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Economia

Un articolo generato dall’AI ha mandato a zero il mega-fondo dell'(ex) amico di Bill Gates?

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La settimana scorsa negoziazioni alla Borsa di Nuova York sono state appena interrotte a causa di un «problema tecnico» che ha portato a zero Berkshire Hathaway, uno dei più grandi fondi di investimento della Terra,

 

È stato sostenuto che l’intoppo sia stato causato di problemi con le bande di limite al rialzo e al limite al ribasso che vengono utilizzate per interrompere le negoziazioni quando un titolo diventa troppo volatile.

 

Tuttavia, come riportato da ZeroHedge, potrebbe in realtà essere dovuto ad un articolo di analisi generata dall’Intelligenza artificiale pubblicata sui terminali Bloomberg che affermava che le azioni erano scese del 100%, provocando una risposta del prezzo reale e manifestando le false affermazioni del rapporto automatizzato in realtà.

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Come è stato notato dal sito Schiffgold, si tratta di «una piccola anteprima del caos che la follia dell’automazione può causare quando interi mercati possono essere spostati con poche parole».

 

«Quando i report generati dall’intelligenza artificiale vengono inviati ai terminali Bloomberg [computer usati per il trading di azioni, ndr] in tutto il mondo, i mercati li acquisiscono e rispondono automaticamente. Questa è un’anteprima di ciò che può accadere quando questi sistemi scompaiono e pubblicano allucinazioni, con implicazioni terrificanti per i mercati gestiti su sistemi computerizzati globali che diffondono informazioni – buone e cattive, vere e false – all’istante».

 

«Mentre l’Intelligenza Artificiale continua a sconvolgere i mercati tradizionali, le sue crescenti difficoltà stanno mettendo a nudo le sfide legate all’automazione dei flussi di informazioni e dati in quegli stessi mercati. Ma questi problemi crescenti mettono in luce anche alcune delle assurdità esistenti della finanza globale, amplificandole di 100 volte» continua Schiffgold.

 

«Ora, con i report e le analisi basati sull’intelligenza artificiale, all’interno di questa rete globale c’è una macchina emittente automatizzata che si è infiltrata nei megafoni dei terminali Bloomberg e dei principali giornali e ha il potere di provocare disordini incommensurabili. I crolli indotti dall’intelligenza artificiale causano un’instabilità economica che può sia distruggere finanziariamente gli investitori sia scuotere le fondamenta dell’economia più ampia con shock casuali che non è preparata a gestire».

 

«In un’economia in cui dominano la stampa di denaro, il pensiero a breve termine e la soggettività accademica, ciò cambia anche le dinamiche di mercato quando anche le fonti di verità “affidabili” stabilite iniziano a essere messe in discussione. Ciò include le analisi che appaiono sui terminali Bloomberg, il cui accesso costa decine di migliaia di dollari e offre ai già ricchi una visione privilegiata e più approfondita dei mercati con dati inaccessibili alla classe contadina globale».

 

In pratica, siamo dinanzi ad un esempio del disastro che può comportare l’inserimento dell’AI in un sistema centralizzato – cioè quello che pare demandato ad ogni settore umano, dall’industria tecnologica allo Stato.

 

Berkshire Hathaway è una società di investimento fondata nel 1888 che oggi nel 2022 ha registrato un fatturato di 302,1 miliardi di dollari con un utile netto di 22,8 miliardi: gli asset gestiti sarebbero (dato 2023) pari a 1,069 trilioni di dollari. La sua gamma di investimenti è assai diversificata, con importanti quote in enormi multinazionali statunitensi come Kraft Heinz (26.7%), American Express (18.8%), Bank of America (11.9%), Coca-Cola (9.32%) ed Apple (5.57%). Il fondo ha investito anche nel produttore di auto elettriche cinesi BYD, che certa stampa cerca di far percepire come concorrente della Tesla di Elon Musk.

 

Il CEO del fondo, acquisito nel 1965, è il notissimo Warren Buffet, chiamato anche «l’oracolo di Omaha» per la sua preveggenza riguardo ai mercati e per la sua scelta di stare in Nebraska invece che nella capitale finanziaria del mondo, Nuova York. Il Buffett, secondo stime Bloomberg, varrebbe qualcosa come 100 miliardi di dollari, cifra che lo renderebbe il settimo uomo più ricco del mondo

 

Come riportato da Renovatio 21, Warren Buffett fa parte di quella «cricca di amici» – tra cui George Soros e Bill Gates – che in cene miliardarie discutono entusiasticamente la riduzione della popolazione terrestre.

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L’oligarca finanziario Buffett, lo speculatore di borsa più ricco al mondo, sino al 2021 – cioè fino al divorzio di Bill e Melinda – faceva parte della Fondazione Gates, cui ha dato l’astronomica cifra di (almeno) 41 miliardi di dollari – un piccolo Recovery Fund per un Paese di medie dimensioni. Del resto sappiamo che la Gates Foundation, il più grande promotore dei vaccini al mondo, è oggi il primo contribuente dell’OMS – più di tanti Paesi europei messi assieme.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Buffett nell’estate di tre anni fa aveva stranamente previsto che l’umanità sta per affrontare un’altra pandemia, la quale sarebbe peggiore dell’epidemia di COVID-19 che ha inferto un colpo devastante all’economia globale e non solo.

 

«Ho imparato che le persone non sanno tanto quanto pensano di sapere, ma la cosa più importante che impari è che la pandemia doveva verificarsi e questa non è affatto la peggiore che si possa immaginare», ha dichiarato Buffett durante un’intervista al canale televisivo CNBC.

 

«La società è in un momento terribile per prepararsi a cose che sono remote, che sono possibili e che prima o poi accadranno».

 

«Ci sarà un’altra pandemia, lo sappiamo. Sappiamo che c’è una minaccia nucleare, chimica e biologica e ora cibernetica, e sappiamo che ognuna di queste minacce prima o poi potrebbe terribilmente avverarsi. Dobbiamo fare alcune cose al riguardo, ma non è qualcosa che la società sembra particolarmente in grado di affrontare pienamente».

 

«La minaccia informatica: abbiamo appena iniziato», aveva ridacchiato il Buffett per poi aggiungere: «e guarda il danno che è già stato fatto». Anche qui, è stato preveggente, a giudicare dal disastro della settimana scorsa che ha devastato il suo fondo. Tuttavia stavolta non crediamo sia stato preso dalla ridarola.

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Immagine di BorsheimsJewelry via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic 

 

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La guerra con l’Iran potrebbe fruttare miliardi alle aziende energetiche USA

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Gli Stati Uniti potrebbero figurare tra i principali beneficiari dell’aumento globale dei prezzi dell’energia, effetto della guerra in corso tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Lo riporta il Financial Times, che riporta stime elaborate dalla banca d’investimento Jefferies.   A seguito delle conseguenze del conflitto in Medio Oriente, i prezzi del petrolio hanno già oltrepassato i 100 dollari al barile. Qualora dovessero mantenersi su livelli elevati per l’intero anno, le aziende americane otterrebbero un guadagno aggiuntivo di 63,4 miliardi di dollari dalla produzione petrolifera, secondo le previsioni della società di ricerca energetica Rystad.   Il petrolio Brent, riferimento internazionale, è salito di oltre il 30% domenica scorsa, toccando in un momento quota 119 dollari al barile, spinto dai timori crescenti di una prolungata interruzione delle forniture energetiche a livello mondiale.   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha approfittato della situazione per spostare l’attenzione dal tema del mantenimento di prezzi energetici bassi alla presentazione degli alti prezzi del petrolio come un vantaggio. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi», ha dichiarato in un post su Truth Social giovedì.

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Il cambio di prospettiva repentino si è verificato mentre il team di Trump incontrava difficoltà nel delineare un piano coerente per la riapertura dello Stretto di Hormuz, cruciale per il passaggio delle navi statunitensi. Le autorità iraniane affermano che lo Stretto di Ormuzzo è chiuso alle navi statunitensi e israeliane, sebbene non sia fisicamente ostruito da una barriera permanente.   Secondo il quotidiano bretannico Guardian, tuttavia, oltre 1.000 navi mercantili, in prevalenza petroliere e gasiere, risultano bloccate nel transito attraverso lo stretto. Se la chiusura dovesse protrarsi fino alla fine del mese, alcuni analisti ritengono che il prezzo del petrolio potrebbe raggiungere i 150 o addirittura i 200 dollari al barile, come previsto all’inizio di questa settimana dal settimanle The Economist.   L’impennata dei prezzi del petrolio sta esercitando pressione sull’economia statunitense, con un aumento dei costi di benzina e gasolio, oltre che di numerosi beni e servizi, come evidenziato dal Wall Street Journal. Tuttavia, lo stesso quotidiano ha rilevato che gli Stati Uniti, in quanto importanti produttori di petrolio, potrebbero attenuare le ripercussioni più gravi sull’economia.

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Economia

Washington allenta le sanzioni sul petrolio russo

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Secondo quanto dichiarato dal Segretario del Tesoro Scott Bessent, gli Stati Uniti hanno allentato le sanzioni per permettere ad alcuni Paesi di acquistare petrolio e prodotti petroliferi russi già caricati su navi in mare. La decisione arriva in un contesto di escalation delle tensioni in Medio Oriente, provocata dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha fatto schizzare i prezzi globali del petrolio.

 

Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi coordinati contro l’Iran, scatenando rappresaglie iraniane in tutta la regione. La crisi ha determinato la chiusura di fatto dello Stretto di Ormuzzo, attraverso il quale transita circa un quinto della fornitura giornaliera mondiale di petrolio, poiché l’Iran impedisce di fatto il passaggio delle navi provenienti da Paesi ostili, con un’impennata dei prezzi del petrolio di quasi il 50%, fino a quasi 120 dollari al barile.

 

«Per ampliare la portata globale delle forniture esistenti, il Dipartimento del Tesoro statunitense sta fornendo un’autorizzazione temporanea che consente ai paesi di acquistare petrolio russo attualmente bloccato in mare», ha dichiarato Bessent giovedì in un post su X, sottolineando che tale misura stabilizzerà i mercati energetici e frenerà i prezzi del petrolio.

 

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La deroga riguarda le esportazioni di petrolio russo caricato su navi prima del 12 marzo e avrà una validità di 30 giorni.

 

In precedenza, il Segretario all’Energia statunitense Chris Wright aveva precisato che le restrizioni più ampie sul petrolio russo non sarebbero state revocate, ribadendo che Washington non intendeva modificare la propria politica sanzionatoria nei confronti di Mosca.

 

Commentando l’allentamento delle restrizioni, il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov ha affermato che la mossa è finalizzata a stabilizzare il mercato energetico globale, aggiungendo che su questo punto gli interessi di Mosca e Washington coincidono.

 

La scorsa settimana, il Bessent aveva dichiarato che gli Stati Uniti avevano concesso all’India il «permesso» di acquistare petrolio greggio russo «per alleviare la temporanea carenza di petrolio nel mondo», dopo aver annunciato l’intenzione di «revocare le sanzioni su altro petrolio russo» al fine di incrementare ulteriormente l’offerta.

 

L’India, che insieme alla Cina è emersa come uno dei principali acquirenti di petrolio russo dopo l’imposizione delle sanzioni in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, non ha mai confermato di voler rispettare tali restrizioni, sebbene gli Stati Uniti abbiano affermato il contrario.

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Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic

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La guerra israeloamericana disintegra miliardi di dollari di ricavi energetici per i Paesi del Golfo

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I produttori di petrolio nella regione del Golfo hanno perso circa 15,1 miliardi di dollari di entrate energetiche dall’inizio degli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Lo riporta il Financial Times, citando le stime della società di analisi Kpler.   A fine febbraio, Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi coordinati contro la Repubblica Islamica dell’Iran, scatenando rappresaglie iraniane in tutta la regione. L’escalation della crisi ha di fatto bloccato lo Stretto di Ormuzzo, una rotta cruciale che gestisce circa un quinto della fornitura giornaliera mondiale di petrolio e gas, poiché Teheran ha vietato il transito alle navi provenienti da Paesi non amici, facendo schizzare i prezzi globali del greggio di quasi il 50%, fino a 120 dollari al barile.   Si stima che lo Stretto di Ormuzzo trasporti quotidianamente petrolio greggio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto (GNL) per un valore di circa 1,2 miliardi di dollari, sulla base dei prezzi e dei volumi medi registrati lo scorso anno. Secondo Florian Gruenberger di Kpler, citato da FT, i flussi attuali attraverso il canale sono «trascurabili» rispetto ai livelli prebellici.

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Tra le spedizioni bloccate, il petrolio greggio rappresenta la quota maggiore, pari al 71% del valore totale. Secondo Kpler, almeno 10,7 miliardi di dollari di petrolio greggio, prodotti petroliferi raffinati e GNL rimangono bloccati lungo la rotta marittima.   L’Arabia Saudita, secondo produttore di petrolio al mondo, sarebbe stata la più colpita, con una perdita di 4,5 miliardi di dollari di entrate energetiche dall’inizio del conflitto, mentre l’Iraq, che dipende dalla produzione petrolifera per il 90% delle entrate statali, sarebbe tra i più esposti. Anche altri importanti produttori della regione, tra cui Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein, hanno subito perdite significative.   Secondo la società di consulenza britannica Wood Mackenzie, citata sempre da FT, i produttori di petrolio del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein, hanno rinviato incassi e entrate fiscali per 13,3 miliardi di dollari a causa delle interruzioni nelle spedizioni di petrolio.   Venerdì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato a Fox News che, se necessario, le forze americane scorteranno le navi attraverso lo Stretto di Hormuz. La settimana scorsa, Trump aveva esortato gli equipaggi delle petroliere che navigano in quella vitale via d’acqua a «mostrare un po’ di coraggio».

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Immagine di Planet Labs, Inc via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 
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