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Spirito

Per recitare bene il Rosario

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La Vergine Maria ci ha esortato, ad esempio in ogni sua apparizione a Fatima, a recitare il Rosario ogni giorno. Il mese di ottobre è l’occasione per cercare di rispondere meglio a questa richiesta della Madonna.

 

Ad alcuni sembra stancante ripetere le stesse preghiere più e più volte. Eppure la ripetizione di una formula appartiene all’arte di pregare in ogni momento; aiuta a lenire i sensi e fissare delicatamente lo sguardo sulle cose invisibili. È difficile fissare lo sguardo su un oggetto, senza essere stanchi o distratti dalla mobilità della mente.

 

L’Ave Maria, nella sua ripetizione semplice e regolare, sostiene il movimento dell’anima. È poca roba, vero? Ma molti movimenti dell’anima e del cuore – come l’ammirazione o l’amore – sono espressi altrettanto bene, o ancora meglio, da parole che si ripetono più e più volte. Quando le parole sanno di essere impotenti, amano ripetersi.

 

 

I due lati del saluto

L’«Ave Maria”»comprende due parti e due direzioni di preghiera molto diverse.

 

La prima parte, che unisce le parole dell’angelo Gabriele con quelle di santa Elisabetta, è un movimento di ammirazione e di lode. Attraverso le prime parole, l’anima usa le parole di cui Dio stesso è autore – poiché san Gabriele parlò nel nome del suo Signore che lo ha mandato – e con le quali ci rivela che l’interiorità di Maria supera ogni altra creatura in grazia e bellezza naturale.

 

La seconda parte dell’Ave Maria è un umile appello, che ci ricorda il nostro stato di peccatori e la fragilità della nostra condizione terrena: «ora e nell’ora della nostra morte». L’alternanza di queste due parti rappresenta il paradosso della nostra condizione e della nostra vocazione: siamo tutti fatti di un misto di miseria e di luce, di gemiti e di gioia.

 

 

La meditazione dei misteri

Se il nostro rosario è solo una successione di Ave Maria, per quanto bella sia questa preghiera, rischia di diventare una preghiera meccanica e senz’anima.

 

Dobbiamo recitare il Rosario come è giusto che sia, contemplando quelli che vengono chiamati i «misteri» del Rosario: dipinti evangelici alla portata di ciascuno di noi, che fanno rivivere davanti ai nostri occhi episodi della vita di Nostro Signore e di Nostro Signora.

 

Ognuno di questi dipinti è una porta che si apre sulla storia della salvezza. E che gioia per il cristiano pensare ai misteri della nostra salvezza! Al ritmo di Pater e Ave, le scene della vita di Cristo e di sua Madre diventano gradualmente la nostra storia: siamo noi che, con Maria, cerchiamo e troviamo Gesù Bambino nel Tempio; oppure siamo noi che riceviamo, con Maria, in mezzo agli apostoli, le lingue di fuoco della Pentecoste.

 

Ascoltiamo ciò che il grande cardinale de Bérulle (1575-1629) diceva di questi misteri: «sono passati quanto all’esecuzione, ma sono presenti quanto alla virtù; e il loro smalto non passa mai: né passerà mai l’amore, con cui furono operati, né l’efficacia e la virtù che rende vivo e operante in noi questo mistero».

 

«Anche il gusto attuale, la disposizione viva con cui Gesù ha operato questo mistero, è sempre vivo, attuale e presente a Gesù. Questo ci obbliga a trattare le cose e i misteri di Gesù non come cose passate ed estinte, ma come cose viventi e presenti, e perfino eterne, e dalle quali anche noi dobbiamo raccogliere un frutto presente ed eterno».

 

Nel nostro secolo di soggettivismo, il Rosario si oppone a una pietà oggettiva che si interessa anzitutto di Dio e di sua Madre. L’umile recita del Rosario costringe a uscire dal nostro piccolo mondo umano; man mano che la preghiera procede, il nostro sguardo si adatta al mistero, si purifica ed eleva.

 

Gli atti della vita di Cristo hanno tutti un valore redentore, ogni scena comunica alla nostra anima, secondo le sue necessità, una grazia di unione e somiglianza con Gesù, virtù corrispondente al mistero contemplato. Metodo semplice, ma ricchissimo, meravigliosamente equilibrato e potente nella sua semplicità.

 

 

Come recitare il Rosario?

Per aiutarci a recitare bene questa bella preghiera e rendere fruttuosi i nostri rosari, alcuni consigli o indicazioni non saranno inutili.

 

Primo, non cercare di pesare ogni parola; lasciate che la recita scorra, mantenendo lo sguardo su Nostro Signore o sulla Beata Vergine, con dolcezza e perseveranza.

 

Evitate di analizzare e di discorrere: questo agita e stanca. Basta unirsi ai sentimenti di Gesù o di Maria nel mistero in questione. Portate la semplicità del cuore e lo spirito dell’infanzia.

 

Scacciate le distrazioni con delicatezza, pazienza, senza scoraggiarvi. La Madonna conosce le nostre debolezze e ricompenserà i nostri sforzi. Nei giorni di aridità, accettare che la nostra recita ci sembri solo materiale; umiliatevi, siate pazienti e cercate di rimanere serenamente rivolti a coloro a cui sono rivolte le nostre preghiere.

 

Per aiutarci a scacciare la distrazioni, san Luigi Maria Grignion de Montfort consiglia di avere sempre in vista, recitando ogni decina o il nostro rosario in generale, qualche grazia da chiedere, qualche virtù da imitare, qualche peccato da distruggere per noi o per il nostro prossimo. Infatti, quando abbiamo qualcosa da ottenere dal Cielo, siamo sempre più attenti.

 

Considerare la ripetizione dei beati nomi di Gesù e Maria come un rimedio efficacissimo contro le nostre miserabili inclinazioni. Un semplice sguardo di fede ai misteri equivale a toccare il lembo della veste di Cristo: «se potrò toccare almeno solo il lembo della sua veste, sarò salva» (Mt 9,21)… «Da lui veniva una virtù che li guariva tutti» (Lc 6,19).

 

La migliore disposizione per recitare bene il Rosario è ovviamente la fede: fede nella realtà contemplata, fede e fiducia in una preghiera che la Beata Vergine tante volte ha raccomandato. Fiducia filiale, contemplazione ammirata e amorosa di questo mondo di bellezza che sono i Cuori di Gesù e di Maria.

 

La nostra preghiera porterà frutto nella misura in cui avremo la ferma convinzione che, appena afferriamo con fede il nostro rosario, ci mettiamo in comunicazione con la Vergine Maria e otterremo molte grazie da Colei che è nostra Madre e nostra avvocata in cielo.

 

 

Comunione ai misteri

La parola «meditazione» in connessione con i misteri può essere fuorviante. In realtà, è meno un discorso intellettuale su scene della vita di Gesù, che uno sforzo di comunione con la realtà dei misteri.

 

Padre Vayssière (1864-1940), religioso domenicano, scriveva: «recita ogni decina, riflettendo meno e comunicando di più, soprattutto con il cuore, alla grazia del mistero, allo spirito di Gesù e di Maria come il mistero presenta a noi».

 

Si tratta, ad esempio, di rivivere il mistero dell’Annunciazione chiedendo alla Beata Vergine di introdurci nello spirito di umiltà che era suo nel momento in cui l’angelo le annunciò che sarebbe stata Madre di Dio, e questo affinché questo spirito di umiltà permei la nostra vita.

 

A padre Vayssière piaceva fare un paragone con la comunione eucaristica. Come la comunione ci trasforma in Colui che riceviamo, Nostro Signore Gesù Cristo, il Rosario ci trasformerà in Colui che contempliamo nei misteri, Gesù Cristo; e opera questa trasformazione attraverso l’azione materna di Maria. L’Ave Maria mette in atto la maternità di grazia della Madonna, con la quale essa ci trasforma nel suo Figlio Gesù.

 

 

Rispondere alla chiamata di nostra Madre

L’insistenza con cui la Beata Vergine ha raccomandato questa preghiera indica che è stata lei a ispirarla. Rispondiamo ai suoi appelli urgenti, e prendiamo già per questo mese la risoluzione di recitare il Rosario di più e meglio.

 

E poiché le buone abitudini vengono in soccorso della nostra lealtà, stabiliamo un orario regolare per iniziarlo. Stacchiamo il telefono per venti minuti. Poiché spesso è più facile tenere una risoluzione insieme, uniamoci agli altri per recitare questa preghiera.

 

La Chiesa raccomanda di recitare il rosario in comune, soprattutto dove è più facile, in famiglia. Una famiglia che recita il rosario è benedetta dal Cielo: «il Rosario per tutta la famiglia», diceva Pio XII,«il Rosario che tutti recitano in comune, giovani e vecchi, che riunisce, la sera, ai piedi di Maria, coloro che il lavoro della giornata aveva diviso e disperso».

 

Quante grazie sono racchiuse nel Cuore della Madonna, che domandano solo di essere effuse su di noi e sulle nostre famiglie purché le chiediamo nella preghiera!

 

 

Don Hervé Gresland

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news

 

 

 

Immagine di Lawrence OP via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

 

 

 

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Spirito

Il viaggio di Papa Leone XIV in Spagna

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Papa Leone XIV ha visitato la Spagna per una breve settimana, dal 6 al 12 giugno. Si è fermato a Madrid, Barcellona, ​​Montserrat e infine alle Isole Canarie. Il suo predecessore, papa Francesco, non aveva mai visitato il Paese, a differenza di Benedetto XVI, che vi si recò tre volte, e Giovanni Paolo II, che vi si recò cinque volte.

 

Durante il suo viaggio, il Papa regnante ha pronunciato sei omelie, ha partecipato a due veglie di preghiera, ha incontrato i vescovi di Spagna, nonché il clero e i fedeli di Madrid e Las Palmas. Ha inoltre incontrato autorità, rappresentanti della società civile e del corpo diplomatico, e ha tenuto un importante discorso ai membri del Parlamento spagnolo.

 

Inoltre, ha incontrato diversi rappresentanti di organizzazioni caritatevoli e di aiuto umanitario, ha visitato un carcere e ha trascorso molto tempo con organizzazioni che accolgono e integrano i migranti, nonché con i migranti stessi. Ha anche avuto un incontro privato con i membri dell’Ordine di Sant’Agostino.

 

Una storia avvincente

I fondamenti del diritto secondo Leone XIV

Lunedì 8 giugno, Leone XIV si rivolse al Congresso dei Deputati, o più precisamente alle “Cortes Generales”, l’assemblea composta dal Congresso dei Deputati (camera bassa) e dal Senatore (camera alta). Il suo discorso fu incisivo sul tema del rispetto per la vita e si distinse nettamente, per tono e profondità, dagli interventi del suo predecessore.

 

Il Sommo Pontefice afferma innanzitutto che «ogni compito legislativo si scontra inevitabilmente con una questione decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e che tipo di società queste leggi costruiscono?». Descrive poi la risposta offerta dalla storia della Spagna, da Don Chisciotte a Unamuno, passando per Santa Teresa d’Avila.

 

Si sofferma poi sulla Scuola di Salamanca, fondatrice del diritto internazionale moderno e di un nuovo concetto di comunità internazionale, che il papa descrive come «l’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potenza particolare, che ci permette di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli».

 

Leone XIV fonda in definitiva la sua riflessione sul «riconoscimento dell’inviolabile dignità della persona umana», che appartiene «a ogni essere umano in virtù della sua esistenza». Ciò richiama irresistibilmente i fondamenti posti dalla recente enciclica del Papa per la dottrina sociale della Chiesa: la dignità umana intesa nel suo senso ontologico e la Dichiarazione universale dei diritti umani.

 

Tale fondamento è chiaramente insufficiente, come spiegato nel commentario all’enciclica Magnifica humanitas. Pio XII affermò infatti che i diritti umani non possono garantire l’ordine, l’unità e la pace di una società se quest’ultima non ottiene il riconoscimento ufficiale dei diritti di Dio e della sua legge o, quantomeno, dei diritti naturali (Siamo molto sensibili , 11 novembre 1948).

 

Poco prima aveva affermato che la garanzia data dalla Chiesa alla dignità dell’uomo «trascende infinitamente ciò che tutte le possibili dichiarazioni dei diritti umani potrebbero realizzare» ( Benignitas et humanitas , 24 dicembre 1944).

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Un manifesto per il rispetto della vita

Il Sommo Pontefice afferma quindi che «se la vita cessa di essere riconosciuta come valore fondamentale, quale futuro può avere la nostra società? Possiamo definire veramente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalle cure altrui?».

 

Proseguì: «La difesa della vita umana non è una questione parziale né una questione di appartenenza religiosa: è un obiettivo della civiltà. Ogni vita umana deve essere riconosciuta e protetta dal concepimento al naturale declino, in ogni circostanza della sua esistenza».

 

Leone XIV si appellò al bene comune, «la ‘forma sociale della dignità umana’ ( Magnifica humanitas , n. 59)», che non consiste nella somma di interessi particolari, ma nella totalità delle condizioni della vita sociale. (…) Quando il bene comune cessa di essere un orizzonte condiviso, l’azione pubblica rischia di frammentarsi in interessi parziali, incapaci di preservare ciò che appartiene a tutti.

 

Sulla base di questa osservazione, il Papa auspica il sostegno della famiglia «quale realtà umana primaria e fondamento naturale della comunità», nonché delle istituzioni educative che devono contribuire all’educazione dei bambini. Ciò implica il rispetto del «diritto primario e inalienabile» dei genitori di «scegliere il tipo di educazione e formazione che i propri figli ricevono, secondo le proprie convinzioni morali, culturali e religiose» (Magnifica humanitas, n. 143).

 

Appello per i migranti

Questo appello non è a favore dell’immigrazione. Leone XIV afferma infatti un duplice requisito: «offrire percorsi sicuri e legali, un’accoglienza rispettosa e reali opportunità di integrazione; e promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra, adoperandosi affinché nessuno sia costretto ad abbandonare la propria casa per mancanza di pace, sicurezza o condizioni di vita dignitose».

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Guerra e pace

Il Papa spiega la pace come «un’aspirazione politica e, ancor più, un vero e proprio imperativo morale». Invoca il rispetto per «chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica alla ricerca della verità e della riconciliazione», un’allusione neanche troppo velata alla controversia della Valle dei Caduti .

 

Il papa, in modo alquanto utopico, esorta la Spagna ad abbracciare una «coesistenza matura» in politica, nonché un «linguaggio disarmato». Chiede poi che venga prestata particolare attenzione alla “libertà di pensiero, di coscienza e di religione, un diritto fondamentale che tutela la sfera più intima dell’individuo».ù

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Libertà religiosa

In particolare, il Sommo Pontefice precisa che «la legittima autonomia dell’ordine temporale non deve mai essere interpretata come ostilità verso il fenomeno religioso. La fede non cerca di imporsi attraverso privilegi o costrizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio come se non avesse alcuna importanza per la vita pubblica».

 

«In questo contesto, il segreto sacramentale della confessione assume un’importanza particolare per la Chiesa cattolica. Esso si inserisce nel più ampio quadro della libertà religiosa, che garantisce alle comunità di fedeli un proprio spazio di vita, organizzazione e disciplina interna», alludendo agli attacchi contro tale segreto, in particolare agli abusi, e molto recentemente anche in Francia.

 

Un appello (moderato) per qualcosa che vada oltre la politica

Infine, Papa Leone XIV invitò a considerare una nuova dimensione. «In quest’Aula», spiegò, «la luce naturale entra attraverso la vetrata che si affaccia sulla stanza. Questa luce dall’alto può ricordarci che anche la politica deve riconoscere una dimensione che la precede e la trascende». E il Pontefice fece un ulteriore passo avanti:

 

«Analogamente, i dipinti nella parte superiore della parete principale, raffiguranti l’accoglienza del Vangelo e del Decalogo, ci ricordano qualcosa di essenziale. Senza confondere l’ordine politico con quello religioso, questi simboli ci invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana».

 

Sebbene Leone XIV avesse concluso che fosse necessario un «rinnovamento morale», sembra che Cristo venga invocato solo come fondatore lontano della società, e non come suo Re. In tali circostanze, qualsiasi appello alla giustizia rimane fondamentalmente viziato.

 

Pertanto, sebbene questo discorso affronti con fermezza una vasta gamma di punti difficili o dolorosi nella nostra società de-cristianizzata e rappresenti un insegnamento benvenuto, resta al di sotto di ciò che ci si può legittimamente aspettare da un papa.

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Autorità, rappresentanti della società civile e corpo diplomatico

Davanti ai rappresentanti delle autorità, papa Leone XIV ha innanzitutto ricordato «l’antichissimo legame tra la fede cristiana» e la Spagna, che ha profondamente plasmato la sua cultura. Ha poi evocato due figure che «per cinque secoli hanno nutrito la vita della Chiesa e la ricerca religiosa di molte persone»: San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila.

 

Egli evoca la «notte beata» del primo secolo per contrapporla alla nostra epoca di tenebre. Aggiunge che «abbiamo bisogno, anche nella vita pubblica, di uomini e donne che percepiscano la luce nelle tenebre». Un paragone difficile da seguire: la notte che avvolge il mistero di Dio ha ben poco a che fare con le tenebre del peccato.

 

Leone XIV, tuttavia, credeva che la nostra epoca «aspiri in sé stessa profondamente alla pace, a una nuova comprensione della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore». Per questo motivo, il papa «invita tutti, per amore della verità, ad abbandonare i discorsi che dividono e polarizzano la vostra realtà sociale e la vostra storia» e a «fuggire da quegli approcci basati sull’identità che sembrano illuminare ogni cosa, ma che popolano il mondo di fantasmi e nemici».

 

«La sicurezza», ha proseguito, «matura imparando ad andare avanti insieme, a crescere fianco a fianco. La vostra stessa storia ne è testimonianza. La presenza dell’Islam nella penisola iberica, ad esempio, è una realtà politica, culturale e religiosa di lunga data. Durante questo periodo, non ci sono stati solo scontri, ma anche tentativi di creare uno spazio di incontro, di dialogo e di confronto sul significato della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei».

 

Un’affermazione anacronistica di «dialogo interreligioso», che vorrebbe far dimenticare la Reconquista che i regni cristiani condussero per secoli contro l’Islam invasore.

 

Creazione di reti

Durante un incontro alla Movistar Arena, papa Leone XIV ha affrontato il tema del dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo. Ha affermato, come punto di partenza, che «il desiderio di bontà, bellezza e verità è radicato nel DNA dell’umanità». Forse è opportuno precisare che ciò non è più del tutto vero per l’umanità decaduta…

 

Il Papa passa quindi a una «questione decisiva»: «che cosa significa essere veramente umani?». Dopo aver affermato che «Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e sulla sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo compimento nell’eternità», il papa ripete quanto scritto nella Magnifica humanitas , ovvero che «la persona umana rimane sempre ‘la via della Chiesa’ e il cuore di ogni autentico cammino verso lo sviluppo integrale della persona» (n. 50).

 

Questa posizione rappresenta una deviazione dalle priorità della Chiesa, perché Cristo stesso è la via, la verità e la vita.

 

Leone XIV spiega quindi che «costruire ponti» richiede un dialogo sociale paragonabile all’«arte di creare reti». Sviluppa poi la metafora di questa rete in tre punti: «dialogo tra istituzioni incentrato sulla dignità umana», «creare insieme» e «servire in modo disinteressato».

 

Prosegue con una domanda: «Dobbiamo chiederci onestamente se il mondo – e l’Europa in particolare – avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia. (Questo è) un invito a riflettere sulla possibilità di conciliare l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio con l’incarnazione di Gesù Cristo, con la quotidianità. È davvero possibile credere che l’Europa – che amiamo tanto – sarebbe se stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità?»

 

La questione delle «radici cristiane» ha quantomeno il merito di essere sollevata. Ma è rilevante solo in un contesto in cui l’Europa è in gran parte apostata e impegnata nella distruzione sistematica della legge naturale, a cominciare dal divorzio, seguito dalla contraccezione, dall’aborto, dall’eutanasia e dal suicidio assistito, per non parlare di tutte le perversioni derivanti dalla teoria di genere.

 

Attualmente l’attenzione è focalizzata sulla conversione di questi europei, prima ancora di prendere in considerazione la trasformazione delle strutture europee.

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Incontro con i vescovi spagnoli

Papa Leone XIV ha avuto cura di inquadrare il suo discorso ai vescovi come un contributo al processo sinodale, volendo collocare le sue parole «in questo dialogo nello Spirito che consiste nell’accogliere tutto il bene che il Signore ci comunica attraverso il fratello». Ha aggiunto che «il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa è un processo di ascolto profondo. Saper riconoscere la voce di Dio che parla attraverso la comunità ecclesiale è uno dei suoi valori fondamentali».

 

In questo processo, una prima fase deve affrontare «la questione di come affrontare questa sfida che ci siamo posti, con prudenza, libertà e coraggio, per abbandonare le strutture che non ci aiutano, che non soddisfano le nostre aspettative, o addirittura che ci allontanano dal nostro obiettivo». – Se si tratta del Concilio Vaticano II e delle sue conseguenze, perché no?

 

In una seconda fase, è necessario «cominciare imparando il linguaggio dell’altro, avviando processi e costruendo relazioni in cui seminare il seme del Regno». Poi, è necessario seguire «la chiamata a creare realtà capaci di comunicare la propria esperienza di fede». E in particolare, a dare «testimonianza di unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza di doni, carismi e sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio».

 

Il Santo Padre pone l’accento sulle vocazioni, un vero e proprio punto dolente in Spagna, come del resto in tutta l’Europa cattolica. Afferma giustamente che queste nascono da comunità vivaci, da sacerdoti felici, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare con semplicità che seguire Cristo non impoverisce la vita, ma la arricchisce.

 

Egli chiede che i seminari siano «vere case di formazione»; che garantiscano «un’adeguata esperienza di vita comunitaria»; che abbiano «formatori interamente dediti allo studio e all’insegnamento»; che siano «dotati di centri di teologia superiore equipaggiati con le risorse necessarie».

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Incontro con le comunità diocesane

Rivolgendosi alla comunità di Madrid, il Santo Padre ha ripreso la figura di Neemia per chiederci di costruire nella pluralità, che per un cristiano significa: «orientare l’azione verso Dio affinché, nella sua luce, il pluralismo non si disperda nel disordine, ma diventi, nell’esercizio della sinodalità, lo spazio in cui l’umanità trova i suoi solidi fondamenti e il suo fine ultimo».

 

Nel corso del suo discorso, ci invita a esplorare nuove strade e a cantare nuove melodie. In particolare, chiede ai sacerdoti «di considerare la pratica del discernimento comunitario come una delle maggiori opportunità che la sinodalità offre al loro ministero»,

 

A Las Palmas, dove si presenta come padre e fratello nella fede, Leone XIV indica come prima «linea guida» quella di abbracciare la croce di Cristo, «accompagnando e aiutando a portare i fardelli di tanti fratelli e sorelle crocifissi dai drammi della vita». Ma anche quella di «coltivare una spiritualità eucaristica», dalla quale scaturisce una spiritualità di comunione.

 

Omelie

Il 7 giugno a Madrid, nella solennità del Corpus Domini, l’omelia di Leone XIV fu interamente dedicata a questa festa, alle sue origini e alla sua rilevanza attuale.

 

Il 9 giugno, l’omelia ha accompagnato la celebrazione della Sesta domenicale nella Cattedrale della Santa Croce e di Sant’Eulalia a Barcellona. Il tema era l’immagine della Sposa e del Corpo, applicata alla Chiesa.

 

Lo stesso giorno, dopo la veglia di preghiera tenutasi allo Stadio Olimpico di Lluís Companys, è stata pronunciata un’omelia in seguito alle risposte date ai giovani che vi avevano partecipato. Il Papa ha poi citato l’esempio di Nicodemo, che andò a trovare Nostro Signore di notte.

 

Il giorno seguente, Leone XIV pronunciò un’omelia nella basilica della Sagrada Familia a Barcellona, ​​il celebre edificio tuttora in costruzione. Utilizzò l’immagine delle pietre vive.

 

Giovedì 11 giugno, il Santo Padre ha predicato nello stadio di Gran Canaria. Alla vigilia della festa del Sacro Cuore, il Papa ha ricordato la carità del Cuore di Cristo, così come la sua umiltà.

 

Il giorno seguente, festa del Sacro Cuore, Leone XIV si trovava al porto di Santa Cruz de Tenerife: «Davanti a noi, il mare evoca l’infinito, così come il cielo, ma l’infinito è soprattutto il desiderio che unisce il cuore di Dio a tanti cuori umani, le cui gioie e speranze, dolori e ansie trovano eco nel cuore della Chiesa». Parlò anche della vocazione turistica del luogo e della sua accoglienza dei migranti.

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Il viaggio in Spagna e i migranti

Durante questo viaggio, papa Leone XIV dedicò molto tempo ad affrontare le necessità dei migranti e dei prigionieri, e a visitare organizzazioni caritative. Si espresse con fermezza contro certi atteggiamenti, comportamenti e persino forme di sfruttamento in questo ambito.

 

La dignità umana è stata il tema centrale del discorso papale: «la Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo in cui la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a violare la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono ignorare il grido di coloro che gridano nella notte».

 

Pur chiedendo, in nome della dignità umana, “percorsi legali e sicuri, aiuti e assistenza, una reale cooperazione contro i trafficanti, processi seri di accoglienza e integrazione”, ha anche auspicato politiche che consentano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra.

 

Egli spiegò così il suo pensiero: «se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover emigrare: il diritto di rimanere a casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini».

 

Il papa si è rivolto anche ai trafficanti che sfruttano la situazione: «Voglio mandare un messaggio chiaro a coloro che traggono profitto dalla disperazione; a coloro che organizzano rotte della morte, trafficano esseri umani, trattengono documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un business. Fermatevi. Pentitevi (cfr. Mc 1,15). (…)

 

«Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo reso schiavo, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina (cfr. 2 Cor 5,10). Spezzate queste catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio (cfr. Is 58,6). Restituite ciò che vi è stato tolto e riparate al danno per quanto vi è possibile».

 

Certamente, questi sfruttatori sono spregevoli e condannabili. Ma coloro che trafficano nella fede; che lasciano perire le pecore del Signore; che le conducono a falsi pascoli; che non ricordano alle nazioni i loro doveri; che dimenticano il Regno di Cristo e in tal modo rendono sterile l’opera della sua Sposa, questi meritano una condanna ben maggiore. Questo è il paradosso.

 

Ed è proprio questo che giustifica il fatto che la Fraternità Sacerdotale San Pio X, che vuole occuparsi soprattutto della salvezza delle anime, senza dimenticare le opere di carità, debba dunque assumere la condizione imposta alla Chiesa e giungere a compiere le consacrazioni che avranno luogo, se Dio vorrà, il 1° luglio.

 

Al ritorno dalla Spagna non c’era nessun “magistero volante”. Infatti, l’Airbus 320 della Iberia che avrebbe dovuto riportare il Papa ebbe dei problemi, quindi il Pontefice decollò da Tenerife con il jet Falcon messo a sua disposizione dal re Filippo VI di Spagna.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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L’apertura mentale di un oppositore delle consacrazioni episcopali FSSPX

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Nel numero del 27 maggio 2026 di La Vie, padre Benoist de Sinety attacca le consacrazioni episcopali di Ecône, in un franglais informale … per sembrare giovane.   Sotto un titolo allitterativo che mira all’audacia: «Nuove consacrazioni alla Fraternità San Pio X: sacro fallimento…», l’ex vicario generale dell’arcidiocesi di Parigi scrive: «la caratteristica della comunicazione moderna è sempre più quella di dire qualsiasi cosa con sicurezza e veemenza senza curarsi di chi ci crederà, certi che gli slogan resteranno».   «Un capolavoro di questo cinismo si può ammirare nel luogo delle future consacrazioni dei vescovi lefebvristi a Écône. Gli organizzatori dell’evento hanno scelto di farne uno spettacolo al cui confronto impallidisce persino l’incoronazione di Carlo III!»   È ironico vedere padre de Sinety denunciare una cerimonia che per lui non è altro che uno spettacolo, se ricordiamo che il 9 dicembre 2017, in occasione dei funerali nazionali di Johnny Hallyday, trasformò la chiesa della Madeleine a Parigi in un santuario mediatico.

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Quel giorno, davanti a telecamere provenienti da tutto il mondo, sotto gli occhi dell’intera élite politica e artistica parigina, con l’ausilio di maxi-schermi, celebrò il defunto «idolo della gioventù»: «Entra nella luce, Johnny Hallyday, una luce, un fuoco che non si spegne mai», dichiarò con un’orazione che fa impallidire le elogi funebri di Bossuet.   Inoltre, e con maggiore veemenza, padre de Sinety brandì la minaccia di uno scisma che, a suo dire, non era tanto religioso quanto politico: «la rottura è una scelta politica che da tempo si maschera da motivazioni spirituali, conducendo le folle su sentieri senza orizzonte».   Secondo padre de Sinety, il pericolo che la Chiesa si trova ad affrontare oggi non è il declino della pratica religiosa né il crollo delle vocazioni, bensì il «cristianesimo identitario», ovvero queste nuove generazioni che riscoprono i pellegrinaggi, la liturgia tradizionale, i dogmi e la morale cattolica, le radici cristiane della Francia.   Non gli viene in mente che questi giovani cattolici potrebbero essere legittimamente preoccupati per una civiltà sradicata, una società de-cristianizzata. Le 160 pagine del suo ultimo libro, La causa di Cristo: Il Vangelo contro l’identità cristiana (Grasset, 2026), si possono riassumere in quattro parole: «l’identità cristiana, ecco il nemico!».   Padre de Sinety ritiene certamente che l’identità cristiana non sia abbastanza rock ‘n’ roll . Vuole piacere al mondo moderno, quindi adatta il messaggio del Vangelo e adotta il discorso dominante. Vede il dogma come una forma rigida di politica identitaria e preferisce gli idoli del momento.   Seguire gli idoli, rifiutare i dogmi: Chesterton non lo considerava un progresso, bensì una regressione intellettuale, un ritorno al regno vegetale, all’«inconsapevolezza dell’erba», come disse, osservando giustamente: «gli alberi non hanno dogmi. Le rape sono singolarmente di ampie vedute». (…)   Padre Alain Lorans   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Spirito

Processione del Corpus Domini della FSSPX ad Anversa

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In occasione della solennità del Corpus Domini, questa domenica, 7 giugno 2026, i fedeli del priorato della Società di San Pio X di Anversa (Belgio) hanno accompagnato Nostro Signore Gesù Cristo per le vie della città.

 

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Estratto dall’omelia della Messa

Se coloro che vivevano in Galilea duemila anni fa desideravano ardentemente toccare Gesù nel suo corpo visibile, noi oggi possediamo una grazia ancora maggiore. Gesù Cristo rimane realmente presente nella Santa Eucaristia, nel Santissimo Sacramento. Lo stesso Signore che camminava per le strade della Palestina è presente oggi sui nostri altari, nella nostra processione per le vie di Anversa.

 

Forse qualcuno per strada si chiederà: «Cosa stai facendo? Chi stai seguendo?». Sì, qui il sacerdote porta il Santissimo Sacramento. Non vediamo nemmeno il sacerdote stesso; scompare dietro l’ostensorio. Stiamo camminando sulle orme di Nostro Signore Gesù Cristo.

 

La stessa vita divina che emanava da Lui continua a essere comunicata alle anime che si avvicinano a Lui con fede. La domanda, dunque, è questa: possediamo ancora questa fame, questo fervore, questo desiderio di toccare Cristo, di toccarlo nel Santissimo Sacramento, nella Santa Eucaristia?

 

Quanti santi si formarono davanti al tabernacolo! Il Cristo eucaristico continua a guarire: guarisce la superbia attraverso l’umiltà; guarisce la tristezza attraverso il suo amore; guarisce la debolezza attraverso la sua grazia; guarisce le anime ferite attraverso il suo perdono.

 

Ma dobbiamo desiderare di toccarlo; dobbiamo avvicinarci a lui; dobbiamo cercarlo. Ed è proprio questo il significato della nostra processione di oggi: seguiamo Gesù come la folla nel Vangelo. Ogni passo di questa processione dovrebbe essere una preghiera interiore: «Signore, fammi toccare te».

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine screenshot da YouTube

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