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Storia di Gladio: la nascita

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Reinarhd Gehlen (1902-1979) racconta nel suo libro di memorie Der Dienst della nascita dell’organizzazione che porterà il suo nome e che farà da apripista in Europa alla strategia Stay Behind della NATO:

 

«All’interno di un’Europa che si stava preparando alla difesa contro il comunismo, anche la Germania aveva l’opportunità di ritrovare il proprio posto. La futura strategia politica tedesca si sarebbe quindi appoggiata alle potenze vincitrici e avrebbe, in tal senso, mirato a due obiettivi politici, ovvero la lotta contro l’espansione comunista e la riunificazione con quelle parti della Germania andate perse. (…) Dal punto di vista dell’Intelligence ci si doveva aspettare un particolare interesse, da parte di tutte le potenze occidentali (…], verso il potenziale tedesco per lo spionaggio contro l’Est». 

 

Se dal 1940 con la creazione dello Special Operations Executive (SOE) in Inghilterra erano state già messe le basi per la nascita della strategia Stay Behind nei paesi occupati dalla Germania nazista, le operazioni reali di una gestione di un esercito sotterraneo cominciarono però a prendere forma solo con la fine del conflitto. Le prime esperienze erano già state portate avanti in Polonia e in Grecia soprattutto, dove nel dicembre del 1944 una grossa manifestazione comunista venne soppressa nel sangue dalle truppe greche sostenute dagli inglesi. La Dekemvriana (serie di scontri combattuti durante la seconda guerra mondiale ad Atene dal 3 dicembre 1944 all’11 gennaio 1945) che portò il notevole risultato di venticinque morti e centoquarantaquattro feriti, diede il via alla Battaglia di Atene, un conflitto interno armato durato oltre un mese.

 

Gli accordi tra l’OSS e le truppe della Decima MAS nel non permettere la devastazione del nord Italia da parte delle truppe naziste portarono ad un embrione di Stay Behind che si svilupperà in maniera autonoma sotto la denominazione di Gladio. Oltre alle truppe comandate dal principe Borghese, molti partigiani della brigata Osoppo operante in Friuli Venezia-Giulia divennero parte del progetto Stay Behind italiano.

 

Infatti, subito dopo l’armistizio e il successivo sbandamento delle truppe italiane, il IX Corpus Sloveno della IV Armata jugoslava penetrò nella Carnia e nell’Istria avanzando verso Gorizia, Pola, Fiume e Trieste. La brigata Osoppo, composta soprattutto da cattolici e socialisti, trovò un dialogo con i partigiani comunisti garibaldini allo scopo di salvaguardare il territorio dai tedeschi e dai fascisti per uno stato democratico all’interno della Resistenza.

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Dalla fine del conflitto in avanti, descrive Paul L. Williams nel suo Operation Gladio, vi fu una comunione d’intenti a diversi livelli con lo scopo di preparare l’Europa ad un eventuale attacco da parte del mondo sovietico. L’autore racconta come Paolo Emilio Taviani, genovese, partigiano ed esponente di spicco della Democrazia Cristiana per tutto il dopoguerra, durante il suo mandato da ministro della difesa dal 1953 al 1958 divenne uno principali referenti italiani. I gladiatori, così vennero chiamati i primi 622 membri italiani, vennero addestrati a Capo Marargiu nel nord della Sardegna da militari statunitensi e britannici e nascosero 139 depositi d’armi perlopiù nel nordest d’Italia, nel Gorizia Gap da dove si aspettavano potesse arrivare l’offensiva.

 

Come racconta Daniele Ganser nel suo NATO Secret’s Armies, durante l’occupazione del Belgio da parte delle truppe naziste il governo belga volò a Londra in esilio. Durante quel periodo drammatico si crearono forti legami con i britannici e le due nazioni cooperarono per organizzare un esercito segreto nel Belgio occupato. Per l’estate del 1942 la Special Operations Executive inglese aveva già scaricato varie casse d’armi e addestrato diverse unità, tra queste anche reparti specializzati in recuperare informazioni e trasmetterle a Londra via radio, lettere o microfilm. L’impatto fu relativo ma il modello da replicare era pronto. 

 

Nel 1947 in seguito alla dissoluzione dell’OSS, Truman resuscitò l’agenzia suddividendola in due tronconi chiamati Central Intelligence Agency (CIA) e National Security Agency (NSA). La NSA si sarebbe occupata di SIGINT, quindi telecomunicazioni, e avrebbe dovuto riferire al ministero della difesa oltre che al Presidente. La CIA si sarebbe dedicata alle operazioni coperte internazionali e all’HUMINT, quindi a tutto ciò che concerne il recupero d informazioni tramite gli esseri umani, riferendo solamente al presidente degli Stati Uniti d’America. 

 

Nonostante i progetti di Stay Behind fossero nati con l’idea di essere taciuti e nascosti il più possibile alla conoscenza del grande pubblico, nel corso dei decenni vi furono qua e là alcune fughe di notizie. Già nel 1947 il socialista Edouard Depreux, ministro dell’Interno della Francia, rivelò pubblicamente l’esistenza dell’esercito segreto Stay Behind denominato in codice Plan Bleu con lo scopo di attivarsi e prendere il potere nel caso di attacco sovietico. 

 

Sempre nel 1947 in Austria una rete Stay Behind venne smascherata dall’arresto di Theodor Soucek e Hugo Rössner a Vienna. La polizia scoprì la creazione di un esercito composto da ex soldati nazisti e partigiani di estrema destra con lo scopo di contrastare un eventuale invasione sovietica. I due, che avevano ammassato in diversi luoghi nascosti una ingente quantità di armi tra cui missili d’artiglieria tedeschi, durante l’udienza in tribunale dichiararono di avere ricevuto i fondi dalla appena creata CIA, condannati a morte vennero in seguito perdonati dal cancelliere senza un apparente motivazione.

 

Nel il 1950 Franz Olah, membro del parlamento austriaco, con i fondi CIA, creò l’Österreichischer WanderSport und Geselligkeitsvereinm, Club austriaco di escursionismo, sport e socializzazione in cui raggruppò tutta l’unità coperta e sotto il cui ombrello continuò l’opera indisturbato. 

 

In seguito alla rivelazione di Depreux, il Clandestine Committee of the Western Union (CCWU) venne creato l’anno successivo per coordinare le attività di guerra non ortodossa. Composto da Francia, Regno Unito, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi nel marzo del 1948 con il trattato Bruxelles per una collaborazione non solo militare ma anche economica e culturale con i comandi divisi tra Londra e Fontainebleau. Il CCWU creato con lo scopo di gestire il progetto Stay Behind fu esattamente il precursore della North Atlantic Treaty Organization (NATO) fondata a sua volta nel 1949 in cui confluì assieme al Clandestine Planning Committee (CPC) che ne divenne l’ombrello operativo nel 1951. 

 

All’epoca la sede del CPC si trovava a Parigi, e come il CCWU prima di lui la sua responsabilità principale era quella di pianificare, preparare e dirigere tutte le operazione di guerra non ortodossa portate avanti da Stay Behind e dai servizi speciali. La sede centrale era sotto il controllo della CIA e dell’MI6 e solo gli ufficiali con le più alte autorizzazioni di sicurezza della NATO avevano accesso. I più alti ufficiali in grado dei servizi segreti occidentali vi si ritrovano ad intervalli regolari per portare avanti congiuntamente gli interventi. 

 

Nel 1966 il presidente Charles de Gaulle (1890-1970), espulse la NATO dalla Francia, per cui dovettero trasferire la sede a Bruxelles, con grande collera da parte di Lyndon Johnson (1908-1973). Assieme si spostò anche il CPC trasferendosi anche esso a Bruxelles. L’espulsione della NATO offrì una comprensione maggiore di quello che era il profondo e nascosto segreto della alleanza militare dell’epoca. L’esistenza di protocolli NATO segreti che obbligavano i servizi segreti dei paesi firmatari a lavorare per prevenire l’ascesa dei partiti comunisti e impedirne la presa del potere attraverso le elezioni. 

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Il contenuto dei protocolli tuttavia rimase nascosto ma racconta sempre Ganser che diversi giornalisti trovarono tracce e riferimenti. Il giornalista statunitense Arthur Rowse dichiarava che una clausola dei protocolli segreti imponeva agli stati che volessero partecipare di avere già un processo attivato di creazione dell’esercito segreto antisovietico. Giuseppe De Lutiis, esperto in servizi segreti, trovò che l’Italia quando divenne un membro del patto atlantico dovette anche firmare i protocolli che la obbligavano ad allinearsi con qualsiasi mezzo all’Occidente anche se il risultato elettorale andasse nella direzione opposta. Mario Coglitore, ricercatore su Gladio, confermò anche lui l’esistenza dei protocolli. 

 

Un ufficiale dei servizi segreti rimasto anonimo descrisse come i protocolli segreti difendevano esplicitamente gli estremisti di destra grazie alla loro utilità nella lotta contro i comunisti. Il presidente statunitense Harry Truman (1884-1972) e il cancelliere tedesco Konrad Adenauer (1876-1967) firmarono i protocolli segreti per l’ingresso della Germania dell’Ovest nella NATO nel maggio 1955. Nel documento veniva concordato che le autorità della Germania Ovest si sarebbero astenute dall’intraprendere un’azione legale attiva contro noti estremisti di destra.

 

Nel 1952 in Germania la rete Stay Behind divenne di conoscenza pubblica quando Hans Otto un ex ufficiale delle SS, entrò nella stazione di polizia di Francoforte annunciando di far parte di un gruppo di resistenza con lo scopo di sabotare e far saltare i ponti in caso di invasione sovietica. Otto aggiunse di far parte del ramo tecnico del Bund Deutscher Jugend, la Federazione della Gioventù Tedesca, che aveva nella sua lista nera un centinaio di personaggi della sinistra pronti per essere assassinati in caso di emergenza.

 

Infine aggiunse di ricevere milioni da un cittadino americano Sterling Garwood e che l’organizzazione generale era gestita da Reinhard Gehlen. Georg August Zinn, il primo ministro di dello stato tedesco di Hessen ne rimase talmente scioccato da ordinare l’arresto di un centinaio di membri del gruppo e richiese un investigazione su larga scala per far luce sull’accaduto. La richiesta venne rifiutata dal Bundesgerichtshof, la più alta corte tedesca e tutti gli imputati vennero rilasciati.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

 

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Epstein legato a CIA e Mossad: JD Vance lamenta di essere al centro di una campagna di denigrazione israeliana

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Il vicepresidente JD Vance, in una nuova intervista rilasciata al podcast più seguito al mondo, ha avvertito che «elementi» del governo israeliano vogliono prolungare la guerra contro l’Iran «a tempo indeterminato» e stanno conducendo un’aggressiva campagna per manipolare l’opinione pubblica statunitense, arrivando persino a diffamare Vance per il suo ruolo nella ricerca di una soluzione diplomatica.   Nella sua intervista di quasi tre ore al podcast «Joe Rogan Experience», Vance ha anche cercato di prendere le distanze, seppur con cautela, dalla decisione di Trump di unirsi a Israele nell’intervento militare contro l’Iran e ha affermato che la Casa Bianca ha gestito male la comunicazione relativa al caso Epstein.   «Ci sono persone all’interno del sistema [israeliano], lo sappiamo senza ombra di dubbio, che stanno manipolando e cercando di cambiare l’opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente. Ripeto, non per raggiungere un obiettivo specifico, ma semplicemente per prolungarla all’infinito», ha affermato Vance, sottolineando che gli attacchi non sono stati diretti solo contro la politica statunitense, ma anche contro di lui personalmente.   Il vicepresidente ha invitato il podcaster e il suo pubblico a leggere un recente articolo del Time che descrive il meccanismo ad alto budget che Israele ha finanziato per cercare di rafforzare il sostegno repubblicano alla guerra e a Israele.   «Vale la pena leggerlo perché elenca una serie di persone che sono state letteralmente pagate da un ex membro della campagna elettorale di Trump, il quale a sua volta era stato pagato da certi elementi all’interno del governo israeliano. E queste persone mi stanno attaccando ferocemente per aver cercato, letteralmente, di raggiungere l’obiettivo negoziale che il presidente ha fissato per il Paese».   Vance si riferisce a Brad Parscale, ex responsabile della campagna elettorale di Trump, che ora dirige una società di comunicazione chiamata Clock Tower X. È anche Chief Strategy Officer di Salem Media Group, un conglomerato multimediale conservatore. L’estate scorsa, Israele ha iniziato a pagare alla società di Parscale 1,5 milioni di dollari al mese per la creazione di 100 contenuti digitali mensili da condividere su diverse piattaforme di social media.  

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In modo controverso, Parscale ha anche promesso «l’integrazione di messaggi narrativi nelle proprietà di Salem Media Network e canali di distribuzione allineati». Quanto a come porre fine a una guerra che è persino meno popolare della guerra del Vietnam nei suoi sondaggi peggiori, Vance ha difeso la diplomazia e ridicolizzato i critici falchi il cui grande piano è solo quello di «bombardarli fino all’annientamento».   Mentre Trump ha minacciato di scatenare una furia contro i ponti e le infrastrutture energetiche iraniane se il Paese non si piegherà ai suoi desideri, Vance ha fatto eco alla saggezza di molti osservatori militari e geopolitici che deridono l’idea che l’esercito statunitense possa conquistare qualsiasi paese – tanto meno uno grande come l’Europa occidentale – usando solo la forza aerea:   «Potete bombardarli. Potete distruggere i loro radar. Potete distruggere alcuni dei loro droni e alcuni dei loro missili, ma è fin troppo facile sparare alle navi nello stretto. Quindi, bisogna essere disposti a dialogare e a cercare di risolvere il problema.»   Con il passare delle settimane e dei mesi, l’impopolarità della guerra contro l’Iran si fa sempre più pressante per le ambizioni presidenziali di Vance per il 2028. Vance ha usato le interviste per prendere delicatamente le distanze dalla decisione di attaccare, e lo ha fatto di nuovo con Rogan. Quando il podcaster ha chiesto a Vance fino a che punto fosse d’accordo con la decisione di Trump di lanciare una guerra contro l’Iran, Vance ha abilmente usato le stesse parole di Trump per distanziarsi dalla decisione:   «Beh, il presidente ha detto pubblicamente che “JD era meno entusiasta”. Credo che abbia usato proprio questa frase. Voglio dire, il mio punto di vista, come sapete, è che il vicepresidente non è un commentatore pubblico. Il mio lavoro è dare il miglior consiglio possibile al presidente degli Stati Uniti. Credo che lui abbia già detto qualcosa a riguardo».   In aprile, un lungo articolo del New York Times sulla decisione di iniziare la guerra ritraeva Vance come uno scettico che aveva avvertito che una guerra avrebbe potuto scatenare il caos regionale e comportare un elevato numero di vittime, danneggiando anche la coalizione di Trump, gran parte della quale era stata attratta dalle ripetute promesse di Trump di non iniziare nuove guerre. Descrivendo il fatidico incontro del 26 febbraio che precedette l’inizio della guerra due giorni dopo, il Times parafrasò le parole di Vance: «Sapete, penso che sia una cattiva idea, ma se volete farlo, vi appoggerò».  

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Riguardo ai documenti di Epstein, Vance ha contestato l’idea che l’amministrazione Trump avesse cercato di nascondere qualcosa al popolo americano, attribuendo invece la controversia a una scarsa comunicazione pubblica sui documenti stessi.   Abbiamo assolutamente sbagliato la comunicazione sui documenti di Epstein», ha affermato Vance. «Proprio così. Ma penso che il motivo per cui abbiamo sbagliato la comunicazione sia perché stavamo cercando di nascondere qualcosa? No.» Ha criticato l’allora procuratrice generale degli Stati Uniti Pam Bondi per aver «esagerato ciò che avevamo e ciò che non avevamo», in quanto coinvolta «nel momento politico».   Pur non affermando esplicitamente che Epstein lavorasse per Israele, Vance ha sottolineato i suoi legami con i servizi segreti sia statunitensi che israeliani. «Aveva chiaramente contatti con i livelli più alti dell’Intelligence americana. Aveva chiaramente contatti con i livelli più alti dell’Intelligence israeliana», ha dichiarato Vance, aggiungendo poi: «ho chiesto se esistessero documenti che collegassero direttamente Jeffrey Epstein ai nostri servizi segreti o a quelli di altri Paesi, e la risposta è no. Ma se queste informazioni fossero esistite, non sarebbero più disponibili nel 2026».   Intervistati sul tema nella trasmissione YouTube Breaking Points, i rappresentanti del Congresso che avevano scritto la legge per la pubblicazione dei file epsteiniani Thomas Massie (recentemente buttato fuori dalle primarie dopo una donazione da 35 milioni di dollari alla campagna dell’avversario da parte di donatori ebraici) e Ro Khanna (preso in ostaggio da coloni israeliani armati pochi giorni fa) hanno deriso le rivelazioni di Vance, dicendo che se è così che la pensa dovrebbe lavorare per il desecretamento dei milioni di file mancanti.   Non è chiaro se, una volta che vi sarà certezza che la guerra per Israele contro l’Iran è un disastro per gli USA e per il mondo, il Vance, in previsione di una sua campagna presidenziale nel 2028, riuscirà ad incassare credito per la sua flebile opposizione interna al conflitto.

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Netanyahu ammette: la fusione dell’esercito USA con quello israeliano è realtà

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Nel fine settimana, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è apparso sul canale di informazione statunitensxe Fox News, illustrando al pubblico il suo piano per consentire alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di accedere alle risorse militari statunitensi.

 

Presentando la mossa come un modo per gli Stati Uniti di smettere di spendere miliardi di dollari per finanziare l’esercito israeliano, Netanyahu ha definito il concetto una «partnership».

 

«Questa riduzione degli aiuti esteri dagli Stati Uniti a Israele sarà compensata dalla proposta di una sorta di fusione tra il nostro Pentagono e le vostre forze armate?», ha chiesto un conduttore di Fox News.

 

Il primo ministro ha risposto: «Sì, lo definirei un passaggio dagli aiuti a una partnership. Quindi, togliamo i fondi che vengono dati a Israele, che rappresentano una parte, ma l’altra parte consiste nel co-investire in parti uguali nelle nuove tecnologie necessarie per dare un vantaggio alle nostre forze armate e alle vostre. Ci sono progetti incredibili».

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«Quindi, investiamo insieme e ne raccogliamo i frutti in parti uguali. Si passa dagli aiuti alla partnership e credo che questo rappresenti ciò che Israele è», ha affermato. «Inoltre, condividiamo con l’America informazioni di intelligence incredibili per salvare vite americane».

 

«Credo che l’unione dei talenti dei nostri due Paesi rafforzerebbe la posizione competitiva dell’America sia sul mercato economico che sul campo di battaglia militare, in molti modi importanti», ha aggiunto Netanyahu.

 

Il leader israeliano ha scritto una lettera al deputato repubblicano Marlin Stutzman (Indiana) il mese scorso, ringraziandolo per aver appoggiato il suo piano di unificazione degli eserciti dei due Paesi.

 

La proposta principale di fusione tra l’esercito della superpotenza e quello dello Stato degli ebrei è nota come United States-Israel FUTURES Act, inserita all’interno della legge di bilancio della difesa americana per il 2027 (NDAA 2027).

 

Lo slancio legislativo è stato promosso dai senatori Ted Budd e Kirsten Gillibrand. L’iniziativa principale, chiamata United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative, è stata successivamente integrata nel National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2027 (NDAA 2027). Alla Camera dei Rappresentanti è identificata come Sezione 219 (in precedenza Sezione 224), mentre al Senato corrisponde alla Sezione 1217.

 

Netanyahu ha descritto questa transizione come il passaggio definitivo del rapporto bilaterale con gli USA «dagli aiuti economici alla partnership militare paritaria»: in pratica la fornitura di assistenza militare degli USA non sarà più discutibile, perché affondata nella legge dello Stato americano.

 

Se approvata definitivamente dal Congresso, la norma legherà l’apparato militare di Washington e le Forze di Difesa Israeliane (IDF) attraverso Sviluppo tecnologico congiunto (cioè reazione di programmi di ricerca e co-produzione di armamenti avanzati. La cooperazione si focalizzerà su settori d’avanguardia come Intelligenza Artificiale, sistemi autonomi, cyber-difesa, biotecnologie, etc.); data fusion (cioè integrazione dei flussi informativi e dei sensori di intelligence dei due Paesi per generare una mappa e un quadro operativo unico degli obiettivi bellici); integrazione industriale (cioè nserimento strutturale delle aziende e delle tecnologie israeliane all’interno della catena di approvvigionamento, acquisizione e ricerca del Pentagono).

 

La legge contiene inoltre clamorosi vincoli per la presidenza statunitense: la norma include clausole pensate per impedire al presidente degli Stati Uniti di limitare o interrompere unilateralmente lo scambio di informazioni d’Intelligence con Israele.

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Vi è qualche forma di opposizione a questa radicale trasformazione geostrategica. Al Senato, esponenti del Partito Democratico e organizzazioni come Human Rights Watch esprimono forti preoccupazioni. L’integrazione d’intelligence obbligatoria potrebbe spingere gli Stati Uniti ad assorbire dati ottenuti da Israele tramite programmi di sorveglianza di massa o potenziali violazioni dei diritti umani

 

Alcuni deputati conservatori (come Thomas Massie, appena buttato fuori dal Congresso con un’elezione locale dove le lobby ebraiche hanno speso 35 milioni per favorire il suo sconosciuto avversario alle primarie) e diverse organizzazioni ritengono che la norma costituisca una violazione della sovranità e dell’autonomia degli Stati Uniti, concedendo un’influenza straniera senza precedenti sulle reti del Pentagono.

 

Altri commentatori vedono nella legge il compiersi di quello che il politico cattolico Pat Buchanan, decenni fa, definiva come l’occupazione straniera di Washington, da considerarsi come completamente conquistata dagli interessi israeliani, divenuti intoccabili.

 

Altri commentatori, come Tucker Carlson e Candace Owens, parlano apertis verbis di un’assenza assoluta di sovranità negli USA, divenuti di fatto un Paese comandato da altri.

 

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Gli USA temevano che Israele potesse ammazzare i negoziatori iraniani

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Gli Stati Uniti temevano che Israele potesse eliminare i principali negoziatori iraniani nel tentativo di sabotare i colloqui di pace tra Washington e Teheran. Lo riporta il New York Times, citando funzionari americani.   Secondo un articolo pubblicato giovedì dal quotidiano neoeboraceno, i funzionari statunitensi paventavano che Israele avrebbe preso di mira il presidente del parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, compromettendo così qualsiasi possibilità di raggiungere un’intesa.   Secondo fonti del NYT, Washington sarebbe arrivata a chiedere ai suoi alleati nella regione di avvertire Teheran del possibile complotto ordito dallo Stato ebraico.   Ghalibaf e Araghchi avevano assunto la guida dei negoziati per conto dell’Iran dopo che Israele aveva già ucciso il principale consigliere per la sicurezza nazionale di Teheran, Ali Larijani, e l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi, entrambi coinvolti nei colloqui con gli americani. I primi attacchi israelo-americani contro la Repubblica islamica, alla fine di febbraio, avevano ucciso la Guida Suprema iraniana, l’aiatollà Ali Khamenei, e altri alti funzionari iraniani.   L’articolo rileva che gli obiettivi degli Stati Uniti e di Israele «si sono rapidamente differenziati in modo radicale», con Washington alla ricerca di un accordo e lo Stato di Israele che insisteva sulla prosecuzione dei combattimenti.

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Il Ghalibaffo e l’Araghchi hanno dapprima raggiunto una tregua temporanea con gli Stati Uniti in aprile e poi concordato un memorandum d’intesa (MoU) il 17 giugno, che ha aperto un periodo di negoziati di 60 giorni per elaborare una soluzione definitiva al conflitto. I colloqui tra le parti sono in corso nonostante uno scambio di colpi d’arma da fuoco la scorsa settimana a causa di disaccordi sullo Stretto di Ormuzzo.   A giugno, lo stesso presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato Ghalibaf e Araghchi dopo che Teheran aveva avvertito che avrebbe chiuso lo stretto se Israele avesse continuato la sua operazione militare in Libano. Durante un’intervista telefonica con Fox News, Trump ha affermato di aver detto ai funzionari iraniani: «Non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro fottuto paese».   Lunedì il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato che anche la nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è «condannata a morte». Araghchi ha replicato dicendo che Teheran avrebbe dato una risposta immediata e decisa a qualsiasi minaccia contro il suo popolo o la sua leadership.   Le processioni funebri per Ali Khamenei si svolgeranno in Iran tra sabato e giovedì, e Teheran ha avvertito che qualsiasi attacco da parte degli Stati Uniti o di Israele durante questo periodo sarebbe un grave «errore di valutazione».

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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 
   
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