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Politica

Un po’ di chiarezza sulla questione dei balneari

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La polemica estiva riguardo le concessioni balneari si è ripresentata anche quest’anno, con l’aggiunta del caro-ombrellone che, a detta di alcuni, ha fatto sì che molti stabilimenti siamo rimasti semivuoti. 

 

Occorre fare chiarezza su una questione annosa che fa parte, inderogabilmente, di una nostra irrinunciabile consuetudine: le vacanze estive al mare. La stampa ne parla tanto, ma troppo spesso lo fa in maniera non approfondita, lasciando al lettore pronunciarsi più slogan che argomenti in grado di far comprendere meglio cosa stia succedendo.

 

Il Codice della Navigazione nel 1942 ha sancito che chi garantisce di perseguire l’interesse pubblico e una proficua utilizzazione del bene demaniale, può averlo in concessione, e questo è il caso di chi ottiene l’autorizzazione per uno stabilimento balneare. Col tempo vi è stata necessità di regolamentare maggiormente il tutto e nel 1992 è stato definito il «diritto di insistenza», ossia che il titolare della concessione balneare viene preferito rispetto a un altro che vorrebbe subentrare, così da avere la propria concessione rinnovata automaticamente ogni sei anni.

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Così si è proseguito per oltre due decenni, fin quando l’Unione Europea ha «ha stabilito con la Direttiva Bolkestein (2006/123/CE) l’obiettivo di promuovere la parità di professionisti e imprese nell’accesso ai mercati. Dovrebbero essere indette quindi gare imparziali per assegnare le concessioni nuove oppure quelle in scadenza».

 

L’Italia ha però costantemente ignorato l’attuazione della direttiva, esponendosi anche al rischio di sanzioni economiche, e ha continuato a prorogare le concessioni attualmente in vigore. Ciò è avvenuto nonostante il Consiglio di Stato, già nel 2021, avesse stabilito l’impossibilità di estendere ulteriormente le concessioni oltre il 31 dicembre 2023. Per eludere l’applicazione della direttiva, il governo ha istituito un tavolo tecnico-consultivo incaricato di mappare le coste italiane, con l’obiettivo di dimostrare che tali risorse non sono scarse. Infatti, la direttiva si applica esclusivamente nei casi in cui vi sia una reale scarsità di risorse naturali.

 

Tra le questioni chiarite possiamo annoverare la natura delle concessioni demaniali ad uso turistico ricreativo: è oggi consolidata la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea, secondo cui le concessioni balneari costituiscono autorizzazioni, e non diritti reali né meri contratti d’uso. Esse consentono l’esercizio di un’attività economica attraverso l’assegnazione temporanea e revocabile di un bene pubblico, come l’area demaniale marittima. Non si tratta di un semplice sfruttamento, ma di una forma autorizzatoria che implica, necessariamente, concorrenza per l’accesso.

 

Venendo invece alle questioni ancora oggi oggetto di dibattito normativo e giurisprudenziale, la prima, in ordine di importanza, riguarda la posizione del concessionario uscente, soprattutto nei casi in cui questi non si veda riassegnare l’area. Il nodo principale è quello dell’indennizzo dovuto per la perdita dell’azienda e per il valore residuo non ammortizzato degli investimenti effettuati.

 

Questo punto è al centro sia del dialogo in corso tra lo Stato italiano e la Commissione Europea, sia del più recente parere del Consiglio di Stato. C’è da stabilire, in caso di uscita del gestore dall’attività, una sorta di pagamento per l’attività avviata e l’eventuale compenso per tutto ciò che è stato costruito nello stabilimento, nel caso il futuro esercente entrante lo voglia mantenere anche in parte.

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Vero è che chi lascia, deve ridare agli enti pubblici il lembo di spiaggia avuto in concessione senza alcunché in più. In questo groviglio legislativo gli avvocati avranno il loro bel da fare. I tempi pare siano sempre più stringenti e occorre una soluzione, ma siamo in Italia e la burocrazia è talmente pachidermica che per trovare il bandolo dalla matassa che possa non scontentare nessuno, non sarà una missione facile. 

 

Molti strillano alla più libera e democratica concorrenza per la partecipazione – anche in tempi brevi – ai bandi e la conseguente assegnazione in nome di una parità di diritti per tutti, ma non possiamo trascurare il fatto che, giocoforza, gli stabilimenti – a torto o a ragione – sono spesso tramandati di generazione in generazione e le famiglie che li gestiscono hanno a cuore il territorio, conoscono il mestiere, hanno l’accoglienza autoctona ed estirpare d’improvviso un’attività oramai consolidata nel tempo può avere ripercussioni non solo sui lavoratori, ma anche sulla clientela. 

 

Poi c’è la questione prezzi, che pare siamo incrementati oltremodo. Ma sarà poi vero? Di sicuro nelle migliaia di chilometri di spiaggia che abbiamo in Italia non tutte sono uguali, non tutte raccolgono lo stesso target di clienti e non tutte offrono i medesimi servizi. Ciò detto, andrebbe fatta un’analisi territoriale specifica per capire se veramente in alcune zone c’è stata o meno un’impennata dei prezzi.

 

Guru dei social che in era pandemica usavano ricordare i vicini di casa perché facevano festa, non possono astenersi dal dire la loro, come riportato dal Corriere della Sera: «Cari amici gestori di stabilimenti balneari. Leggo che la stagione non sta andando bene bene. Secondo voi perché? Forse avete un po’ esagerato con i prezzi e la situazione economica del Paese spinge gli italiani a scegliere una spiaggia libera? Abbassate i prezzi e le cose, forse, andranno meglio. Capito come?». Grazie Alessandro Gassman che ci illumini con i tuoi tweet aizzando una vacua canea social altamente improduttiva ai fini pratici, ma ben congegnata per istigare risentimento tra comuni cittadini.

 

A chi scrive pare il solito pattern di «odio di classe orizzontale» con le varie categorie di lavoratori che ogni tanto vengono messe sotto la lente d’ingrandimento dei mass media per poi essere attaccate dai cittadini. È stato così per i tassinari, per i dipendenti pubblici, per gli artigiani e bottegai additati di non fare gli scontrini, per chi offre locazioni turistiche e affitti brevi, insomma ce n’è per tutti i gusti.

 

«L’odio» – passatemi il termine – dovrebbe essere invece verticale, verso lo Stato o meglio verso l’Unione Europea, che troppo spesso con le sue politiche distaccate dalla realtà partorisce leggi invasive che offendo e mettono in condizioni critiche chi cerca di fare impresa. Vero è che ogni componente in gioco dovrebbe avere un’etica per non vessare il cliente, questo comunque dobbiamo dircelo, e l’imprenditore non deve essere un «prenditore», ma offrire i servivi a un prezzo equo. Tutto si fa complesso dal momento in cui l’ex Belpaese non gode più di quel benessere del ventennio Ottanta-Novanta dove viaggiava col vento in poppa e la nostra cara vecchia lira godeva di un potere d’acquisto ragguardevole.

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Oggi la moneta unica, tanto amata dai burocrati di Bruxelles, insieme a un impoverimento del tessuto industriale nostrano e a un caro-vita fuori controllo, rende la nostra esistenza più incattivita nei confronti di chi ancora riesce a guadagnarsi qualche soldo in più della media a fine mese.

 

La villeggiatura, un cliché irrinunciabile che contraddistingue le nostre vite e ci fa godere di quel giusto e meritato riposo dopo mesi di lavoro, oggi non è più quel diritto che accomunava i cittadini di ogni censo.

 

Il cerchio si restringe e le classi meno abbienti sono costrette a ridurre sensibilmente i giorni di vacanza se non, nel peggiore dei casi, rinunciarvi proprio. Già nelle «estati pandemiche» dal 2020 al 2022, hanno provato a rovinarci le ferie estive con mascherine, distanziamenti, green pass e chi più ne ha più ne metta.

 

Domani Renovatio 21 pubblicherà un’intervista ad una balneare, che spiegherà cosa sta accadendo dal di dentro.

 

Francesco Rondolini

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Politica

Il principe Ranucci e i grembiuletti rossi: favola dell’estate

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È stata senza ombra di dubbio la storia-tormentone dell’estate 2026. Sapete, ogni anno, con la stagione delle vacanze, emerge una vicenda, che ha tinte di giallo e/o rosa, tiene impegnati i giornali e in teoria anche l’opinione pubblica. È la traslazione giornalistica del «Tormentone estivo», concetto musicherello introdotto nei primissimi anni Sessanta da Nico Fidenco («Legata ad un granello / di sabbia») e proseguito con Edoardo Vianello («Siamo i Vatussi / gli altissimi negri»), Donatella Rettore («Voglio andare ad Alghero / in compagnia di uno straniero»), i Righeira («Vamos a la playa / oh oh oh oh»).   Il tormentone estivo giornalistico del 2001 fu la storia dell’arcivescovo Milingo e della moglie coreana Maria Sung, uniti in matrimonio dal reverendo Moon. Nel 2002 vi era il delitto di Cogne. Nel 2004 la scomparsa di Denise Pipitone, nel 2022 la rottura tra Totti e Ilary, nel 2024 il caso del ministro Sangiuliano e della pompeiana Boccia. Sono solo esempi, per far capire: il mistero e il crimine si alternano, o si fondono, con questioni familiari, erotico-amorose, o giù di lì.   Il tormentone 2026 è, senza dubbio, quello del giornalista Sigfrido Ranucci, sovrano re di Report. Dobbiamo capire che quella del Ranucci – che già di per sé parte con, spiegava bene l’ex sindaco sceriffo di Salerno ed ex governatore della Campania Vincenzo de Luca, un nome «nibbelungigo» – era una storia da ascriversi alla categoria della favola.

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Eccerto: il principe Ranucci guidava l’esercito della giustizia italiana. Per il popolino piddino, e non solo, Report rappresentava la vera autorità di giudizio della Nazione: un’illazione lanciata in un servizio della trasmissione valeva più di mille sentenze di Cassazione. Se il principe Ranucci, con l’eterno placido sorrissetto, la camicia per qualche ragione scollacciata, la erre moscia unita alla zeta talvolta problematica («Rendsi»), diceva una mezza cosa, si poteva star certi che era vero e giusto. Perché Report non temeva nulla, e lo faceva per il bene della verità e del popolo. Report era Robin Hood. Come non fidarsi?   Chi scrive, e chi legge, magari sarà pure caduto una volta nella trappola: «oh bravi, finalmente attaccano sull’OMS!» Poi, usciti dallo stordimento televisorico (la TV è fatta per questo: per narcotizzarvi, inzigarvi, ipnotizzarvi) uno ci ripensa: ma davvero, con l’ondata di morte e di follia sulle strade, menano il torrone per mesi sulla storia del paper pandemico fatto ritirare? Sarebbe questa la verità? Sarebbero questi gli eroi?   Gli eroi, i cavalieri del principe Ranucci, sembrano godere di una libertà assoluta: le accuse fatte negli anni ad individui ed istituzioni saranno costate un numero spropositato di querele, ma questi vanno avanti comunque – chiaro che qui parliamo quasi per invidia, perché chi fa un giornale sa che la libertà di parola esiste solo se c’è un grande editore che ti paga le spese processuali, e in questo caso il grande editore siamo noi, i contribuenti. Beati.   Gli stessi cavalieri reportisti, ha scritto Il Tempo, godrebbero anche di un altro privilegio pazzesco: uno stipendio lordo spropositato, una cifra alla quale non sappiamo se vogliamo credere. Certo che è partita subito la smentita: sono delle partite IVA, ci sono i costi operativi. Ci sono i viaggi (facciamogli scoprire Ryanair e AirBnB) il noleggio di mezzi (tipo?) il montaggio (che se non si fa in RAI, si fa a casa con un portatile) e troupe (ma davvero vanno via con più di un cineoperatore? Noi avevamo ammirato servizi se sembravano davvero fatti dal giornalista da solo, una telecamerina per fare i totali e altre due sul tavolo per i primi piani: fantastico).   Il costo al contribuente, immaginiamo, non sarebbe solo fatto di queste cifre (che terrebbero in piedi, cadauno, chissà quante piccole testate) ma quello degli avvocati delle battaglie reportistiche: tutti i servizi che partono da qualsiasi argomento, e che arrivano inevitabilmente ai fahashistih e alla ‘Ndrangheta, con nomi e cognomi, qualche querela l’hanno mica tirata su?   Che importa, tuttavia, all’Italiano suddito dello Stato-partito: l’eroismo ha i suoi costi. Ai cavalieri andrà pure finanziata l’armatura, e magari pure un castelluccio, no? La favola dei reporterri vendicatori, gli Avengers dell’informazione democratica, deve andare avanti. In essa è contenuto un significato più grande: quello della veridizione della TV e quindi dello Stato stesso. Se c’è qualcuno che dice il vero, allora il sistema non è totalmente marcio – qualcosa va ancora creduto.   Non stiamo parlando di bazzecole: è in gioco più dell’informazione, dell’intrattenimento, dello scandaletto fomentato da ogni servizio. È in gioco la credibilità stessa del potere dello Stato-partito. Qualcosa che non ha prezzo, perché se questa viene a mancare, esso perde tutto, perché senza il collante della fiducia, pur minima, può essere disobbedito, rovesciato, disintegrato. La favola, la narrazione, serve a questo.

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Ora, con quello che si è scoperchiato quest’estate la favola sembra aver ceduto il passo ad altri generi narrativi. In particolare, la storia di Report sembra essersi agganciata al cosiddetto «cinema di genere», specialmente italiano – quei filoni di cinema infimo prodotto intorno agli anni Settanta, che hanno purtroppo numerosi sostenitori, che si dividevano in varie celebri sottocategorie.   C’era, ad esempio, la commedia sexy (Giovannona Coscialunga disonorata con onore, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, Spaghetti a mezzanotte, Cornetti alla crema), erede italiana del vaudeville, genere teatrale del XVII secolo: intrighi con mogli, amanti nascosti nell’armadio, etc. Impossibile non pensarvi leggendo le ultime, con le compagne dei protagonisti coinvolte nella vicenda. Dalle intercettazioni, la compagna italo-argentina del faccendiere avrebbe scoperto che questo aveva un’amante estetista brasileira, facendo partire l’erinnica furia e la spontanea presentazione ai magistrati.   Il lato sexy è arricchito, e reso contorto, dal riaffiorare di un libro classificato come autobiografico di Ranucci (ma che davvero?) che, definito dalla fondatrice di Report Milena Gabbanelli come «un gran rubacuori» (ma che davverodavvero?). In una trasmissione dove Ranucci è intervistato viene letto un passaggio: una stagista della trasmissione «si toglie la camicia, si sfila le scarpe, sbottona i pantaloni aderenti facendoli scivolare giù, con un sinuoso ondeggiare dei fianchi. La sua pelle liscissima tradisce una cura ossessiva per il corpo. Dopo aver indugiato con malizia, perché ispezioni ogni centimetro del suo corpo, sale su di me allunga la mano destra a coprirmi occhi e bocca. In pochi minuti raggiunge l’orgasmo». Risatine e qualche applauso del pubblico in sala. «Ma dico scusa, dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fate fare?» sbotta il Ranucci. Il pubblico intelligentissimo sghignazza e batte le mani più sonoramente.  

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Tuttavia nel libro, che parlarebbe di inchieste ma che sarebbe costellato di racconti personali come questo, vi sarebbero pennellate molto più oscure. Nel testo viene narrato l’incontro con la stagista della trasmissione, la successiva relazione, la gravidanza interrotta (come?) e la tragica morte della donna, investita da un’auto nel 2014. La donna avrebbe scoperto sull’iPad un’email ad un’altra donna. La ragazza sarebbe fuggita dalla stanza di albergo venendo investita da un SUV.   Selvaggia Lucarelli, of course, ci è zompata sopra. Ranucci si è difeso dicendo che si stava fraintendendo una parte romanzata del memoir. Noi non sappiamo che dire, e rimaniamo con le domande: perché un giornalista in un libro di retroscena delle inchieste che ha seguito deve aggiungere passaggi sulla sua vita erotica? Non è terrificante la storia della morte della ragazza? Perché raccontarla così?   C’era poi in Italia un altro genere dei filmacci di genere, ed era quello degli spy movie all’italiana, detti anche «Eurospy», che erano di fatto cloni degli 007 che vedevano in quegli anni successi strepitosi (Agente 077 missione Bloody Mary, Agente 077 dall’Oriente con furore e Missione speciale Lady Chaplin): lo stesso Quentin Tarantino, genio storico-cinematografico oltre che cinematografico tout court, ha reso omaggio al filone nel capolavoro recente Once Upon a Time in Hollywood.   Ebbene, la storia del finto attentato a Ranucci, che sarebbe stato organizzato per propellerlo verso la politica sino alle altissime sfere dello Stato – il principe diventa tale! – sembra tratta da lì, da una cattiva pellicola di spie. Tanti elementi ci sono: il complotto, la manipolazione dell’opinione pubblica mentre il manovratore manovra dietro le quinte, l’intrigo internazionale, con proprietà in Zimbabwe e in Africa. C’è pure l’archetipica figura dell’henchman, lo scagnozzo grande e grosso che protegge il villain cervellone del piano diabolico: ecco un immenso camerunense con nome portoghese, che, dicono i giornali, sarebbe una bodyguardia con addestramento militare nelle forze speciali di chissà quali Paesi, dice al Corriere un ex socio zimbawiano del faccendiere. Ora è latitante in Africa: è stato accusato dalla Procura di Roma di essere stato l’intermediario chiave e l’organizzatore logistico dell’attentato dinamitardo   Beh, c’è questo selfie, del 2022, dove il principe Ranucci sta con la presunta «spalla» della presunta Spectre del ristorante Cefalù (dove, nelle paparazzate risalenti, era finito pure tra i due amiconi anche l’immancabile figura vaticana, monsignor Gianni Fusco, avvocato rotale e docente di teologia). Confidando a Lavitola di trovarsi in un momento di forte difficoltà, Sigfrido gli aveva chiesto ironicamente come battuta: «Me lo puoi prestare?», scherzando proprio sulla sua imponente stazza fisica e sulle sue capacità di guardia del corpo.

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Ma veniamo al main character: Lavitola, a chi scrive e chi legge i giornali, e alla magistratura era notissimo: da anni. L’uomo ha una lunga storia di inchieste e condanne passate. Prima dell’arresto per il caso del presunto attentato a Sigfrido Ranucci, il suo nome è rimasto legato per anni a diversi filoni d’indagine e scandali politici della Seconda Repubblica.   Lavitola fu coinvolto riguarda la «casa di Monte Carlo», uno scandalo politico che scosse la politica italiana nell’estate 2010, durante il quarto governo Berlusconi, e che contribuì alla fine della carriera politica di Gianfranco Fini, allora presidente della Camera. «Nel settembre di quell’anno il quotidiano diretto da Lavitola pubblicò un documento del governo dello stato caraibico di Saint Lucia, diffuso poi da altri quotidiani. Secondo quel documento il vero proprietario di una società off-shore che aveva comprato da Alleanza Nazionale un appartamento nel principato di Monaco era Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, che in quella casa abitava», ricorda Il Post.   Fu poi condannato per tentata estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi a 2 anni e 8 mesi, con richieste di denaro all’ex premier per non divulgare informazioni sul cosiddetto «caso escort» alle «cene eleganti». Nel 2014 fu condannato in via definitiva per tentata estorsione a un anno e quattro mesi.   Per la sua attività giornalistica ed editoriale con L’Avanti!, testata un tempo del Partito Socialista Italiano, è stato condannato a tre anni e otto mesi di reclusione nel 2015 per finanziamenti pubblici illeciti attraverso società riconducibili a lui. Al rientro in Italia nel 2012 ricevette anche un’ordinanza di custodia cautelare legata alla truffa sui finanziamenti pubblici all’editoria per la gestione del suo quotidiano. Fu quindi radiato dall’albo dei giornalisti.   E quindi, il principe del giornalismo italiano, va a cena con uno radiato al sacro albo del mestiere? (Quello a cui uno dei cavalier serventi ranucciano, la vegana santorina Giulia Innocenzi, dopo aver fallito l’esame da professionista, effettivamente non è iscritta)   E qui veniamo al vero problema di fondo secondo noi. Lo scandalo non riguarda tanto il caso giudiziario: quello che rileva è la dissonanza cognitiva: questa è la compagnia dei principi? Ma James Bond va a cena con la Spectre? Si fa i selfie con i suoi esponenti?

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Il problema, per i giornali e forse per tutti, in verità è tutto qua. Se il principe è amichetto del drago, mica è più una favola, né un film di genere.   Epperò Renovatio 21 ricorda un altro dettaglio che apre ad altri scenari. E altre domande.   Lavitola ce lo ricordiamo soprattutto per lo scandalo «panamense» di inizio anni Duemila, una storia di presunte tangenti a politici locali per la costruzione di carceri e l’acquisizione di appalti ed elicotteri. Qui Lavitola sarebbe arrivato allo stesso presidente di Panama, Ricardo Martinelli. In quegli anni giornali di sinistra ne parlarono moltissimo, perché pensavano fosse un modo per colpire Berlusconi, tanto più che Lavitola avrebbe soggiornato con il presidente mesoamericano nella mitica Villa Certosa, l’indimenticabile magione berlusconiana sarda con vulcano finto e tunnel sottomarino per il sommergibile di Putin (quest’ultima forse una leggenda metropolitana, mentre del vulcano fake, azionabile col telecomando, incredibilmente non vi è alcuna foto).   È raccontando del tempo trascorso in Sardegna da Lavitola e Martinelli che esce qualcosa di interessante.   Scrive il Corriere della Sera del 17 aprile 2012: «le intercettazioni svelano come Lavitola abbia “pagato le vacanze del presidente Martinelli e altre tre persone in Sardegna dal 18 al 21 agosto 2011 all’hotel Cala di Volpe”». Lavitola e un manager di grande impresa pubblica intercettati quindi «”concordano il 18 agosto come giorno per fare l’incontro con il premier a Villa Certosa”. In realtà Berlusconi non va in Sardegna ma gli ospiti vengono accolti comunque nella residenza presidenziale e agli atti è allegata una telefonata dello stesso Berlusconi a Lavitola».   «Poi il faccendiere parla con Martinelli, lo chiama “fratello” e, sottolinea il giudice, “si raccomanda con il presidente panamense di fare delle foto da inviare al suo giornale per dimostrare che è stato ospite di Berlusconi”».   I giornalisti corrieristi autori del pezzo finivano l’articolo così, con tale petardo. «Fratello». Era perché si volevano davvero bene? Era un’«amicizia fraterna», come quella tra Ranucci e il faccendiere, così come definita ripetutamente sui quotidiani ora?   Oppure «fratello» significava qualcosa d’altro? C’è da dire che il Lavitola non è che abbia fatto mistero di certe sue passione per la fratellanza.   Scrive SkyTG24 nel 2011: «”mi sono iscritto alla massoneria a 18 anni” – Sollecitato dai giornalisti presenti in studio, ha raccontato dell’iscrizione, a 18 anni, alla massoneria. “Mi sembrò, leggendo un libro, che fosse il miglior apprendimento per imparare a stare zitti”. “Per quasi due anni sono stato apprendista, il grado più basso – ha ricordato Lavitola – e non conosco gli altri gradi. In quel periodo la mia famiglia ebbe grossi problemi finanziari tanto che furono altri a pagarmi la quota per la Loggia».   Panama, come tutti i Paesi sudamericani, hanno delle élite dove i grembiuletti abbondano.

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A questo punto si è inserito, a luglio lo stesso Grande Oriente d’Italia. «Ranucci ha riabilitato l’amicizia con i massoni», ha dichiarato a Il Foglio il gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. La cosa, dice il venerabile Antonio Seminario «non ci dispiace. Ma nemmeno gli chiediamo di esserlo. Però sa, tutto questo è soltanto un riflesso del nostro magnifico Paese».   Tutto vero: magnifico Paese fondato dai massoni con una guerra anticattolica ottocentesca, poi continuata con la fratricida Grande Guerra Mondiale, e poi ancora con trame che, fa Licio Gelli a certe oscurità calabresi e sicule, non si sono esaurite mai.   Il venerabile Seminario (che è una vertice della massoneria italica, non un evento educativo: tuttavia immaginiamo la vertigine semiotica di un seminario condotto dal Seminario) reagiva ad un audio privato pubblicato da La Verità, dove il Sigfrido parlava della presenza di «mafia e massoneria dentro la RAI».   «Anche dentro la Rai c’è un po’ di mafia, un po’ di massoneria (…) è da dentro che si fanno le battaglie». Epperbacco.   Cioè fateci capire. Cioè dentro-dentro? Quanto vicino? Cioè solo dentro, o anche fuori?   Che film stiamo vedendo? È solo un dramma di un uomo di successo che cade in disgrazia? Sigfrido e la sua Götterdämmerung, il crepuscolo degli dei del goscismo audiovisivo nazionale a spese del contribuente?   Oppure intorno alla favola del principe Ranucci, e in quella più vasta di quelli col grembiuletto rosso, c’è qualcosa di più?   Qualcosa che, nell’Italia Bella Addormentata, non si può ancora dire?   Roberto Dal Bosco  

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Politica

«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente

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Lo scrittore Camillo Langone ha ricordato sul Foglio la grande campagna politico-pubblicitaria del 1999 per portare al Quirinale Emma Bonino.

 

«Scrivere quello che penso di una persona appena morta non è possibile. Magari fra un mese, in sede di trigesimo, e però fra un mese prego di avere qualcosa di più divertente da scrivere» scrive Langone. «Mi piacerebbe nondimeno elencare tutti coloro che nel 1999 firmarono affinché la persona appena morta diventasse presidente della Repubblica e intitolare questo elenco “Il tradimento dei chierici”, volendo stare alto, oppure “Il culturame contro la vita”, abbassando un po’ il livello».

 

«Passati 27 anni, molti dei firmatari sono defunti e a loro non posso più rinfacciare nulla, a cominciare da Indro Montanelli (comunque a novant’anni sarai pur libero di andare all’aceto)» continua lo scrittore parmigiano.

 

«Però sono vivi sostenitori come Achille Bonito Oliva e Alessandro Cecchi Paone, Margherita Buy (Jasmine Trinca non era ancora su piazza) e Cristina Comencini (Carlo Calenda era ancora alla Ferrari), tutti abbastanza prevedibili, così come i quasi (quasi) imprevedibili Franco Cardini, Ernesto Galli della Loggia, Eugenia Roccella».

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«In quell’antico, degradante appello la firma che mi dispiace di più è quella di Pupi Avati: tu quoque, Pupi? Brutta cosa il gregarismo. Fra un mese la cosa più bella sarebbe scrivere l’elenco di coloro che, pur interpellati, non firmarono» conclude l’autore del Manifesto della destra divina.

 

Orbene, prima di arrivare a quanti, eroicamente, non misero la firma per la superabortista al tribunale (10 mila bambini eliminati con le sue proprie mani, vantava), ci siamo chiesti se vi era ancora da qualche parte la lista completa dei firmatari: online, cercandola pure a fondo, non l’abbiamo trovata.

 

Abbiamo potuto mettere insieme un po’ di nomi ricavandoli dagli infiniti «coccodrilli» di questi giorni e da altri articoli comparsi negli anni. La lista non è lunghissima, ma comunque interessante. Caveat: non siamo sicuri di tutti questi nomi, perché in rete non c’è traccia della lista completa.

 

  • Indro Montanelli — decano del giornalismo italiano, cantore a suo tempo del colonialismo italiano
  • Angelo Panebianco — politologo, editorialista del Corriere della Sera (il giornale del conservatorismo italiano, tipo)
  • Rita Levi-Montalcini — scienziata, Premio Nobel, senatrice a vita, attivista abortista
  • Antonio Baldassarre — costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale
  • Maurizio Costanzo — presentatore e giornalista, già nelle liste della P2
  • Lucio Dalla — indimenticato cantautore felsineo, associato talvolta all’omosessualità (mai dichiarata) o all’Opus Dei (smentito)
  • Margherita Hack — astrofisica televisiva, ateissima, figlia di pionieri italiani della Teosofia
  • Umberto Veronesi — oncologo «laico», già ministro, teorizzatore di un futuro bisessuale con il laboratorio come unica forma di riproduzione di individui sani
  • Danielle Mitterrand — vedova del noto presidente francese (cioè la vedova-vedova, non una delle amanti)
  • Franca Rame — attrice e moglie di Dario Fo, poi eletta al Senato nel 2006 con il partito biodegradabile Italia dei Valori (IdV) guidato da Antonio Di Pietro.
  • Edoardo Bennato — popolare cantante partenopeo
  • Franco Battiato — esoterico cantante etneo
  • Raffaele La Capria — scrittore e sceneggiatore dei film di Francesco Rosi
  • Oliviero Toscani — fotografo e pubblicitario dei Benetton, figlio del fotografo che fece gli scatti dei cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto
  • Caterina Caselli — cantante e soprattutto discografica milanese
  • Bernardo Bertolucci — regista premio Oscar, con alcuni film che ci chiediamo come possano essere passati sugli schermi per i contenuti allucinanti (e non parliamo di Ultimo Tango a Parigi, ma, ad esempio, de La luna)
  • Catherine Spaak — attrice, cantante, conduttrice televisiva e ballerina belga naturalizzata italiana
  • Claudia Koll — attrice di una pellicola di Tinto Brass, poi convertitasi al medjugorismo.
  • Iva Zanicchi — cantante detta «l’Aquila di Ligonchio», storica conduttrice della trasmissione di Rete 4 «Ok il prezzo è giusto»
  • Mario Monicelli — regista, poi finito suicida
  • Claudia Cardinale — attrice italo-tunisina, moglie di un regista senatore di Alleanza Nazionale
  • Vittorio Gassman — attore, che dichiarava la depressione e la sua cura psichiatrica apertis verbis.
  • Marco Tardelli — ex calciatore trionfatore del Mundial del 1980
  • Giorgio Celli — etologo televisivo bolognese
  • Salvatore Veca — filosofo della politica punto di riferimento filosofico della sinistra non marxista
  • Ernesto Illy — fedele valdese e imprenditore del caffè

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Ci colpiscono qui i nomi non dei para-intellettuali salariati dal sistema, non delle dive di passaggio, non degli artisti perversi, non dei ricconi parastatali, ma di figure ascritte alla destra italiana.

 

Segno che, anche quella, era già tre decadi fa catturata totalmente dalla Necrocultura: anche i «conservatori» volevano presidente degli italiani una tizia che rivendicava di averne abortiti più di 10 mila. Un’esercito di futuri cittadini spariti nel sangue a colpi di pompa della bicicletta. Loro, e i loro figli – italiani.

 

Abbiamo scritto che è giusto che la Bonino abbia funerali di Stato – perché lo Stato moderno è fondato sulla Morte.

 

Forse era giusto pure che la Bonino divenisse presidente della Repubblica. Le cose più si slatentizzano, meglio è.

 

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Politica

Trump: l’Irlanda sarà riunificata

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha predetto che la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, che fa parte della Gran Bretagna, finiranno per riunirsi.   La Repubblica d’Irlanda divenne indipendente dalla Gran Bretagna nel 1922, mentre sei contee del Nord-Est rimasero nel Regno Unito e formarono l’Irlanda del Nord.   Dopo l’incontro di sabato a Dublino con il primo ministro irlandese Micheál Martin, Trump ha detto ai giornalisti che gli piacerebbe «vedere l’Irlanda riunificata». «Penso che sarebbe un grande successo per tutti se ciò accadesse. Accadrà prima o poi. Tanto vale che accada ora», ha aggiunto, indicando in Martin «l’uomo giusto… per dare il via al processo».   Pur ammettendo che «il Regno Unito avrà ovviamente qualcosa da dire al riguardo», Trump ha ribadito che un’Irlanda unita «sarebbe una cosa fantastica», aggiungendo di essere «amico» con il primo ministro irlandese e definendo i rapporti tra Washington e Dublino i migliori di sempre.   Più tardi, nella residenza dell’ambasciatore statunitense, Trump ha riconosciuto che le sue parole potevano essere controverse, osservando che «è una di quelle domande per cui, a prescindere da ciò che si dice, non esiste una risposta valida».

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All’inizio dell’anno aveva già parlato di una possibile «fusione» tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, richiamando il buon rapporto tra Martin e la vice prima ministra dell’Irlanda del Nord Emma Little-Pengelly.   I predecessori di Trump alla Casa Bianca hanno sostenuto lo status quo fissato dall’Accordo di Belfast del 1998, mediato dagli Stati Uniti e noto anche come Accordo del Venerdì Santo. Quell’intesa mise in gran parte fine a circa trent’anni di violenza politica in Irlanda del Nord tra l’IRA e altri gruppi minori favorevoli alla riunificazione con l’Irlanda, i gruppi lealisti che volevano restare nel Regno Unito e le forze di sicurezza britanniche.   L’accordo prevede un percorso verso la riunificazione se la maggioranza in Irlanda del Nord lo sostenesse. In quel caso il Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord dovrebbe indire un referendum.   Sabato, in un post su X, Gavin Robinson, leader del Partito Unionista Democratico, ha criticato le ultime parole di Trump. «Il presidente Trump sa meglio di chiunque altro che le elezioni contano… L’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito perché questa è la volontà democratica consolidata del suo popolo», ha scritto. L’Irlanda del Nord «continuerà a scegliere il Regno Unito e la sicurezza che offre».   Durante la sua prima visita in Irlanda del Nord il mese scorso, anche il primo ministro britannico Andy Burnham ha definito un referendum sulla riunificazione «fuori discussione».

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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