Storia
Quando la «decolonializzazione» crea più problemi di quanti ne risolva
Persone in tutto il mondo chiedono che i governi ripudino l’eredità del colonialismo.
Alcuni pensano che la vera indipendenza richieda la liberazione dalle istituzioni coloniali, mentre per molti preservare le leggi coloniali è indicativo di schiavitù mentale.
Tali argomenti sono emotivamente attraenti ma intellettualmente infondati. Sebbene non si possa incolpare i politici per aver revocato le leggi coloniali che erano nate nel razzismo, l’origine delle leggi è una giustificazione insufficiente per la loro destituzione.
Le leggi dovrebbero essere applicate per la loro utilità. In quanto tale, è irrilevante che alcune leggi e istituzioni siano un residuo del colonialismo.
Tuttavia il colonialismo evoca disprezzo, e questo ha dato vita a un’ossessione per la cultura locale, rendendo così problematiche le critiche al colonialismo. Se il movimento di decolonizzazione avesse proposto alternative sensate ai fallimenti coloniali, sarebbe stato giustamente lodato come movimento progressista.
Tuttavia, gli attivisti sono più dediti all’usurpazione dei lasciti coloniali che alla costruzione di sostituti adeguati. Forse rinominare le strade locali è terapeutico, ma farlo non può migliorare il tenore di vita nei Paesi poveri.
Gli stati sovrani sono liberi di abrogare le leggi anti-sodomia e gli atti di vagabondaggio emanati per le attività di polizia della classe operaia, se lo desiderano. I critici della decolonizzazione si oppongono al suo ethos anti-occidentale piuttosto che al principio del movimento.
Non possiamo impedire ai Paesi sovrani di modificare le loro leggi, ma quando tali cambiamenti sono contaminati dalla politica, è probabile che i risultati siano infruttuosi.
L’ostilità verso l’Occidente rende difficile per gli attivisti capire che si può imparare da un nemico. La maggior parte dei Paesi a un certo punto della storia è stato sotto il dominio imperiale o fornivano tributi alle potenze egemoniche. Sebbene gli imperi di solito subiscano un brutto colpo, gli studiosi sostengono che in molti casi gli imperi erano in realtà precursori della modernità.
La ragione per dirlo non è difendere la moralità dell’imperialismo, ma piuttosto mostrare che anche accordi senza scrupoli possono produrre benefici positivi che possono essere abbracciati.
Ad esempio, gli studi sull’imperialismo romano sostengono che gli ex domini dell’Impero Romano hanno beneficiato di una maggiore densità stradale moderna e di un’intensa attività economica nel 2010 a causa dell’eredità delle strade romane.
Pertanto, gli attivisti dovrebbero condizionare la cultura come un processo evolutivo che può essere arricchito se combinato con idee straniere, invece di proteggere la cultura locale dalle influenze occidentali.
La storia registra numerosi esempi di persone che hanno adottato culture straniere più avanzate per migliorare le loro prospettive. Lo storico Albert van Dantzig osserva che l’impero precoloniale dell’Africa occidentale del Dahomey era ricettivo all’importazione di usanze straniere, con gran parte della sua civiltà proveniente da Whydah.
È interessante notare che, sebbene i giapponesi siano noti per aver preservato un’antica civiltà, hanno copiato le istituzioni in stile occidentale durante la Restaurazione Meiji sulla base del fatto che ciò avrebbe portato alla prosperità economica, poiché i Paesi occidentali avevano avuto successo.
Naturalmente, le persone socialmente ambiziose adotterebbero pratiche straniere quando ciò porta a miglioramenti materiali e accesso a una migliore istruzione, come dimostra Nicolette D. Manglos-Weber nel suo profilo delle élite africane:
«L’appartenenza condivisa a una classe mercantile connessa a livello globale divenne per questo gruppo una base di fiducia più potente dell’appartenenza a gruppi etnolinguistici o basati su clan. Insieme hanno frequentato scuole missionarie gestite dall’Europa, hanno imparato a parlare inglese tra loro piuttosto che le lingue tradizionali di Twi, Ewe o Ga, hanno vissuto in quartieri costieri cosmopoliti e hanno mangiato e bevuto con i loro compagni ricchi mercanti dall’Europa e dal Nord America , e altri centri urbani dell’Africa».
Come animali sociali, gli esseri umani si imitano a vicenda, quindi i casi di copia istituzionale nella storia non sono sorprendenti.
Tuttavia, l’etica del movimento di decolonizzazione scoraggia la nostra naturale tendenza alla cooperazione e all’apprendimento culturale.
A meno che il movimento per la decolonizzazione non sviluppi un progetto positivo per elevare le persone nel mondo in via di sviluppo, rimarrà per gli intellettuali nichilisti della classe media un giretto con un auto rubata.
Lipton Matthews
Articolo apparso su Mises Institute, tradotto e pubblicato su gentile concessione del signor Matthews.
Immagine di Washko Ink via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons tribution-Share Alike 3.0 Unported, 2.5 Generic, 2.0 Generic e 1.0 Generic
Sport e Marzialistica
Le origini della spada giapponese
Le origini della spada giapponese, detta katana, affondano nei millenni precedenti. Le prime tracce dell’uso del bokken, la spada di legno dalla forma e dal peso simili a quelli di una lama vera, risalgono a circa il 400 d.C., e quest’arma è tuttora impiegata in Giappone come strumento di addestramento.
Con il tempo, accanto alla pratica con la spada di legno si sviluppò anche il tachikaki, l’arte di sguainare correttamente la spada dal fodero: in origine la lama della tachi o della katana era dritta e l’arma veniva portata alla cintura con il filo rivolto verso il basso. L’abitudine di portare la spada lunga fissata al fianco sinistro non era un’invenzione giapponese, ma derivava da un’usanza cinese: i guerrieri estraevano l’arma e colpivano l’avversario con un unico movimento vigoroso dal basso verso l’alto, secondo uno stile noto come «dalla terra al cielo».
Nel corso dei secoli nacquero in Giappone numerose scuole di scherma, chiamate ryu: ogni volta che un maestro perfezionava un proprio stile e lo dimostrava vincendo un duello o influenzando l’esito di una battaglia, ne prendeva il nome, dando origine a una nuova tradizione.

Nella stampa di Yoshitaki Tsunejiro, Miyamoto Musashi usa due bokken. Immagine CC0 via Wikimedia
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Durante il periodo Heian (ultima fase dell’epoca classica della storia giapponese, compresa tra il 794 e il 1185 d.C.), tuttavia, la società giapponese subì una forte influenza della cultura cinese, e l’attenzione generale si spostò dalle arti marziali verso lo studio di quella civiltà nei suoi aspetti religiosi, artistici e culturali. Questo allontanò molti dalle discipline guerriere, anche se alcuni bushi continuarono ad allenarsi, conquistando negli anni un ruolo sempre più importante nella società.
Un cambiamento decisivo avvenne con la riforma dell’era Taika (645–650 d.C.), che portò all’instaurazione di un governo centralizzato basato su un sistema di prefetture: la terra divenne interamente proprietà dello Stato, mentre i signori locali e i funzionari governativi vivevano di salari garantiti dalla corte imperiale.
Questo assetto rimase in vigore fino alla modifica del codice Taiho, promulgato tra il 701 e il 703 sotto il 42° imperatore Mommu (683 – 707 d.C.), e successivamente emendato con l’Atto di Engi nel 907, in piena era Heian, sotto il 60° imperatore Daigo (897 al 930 d.C.). In questo contesto, Yoshifusa Fujiwara divenne nell’872 il primo sessho, reggente per l’imperatore minorenne: un fatto storicamente rilevante, poiché per la prima volta un suddito ricopriva una carica di tale portata. Il clan Fujiwara avrebbe dominato la politica giapponese nei secoli successivi.
Fu durante il periodo Nara (710 e il 794 d.C), tra il 710 e il 784, che prese forma lo stile tachiuchi, il combattimento vero e proprio con la spada, che si sviluppò poi lentamente fino al periodo Muromachi (1336-1568), quando il kenjutsu – letteralmente «tecnica della spada» – riacquistò popolarità e vennero fondate numerose scuole di spada, spesso organizzate attorno a un dojo, un luogo di pratica diretto da un maestro esperto nell’addestrare i giovani guerrieri.

Dimostrazione di Kenjutsu nella stampa di Toyohara Chikanobu (1838–1912). Immagine del Metropolitan Museum of Art, Nuova York, via Wikimedia CC0
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Quando si parla delle origini dell’arte della spada in Giappone, è utile inquadrare il periodo storico di riferimento: siamo in un’epoca, quella precedente al VII secolo, in cui il Giappone stava ancora definendo la propria identità culturale e politica, in costante dialogo (e a tratti sudditanza culturale) con la Cina e la Corea. Non stupisce quindi che pratiche come il portare la spada lunga fissata al fianco sinistro derivino da un’usanza continentale: il Giappone dell’epoca importava non solo tecnologie e istituzioni, ma anche costumi militari, per poi rielaborarli secondo una sensibilità propria nei secoli successivi.
Il bokken, la spada di legno che affianca la pratica sin dal 400 d.C. circa, merita una riflessione a parte, perché testimonia una continuità didattica rarissima nel panorama delle arti marziali mondiali. Ancora oggi, in molte scuole di kendo e di iaido, l’allievo comincia il proprio percorso proprio con il bokken, prima di passare alla spada vera o alla shinai, e lo stesso può dirsi per l’aikido: un filo diretto che lega il praticante contemporaneo a un metodo di insegnamento che ha attraversato oltre 1600 anni.

Praticanti di aikido usano il bokken. Immagi di Norkiña via Wikimedia CC BY-SA 4.0
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Il periodo Heian (794-1185) rappresenta un capitolo cruciale, e per certi versi paradossale, di questa storia. È il periodo in cui la corte imperiale di Kyoto raggiunge il suo massimo splendore estetico e letterario — basti pensare che è l’epoca del Genji Monogatari, noto in Italia come La storia di Genji, uno dei capolavori della letteratura mondiale — ma è anche il momento in cui l’aristocrazia si allontana quasi del tutto dalla pratica delle armi, delegando la difesa del territorio e dell’ordine a una classe guerriera in ascesa ai margini del potere centrale.
È proprio in questo vuoto, apparentemente paradossale, che i bushi, i guerrieri, costruiscono silenziosamente la propria rilevanza: mentre i nobili di corte si dedicano alla poesia e alle cerimonie, i guerrieri di provincia affinano tecniche di combattimento che diventeranno, secoli dopo, il fondamento del potere samurai.
La riforma Taika (645 d.C. e seguenti) va inquadrata come un tentativo di centralizzazione statale ispirato al modello cinese Tang: l’abolizione della proprietà terriera privata a favore dello Stato, con la successiva redistribuzione attraverso il sistema delle prefetture, cercava di creare un potere imperiale forte e accentrato. È un sistema che, come spesso accade nella storia giapponese, dura fino a quando le forze centrifughe locali — i signori di provincia, i futuri daimyo — non ne minano progressivamente l’efficacia, aprendo la strada proprio a quella frammentazione feudale in cui i samurai troveranno terreno fertile per affermarsi come classe dominante.
Un aspetto che vale la pena esplorare riguarda la tecnologia metallurgica che permise, nei secoli, il passaggio da armi di importazione a una produzione autoctona sempre più raffinata. Le fonti storiche giapponesi collocano l’introduzione della spada dalla Cina e dalla Corea in un’epoca molto antica, ma è solo a partire dal periodo Heian che si sviluppa una vera tradizione fabbrile giapponese, capace di elaborare tecniche di forgiatura originali — la celebre lavorazione a strati multipli dell’acciaio, che alterna un’anima morbida a una superficie temprata durissima, nasce proprio dall’esigenza di ottenere una lama al tempo stesso resistente agli urti e capace di mantenere un filo tagliente.
Tale competenza tecnica, tramandata di generazione in generazione all’interno di specifiche famiglie di fabbri (i kaji), diventerà uno degli elementi di orgoglio nazionale legati alla katana, al punto che ancora oggi la spada giapponese gode di una reputazione mondiale legata tanto alla sua efficacia quanto al suo valore artistico.

Ukyo-e del XVII secolo che ritrae maestro fabbro di spade Goro Masamune (1264-1343). Gli abiti mostrano che la creazione della katana era un rito. Immagine via Wikimedia CC0
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Un’altra pista interessante è quella del rapporto tra potere politico e possesso delle armi. Il fatto che il sistema delle prefetture, nato con la riforma Taika, sia rimasto in vigore per secoli prima di essere progressivamente eroso dal potere dei signori locali, aiuta a spiegare un fenomeno più ampio: la lenta ma inesorabile «militarizzazione» della società giapponese tra il IX e il XII secolo.
Mano a mano che il potere centrale si indebolisce e i grandi latifondi (gli shoen) sfuggono al controllo diretto della corte, i proprietari terrieri hanno bisogno di uomini armati per proteggere i propri possedimenti dalle incursioni e dalle dispute locali: è in questo contesto socio-economico, più che in un’improvvisa fioritura culturale, che va inquadrata la crescita numerica e di prestigio della classe guerriera, un processo che culminerà con l’ascesa dei clan Minamoto e Taira nel XII secolo e, di lì, con l’istituzione del primo shogunato a Kamakura nel 1192.
Sul piano culturale, è utile ricordare che il periodo Heian non fu soltanto un’epoca di allontanamento dalle arti marziali da parte dell’aristocrazia, ma anche il momento in cui si consolidò in Giappone un’estetica di corte estremamente raffinata, fondata sul concetto di mono no aware, la sensibilità malinconica verso la caducità delle cose, non dissimile dal concetto di lacrimae rerum espressa nel mondo romano antico («sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt», Virgilio, Eneide).
Il mono no aware costituisce un’estetica che, paradossalmente, riemergerà secoli dopo proprio nella cultura guerriera, quando i samurai elaboreranno una propria sensibilità per la bellezza fragile e transitoria – basti pensare al legame simbolico, divenuto proverbiale, tra il samurai e il fiore di ciliegio che cade nel pieno della fioritura.
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Immagine di Auckland Museum Collections via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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I sei mostri dei fratelli Dulles
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Intelligence
La CIA declassifica gli avvertimenti dell’intelligence precedenti all’11 settembre
La CIA ha declassificato decine di briefing di intelligence destinati al presidente che mostrano come i funzionari statunitensi fossero stati avvertiti anni prima dell’11 settembre che Osama bin Laden e la rete di Al-Qaeda stavano valutando attacchi sul territorio americano con aerei dirottati o caricati di esplosivo, e che stavano anche cercando di sviluppare armi biologiche, chimiche e nucleari.
Venerdì, in occasione del 25° anniversario dell’11 settembre, l’agenzia ha reso pubblici 71 documenti del President’s Daily Brief (PDB). La raccolta, di oltre 100 pagine, costituisce la più ampia pubblicazione di materiale di intelligence presidenziale della CIA relativo agli attentati e comprende valutazioni che vanno dal 1998 fino al periodo immediatamente successivo all’11 settembre 2001.
Tra i documenti più rilevanti figura un memorandum del settembre 1998 sulle intenzioni di Bin Laden. L’Intelligence indicava che la sua «opzione preferita» era quella di colpire gli Stati Uniti «sul loro stesso suolo, a Washington», scriveva la CIA, avvertendo che la sua rete «avrebbe potuto far schiantare un aereo carico di esplosivo contro una città statunitense».
Tre mesi dopo, un altro briefing segnalava che Bin Laden e i suoi alleati stavano preparando attacchi negli Stati Uniti, tra cui un piano per dirottare un aereo di linea americano durante le festività natalizie.
Il materiale ora reso pubblico evidenzia anche una preoccupazione costante per le armi non convenzionali. Una valutazione del febbraio 1998 affermava che Bin Laden e altri estremisti cercavano di procurarsi sostanze chimiche, biologiche e nucleari non specificate. Nel maggio 1999 la CIA valutò che Bin Laden stesse perseguendo «una varietà di opzioni» per sviluppare questo tipo di armi. Un successivo briefing di giugno riferiva che i tirocinanti in un campo afghano avevano prodotto e testato «decine di sostanze chimiche tossiche e tossine biologiche» e che gli agenti avevano sperimentato l’aggiunta di materiale radioattivo agli esplosivi.
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L’avvertimento più noto è datato 6 agosto 2001, quando l’allora presidente George W. Bush ricevette un briefing intitolato «Bin Laden determinato a colpire gli Stati Uniti». Il documento affermava che Bin Laden desiderava attaccare gli Stati Uniti da anni, citava attività sospette compatibili con i preparativi per dirottamenti aerei e segnalava che l’FBI stava conducendo circa 70 indagini su possibili attività legate ad Al-Qaeda nel Paese.
Nell’estate del 2001, come ricordò in seguito l’allora direttore della CIA George Tenet, il sistema di intelligence era «in stato di massima allerta».
La Commissione sull’11 settembre ha rilevato che molti funzionari sapevano che «qualcosa di terribile era in programma», ma le carenze nella condivisione delle informazioni, nelle politiche e nella preparazione hanno impedito che i segnali d’allarme frammentari si traducessero in azioni concrete.
Bin Laden divenne noto durante la guerra sovietica in Afghanistan, quando Washington destinò miliardi di dollari all’armamento dei mujahidin antisovietici attraverso il Pakistan. I funzionari statunitensi hanno negato di aver finanziato direttamente Bin Laden, ma la guerra appoggiata dagli Stati Uniti contribuì a creare l’infrastruttura e l’ambiente militante da cui in seguito emerse Al-Qaeda.
Il più grave attentato terroristico nella storia degli Stati Uniti, che causò la morte di 2.977 persone, spinse Washington a lanciare la Guerra al Terrore, con l’invasione dell’Afghanistan nel giro di poche settimane e dell’Iraq meno di due anni dopo. In patria, il PATRIOT Act ampliò in misura rilevante i poteri del governo in materia di sorveglianza sui propri cittadini.
Renovatio 21 l’11 settembre ha pubblicato un articolo con le storie meno note, e i loro recenti sviluppi, del mega-attentato che ha cambiato il mondo.
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Immagine di Robert J. Fisch via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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