX e il XXI secolo – cioè il Kali Yuga, l’era quaternaria infame in cui gli uomini non dicono più il vero – soprattutto perché el Diego lo ha fatto su ogni livello immaginabile.

 

Per prima cosa, voglio dire una cosa vera io: Diego Maradona non mi è mai piaciuto. Sono stato un bambino, ragazzo, uomo dell’Alta Italia, è difficile  trovare qualche mio conterraneo che ami alla follia questa icona partenopea. Appunto, per anni, il mio convincimento infantile è stato che Maradona fosse napoletano, poi avrei capito che il fenomeno è ben più profondo, è regale: Maradona è Napoli, così come il Re di Francia poteva dire l’État c’est moi.

 

Una prima, grande verità è questa: pure nell’evo del disincanto e della finta democrazia, è ancora possibile un’identificazione popolare totale come quella che l’argentino ha offerto ai napoletani. Un fenomeno cittadino, persistente quanto lo può essere un culto di un Santo, tant’è vero che i maestri del presepe di San Gregorio degli Armeni da decenni non fanno mancare la statuetta di Maradona nelle loro vetrine. Questo sentimento popolare, nato con probabilità da meccaniche divine, non ha eguali da nessuna parte, nemmeno nella Roma che circondava con centinaia di persone urlanti («tòccame, cabidàno!») le pizzerie in cui si infilava sperando di farla franca Francesco Totti.

Ammettiamo che Diego Armando Maradona è stato, più o meno involontariamente, una creatura della verità

 

 

A cavallo dei millenni dal «DASPO SPQR» alla Camorra

No, Maradona ci ha regalato anche questa verità millenaria: il tifo definisce una città più di qualsiasi altra cosa, soprattutto delle leggi e dell’identità dei poteri dominanti. I napoletani lo sanno sin da quando il Vesuvio pietrificò i pompeiani: nel 59 a.C. Pompei, neanche vent’anni prima del cataclisma,  aveva come unico grande problema civile il fatto che l’imperatore Nerone, per mezzo del Senato, decretò la squalifica del campo per 10 anni a seguito degli scontri tra tifoserie dopo il derby gladiatorio tra il Pompeii e il Nocera.

 

«Dapprima si scambiarono insulti e volgarità con l’insolenza propria dei provinciali, poi passarono alle sassate e alla fine ricorsero alle armi. I tifosi di Pompei, più numerosi dato che lo spettacolo si svolgeva a casa loro, ebbero la meglio. Molti uomini di Nocera furono riportati a casa feriti e mutilati, e non pochi piansero la morte di un figlio o di un genitore», scrive Tacito negli Annales (XIV, 1). Quindi, DASPO SPQR per tutti?

 

Da Pompei a Napoli: quale verità diacronica il pibe ha indovinato, e cavalcato:  il giocatore ha il cuore del popolo, quindi ha controllo sulla città

Maddeché. Vedendo che il popolo non poteva vivere senza i suoi giuochi, il Senato ridusse la pena da 10 a 2 anni. Ora potete capire meglio quale verità diacronica il pibe ha indovinato, e cavalcato:  il giocatore ha il cuore del popolo, quindi ha controllo sulla città.

 

È per questo che Maradona si è permesso di slatentizzare i rapporti con un altro elemento profondo e persistente nella storia di Napoli, la Camorra. Eccotelo nella foto, seduto in una vasca da bagno di marmo a forma di ostrica assieme ai fratelli della criminalità partenopea degli anni Ottanta. Il sorriso non è esattamente di circostanza.  Lui può permetterselo, perché anche quella è una verità a cui non si sfugge: ci sta dicendo, se stai a Napoli a quei livelli in qualche modo li incontri – verità ancora oggi indicibile, e chissà quanti insulti mi prenderò per averlo scritto.

 

Ma non pensiamo solo a Napoli, pensiamo, per esempio al Giappone. Maradona ha avuto modo di dire una verità imbarazzante anche su quel lontano Paese – il quale forse poi ha inviato in risposta da San Gennaro un suo cittadino con la maglia del Napoli  per dire «sono giapponese».

 

 

In Giappone con una battuta il Diego parlò di quella verità – la cedevolezza dell’Impero verso l’occidentalizzazione e l’impotenza militare dinanzi agli yankee– per cui ha fatto seppuku Yukio Mishima

Bombe atomiche e «Pelé gay»

Tokyo gli negò il visto di entrata ai mondiali nippocoreani del 2002.  Lui rispose «non ho mica ucciso qualcuno. Non potevano far passare proprio me da criminale, dopo aver permesso agli americani di giocare la Coppa, loro che hanno tirato la bomba atomica su Hiroshima». Forse il lettore non se ne rende conto, ma Diego qui parla di quella verità – la cedevolezza dell’Impero verso l’occidentalizzazione e l’impotenza militare dinanzi agli yankee– per cui ha fatto seppuku Yukio Mishima. Tanti estremisti di destra giapponesi, che il sabato improvvisano comizietti in giro per la città, sottoscrivono ogni virgola. Perché abbiamo gli americani in casa, visto che ci hanno nuclearizzato due città e cambiato radicalmente la nostra bella società tradizionale? Verità che il Diego può lanciare al mondo con indifferenza.

 

La verità su Pelè, fatto monumento e santo in vita. «avrei preferito (…) che si occupasse di Garrincha e non lo lasciasse morire nell’indigenza». Come noto, Garrincha morì di cirrosi epatica.  La questione fra i due storici fuoriclasse andò avanti: quando nel 2009 Pelè ebbe qualcosa da dire sui comportamenti non-esemplari fuori dal campo di gioco, Maradona rispose ai giornalisti :«Che volete che vi dica, Pelé ha perso la verginità con un uomo». E non era nemmeno la prima volta che Diego alludeva a questa storia, finita sui tabloid britannici, di «O Rei» quattordicenne con un uomo più grande, forse, scrive il Guardian nel 2000, il suo coach.

 

«Che volete che vi dica, Pelé ha perso la verginità con un uomo»

La FIFA? «Piuttosto che appartenere alla famiglia FIFA preferisco essere orfano»

 

Su Moggi: «con me è sempre stato un signore. Contro di lui non ho nulla di dire. Anzi, conservo un bel ricordo. Se ha delle colpe, sicuramente non saranno le uniche, le sue».

 

Chavez inchinato

La scena, davvero rivelatrice, in cui il compianto Chávez arringa al popolo in modo semplice e geometrico: «Que viva el pueblo! Que viva Maradona!»

Era già imbarazzante all’epoca, non oso immaginare ora, vedere il documentario di Emir Kusturica dedicato a Maradona. Sì, Emir Kusturica: il sostenitore di Milosevic finito – sinistra ebete e smemorata – ad essere un campione dell’industria culturale Repubblica/Feltrinelli col risultato di avere anni di Goran Bregovic tra le palle (ma poi giunse la vendetta via Elio: «La musica balcanica ci ha rotto i coglioni / è bella e tutto quanto ma alla lunga / rompe i coglioni»).

 

Il documentario su Maradona è un residuo dei tempi dei No Global e Porto Alegre, e infatti quella roba si vede tutta – balcanino+latinoamericano: incubo dei tormentoni radiofonici degli anni 2000! – compresa la scena, davvero rivelatrice, in cui il compianto Chávez arringa al popolo in modo semplice e geometrico: «Que viva el pueblo! Que viva Maradona!».

 

 

Proprio così: il popolo è Maradona. Chávez, che chissà se era stato a Napoli e chissà se aveva capito il capolavoro di volksgeist che aveva realizzato el pibe, ci era arrivato anche lui.

Il Popolo è Maradona, el Pueblo è el Diego.

Il Popolo è Maradona, el Pueblo è el Diego. La lotta popolare – quella socialista, comunista, terzomondista, comunque sudamericana – è Maradona.

 

Non crediate che fu un’illuminazione del solo caudillo venezuelano. Un amico che faceva il rappresentante di shampoo aveva una serie di aneddoti irresistibili sulle sue clienti, le parrucchiere, specie quelle di Paese. Una di queste al volgere dell’estate gli raccontò del suo viaggio a Cuba. Disse al mio amico di essere rimasta colpita dal fatto che su un palazzo avevano issato un’immane immagine di Maradona. Si dovette mostrare al ragazzo una foto perché egli realizzasse che si trattava del Museo de la Revolución in Plaza de la Revolución, dove campeggia gigantografato il volto di Che Guevara. Con evidenza, la coiffeuse considerava interscambiabile il Che con Maradona. Non una cosa da poco: donne, camorra, cocaina e Ferrari nera ma alla fine sia il Presidente della Republica Bolivarista de Venezuela che l’acconciatrice di provincia ti riconosce come Libertador, un eroe del popolo.

 

Altra verità: quel posto, forse a livello mondiale era stato lasciato vacante. Nessun politico, né Chávez né Castro né Lula né Morales né nessun presidente sudamericano poteva assurgere al ruolo, e gli stessi sedicenti eredi di Bolivar lo capivano. Lo sapeva? Sì, alla manifestazione di cui stiamo parlando, andò e dal pueblo el pibe fu acclamato.

 

Donne, camorra, cocaina e Ferrari nera ma alla fine sia il Presidente della Republica Bolivarista de Venezuela che l’acconciatrice di provincia ti riconosce come Libertador, un eroe del popolo

Epperò, sempre nel documentario del serbo, si rimane elettrizzati quando si scopre che Diego aveva pure un’altra lettura di verità assoluta nel cuore: la lotta contro la Juventus era in realtà una lotta contro gli Agnelli, e ogni goal nella porta bianconera era un colpo al sistema industriale settentrionale – in particolare, era fermo all’asse MiTo, Milano Torino – che schiacciava (simbolicamente, perché tenuti in piedi da operai immigrati) i meridionali.

 

 

Contro il Papato con Wanda Nara

Il Papato non è stato risparmiato dal bambino d’oro, e già nel 1985, quando era un fringuello. Con Giovanni Paolo II «si ci ho litigato perché sono stato in Vaticano, e ho visto i tetti d’oro, e dopo ho sentito il Papa dire che la Chiesa si preoccupava dei bambini poveri. Allora venditi il tetto, amigo, fai qualcosa!».

 

È con il conterraneo Bergoglio che il nostro diede il massimo – e non poteva essere altrimenti

Tuttavia è con il conterraneo Bergoglio che il nostro diede il massimo – e non poteva essere altrimenti. 1° settembre, il Vaticano appronta la «Partita interreligiosa per la Pace».  El pibe è invitato. Si profila un incontro etico, il Papa del Pallone con il Papa nel Pallone – ambedue argentini.  Abituato a planare nello stivale una volta l’anno per gabbare la RAI o chiunque gli stacchi un assegno a 5 zeri per una ospitata qualsiasi, Dieguito sarà stato sorpreso dal fatto che questa volta il suo giretto in Italia non lo ha dovuto fare per la Carrà o Biscardi, ma per il Papa.

 

Probabilmente, grazie al salvacondotto Vaticano, quella volta el Diego non ha nemmeno avuto noie con la Guardia di Finanza, che reclama da lui una cosa come 40 milioni di euro e si apposta per trollarlo già in aeroporto (memorabile quando gli sequestrarono un orecchino…).

 

L’incontro dei due è fotografato da ogni angolazione. Non risulta scatto della genuflessione del campione calcistico, e per fortuna nemmeno della genuflessione del campione ecclesiastico (cosa che, dopo i baciamani a popi e rabbini e gli inchini a masse varie, poteva pure capitare, anzi sarebbe stato perfino più legittimo che capitasse sul piede magico del Diego Armando).

 

Maradona, come sempre, smaschera tutti e fa vedere cosa è oggi un evento organizzato dalla chiesa cattolica: un porcaio

Sembrava più Maradona che riceve Bergoglio, che il contrario.  E Maradona, che è bene ricordare che ha ripudiato l’Italia finita la carriera, giocava pure fuoricasa.

 

Poi ecco la Partita ecumenica per la Pace, dove il campione scende in campo nel clamore in generale. In diretta, intervistato a bordo campo, Maradona più che degli sfollati siriani e le stragi ISIS, chiarisce che la cosa che lo tocca nel profondo è un’altra: «per me Icardi non doveva giocare». Ha rotto il codice d’onore dei calciatori, una volta questa cosa nel calcio non era nemmeno immaginabile, tuona el Diego. Mauro Icardi, apprendiamo, è un calciatore argentino che ha rubato la moglie ad un altro giocatore sudamericano, l’allora attaccante del Chievo Maxi López: la mitica Wanda Nara. La Nara in Argentina diviene famosa nel giro televisivo prima per aver dichiarato ripetutamente di essere vergine (per poi ammettere pubblicamente che si trattava di uno «scherzo») e poi per il rumor del rapporto con Maradona, che invece nega. Un altro rumor vuole che vi sia in giro un un sex-tape, cioè uno di quei video intimi che, purtroppo, finisce in rete, ma lei nega con decisione che sia autentico.

 

Capite: sarebbe in teoria lì per il messaggio geogoscista del Papa – la guerra, il terrorismo, le stragi, etc. etc. Lui appena parla ci dipinge in testa però un’altra storia: il triangolo tra la Nara, Icardi e Maxi López, anzi magari un quadrilatero se ci mettiamo dentro anche lui.  Maradona, come sempre, smaschera tutti e fa vedere cosa è oggi un evento organizzato dalla chiesa cattolica: un porcaio.

Dimostrò l’inesistenza de facto dell’Unità d’Italia

 

 

Maradona antirisorgimentale: dividere l’Italia in poco più di 90′

Vi è tuttavia un momento ancora più incredibile nella storia di Maradona. Egli, e fece tutto davvero da solo, dimostrò l’inesistenza de facto dell’Unità d’Italia.

 

È incredibile se ci pensate. Non ha dovuto creare partititelli regionali. Non ha dovuto minacciare le vallate della Bergamasca che stanno «oliando i kalashnikov». Non ha dovuto assaltare il campanile di San Marco con il tanko. Non ha dovuto sciorinare le glorie del Regno delle due Sicilia. Non ha dovuto scrivere libri per dire che i meridionali sono fantastici e perseguitati. Niente di tutto questo.

 

«Io voglio solo il rispetto dei napoletani (…) io e la mia nazionale sappiamo che il napoletano è italiano, solo che gli italiani devono capire che il napoletano è anche italiano». Seguirono, innegabili, i fischi del San Paolo durante l’inno di Mameli. Inaudito. Enorme. Disarmante. Grandioso.

Gli è bastato, quel giorno a Napoli dove al San Paolo si sarebbe disputata la semifinale Italia-Argentina ai nostri mondiali di Italia ’90, rivolgersi direttamente al popolo partenopeo, cioè a se stesso.  Si ebbe la risposta: i napoletani avrebbero tifato Maradona, non per Baggio e Schillaci, non per gli Azzurri. Sappiamo come andò a finire: l’Italia, grande favorita che giocava in casa, eliminata.

 

Poco prima della partita, disse alle TV: «io voglio solo il rispetto dei napoletani (…) io e la mia nazionale sappiamo che il napoletano è italiano, solo che gli italiani devono capire che il napoletano è anche italiano». Seguirono, innegabili, i fischi del San Paolo durante l’inno di Mameli. Inaudito. Enorme. Disarmante. Grandioso.

 

Ovviamente è partita la smentita storica, è un falso assoluto, una fake news persistente, quella dei napoletani che tifarono per il Diego e non per il Paese occupante – l’Italia. Per fortuna, esiste qualcuno che invece ha il coraggio di scriverlo ancora oggi, magari addolcendo la posizione: «Io, napoletano, ho tifato Maradona, non per l’Argentina né contro l’Italia». Il succo non cambia: se Maradona è più forte della Patria italiana, ma che cos’è la Patria italiana?

 

Mazzini e Garibaldi travolti dal pibe: ma quale Italia «una e indivisibile». A Maradona sono bastati poco più di  90′ per dividere l’Italia

Voi capite, dopo un’impresa come questa, il Risorgimento è spazzato via in ogni sua possibile retorica. Tutte le paginette imparate a scuola, tutta la propaganda dei giornali (ricordate, gli sputi  ideologici dei giornaloni verso la Lega fino a pochi anni fa?) sono state bruciate in una sola partita. Mazzini e Garibaldi travolti dal pibe: ma quale Italia «una e indivisibile». A Maradona sono bastati poco più di  90′ per dividere l’Italia.  Cavour, spostati. E anche tu, Bossi.

 

 

Il bambino del Re nudo

Quello che rappresentava Maradona mi fa schifo, anche se ora che è morto posso tranquillamente fare due conti e accodarmi anche io al gregge: sì, era il più grande calciatore di tutti i tempi, perché mi ricordo ancora quella palla incredibile che passò a Caniggia – ancora oggi cantata nel coro immortale dei tifosi argentini «Brasil decime que se siente...», dove si ricorda peraltro che «Maradona es màs grande que Pelé...»

 

Mi ha fatto impressione, sempre nel documentario di Kusturica, vederlo in Argentina esibirsi in un locale a cantare una canzone su stesso. Grottesco, patetico, una scena di un narcisismo senza confini.

 

 

Mi dava il vomito quando il calciatore dissoluto miliardario andava a Cuba da Castro – adorare il bambino d’oro è umano, è un fenomeno che non conosce cortina di ferro.  E ricordo, da qualche parte nei decenni, in una intervista alterata si rivolse a Shilton – il portiere inglese di Messico ’86 – per dire che sì, il gol della Mano de Dios era fatto proprio con quella mano, che in quel momento mostrava il dito medio.

 

E chi si è dimenticata la cavalcata verso le telecamere fatta a USA ’94, con gli occhi fuori dalle orbite che più che di aerospazio parlavano di qualcos’altro? E i bambini seminati in giro? (A proposito: quello che gli somigliava come una goccia d’acqua che giocava a pallone, che fine ha fatto?)

 

E vabbè, l’importante qui è altro: è che c’è stato un uomo in grado di diventare l’incarnazione di un intero popolo, di sfanculare chiunque, e vivendo come gli pare, di dividere l’Italia in pochi minuti. Un campione vero, e dello sport qui non ci frega niente.

Per dire che il Re è nudo ci vuole un bambino

 

Ci importano le tante volte in cui el pibe, il bambino, ha detto la verità – anche orrida, grottesca, ridicola – al mondo intero: per dire che il Re è nudo ci vuole infatti un bambino.

 

Incosciente, capriccioso. Non mi mancherà, anche se di tante cose, che non riguardano il calcio, dovremmo essergli grati.

 

Addio al «bambino pazzo e ubriaco» che tante volte ha detto, senza nemmeno volerlo, la verità.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

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Storia

I resti di D’Artagnano potrebbero essere stati ritrovati nei Paesi Bassi

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Secondo quanto riportato mercoledì dall’emittente regionale olandese L1, gli archeologi potrebbero aver scoperto i resti scheletrici del leggendario D’Artagnano, la figura immortalata dallo scrittore francese Alessandro Dumas ne I tre moschettieri».

 

I resti sono stati ritrovati nella città olandese di Maastricht. Secondo le cronache storiche, Charles de Batz de Castelmore, a cui si ispira il quarto moschettiere del romanzo, fu ucciso lì da un colpo di moschetto durante l’assedio della città da parte di re Luigi XIV nel giugno del 1673.

 

Gli storici ritengono che Luigi XIV abbia fatto seppellire D’Artagnan, che aveva servito come capitano dei suoi moschettieri della Guardia, nell’allora villaggio di Wolder, oggi parte di Maastricht. Ad oggi non sono stati ritrovati resti confermati.

 

La tomba è stata scoperta sotto una chiesa in quella che oggi è una zona rurale della città, secondo quanto riportato da L1. Gli operai addetti alla ristrutturazione si sono imbattuti nel ritrovamento durante i lavori di manutenzione, dopo che il pavimento dell’edificio era crollato il mese scorso. Si ritiene che la cappella moderna sia la seconda o la terza struttura costruita sul sito storico, risalente addirittura all’XI secolo.

 

«La posizione della tomba indica che si tratta di una persona importante: lo scheletro è stato trovato nel punto in cui sorgeva l’altare e all’epoca solo i reali o altre figure di rilievo venivano sepolte sotto l’altare», ha dichiarato il diacono Jos Valke, presente allo scavo iniziale, secondo quanto riportato da L1.

 

Secondo quanto riportato dall’emittente, tra i resti sono stati rinvenuti una moneta francese e un proiettile di moschetto. Il DNA prelevato dai denti è stato inviato a un laboratorio di Monaco per essere confrontato con quello di un discendente della famiglia de Batz.

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D’Artagnano divenne un eroe nazionale in Francia e raggiunse la fama mondiale dopo la pubblicazione del romanzo di Dumas nel 1844. L’opera ha ispirato numerosi adattamenti cinematografici.

 

Questa notizia, che chiaramente si inserisce nel filone della classica sbobba che viene diffusa da qualsiasi testa al mondo per fare colore, viene offerta al lettore di Renovatio 21 con il solo intento di scrivere la parola «D’Artagnano», italianizzazione di un nome che per qualche ragione non è stato italofonizzato in precedenza, se non in una commedia dello scomparso teatrante bresciano Paolo Meduri andata in scena decenni fa, D’Artagnano moschettiero falzo è ma pare vero.

 

La noia che ispira l’eroe dumasiano è per alcuni rotta da un ricordo d’infanzia: la visione sulla rete RAI – la peggiore, in termine di trasmissione di cartoni giapponesi, dove in vetta vi erano le TV locali – dell’anime D’Artacan (in originale Wanwan sanjushi, «i tre moschettieri bau-bau»), dove il D’Artagnano era un cane. L’anime, con ‘sti cani con la calzamaglia e lo spadino, riusciva ad essere forse ancora più noioso ed insopportabile del romanzo del Dumas.

 

Evvi tuttavia collegato, forse, a questo cartone, un incubo d’infanzia del direttore di Renovatio 21. Costui più di una decade fa invitato a parlare ad una conferenza tradizionalista a Civitella del Tronto si trovò a raccontare, per parlare della catastrofe religiosa dell’ora presente, detto orrido sogno:

 

«Avevo forse otto o nove anni quando, una notte, mi trovai a sognare di essere in un un lungo stanzone piatto, non altissimo. Il fatto che fosse buio e che vi fossero numerose file di inginocchiatoi mi faceva credere di trovarmi dentro una chiesa. Una chiesa che era vuota, e un po’ lugubre. Scorgevo in fondo, verso l’altare, una figura longilinea, vestita con paramenti importanti. «Un vescovo!» pensavo io, che ero un bimbo piuttosto religioso, e un vescovo non lo avevo veduto mai, ché la cresima era un miraggio assai lontano che si agognava con speranza».

 

«Il vescovo non stava oltre la balaustra, in piedi, appena davanti all’ultima fila di banchi. Mi dava le spalle, non sembrava interessato a rivolgersi a me, anche se forse era chiaro che aveva sentito la mia presenza. Forse stava pregando… Così, attraversavo questa strana chiesa buia e piatta per raggiungerlo. Arrivai dalla navata laterale di destra. Quando mi avvicinavo a lui, scattò l’orrore: il vescovo, non aveva la testa di un essere umano, aveva la testa di una volpe».

 

«È a quel punto che finalmente mi guardò, e scoppiò a ghignare pazzamente, una risata satanica come quella dei cattivi dei film, eppure che mi lasciava trasparire molte cose: il vescovo-mostro mi derideva, sapeva della mia presenza nella chiesa da subito, derideva la mia impotenza di bambino, e rideva soprattutto perché appagato del suo potere, fisso nella sua posizione ieratica, a parte per quel muso dai denti affilati che continuava quel riso infernale».

 

«Sentivo come se mi dicesse: tu stai sotto di me, io ti posso prendere in giro, perché tu, bimbetto, non hai idea della cosa in cui credi. Mi svegliai di soprassalto. Chiamai a gran voce la mamma. Mio padre si arrabbiò molto, perché gli pareva che un bambino di quell’età ha passato il periodo in cui deve piagnucolare per i brutti sogni».

 

«Non capii, per decadi intiere, il significato di questo incubo, che epperò mi rimase fisso nella mente. Lo comprendo ora, però: si trattava di un sogno profetico. Di un incubo profetico. Sarebbe venuta un’era in cui avrei visto i vescovi trasformarsi in mostri. Ebbene quell’epoca, annunciata da profezie e apparizioni, è arrivata».

 

Ebbene, tempo dopo il direttore si trovo a pensare che l’incubo, pur con il suo iperrealismo zoocefalo, forse era una derivazione della figura del nemico della serie, il cardinale Richelieu, che nel brutto cartone D’Artacane era disegnato in termini volpini o lupini. Un cattivo segaligno e calcolatore, fatto di flemma e programmatica nequizia, i cui abiti importanti non riuscivano a nascondere la natura predatoria.

 

Ecco abbiamo detto anche questo. Insomma di motivi per rilanciare questa notiziola ebete ve n’è più d’uno – anche se non sappiamo quante persone siano arrivate a leggerci sin qui.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Droga

Mafia, droga, CIA e flussi finanziari coperti

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Leggendo il bollettino del 1/1/1950 dell’Ufficio sulle Droghe e sul Crimine delle Nazioni Unite si nota come vengano nominati i porti franchi italiani. In questo caso si può leggere come il governo italiano avesse ricevuto disposizione da questo comitato di cessare immediatamente l’introduzione delle sostanze incluse nella Convenzione.    Nel bollettino del 01/01/1953 si può leggere come il consiglio della commissione avesse fatto formale richiesta al governo italiano di interrompere la produzione di diacetilmorfina perché avesse superato di gran lunga il limite di legge di quantità immagazzinata. Il governo italiano rispose che la produzione fosse stata sospesa già nel 1951 e che a quel momento figurava solo in quantità di 50kg, mentre negli anni precedenti avrebbe mantenuto una media di 235kg all’anno.    Il consiglio dell’ufficio delle Nazioni Unite si augurava dunque che la verifica appena dichiarata aiutasse a eliminare le fughe dell’oppiaceo verso mercati illeciti, attraverso soprattutto il porto libero di Trieste. Le autorità anglo-americane, responsabili della zona speciale giuliana, dopo un attenta verifica dei passati movimenti delle merci confermarono l’esistenza dei traffici illeciti e, a conseguenza dell’indagine, la confisca dei narcotici e l’arresto dei trafficanti.

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Il bollettino del 01/01/1954 spiega come le passate sessioni dell’Ufficio sulle Droghe e sul Crimine delle Nazioni Unite avessero preso in carico il problema considerato «pericoloso» del traffico illecito di diacetilmorfina in Italia. L’ufficio dichiara che le autorità italiane, inviato il rapporto richiesto dal segretario generale dell’ufficio, avessero cooperato e messo in atto ogni possibile azione per combattere il traffico illecito di narcotici.    Il caso divenne noto anche grazie al lavoro di Harry Jacob Anslinger (1892-1975) a capo della Commissione Federale sui Narcotici per 32 anni e dal suo agente più famoso, Charlie Siragusa (1913-1982) l’agente più famoso per la sua caccia trentennale a Charles «Lucky» Luciano (1897-1962).    Nel 1936 Thomas E. Dewey (1902-1971), governatore di New York, aveva mandato in carcere il boss dei boss della mafia americana «Lucky» Luciano con una sentenza dai trenta ai cinquant’anni. Nel 1946, sempre Dewey, lo liberava per meriti di guerra. In cambio del proscioglimento da tutte le accuse però, Luciano, avrebbe dovuto emigrare nella sua terra d’origine, l’Italia, assieme ad un altro centinaio di suoi colleghi per assicurare il territorio dalle turbolenze post conflitto. In pochi anni, nell’immediato dopoguerra, tutto l’apparato mafioso italiano smontato negli anni del fascismo, rifiorisce supportato dagli interessi statunitensi in un Italia atlantica e anticomunista.    Durante gli anni della guerra, i servizi segreti americani, avendo avuto come scopo la lotta al nazifascismo potevano disporre di fondi sterminati. Le cose cambiarono radicalmente nell’immediato dopo guerra. Con la nascita della CIA e dell’NSC nel 1947, il lavoro di organizzazione delle operazioni coperte divenne una responsabilità che doveva essere gestita all’interno di un organizzazione statale, con le sue regole, le sue gerarchie e le sue pubbliche dichiarazioni.   Per poter continuare a mantenere la lotta al comunismo indisturbati, i grandi reduci dell’OSS, chiamati anche «Oh So Social» per la loro appartenenza all’elite di Wall Street e alle più importanti famiglie americane, una volta confluiti nella CIA dovettero inventarsi un nuovo schema. Durante la guerra per mantenere la sicurezza nei porti americani si cercò la collaborazione delle famiglie mafiose, allo stesso modo per organizzare lo sbarco degli alleati in Sicilia vennero sfruttate le connessioni dei mafiosi italo americani con la loro terra d’origine.   Nel dopo guerra, grazie agli accordi presi con Luciano, la CIA costruì un sistema di controllo del territorio italiano basato su metodi mafiosi e sull’impunità che produsse una enorme libertà di azione. Ma il nodo della questione non era tanto la possibilità di poter intervenire in uno Stato estero in maniera indisturbata quanto come riuscire a procurarsi i fondi per poter portare avanti una missione così dispendiosa e senza confini.    Secondo Paul L. Williams, autore di Operation Gladio, l’idea da cui tutto cominciò, venne al Chief of Special Intelligence dell’OSS in Cina, il col. Paul Lional Edward Helliwell (1915-1976), dopo aver osservato la gestione finanziaria del conflitto in Cina di Chiang Kai-shek (1887-1975) contro i Comunisti di Mao Zedong (1893-1976).   Il Kuomintang di Chiang Kai-shek aveva trovato il modo di recuperare pecunie attraverso la vendita di oppio ai tossicodipendenti cinesi e il Colonnello, che si trovava in Cina con il compito di supportare il KMT, si assicurò che questo schema funzionasse al meglio possibile.    Helliwell propose l’idea a Willliam «Wild Bill» Donovan (1883-1959) che la condivise a James Jesus Angleton(1917-1987), Allen Dulles (1893-1969) e William Stephenson (1889-1953) a capo della British Security Coordination, la spia che maggiormente avrebbe ispirato lo scrittore Ian Fleming(1908-1964) per la creazione di James Bond. Entusiasti della proposta di Helliwell, venne affidata al colonnello l’intera gestione dei flussi dei fondi coperti per l’Asia.   Assieme a Everette Howard Hunt Jr. (1918-2007, poi coinvolto nello scandalo Watergate), Lucien Conein (1919-1998) un membro della Legione Straniera vicino agli ambienti mafiosi corsi, Tommy Corcoran (1869-1960) un avvocato della Strategic Service Unit e il tenente generale Claire Lee Chennault (1893–1958) il consigliere militare di Chiang Kai-shek e fondatore delle Flying Tigers, venne creata la Civil Air Transport (CAT). 

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La CAT avrebbe aviotrasportato armi a un battaglione del KMT in Birmania e una volta svuotato l’aereo dalle casse di armi lo avrebbe ricaricato di casse di oppio per il ritorno verso la Cina. Questo schema venne poi riprodotto dalla AIR America durante la guerra in Viet-Nam e con i Contras in Honduras nella guerra sporca ai Sandinisti. Grazie al loro sforzo congiunto, l’altopiano birmano dello Shan divenne ben presto l’epicentro della produzione di oppio nel mondo intero.    Sempre secondo l’autore Williams, Helliwell si presentò con una seconda pensata utile a procurare i fondi neri necessari al supporto della Operazione Gladio. Esattamente come Chiang Kai-shek riforniva di oppiacei i tossicodipendenti cinesi, allo stesso modo, per ottenere fiumi di denaro occulto, avrebbero dovuto inondare di eroina i ghetti degli afro discendenti americani.    La visione dell’elite americana dell’epoca, grazie alla vittoria sui nazisti e al superamento dei maestri inglesi, si ritrovava a credere ancor più, se possibile, ardentemente nel destino manifesto. Sostituito Hitler con Stalin, il Secolo Americano proseguiva escatologicamente e, fraccando ben bene l’elmetto in testa contro il nuovo impero del male, qualsiasi azione che giustificasse il fine era assolutamente ben accetta. Donovan, andando all-in, aggiunse allo schema di Helliwell «Lucky» Luciano e la Mafia siciliana.    Nell’Ottobre del 1946, nell’hotel Nacional all’Havana si tenne la più importante riunione di capi mafia della storia. Il concerto di Frank Sinatra (1915-1998), nella serata di gala del lussuoso albergo venne utilizzato come scusa dai mobsters per recarsi tutti assieme a Cuba. Parteciparono oltre a Luciano presentato come boss of the bosses, Frank Costello (1891-1973), Vito Genovese (1897-1969), Albert Anastasia (1902-1957), Meyer Lansky (1902-1983) e Santo Trafficante (1886-1954) per citare i più importanti. Mentre all’inizio i mafiosi si espressero in disaccordo con la visione proposta da Luciano di continuare a lavorare con la droga, alla fine si ritrovarono tutti convinti con l’invadere di eroina i ghetti degli afro discendenti americani.    Non appena venne creata da Harry S. Truman (1884-1972) la CIA, il presidente autorizzò Dulles a prendersi cura della sua evoluzione. Mantenendo vivo il protocollo dell’OSS, Dulles mantenne la traccia di reclutare solamente membri della crema della società americana. Siccome Truman non ebbe assegnato alcun fondo nel budget federale destinato alla causa della CIA, recuperare fondi diventò subito vitale per la neonata agenzia. A quel punto il piano di Helliwell divenne fondamentale.    Nell’estate del 1947 lo schema venne infornato e cotto a puntino. Angleton e Frank Gardiner Wisner (1909-1965) si occuparono di chiarire i termini dei rapporti tra Mafia e la CIA, Lansky e Helliwell si sarebbero occupati degli aspetti finanziari attraverso la società di comodo a Miami, la General Development Corporation. L’avvocato newyorkeseMario Brod (1909-…) si sarebbe occupato di ogni deviazione legale.   Duecento chili di eroina, per far partire la ruota del criceto, sarebbero stati forniti da una rinomata azienda farmaceutica piemontese, spediti dai porti italiani controllati dalla mafia, ricevuti a Cuba da Santo Trafficante per poi essere inviati a New York dove sarebbero stati distribuiti nei Jazz Club di Harlem. In poco tempo i più famosi musicisti di Jazz dell’epoca divennero tossici senza speranza, Billie Holiday (1915- 1959), Fats Navarro (1923-1950), Charlie Parker (1920-1955) solo per nominare i più famosi.   Marco Dolcetta Capuzzo

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Storia

Trump ricorda alla Takaichi la «sorpresa» di Pearl Harbor

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scherzato sull’attacco di Pearl Harbor del 1941 di fronte a una visibilmente a disagio prima ministra giapponese Sanae Takaichi, mentre difendeva la sua decisione di non avvertire gli alleati prima di colpire l’Iran.

 

Parlando con i giornalisti nello Studio Ovale giovedì, Trump è stato incalzato sulla mancanza di preavviso fornito ai partner di Washington prima che Stati Uniti e Israele lanciassero massicci attacchi contro l’Iran il mese scorso, una decisione che ha sconvolto i mercati energetici e ha portato a una grave escalation in Medio Oriente.

 

«Non ne abbiamo parlato con nessuno perché volevamo l’effetto sorpresa», ha spiegato il presidente, prima di rivolgersi a Takaichi e dire: «Chi meglio del Giappone sa come creare sorprese? Perché non mi hai parlato di Pearl Harbor?»

 

La Takaichi ha mantenuto la calma e non ha commentato , ma a quanto pare rimase sorpresa dalle osservazioni.

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Trump ha fatto riferimento al primo vero grande trauma nei rapporti tra USA e Giappone, poi sfociati nella Guerra nel Pacifico, cioè all’attacco giapponese alla base hawaiana di Pearl Harbor del 1941, che causò la morte di oltre 2.400 americani e portò gli Stati Uniti a entrare nella Seconda Guerra Mondiale.

 

Sebbene inizialmente il Giappone avesse ottenuto alcuni successi nel Pacifico, la guerra si concluse con il lancio delle bombe atomiche statunitensi su Hiroshima e Nagasaki, la resa incondizionata del paese e l’occupazione americana fino al 1952.

 

Trump ha poi elogiato Takaichi definendola «una donna straordinaria», aggiungendo di aver discusso con lei del sostegno del Giappone agli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran. «Si stanno davvero impegnando a fondo», ha aggiunto, senza però fornire ulteriori dettagli.

 

Secondo un articolo del Wall Street Journal pubblicato giovedì, gli alleati storici degli Stati Uniti «non sono stati informati dei piani di battaglia fino a poche ore prima del primo attacco», aggiungendo che la situazione è stata particolarmente «esasperante» per i Paesi del Golfo, che sono stati poi oggetto di rappresaglie da parte dell’Iran.

 

Le dichiarazioni di Trump giungono in un momento di crescente tensione tra gli Stati Uniti e i membri europei della NATO a causa del conflitto con l’Iran. Trump ha avvertito le sue controparti europee della NATO che il blocco potrebbe trovarsi ad affrontare un «futuro molto brutto» se non si impegneranno per sbloccare lo Stretto di Hormuz.

 

I leader europei hanno reagito con fermezza. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha dichiarato: «Questa non è la nostra guerra». L’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha osservato che non vi è «alcuna volontà» tra gli Stati membri di intervenire attivamente nel conflitto.

 

Trump ha replicato che la NATO sta «commettendo un errore molto sciocco», aggiungendo che la guerra con l’Iran si è rivelata una «grande prova» per capire se il blocco «sarebbe mai stato al nostro fianco».

 

Il commento su Pearl Harbor ha causato imbarazzo nello Studio Ovale, oramai divenuto arena di una diplomazia ineditamente schietta, come visibile nel caso di Zelens’kyj cacciato dalla Casa Bianca o del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa a cui è stato mostrato un filmato sulla persecuzione dei bianchi nel suo Paese.

 


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L’attacco a sorpresa di Pearl Harbor rappresenta un tema spinoso per i giapponesi.

 

Tuttavia, circolano da sempre tesi secondo cui gli americani (in particolare il presidente Franklin Delano Roosevelt e alti funzionari) sapessero in anticipo dell’attacco giapponese.

 

Sostiene che gli USA intercettassero messaggi diplomatici giapponesi (MAGIC) e sapessero di tensioni estreme e di probabili ostilità, ma non del luogo preciso (Pearl Harbor) né del momento esatto il libro Infamy: Pearl Harbor and Its Aftermath (1982) del premio Pulitzer John Toland. Il saggio suggerisce che FDR e collaboratori avessero indizi chiari ma li ignorarono per «entrare dalla porta di servizio» nella Seconda Guerra Mondiale.

 

Il saggio storico Day of Deceit: The Truth About FDR and Pearl Harbor (1999) di Robert B. Stinnett è forse il più citato dai sostenitori della tesi della prescienza di Washingtone riguardo l’attacco. Basandosi su documenti declassificati via FOIA, afferma che la US Navy decifrò codici navali giapponesi, seppe del piano e lo lasciò accadere per provocare l’intervento bellico.

 

Altri testi revisionisti includono opere di Harry Elmer Barnes o George Morgenstern, autore di Pearl Harbor: The Story of the Secret War.

 

L’idea di un evento simile a Pearl Harbor fu ripresa dal PNAC (Project for the New American Century), think tank neoconservatore fondato nel 1997 da William Kristol e Robert Kagan.

 

Nel rapporto «Rebuilding America’s Defenses» («ricostruire le difese dell’America», settembre 2000), il PNAC sostenne che la trasformazione militare USA verso una «dominanza globale» e un aumento massiccio della spesa per la difesa sarebbe stata lenta, se fosse stato «assente un evento catastrofico e catalizzante – come una nuova Pearl Harbor».

 

Il documento auspicava un’accelerazione delle riforme per mantenere la preminenza USA, citando la necessità di un trauma nazionale per superare inerzie politiche e budgetarie.

 

Dopo l’11 settembre 2001 (esattamente un anno dopo), molti membri PNAC (Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz) entrarono nell’amministrazione Bush e usarono l’attentato per giustificare guerre in Afghanistan e Iraq, realizzando in parte la visione del rapporto PNAC.

 

La frase «una nuova Pearl Harbor» è diventata iconica nelle teorie per cui il mega-attentato del 9/11 fosse prodromico al decennio di guerre successive.

 

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