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Terrorismo

Putin e la minaccia di Zelens’kyj agli aerei civili: «nessun negoziato con i terroristi»

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Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che non possono esserci «negoziati con i terroristi», rispondendo alla minaccia del leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj contro l’aviazione civile nello spazio aereo russo.

 

Martedì lo Zelens’kyj ha avvertito compagnie aeree, compagnie assicurative e governi stranieri che la crescente campagna ucraina di droni a lungo raggio metterà sempre più a rischio i voli civili sul territorio nazionale.

 

«I giorni di sicurezza nei cieli russi sono finiti», ha dichiarato lo Zelens’kyj.

 

Martedì, durante una conferenza stampa a margine del vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) in Kirghizistan, a Putin è stato chiesto di rispondere a tali dichiarazioni.

 

«Se ciò venisse detto ad alta voce, si tratterebbe semplicemente di un passo verso il terrorismo di Stato», ha affermato Putin. «Vorrei inoltre sottolineare che ci stanno chiedendo di riprendere i negoziati; ci stanno chiedendo incontri di persona».

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«Non si negozia con i terroristi» ha dichiarato il presidente della Federazione Russa..

 

Putin ha aggiunto che Mosca troverà un modo per rispondere se le minacce di Kiev dovessero provocare delle tragedie. «Nessuno ne dubiti», disse.

 

Negli ultimi mesi l’Ucraina ha intensificato gli attacchi con droni a lungo raggio contro la Russia, causando ripetutamente la cancellazione di voli e prolungati disagi negli aeroporti, mentre le difese aeree rispondevano alle minacce in arrivo.

 

La campagna di Kiev ha preso di mira sistematicamente anche le infrastrutture civili, compresi i magazzini russi per l’e-commerce, spingendo Mosca a reagire con attacchi di droni e missili contro le infrastrutture militari e gli impianti di spedizione ucraini. Gli attacchi hanno di fatto paralizzato la principale via di esportazione dell’Ucraina attraverso i suoi porti sul Mar Nero.

 

A luglio, Putin aveva avvertito che gli attacchi ucraini sul territorio russo avrebbero incontrato una risposta ben più forte. «Risponderemo per le rime, ma con molta più forza», ha affermato.

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

 

 

 

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Droni

Zelens’kyj minaccia «ogni compagnia aerea» nello spazio aereo russo

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha lanciato un avvertimento a tutte le compagnie aeree che utilizzano lo spazio aereo russo, sostenendo che qualsiasi aereo in volo attraverso di esso sarà minacciato dai droni ucraini. Il presidente Vladimir Putin ha definito la dichiarazione una «dichiarazione di terrorismo di Stato».   L’esercito ucraino ha intensificato gli attacchi a lungo raggio con droni e missili contro obiettivi civili e infrastrutture in profondità nel territorio russo. Gli attacchi hanno ripetutamente interrotto l’attività degli aeroporti civili, in particolare nei dintorni di Mosca.   Martedì lo Zelens’kyj ha affermato che Kiev chiuderà lo spazio aereo russo oscurando i cieli con i droni. «Oggi vogliamo avvertire ogni compagnia aerea che utilizza lo spazio aereo russo, ogni compagnia assicurativa e chiunque utilizzi ancora i principali aeroporti russi: lo spazio aereo russo sta diventando completamente insicuro», ha dichiarato in un videomessaggio pubblicato su Telegram.

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«I giorni di sicurezza nei cieli russi sono finiti», ha affermato, aggiungendo che la minaccia è rivolta «alle compagnie aeree che attualmente volano principalmente verso gli aeroporti di Mosca, San Pietroburgo e altre destinazioni chiave in Russia».   Le minacce di chiudere lo spazio aereo russo equivalgono a una «dichiarazione di terrorismo di Stato», ha affermato Putin in una conferenza stampa a margine del vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Bishkek, in Kirghizistan. Secondo il presidente russo, queste azioni rendono nulle e prive di valore le affermazioni di Kiev riguardo alla ricerca di colloqui di pace con Mosca. «Non si negozia con i terroristi», ha dichiarato il presidente.   La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato martedì a Bishkek che il crescente numero di attacchi contro obiettivi civili in Russia indica che lo Zelens’kyj e «il regime di Kiev» sono «ben consapevoli che tali dichiarazioni dimostrano la falsità delle loro precedenti affermazioni sulla presunta volontà di pace».   In precedenza lo Zelens’kyj aveva chiesto che il numero di attacchi contro la Russia fosse aumentato a 1.000 al giorno. Il ministero della Difesa russo riferisce regolarmente di aver abbattuto centinaia di droni ucraini diretti verso diverse regioni russe. A metà agosto il ministero ha comunicato di aver respinto uno dei più grandi raid di droni ucraini dall’inizio dell’anno, intercettando e distruggendo 822 droni. Due giorni dopo, 791 droni ucraini ad ala fissa sono stati abbattuti durante la notte in tutto il paese.   La Russia ha inoltre condotto attacchi a lungo raggio contro obiettivi militari in Ucraina in risposta ai ripetuti attacchi contro infrastrutture civili ed energetiche russe. Mosca ha affermato che le tattiche «terroristiche» di Kiev mirano a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle battute d’arresto ucraine sul campo di battaglia.   L’Ucraina ha una storia recente tristemente irta di abbattimenti di aerei di linea.   Il 4 ottobre 2001 il volo Siberia Airlines 1812, un Tupolev Tu-154 partito da Tel Aviv e diretto a Novosibirsk, fu abbattuto dall’aviazione ucraina sul Mar Nero, causando la morte di tutti i 78 occupanti a bordo. L’aereo esplose in volo dopo essere stato colpito da un missile terra-aria S-200 ucraino, sparato per errore durante un’esercitazione militare. Inizialmente Kiev negò ogni responsabilità, ma dopo alcuni giorni le indagini russe individuarono nei resti del velivolo fori compatibili con schegge di missile, e l’11 ottobre l’Ucraina ammise la probabile responsabilità del proprio esercito, offrendo poi risarcimenti alle famiglie delle vittime.

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Il 17 luglio 2014 il Boeing 777 della Malaysia Airlines, volo MH17, fu abbattuto sui cieli del Donbass, nell’Ucraina orientale, causando 298 vittime. Nei primi tempi circolarono diverse teorie alternative, incluse ipotesi secondo cui l’aereo fosse stato colpito da un caccia ucraino o da un missile Buk lanciato da territorio controllato dal governo di Kiev. Queste versioni, però, sono state smentite dalle inchieste internazionali. Nel 2022 un tribunale olandese ha condannato in contumacia tre responsabili legati alla Russia, mentre nel 2025 l’ICAO ha formalmente attribuito la responsabilità alla Federazione Russa per violazione della Convenzione di Chicago. Resta comunque un elemento di corresponsabilità indiretta ucraina: Kiev non chiuse lo spazio aereo sopra la zona di conflitto, pur essendo consapevole dei rischi.   In taluni osservatori che parlano in rete perdura l’idea che si tratti di una copertura occidentale a favore del protettorato ucraino. In Russia all’epoca circolava la voce secondo cui l’aereo fu abbattuto dagli ucraini credendo che si trattasse dell’aereo presidenziale di Putin, che in quel giorno era di ritorno da un vertice internazionale.   Curiosamente, un altro volo della medesima compagnia, il Malaysian Airline Kuala Lumpur – Pecchino, detto MH370, subì un destino molto più misterioso: l’aereo sparì senza lasciare traccia, mentre video incredibili finiti in rete mostrerebbero che sarebbe improvvisamente sparito dopo essere stato circondato da quattro sfere rotanti.  

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Terrorismo

Coloni israeliani mascherati attaccano una troupe televisiva USA in Cisgiordania

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Coloni israeliani mascherati hanno aggredito e ferito una troupe di NBC News e una donna del posto in Cisgiordania, secondo quanto riportato dall’emittente statunitense. I giornalisti stavano accompagnando una famiglia palestinese in una casa che, a loro dire, erano stati costretti ad abbandonare a causa delle violenze dei coloni.

 

Gli attacchi dei coloni israeliani nei territori palestinesi sono aumentati in modo vertiginoso dall’inizio della guerra di Gaza nell’ottobre 2023, con le Nazioni Unite che hanno registrato livelli di violenza senza precedenti.

 

L’ultimo attacco è avvenuto sabato nel villaggio di Jalud, vicino a Nablus, dove il corrispondente della NBC Matt Bradley e i suoi colleghi stavano intervistando Aida Ahmed Abdullah, di 51 anni. Le immagini mostrano un veicolo con targa israeliana che si avvicina, dopodiché almeno tre uomini mascherati ne scendono e attaccano il gruppo con bastoni e pietre.

 

«Sono saltati fuori, ci hanno picchiato e poi sono risaliti in macchina», ha detto Bradley. È stato colpito due volte al braccio e ha ricevuto cure in una clinica, mentre altri membri della squadra sono rimasti feriti e attrezzature e un veicolo sono stati danneggiati. Abdullah è stata portata in ospedale per ricevere cure mediche.

 

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L’Associazione della stampa estera ha dichiarato domenica di essere «profondamente allarmata», sottolineando che l’aggressione «non è un episodio isolato», ma parte di un «modello ricorrente di violenza contro i membri della stampa e i civili palestinesi» e sorrtando la polizia israeliana e il Comando centrale delle Forze di difesa israeliane a indagare e a perseguire i responsabili. Domenica non erano stati segnalati arresti.

 

A giugno, le Nazioni Unite hanno dichiarato che quest’anno sono stati registrati oltre 1.000 attacchi con vittime o danni materiali, con una media di sei incidenti al giorno: il tasso più alto da quando sono iniziate le rilevazioni.

 

Nella vicina Qusra, sabato decine di israeliani sono entrati nel villaggio palestinese e hanno preso di mira un’abitazione con degli abitanti all’interno. Le forze israeliane sono intervenute, ma non sono stati effettuati arresti, nonostante alcuni sospetti siano stati identificati. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha condannato la violenza, attribuendola a «una manciata di rivoltosi».

 

I legislatori statunitensi hanno accusato Washington di non aver garantito giustizia per gli americani uccisi nel territorio. In una lettera indirizzata all’amministrazione del presidente Donald Trump quest’anno, i senatori hanno chiesto indagini indipendenti, denunciando una persistente «mancanza di responsabilità» per le loro morti.

 

Le violenze si verificano mentre Israele prosegue con l’ulteriore espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Netanyahu ha dichiarato la scorsa settimana che Israele continuerà a costruire in quella zona in preparazione di una «importante» ondata di immigrazione ebraica, affermando: «questa è la nostra terra e rimarrà tale».

 

Israele ha anche indetto gare d’appalto per oltre 1.200 abitazioni nella zona E1, una parte in gran parte non edificata della Cisgiordania, nell’ambito di un piano più ampio per la costruzione di circa 3.400 unità abitative.

 

Più di 20 Paesi occidentali hanno definito il progetto «inaccettabile», avvertendo che dividerebbe la Cisgiordania e minerebbe le prospettive di una soluzione a due stati. Anche gli stati arabi e musulmani hanno chiesto un’immediata interruzione. Gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata sono considerati illegali dal diritto internazionale.

 

Come riportato da Renovatio 21, il deputato statunitense Ro Khanna ha dichiarato di essere stato fermato da coloni israeliani armati durante una visita a un villaggio palestinese nella Cisgiordania occupata, sostenendo che le truppe delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) si fossero schierate dalla parte dei coloni anziché aiutare la sua delegazione.

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Nel frattempo, il governo israeliano avrebbe delineato un piano per erogare finanziamenti statali ai membri del gruppo estremista di coloni Hilltop Youth, stanziando circa 5,5 milioni di shekel (1,65 milioni di euro) per sussidi mensili ai suoi membri.

 

Negli scorsi giorni terroristi ebrei provenienti da insediamenti israeliani illegali hanno nuovamente attaccato l’antica città cristiana di Taybeh, incendiando i suoi campi agricoli e cercando di bruciare le case, con segnalazioni di spari anche contro i civili.

 

Come riportato da Renovatio 21, Taybeh è stata obiettivo di attacchi mortali di coloni israeliani. I continui assalti dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa. Negli scorsi giorni l’esercito israeliano ha aggredito cristiani e musulmani palestinesi che stavano celebrando la festa di San Giorgio in un monastero cristiano a sud di Betlemme, nella Cisgiordania occupata.

 

Due mesi fa il vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme William Shomali aveva dichiarato che dall’inizio dell’anno «le aggressioni contro i cristiani in Cisgiordania si stanno moltiplicando».

 

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Immigrazione

Gran Bretagna, carcerati bianchi costretti a convertirsi da bande musulmane

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Le carceri britanniche stanno diventando un terreno favorevole al reclutamento di bande islamiche, con detenuti bianchi che si convertono sotto minaccia di violenza, mentre il sistema libera in anticipo i terroristi, tiene i manifestanti in cella più a lungo dei pedofili e destina centinaia di milioni all’ospitalità di detenuti stranieri. Lo riporta Modernity News.   Nuovi dati del ministero della Giustizia britannico hanno messo in luce una realtà dura all’interno delle prigioni di Inghilterra e Galles. Un musulmano su cinque in carcere è bianco, quasi quattro volte la quota del 5,8% osservata nella popolazione generale. Il numero di detenuti musulmani bianchi è passato da 2.767 nel 2022 a 3.218 alla fine di giugno 2025, con un incremento del 16%.   Nel complesso, i detenuti musulmani sono cresciuti del 14% nello stesso arco di tempo, da 14.037 a 16.051, arrivando a rappresentare circa il 18% della popolazione carceraria, sebbene i musulmani siano solo il 6,5% della popolazione del Paese. Il ministro della Giustizia ombra Nick Timothy ha presentato i dati e le conseguenze che ne derivano. «La percentuale di musulmani bianchi nelle nostre carceri è talmente superiore a quella della popolazione generale da sollevare seri interrogativi», ha affermato.

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«Sappiamo che gli esperti hanno ripetutamente messo in guardia contro le conversioni forzate che avvengono dietro le sbarre, perpetrate da bande islamiche. Dobbiamo essere onesti e ammettere che qualcosa non va: il Partito Laburista deve indagare con urgenza ed estirpare le conversioni forzate nelle carceri», ha esortato il ministro.   I consulenti governativi registrano questo schema da anni. Jonathan Hall KC, revisore indipendente della legislazione antiterrorismo, ha descritto i terroristi islamici come «autoproclamati emiri» che controllano i prigionieri attraverso «leadership e reclutamento». Ciò comprendeva il prendere di mira «detenuti vulnerabili o soli, utilizzando la guida, la condivisione di cibo o doni materiali» e la «conversione supportata da violenza implicita o esplicita».   Usman Khan, l’attentatore di London Bridge, mentre era detenuto, spingeva i prigionieri ad assumere nomi musulmani e a indossare abiti musulmani, cercando al contempo di convertire altri.   Ian Acheson, che ha studiato l’estremismo islamico nelle carceri, ha dichiarato che le conversioni avvengono spesso «come risposta pragmatica a chi controlla il potere e lo spazio nelle nostre prigioni». Soprattutto negli istituti di massima sicurezza, la sicurezza è un bene prezioso e un gran numero di giovani violenti cerca un senso di appartenenza. «Quindi, in questo caso, l’Islam assume caratteristiche tipiche delle bande criminali».   Un’indagine commissionata dal governo nel 2023 e condotta da Colin Bloom ha accertato che le gang imponevano ai nuovi arrivati di convertirsi all’Islam, pena gravi conseguenze. «Non dichiararsi musulmano significava che, nella migliore delle ipotesi, al nuovo detenuto veniva negata la ‘protezione’ da parte della gang musulmana dominante in quel braccio del carcere, o, nella peggiore, veniva sottoposto a violenze e intimidazioni da parte della stessa gang».   Un avvocato che visita di frequente i penitenziari di massima sicurezza ha riferito che il processo inizia quasi subito. «È qualcosa che accade poche ore dopo il loro arrivo in un braccio del carcere. Appena giungono in prigione, vengono inseriti nella gerarchia delle gang. In alcuni casi ci sono interi piani dominati da gang musulmane».   Alcune conversioni sono opportunistiche: «musulmani di convenienza» che cercano più tempo per la preghiera o cibo halal migliore. Altre sono forzate. I Corani lasciati sui letti veicolano un messaggio chiaro. Il ministero della Giustizia ribadisce di non tollerare intimidazioni o coercizioni basate sulla religione e sostiene che le carceri intervengono tempestivamente. Eppure i numeri continuano a salire, e ora ci sono 140 cappellani musulmani rispetto agli 87 della Chiesa d’Inghilterra.   Si tratta dello stesso sistema carcerario che continua a ospitare migliaia di detenuti stranieri a un costo enorme per il contribuente britannico. Le cifre indicano 10.487 criminali stranieri che costano 629 milioni di sterline (135 milioni di euro) all’anno: una somma che potrebbe finanziare 16.500 agenti di polizia o 15.000 infermieri del Servizio Sanitario Nazionale (NHS). L’Albania è in cima alla lista, seguita da Irlanda e Polonia. Le espulsioni procedono lentamente, ostacolate da documenti mancanti, Paesi di origine non collaborativi e rivendicazioni ai sensi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.   Vanessa Frake, consulente per le carceri di Reform UK, ha definito il conto «sbalorditivo». Ha sottolineato la lunga procedura: passaporti scartati, lentezza nella corrispondenza diplomatica, rifiuti da parte dei Paesi di origine e richieste di tutela della vita familiare ai sensi dell’articolo 8. Persino l’accordo per il rimpatrio di 200 detenuti albanesi prevedeva condizioni e pagamenti giornalieri all’Albania inferiori a quelli che il Regno Unito versa per mantenerli.

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Mentre i criminali stranieri e le reti islamiste si infiltrano nel sistema, le autorità hanno mostrato una diversa urgenza quando si tratta di concedere la libertà anticipata. Zahid Iqbal, condannato nel 2013 per aver pianificato un attentato dinamitardo contro una base dell’esercito utilizzando un manuale di Al-Qaeda, ha ottenuto la libertà vigilata con tre anni di anticipo, nonostante precedenti violazioni delle condizioni di libertà vigilata e avvertimenti da parte dei responsabili del carcere e delle autorità comunitarie.   Colin Sutton, consulente per la criminalità di Reform UK, ha definito la decisione «sconcertante». «Non si trattava di un tizio che tramava qualcosa nella sua camera da letto. Si trattava di qualcuno che organizzava addestramenti. Aveva legami con al-Qaeda. Era un vero terrorista.» I più ampi programmi di rilascio anticipato del Partito Laburista hanno accelerato lo svuotamento delle celle per gestire il sovraffollamento. Migliaia di detenuti, compresi quelli condannati per reati violenti, sono stati rilasciati prima di quanto consentito dalle precedenti normative.   Anche dopo le pause parziali e le esclusioni per alcuni reati sessuali, la direzione intrapresa rimane chiara: la gestione della capienza delle carceri ha la priorità sulla costante tutela della sicurezza pubblica, scrive Modernity News. Si confronti questo con il trattamento riservato ai cittadini britannici che protestano contro le conseguenze dell’immigrazione di massa o che esprimono la propria opinione online.   Lucy Connolly, già incarcerata per un singolo post su X dopo gli attentati di Southport, ha rischiato di essere nuovamente incarcerata per aver ripubblicato un commento satirico su Donald Trump e Keir Starmer. Gli agenti della libertà vigilata hanno considerato la battuta come «incitamento alla violenza» in seguito a una denuncia anonima.   Nell’Essex, sono scoppiate proteste fuori da un hotel che ospitava il migrante etiope Hadush Kebatu, dopo che quest’ultimo aveva aggredito sessualmente una ragazza di 14 anni e una donna. Kebatu è stato condannato a 12 mesi di carcere.   I manifestanti britannici coinvolti nei disordini successivi hanno ricevuto pene detentive ben più severe. Charlie Land è stato condannato a 32 mesi. Jonathan Glover a 30 mesi.   Lee Gower, un padre di famiglia del posto e allenatore di football giovanile, ha ricevuto una condanna a due anni e nove mesi. Altri residenti locali hanno ricevuto condanne da 22 a 33 mesi. Le pene detentive complessive per molti di loro hanno superato i 17 anni, un periodo più lungo di quello inflitto all’autore dei disordini. I giudici hanno sottolineato che la violenza contro la polizia è inaccettabile. Eppure la disparità di pena è innegabile.   «Gli abitanti del luogo che reagiscono a un’aggressione sessuale su un minore da parte di un uomo arrivato con una piccola imbarcazione trascorrono più tempo in casa rispetto all’uomo che ha commesso l’aggressione» conclude Modernity News.   Il carcere costituisce un terreno fertile per la radicalizzazione islamica a causa dell’isolamento, della crisi identitaria e del bisogno di protezione e appartenenza. Molti detenuti, soprattutto quelli con lunghe condanne o origini di emarginazione, vivono una «crisi della presenza» che li rende recettivi alle narrative estremiste. Il processo si articola in fasi successive.

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Nella pre-radicalizzazione fattori di rabbia, frustrazione e ricerca di senso predispongono l’individuo. Nell’identificazione egli cambia abitudini visibili, intensifica le preghiere, si fa crescere la barba e frequenta nuovi compagni allontanandosi dai precedenti riferimenti. Segue l’indottrinamento, in cui detenuti carismatici o autoproclamati imam approfondiscono interpretazioni salafite-jihadiste che presentano l’Occidente come nemico e legittimano la violenza.   L’ultima fase è la jihadizzazione, con l’accettazione dell’azione violenta anche dopo la scarcerazione.   In Francia il carcere è da anni considerato un incubatore della radicalizzazione islamista. Al 1° maggio 2025 risultavano detenuti 754 individui segnalati per radicalizzazione: 351 condannati o indagati per terrorismo islamista (detti TIS) e 403 detenuti di diritto comune che si sono radicalizzati in cella (detti DCSR, detenuti sospettati di radicalizzazione).   Oltre la metà del totale, quindi, ha compiuto il percorso ideologico dietro le sbarre. Il processo segue dinamiche analoghe a quelle osservate in Italia: isolamento, crisi identitaria, ricerca di protezione e di un nuovo status. Reclutatori carismatici, spesso ex criminali diventati autoproclamati imam, individuano i più fragili e li avvicinano prima con la solidarietà, poi con un’interpretazione salafita-jihadista che giustifica la violenza contro la società considerata infedele.   La Francia ha risposto con un dispositivo specifico: i Quartiers d’évaluation de la radicalisation (QER), dove per quindici settimane un’équipe pluridisciplinare osserva il detenuto, seguito dai Quartiers de prise en charge spécifique (QPCR) o dall’isolamento. Nonostante il sovraffollamento cronico, il tasso di recidiva terroristica dopo la scarcerazione resta bassissimo. Casi come Mehdi Nemmouche, radicalizzato in carcere prima di unirsi all’ISIS, o Chérif Chekatt, mostrano però che il rischio non è eliminato. Ogni anno decine di TIS escono e i profili più recenti sono considerati più pericolosi perché legati a fatti violenti o progetti di attentato.   Nelle carceri italiane i musulmani rappresentano circa il 16% della popolazione detenuta e ogni anno si registrano decine di conversioni. Il sovraffollamento e la scarsità di personale facilitano il proselitismo tra i reclusi.   Casi come quello di Anis Amri, radicalizzato in istituti siciliani prima dell’attentato di Berlino, illustrano quanto concreto sia il fenomeno: il tunisino, sbarcato a Lampedusa nel 2011, si finse minore e poi finito in carcere divenne jihadista. Attuò la strage dei mercatini di Natale di Berlino del 2016.  

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