Spirito
Sermone funebre di mons. Tissier
Nella sua omelia, don Davide Pagliarani, sottolinea la fedeltà esemplare di mons. Tissier alla Fraternità San Pio X e alla Santa Chiesa.
Uomo semplice, costante e fervente, prestò servizio con instancabile dedizione nonostante le difficoltà.
Tutta la sua vita fu incentrata sulla difesa della messa tradizionale e del regno di Cristo Re.
La Fraternità, pur afflitta, trova conforto nell’esempio che lascia e continua ad affidarsi alla Provvidenza per il futuro.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, così sia.
Miei signori, cari fratelli, care sorelle, cari fedeli,
Innanzitutto desidero esprimere le nostre più sincere condoglianze alla famiglia di monsignor Tissier, ai membri qui presenti. Condividiamo, essendo famiglia spirituale di monsignor Tissier, condividiamo il loro lutto.
Sì, la Fraternità oggi è veramente in lutto. È una perdita significativa: è la perdita di un vescovo. È la perdita, per così dire, di una pagina della nostra storia. Una pagina molto bella della nostra storia.
Ma questa perdita, e il lutto in cui ci troviamo oggi, sono compensati dalla consolazione dell’esempio che ci ha lasciato. Nostro Signore, che mantiene sempre la sua parola, è venuto a cercarlo «come un ladro»: non eravamo preparati a una morte così improvvisa. Ma Nostro Signore, nella sua delicatezza, volle venire a prenderlo proprio mentre stava per celebrare la messa. Fu in quel momento che monsignore perse conoscenza. Il suo ultimo atto fu quello di andare a celebrare la messa, e morì dopo pochi giorni.
Non è un caso: la massa era la sua ragion d’essere. Ha cercato monsignor Lefebvre, perché cercava la fedeltà alla messa. Vi aderì lo stesso anno in cui fu promulgata la nuova messa, e rimase fedele a questa messa eterna. E ora, il Buon Dio lo considerava maturo: maturo per questa nuova liturgia, la liturgia eterna, in cui i sacerdoti, i vescovi, cantano costantemente: «Ecco l’Agnello che è stato immolato – questo Agnello, che io – anch’io ho immolato, durante tutta la mia vita sacerdotale – ecco l’Agnello degno di ricevere gloria e onore nell’eternità».
San Paolo descrive monsignor Tissier
Non è troppo difficile tratteggiare in poche parole il ritratto di Mons. Tissier, perché lo fece già San Paolo 2000 anni fa. Cito San Paolo. Cosa chiede San Paolo a un vescovo? E vedrete come ciò corrisponde perfettamente al nostro caro monsignor Tissier. Le circostanze stesse del suo episcopato, del suo sacerdozio, furono descritte da San Paolo 2000 anni fa.
«Ti prego, davanti a Dio e davanti a Gesù Cristo che deve giudicare i vivi e i morti, per la sua venuta e per il suo regno: proclama la parola, insisti a tempo opportuno e sfavorevole, rimprovera, supplica, minaccia con ogni pazienza e dottrina». Ebbene, questo è ciò che monsignor Tissier sapeva fare. Era franco, sincero, semplice, senza doppiezze… fermo, costante, libero, libero di predicare la verità, di dire la verità, libero di servire Nostro Signore Gesù Cristo.
«Poiché – ci dice san Paolo – verrà un tempo in cui gli uomini non sopporteranno più la sana dottrina, ma raduneranno attorno a sé i maestri secondo i loro desideri. Provando un forte prurito alle orecchie e distogliendo l’udito dalla verità, si rivolgeranno alle favole». Descrizione molto precisa della situazione in cui si trova la Chiesa, dove gli uomini si sono rivolti alle favole, dove gli uomini di Chiesa si sono rivolti alle favole: l’ecumenismo è una favola; il secolarismo è una favola; il sinodo è una favola nuova, che produrrà altre favole… Che grazia averlo capito nel 1969! Che grazia aver cercato monsignor Lefebvre, averlo scoperto ed essergli fedele. Che grazia non credere alle favole!
«Ma tu, vigila e non rifiutare nessun lavoro. Compi il lavoro di un evangelista. Compi il tuo ministero, sii sobrio» «Siate generosi nel vostro lavoro»: predicare sempre Cristo, la verità. «Il lavoro di un evangelista»: predicare Nostro Signore così com’è, senza alterare nulla, anche se non piace. «Compi il tuo ministero», il tuo dovere, fino alla fine. E «essere sobrio» è molto interessante: monsignor Tissier ci lascia l’esempio di una vita molto povera, sobria. E certo, questa semplicità, questa povertà, quest’anima infantile conservata fino alla fine, è stata il segreto, la chiave della sua fedeltà.
Ed è soprattutto su questa fedeltà di monsignor Tissier che vorrei meditare con voi qualche istante, perché la sua fedeltà riassume perfettamente la sua vita. Fedele a monsignor Lefebvre, fedele alla Fraternità e fedele alla Chiesa.
La fedeltà di Mons. Tissier
Monsignor Tissier aveva questa nozione molto chiara: essere fedeli alla Fraternità significa essere fedeli alla Chiesa. Ha denunciato molto chiaramente questo falso dilemma, secondo il quale si dovrebbe scegliere tra la fedeltà alla Chiesa e la fedeltà alla Fraternità. NO! Essere fedeli alla Fraternità significa essere fedeli ai mezzi datici dalla Provvidenza per rimanere fedeli alla Chiesa. Non scegliamo. E Mons. Tissier lo ha detto molto, molto chiaro.
Fedele nel tempo: ecco il bello! È stato uno dei primissimi seminaristi a cercare mons. Lefebvre, nel 1969, prima ancora che la Fraternità fosse fondata, senza sapere cosa sarebbe successo. Guidati esclusivamente dalla fede e dal desiderio di servire Nostro Signore. Nel 1969! Noi, col senno di poi, sappiamo cosa è successo. Nel 1969 c’erano solo pochi seminaristi, la metà dei quali se ne sarebbero andati prima ancora che la Società fosse fondata. Che fede, che fedeltà fino ad oggi, fino al 2024! Fedeltà nel tempo, perseveranza… La perseveranza è fedeltà nel tempo, questa fedeltà incrollabile.
E fedeltà nelle prove: tutte le prove che descrive nella biografia di mons. Lefebvre, tutte queste prove del fondatore della Fraternità sono descritte con l’occhio, e l’attenzione, e il cuore del testimone diretto e del discepolo e fedele attento, che comprende, fin dall’inizio, come l’opera di Dio debba essere sempre fruttuosa attraverso la croce. Sì, questa croce che Dio non ha risparmiato fin dall’inizio alla Fraternità; e questa croce che sempre incontreremo e che è il segno che la Fraternità è opera di Dio.
E in questa fedeltà, e per questa stessa fedeltà, ha il merito, monsignor Tissier, di aver raccolto, per primo, di aver studiato, ordinato tutti gli avvenimenti della vita di Mons. Lefebvre, e tutti i suoi insegnamenti. Da discepolo fedele, non voleva che nulla di ciò che Mons. Lefebvre ci ha lasciato in eredità andasse perduto.
Ha sempre avuto questa preoccupazione: che questo pensiero venga trasmesso con fedeltà alle generazioni più giovani, a tutti noi, alle generazioni future. Si tratta di una preoccupazione cruciale per un’opera che vuole essere un’opera di conservazione e di trasmissione, come la Fraternità San Pio, delle parole di San Paolo, che lo stesso monsignor Lefebvre ha voluto fare sue: «Ho trasmesso ciò che ho ricevuto», Tradidi quod et accepi. Ho trasmesso fedelmente ciò che mi è stato donato, senza toccare nulla, così come l’ho ricevuto, con la delicatezza del discepolo, l’umiltà del discepolo: più si è umili, più si è fedeli nel trasmettere il tesoro che abbiamo ricevuto, così com’è, senza toccarlo.
E in questo tesoro che monsignor Tissier ha saputo trasmettere fedelmente, come ogni persona di genio, come un vero biografo di monsignor Lefebvre, ha certamente saputo sintetizzare questo pensiero e questa materia attorno ad un’idea centrale, che ricorreva sistematicamente nelle sue prediche, nei suoi discorsi: è l’idea di Cristo Re. È molto più di un motto episcopale, per monsignor Tissier.
Possiamo dire che questa è stata la stella di tutto il suo episcopato: i diritti di Nostro Signore sulle anime, sulle coscienze, sulle persone, sulla Chiesa, sulla famiglia e sulla società. Quante volte Mons. Tissier è tornato lì! Era davvero l’idea centrale attorno alla quale aveva riordinato e riorganizzato tutto.
E questa fedeltà non era soltanto una fedeltà teorica ai principi. Questa lealtà si è riflessa nell’adempimento del suo dovere statale fino alla fine. E forse sono il primo testimone a poterlo dire: Mons. Tissier ha voluto servire la Fraternità fino alla fine, al di là delle sue forze. È stato incredibile, nonostante la sua età.
Da dove viene questa forza? Da dove viene questa forza? È venuto dall’amore di Nostro Signore e dall’amore della Fraternità. E posso assicurarle che ogni volta che abbiamo provato – che ho provato, scusatemi se uso la prima persona – a invitare monsignore a viaggiare magari un po’ meno, per alleggerire i suoi compiti… era inutile, era impossibile. Non ci sono arrivato. Non ci sono arrivato… Ma adesso, adesso, è il ricordo più bello che conserverò di Mons. Tissier. Ed è un esempio per tutti i membri della Fraternità: trovate forza in Nostro Signore! Trovare la forza che va oltre la forza fisica che ci resta. Fino alla fine, fino agli ultimi minuti della nostra vita.
Che grande esempio!
Il futuro della Fraternità
Naturalmente ora ci chiediamo tutti: cosa succederà? Abbiamo perso un vescovo. Come sta vivendo la Fraternità questo momento? E soprattutto, come vivrà il futuro? Il prossimo futuro, con tutto ciò che ciò implica?
La Fraternità vive questo momento nella calma, nella preghiera, nella gratitudine alla Provvidenza per averci donato un tale vescovo. E la Confraternita non ha fretta. Segue semplicemente i segni della Provvidenza.
Quella stessa Provvidenza che sempre ci ha mostrato il suo aiuto nei momenti più critici, più difficili. Quella Provvidenza alla quale questo giovane di 24 anni si è arreso nel 1969, e che lo ha guidato fino ad oggi. Questa Provvidenza che ha condotto la Fraternità in mezzo alla peggiore tempesta della storia della Chiesa… Questa Provvidenza non ci abbandonerà oggi.
Questa Provvidenza non ci abbandonerà domani. Ci ha già dimostrato più che a sufficienza il suo aiuto, la sua assistenza. E così il nostro lutto oggi si mescola a una rinnovata fiducia.
Quindi cosa cambia? Adesso cambia solo una cosa, una sola cosa: è la certezza e il riconoscimento di avere un vescovo in meno sulla terra, ma di avere nell’eternità qualcuno che vigila sulla Fraternità. Abbiamo un nuovo protettore, che nell’eternità continua ad osservarci, continua con la sua preghiera ad assisterci, e continua, attraverso i ricordi che ci ha lasciato, naturalmente, attraverso il suo esempio, ad indicarci in quale direzione deve andare. Questo è ciò che cambia per noi.
Approfitto di questa parola anche per ringraziare per tutte le preghiere, tutti i messaggi che sono stati rivolti alla Fraternità in questi ultimi giorni, che testimoniano sia la grande stima che tutti nutrivano per monsignor Tissier, sia l’attaccamento di tutti a la Fraternità. Vi ringrazio per tutte queste preghiere, e naturalmente vi invito a continuare a pregare: e per il riposo dell’anima di monsignor Tissier, e per la Fraternità in questo momento particolare.
Tutto questo affidiamo alla Santissima Vergine. Il vescovo Tissier aveva per lei una grande devozione. Sua è stata la devozione della Fraternità, ed è soprattutto sotto la sua protezione che, ne siamo certi, il futuro sarà in continuità con il passato, e con la storia della Fraternità così come si è svolta fino ad oggi, e come mons Tissier in particolare ha saputo incarnarlo e rappresentarlo.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, così sia.
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
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Spirito
«Orrendi documenti vaticani scardinano la vocazione religiosa»: omelia di mons. Viganò
Christo confixus sum cruci:
vivo autem, jam non ego: vivit vero in me Christus.
Gal 2, 19-20
Veni, Sponsa Christi, accipe coronam,
quam tibi Dominus præparavit in æternum.
Ant. Profess.
Sia lodato Gesù Cristo
+
Cari fratelli nel sacerdozio
e fedeli tutti nel Signore,
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La dottrina della Regina Crucis
La divina Provvidenza, che dispone con soavità e fortezza il cammino delle anime consacrate, pone dinanzi al nostro sguardo in quest’ora solenne la figura eccelsa della Vergine Santissima, nella Sua Divina Maternità: quella Maternità che la Chiesa celebra con speciale solennità l’11 ottobre, nella festa istituita da Pio XI nel XV centenario del Concilio di Efeso, e che noi contempliamo in modo specialissimo sotto il titolo augusto e misterioso di Regina Crucis, Regina della Croce.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La vocazione religiosa: immolazione e sponsalità di sangue
Guardate a Lei, cara Suor Maria Consolata! Ecco il modello, la maestra e la Madre della vostra vocazione. Questo mondo apostata, ubriacato dall’idolatria del benessere, dal culto dell’io e dalla ribellione orgogliosa alla Legge divina, giudica la vostra consacrazione come una follia, uno spreco di vita, un sacrificio insensato. E perfino nel seno stesso della Chiesa, tra quanti hanno barattato il rigore del Vangelo e il primato della Croce con le lusinghe del mondo, il silenzio contemplativo e la penitenza austera vengono spesso derisi come vestigia superate o accusati di sterile disimpegno. Orrendi documenti vaticani, come Vultum Dei Quærere o Cor Orans, scardinano dalle fondamenta l’anima sacrificale della Vocazione religiosa in nome di una «infinita dignità» costruita sul rifiuto della Croce. Eppure la vita religiosa, quale la Chiesa l’ha sempre intesa e tramandata, conserva i suoi modelli là dove la Regola, l’abito e la liturgia di sempre non sono stati abbandonati.Aiuta Renovatio 21
L’eredità della Croce e la speranza della gloria
Non v’inganni il fervore di quest’ora di grazia. Verrà, come per ogni sposa del Crocifisso, l’ora del Getsemani; verrà la notte oscura dell’anima, il peso della debolezza umana, l’aridità del deserto, l’incomprensione e forse la tentazione di rimpiangere ciò che vi siete lasciata alle spalle.+ Carlo Maria Viganò,
Arcivescovo
Viterbo, 11 Ottobre MMXXVIMaternitatis Beatæ Mariæ Virginis,Dominica XX post Pentecosten, II Octobris
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Spirito
Madonna corredentrice: il card. Müller rivede le sue posizioni
Una nota romana volta a escludere il titolo di Corredentrice provoca l’effetto opposto: induce uno dei suoi antichi oppositori a difenderne pubblicamente la verità dottrinale.
Il cardinale Gerhard Ludwig Müller è intervenuto al convegno mariano internazionale organizzato il 7 e 8 ottobre 2026 presso l’Istituto patristico Augustinianum, a Roma. L’incontro, intitolato De Maria numquam satis, ha riunito più di 400 partecipanti, tra cui teologi, religiosi e laici provenienti da diversi Paesi, attorno ai fondamenti dottrinali del culto reso alla Madre di Dio.
L’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede vi ha tenuto una conferenza intitolata La cooperazione della Beata Vergine Maria alla Redenzione, nella quale ha sviluppato un’argomentazione teologica che segna un’evoluzione notevole rispetto alle sue precedenti prese di posizione.
Questo intervento assume un significato particolare alla luce della nota dottrinale Mater Populi Fidelis, pubblicata il 4 novembre 2025 dal Dicastero per la dottrina della fede con l’approvazione di Leone XIV. Il documento giudica «sempre inopportuno» designare la Vergine Maria come Corredentrice, con la motivazione che tale titolo, pur impiegato da diversi papi, rischierebbe di offuscare l’unica mediazione salvifica di Cristo.
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Un cambiamento di posizione esplicitamente riconosciuto
In un’opera pubblicata nel 2017, quando dirigeva ancora la Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Müller metteva espressamente in guardia dal rischio di attribuire alla Santa Vergine prerogative che non le appartengono. Citava proprio il titolo di Corredentrice come esempio di esagerazione per excessum, ritenendo che la Chiesa non lo impiegasse perché Cristo è l’unico Redentore e perché Maria stessa ha beneficiato della Redenzione, sia pure in un modo più sublime.
Queste dichiarazioni erano state oggetto di un esame critico da parte di Karen Darantière, organizzatrice del convegno sulla corredenzione mariana tenutosi a Parigi il 23 e 24 maggio 2025. In un articolo intitolato il cardinal Müller e il minimalismo mariano di Mater Populi Fidelis, pubblicato il 19 settembre scorso su FSSPX.Attualità, rilevava la vicinanza tra le obiezioni formulate dal cardinale e quelle accolte dal documento romano, in particolare l’assenza di una distinzione sufficientemente esplicita tra i meriti propri di Cristo e la cooperazione subordinata di sua Madre.
Ora il cardinale Müller riconosce di aver riesaminato la propria posizione. Interrogato dalla giornalista Diane Montagna al termine del convegno, ha spiegato: «un tempo pensavo che non fosse opportuno fare di questo titolo un dogma, perché deve essere spiegato in modo approfondito e appropriato. Ma dopo che il Dicastero per la dottrina della fede ha pubblicato Mater Populi Fidelis, affermando che l’uso del titolo doveva essere evitato – senza definirne il vero significato né spiegarne la corretta interpretazione –, ho studiato la questione e sono giunto a queste riflessioni».
Il cardinale non dichiara di aver negato in precedenza ogni cooperazione di Maria alla Redenzione, ma riconosce di aver modificato la propria valutazione del titolo e della sua portata dottrinale. Le sue affermazioni del 2017 andavano tuttavia oltre una semplice riserva sull’opportunità di una definizione dogmatica, poiché presentavano il suo uso come un’attribuzione eccessiva.
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«Una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione»
Nella sua esposizione, il cardinale Müller non si limita a difendere la legittimità di un’espressione tradizionale. Afferma il fondamento dottrinale del titolo: «Quando Maria è chiamata “Corredentrice” nella pietà e nella teologia cattoliche, ciò non è né un’attribuzione fuorviante né un’esagerazione entusiastica, ma una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione».
Rifiuta in particolare che le obiezioni protestanti conducano ad abbandonare questo titolo e si appoggia sui lavori del teologo Johann Adam Möhler per ricordare la differenza fondamentale tra le concezioni cattolica e protestante della giustificazione. Secondo la dottrina cattolica, la grazia non distrugge la natura umana e non ne esclude l’attività: la guarisce, la eleva e la rende capace di cooperare liberamente all’opera divina.
La Redenzione resta interamente dipendente da Cristo, ma Dio ha voluto associare le sue creature alla realizzazione e all’applicazione del suo disegno di salvezza. Questa cooperazione non introduce alcuna rivalità con la causalità divina.
Richiamandosi a san Tommaso d’Aquino, il cardinale ricorda che Dio comunica alle creature la dignità di essere vere cause seconde, subordinate alla sua azione sovrana. Cita in particolare la Summa theologiæ (I, q. 23, a. 8, ad 2), dove il Dottore angelico spiega che Dio si serve di cause intermedie non per insufficienza della sua potenza, ma per comunicare alle creature la dignità della causalità.
Questa distinzione permette di comprendere come la cooperazione di Maria alla Redenzione possa essere reale senza togliere nulla all’unicità di Cristo Redentore.
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Il Fiat di Maria e la sua presenza sul Calvario
Il cardinale Müller sviluppa poi il posto singolare della Santa Vergine nell’economia della salvezza. La maternità divina non può essere ridotta a un fatto biologico, poiché Dio ha voluto che l’Incarnazione del Verbo si compisse con il libero consenso di colei che aveva scelto come Madre.
Il Fiat dell’Annunciazione costituisce così una vera cooperazione personale al disegno divino. Il cardinale arriva ad affermare che, se Maria avesse rifiutato il suo consenso, l’umanità sarebbe rimasta perduta, precisando però che Dio l’aveva scelta da tutta l’eternità e preparata con la grazia della sua Immacolata Concezione.
Questa cooperazione non si ferma all’Incarnazione. Si prolunga fino al Calvario, dove la Madre di Dio rimane accanto al Figlio crocifisso, partecipando con la sua fede, la sua obbedienza e il suo amore all’opera redentrice. Il cardinale sottolinea il legame indissolubile tra questi due misteri: il corpo offerto sulla Croce per la salvezza del mondo è quello che il Verbo ha ricevuto da Maria. Colei che ha liberamente cooperato all’Incarnazione è dunque intimamente associata alla Redenzione compiuta dal Figlio.
Per illuminare questa verità, riprende anche il parallelo tradizionale tra Eva e Maria, già sviluppato da san Giustino, Tertulliano e sant’Ireneo di Lione. Come la disobbedienza di Eva ha contribuito alla caduta del genere umano, l’obbedienza di Maria è stata associata al suo risollevamento. La Santa Vergine appare così come la nuova Eva, associata al nuovo Adamo. Il cardinale ricorda a questo proposito l’insegnamento di sant’Ireneo secondo cui Maria, con la sua obbedienza, è diventata causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano.
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Una risposta diretta alle obiezioni di Mater Populi Fidelis
L’argomentazione del cardinale Müller assume una portata particolare quando affronta l’uso analogico dei titoli attribuiti a Cristo.
La Scrittura insegna che esiste un solo Mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo. Eppure, osserva il cardinale, questa verità non impedisce affatto di parlare di una mediazione subordinata esercitata dai sacerdoti, che partecipano al sacerdozio e all’azione mediatrice del Salvatore.
Allo stesso modo, Cristo è Figlio di Dio per natura, mentre i fedeli diventano figli di Dio per adozione. L’attribuzione analogica di uno stesso titolo non significa dunque un’uguaglianza di dignità o di causalità. Applicato alla Santa Vergine, questo principio permette di riconoscere la sua singolare cooperazione all’opera redentrice senza collocarla sullo stesso piano del Figlio.
Il cardinale si oppone inoltre all’argomento secondo cui il titolo di Corredentrice dovrebbe essere scartato perché la sua comparsa sarebbe relativamente tarda nella storia della teologia. Distingue giustamente l’esistenza di una verità rivelata dalla data in cui la sua formulazione teologica si è progressivamente precisata. La Chiesa ha creduto fin dall’origine all’Incarnazione del Figlio di Dio, ricorda, molto prima che la teologia formulasse con precisione la dottrina dell’unione ipostatica. La comparsa tardiva di un termine non basta dunque a dimostrare l’assenza di un fondamento rivelato della verità che esso esprime.
Questa argomentazione si oppone direttamente alla logica restrittiva di Mater Populi Fidelis. Il documento romano giudicava inopportuno l’uso del titolo a causa delle confusioni che potrebbe suscitare. Il cardinale Müller ritiene invece che queste difficoltà richiedano una spiegazione dottrinale rigorosa, e non l’abbandono di un’espressione tradizionale.
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Due cardinali prendono pubblicamente le sue difese
Nel suo intervento dedicato a Nostra Signora di Guadalupe e alla regalità di Cristo Re, il cardinale Burke ha ricordato che il Vaticano II, pur riconoscendo la cooperazione attiva di Maria alla Redenzione, aveva rinunciato a impiegare il titolo di Corredentrice per riguardo ecumenico, per non urtare i protestanti. Lungi dal fare propria questa riserva, ha messo in guardia dal rischio che tale prudenza terminologica conduca a un indebolimento della dottrina stessa. Ha inoltre presentato le apparizioni di Guadalupe come una manifestazione particolarmente eloquente della missione corredentrice della Santa Vergine, interamente subordinata all’opera salvifica del Figlio.
La difesa della dottrina mariana non si è limitata ai due cardinali. Lo storico Roberto de Mattei ha evocato a sua volta la Santa Vergine come Corredentrice e Mediatrice universale di tutte le grazie, collegando la sua missione al trionfo del suo Cuore Immacolato annunciato a Fatima. Questi interventi costituiscono una notevole contestazione pubblica dell’orientamento adottato dal Dicastero per la dottrina della fede, che la Fraternità San Pio X aveva a sua volta criticato fin dalla pubblicazione di Mater Populi Fidelis.
Il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero e principale responsabile di Mater Populi Fidelis, era stato invitato a partecipare all’incontro. Non avendovi potuto prendere parte, ha comunque rivolto i suoi auguri agli organizzatori. Il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, ha inviato a sua volta un messaggio di sostegno al convegno, mentre il cardinale George Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, vi era rappresentato.
Conviene ricordare che, tre settimane dopo la pubblicazione di Mater Populi Fidelis, il cardinal Fernández aveva apportato una precisazione sulla portata del suo testo. Secondo lui, la formula che giudicava «sempre inopportuno» l’uso del titolo di Corredentrice non intendeva condannare retroattivamente le espressioni impiegate da santi o da papi. Doveva soprattutto condurre a non usare più questo titolo nei documenti ufficiali della Santa Sede e nei testi liturgici.
Aveva inoltre indicato che i fedeli che ne comprendono correttamente il significato non erano tenuti ad abbandonarlo nella devozione privata o in una discussione teologica illuminata.
Questa distinzione lascia tuttavia intera la questione dottrinale sollevata dal cardinale Müller: se il titolo esprime veramente una verità contenuta nella Rivelazione, per quale ragione il suo uso dovrebbe essere escluso dall’insegnamento ufficiale della Chiesa?
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De Maria numquam satis: un principio ormai rivendicato
Un altro passaggio dell’intervento merita di essere sottolineato. Il cardinale Müller riprende il principio tradizionale De Maria numquam satis, secondo cui non si potrebbe mai dire troppo della grandezza della Santa Vergine, purché le affermazioni restino conformi alla verità rivelata.
Precisa che questo principio non deve essere interpretato come un massimalismo mariano da bilanciare diplomaticamente con un minimalismo. La grandezza di Maria manifesta al contrario la potenza della grazia divina, che eleva la creatura senza abolirne la libertà.
Questa dichiarazione fa eco all’articolo del 19 settembre nel quale Karen Darantière contrapponeva proprio il motto De Maria numquam satis al minimalismo mariano che rimproverava al cardinale Müller. Meno di un mese dopo, questi fa dunque proprio il principio invocato contro le sue posizioni del 2017, senza tuttavia ritornare sulle sue dichiarazioni riguardanti la verginità in partu, anch’esse criticate in quell’articolo.
Sulla Corredenzione, invece, il cambiamento è manifesto. La distinzione tradizionale tra i meriti di Cristo, che ci ha riscattati in stretta giustizia (de condigno), e quelli della Santa Vergine, che gli sono interamente subordinati (de congruo), resta essenziale per precisare questa dottrina, come l’ha esposta in particolare san Pio X nell’enciclica Ad diem illum.
Volendo scartare il titolo di Corredentrice, il Dicastero per la dottrina della fede ha provocato un’opposizione che forse non si aspettava. Il cardinale Müller, che contestava egli stesso questo titolo nel 2017, si ritrova ora al fianco di coloro che denunciano gli attacchi portati a una prerogativa della Madre di Dio. Per un singolare ribaltamento, è stata la nota romana stessa a condurre l’ex prefetto a unirsi pubblicamente ai difensori della Corredenzione.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine: Giovanni Battista Salvi da Sassoferrato (1609–1685), Vergine in preghiera (1640-1650), National Gallery, Londra, dettaglio.
Spirito
Mons. Viganò e la vera matrice dei «diritti dell’uomo»: «libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche»
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Con stima,
Pietro Piciocchi
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Hanno riconosciuto l’ingiustizia
e le hanno dato cittadinanza.
2 Ts 2, 11-12
Caro Avvocato Piciocchi, ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare (2); da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile. La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo. Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro. La formula è semplice: noi non pretendiamo dal papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno. Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede. Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato. Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 1 Ottobre 2026
S.Remigii Episcopi et Confessoris
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