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Papa Leone si trasferirà nel Palazzo Apostolico, ripristinando la tradizione papale
Papa Leone XIV si trasferirà nel Palazzo Apostolico della Città del Vaticano tra poche settimane insieme a una piccola comunità. Lo riporta il quotidiano italiano La Repubblica.
In un articolo pubblicato il 19 agosto, sono stati forniti dettagli che sottolineano come i lavori di ristrutturazione dell’appartamento dovrebbero terminare entro un mese. Dopodiché, si prevede che Leone vi si trasferisca, segnando la prima volta che un papa vive negli appartamenti papali da quando Benedetto XVI li ha lasciati all’inizio del 2013.
Papa Francesco ha notoriamente rifiutato di vivere negli appartamenti, preferendo invece rimanere nella foresteria di Casa Santa Marta per l’intero pontificato. La decisione, sebbene presentata dai media laici come motivata da umiltà, era dovuta alla preferenza di Francesco per la compagnia. Tuttavia, ha aggiunto 200.000 euro al mese alle bollette del Vaticano, nel mezzo di una crisi finanziaria in rapida crescita.
Sebbene Francesco non vivesse nell’appartamento, ne utilizzava alcune stanze per funzioni ufficiali, come accogliere capi di Stato e dignitari in visita.
Papa Leone sarà accompagnato da una piccola comunità, che ricalcherà in qualche modo lo stile di papa Giovanni Paolo II. Oltre al suo segretario particolare, Padre Edgard Rimaycuna Inga – la cui presenza non è insolita – il papa sarà affiancato da un piccolo gruppo di Agostiniani.
I religiosi – che si ritiene siano tre e provengano da Nigeria, Italia e Filippine – si uniranno alla vita quotidiana della famiglia del Papa, pranzando con lui e assistendo alle sue messe private.
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Leo, entrato ufficialmente a far parte degli Agostiniani nel 1977, ha già visitato la vicina comunità agostiniana, accanto al Vaticano. La casa religiosa è una di quelle che conosce bene, avendovi trascorso 12 anni come priore generale dell’ordine.
Fin dalla sua elezione a Pontefice, il Papa americano ha mantenuto la sua precedente dimora nel palazzo del Dicastero per la Dottrina della Fede, scrive LifeSite.
Già l’11 maggio erano circolate voci secondo cui Leone avrebbe preso residenza nel Palazzo Apostolico. Durante un incontro con il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, il 19 maggio, Leone aveva leggermente smorzato tali speculazioni quando ha commentato che non era ancora stato deciso dove avrebbe vissuto.
Ma proprio come è accaduto con l’uso da parte di Leone della residenza estiva di Castel Gandolfo – un’altra consuetudine papale che Bergoglio aveva evitato – sembra che egli riporterà un certo senso di normalità riguardo alla residenza del papa in Vaticano.
Il ritorno di Leone XIII al Palazzo Apostolico porterà con sé alcune decisioni chiave su chi ricoprirà ruoli chiave nella Casa Pontificia. Diversi membri del personale della Casa Pontificia sotto Bergoglio sono rimasti temporaneamente al loro posto, tra cui monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia.
Tuttavia, la carica di prefetto della Casa Pontificia è vacante dalla partenza dell’arcivescovo Georg Gänswein nel febbraio 2023.
È possibile che Leone decida di seguire l’esempio di Benedetto e di nominare il suo segretario particolare prefetto della Casa Pontificia. È anche possibile che il ruolo venga affidato alla Sapienza, che negli ultimi anni è stata di fatto il funzionario di grado più alto della Casa Pontificia.
Leo prenderà anche decisioni sui segretari assistenti. Sebbene padre Rimaycuna sia il suo segretario principale, questa settimana il Papa è stato assistito da padre Daniel Pellizzon, durante la breve assenza di Rimaycuna.
La presenza di Pellizzon con il pontefice è degna di nota, poiché era un confidente molto stretto di Papa Francesco, insieme al cardinale Victor Manuel Fernández. Gli stretti legami di Pellizzon con Fernández e Francesco risalgono a diversi anni fa, quando erano in Argentina.
Circolavano voci secondo cui il sacerdote argentino sarebbe tornato in patria dopo la morte di Francesco, ma la sua presenza smentisce definitivamente tali voci.
Se Pellizzon rimanesse al servizio di Leone, ciò renderebbe molto più probabile la continuazione dell’incarico di Fernández come prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede.
Come molti incarichi nella Curia Romana, tuttavia, Leone si è preso il suo tempo prima di annunciare cambiamenti o nomine temporanee. Tali rivelazioni sono attese per questo autunno, quando la vita quotidiana del Vaticano tornerà alla normalità dopo il periodo di calma estiva.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Concilio Vaticano II, mons. Viganò contro papa Leone
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha affidato a X un commento sulle recenti parole del papa riguardo il Concilio Vaticano II.
«Chi si aspettava un qualche esame di coscienza da parte di Leone dopo sessant’anni di immani disastri, è servito: Prevost ci invita a riscoprire l’indole profetica del Concilio Vaticano II – «aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa» – e ad attuarne con maggiore convinzione le riforme».
«Dinanzi alla rovina e alle macerie di sessant’anni di “primavera conciliare”, ammetterne il fallimento richiederebbe un minimo di buona fede purtroppo assente nei fautori della rivoluzione conciliare, i quali usarono come grimaldello un “concilio” per introdurre i principi rivoluzionari nella Chiesa Cattolica, provocando così la sua demolizione dall’interno» scrive il monsignore.
Chi si aspettava un qualche esame di coscienza da parte di Leone dopo sessant’anni di immani disastri, è servito: Prevost ci invita a riscoprire l’indole profetica del Concilio Vaticano II – «aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa» – e ad attuarne con maggiore… https://t.co/HreWBrWeA8
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) January 8, 2026
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«Da Roncalli in poi, la presa di distanza della chiesa conciliare rispetto alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana è proseguita inesorabile, giungendo con Bergoglio a teorizzare la “sinodalità” come ultimo sfregio rivoluzionario al papato voluto da Nostro Signore» dice il prelato lombardo.
«Non stupisce che Leone, ultimo esponente della chiesa conciliare e sinodale, dichiari di voler “andare incontro all’umanità” proprio applicando l’unico “concilio” che invece di chiamare le pecore disperse nell’unico Ovile sotto l’unico Pastore come hanno fatto tutti i Sacrosanti Concili Ecumenici, ha invece aperto l’ovile, ne ha disperse le pecore e vi ha fatto entrare lupi e mercenari».
Non si tratta della prima condanna che monsignor Viganò emette contro il Concilio e i suoi seguaci di tutti i livelli.
«Chi aderisce consapevolmente a questo “concilio” si rende responsabile della demolizione della Chiesa Cattolica e ratifica con la propria complicità il golpe conciliare e sinodale» aveva tuonato l’arcivescovo pochi mesi fa.
Ancora quattro anni fa l’arcivescovo disse che «tutto ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso, ha svuotato chiese, seminari e conventi, ha distrutto le vocazioni ecclesiastiche e religiose, ha prosciugato ogni slancio spirituale, culturale e civile dei Cattolici, ha umiliato la Chiesa di Cristo e l’ha confinata ai margini della società, rendendola patetica nel suo tentativo maldestro di piacere al mondo».
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Come riportato da Renovatio 21, in un’omelia del novembre 2024 Viganò dichiarò che i papi e i vescovi del Concilio Vaticano II «usarono il loro «concilio» non per combattere i nuovi errori, ma per introdurli nel sacro recinto; non per restaurare la sacra Liturgia, ma per demolirla; non per raccogliere il gregge cattolico intorno ai Pastori, ma per disperderlo e abbandonarlo ai lupi».
In un testo precedente fa Sua Eccellenza aveva scritto dell’«unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II, la sua ecclesiologia, la sua morale, la sua liturgia, i suoi santi e martiri e soprattutto i suoi scomunicati e i suoi eretici, ossia i «tradizionalisti radicali» non addomesticabili alle nuove istanze sinodali».
La catastrofe non solo religiosa causata dal Concilio è stata spiegata in un’intervista ad una testata francese dello scorso anno: «La chiesa del Vaticano II, che ci tiene tanto a definirsi così in antitesi alla “chiesa preconciliare”, ha posto le basi teologiche alla dissoluzione della società. Tutti gli errori dottrinali del Concilio si sono tradotti in errori filosofici, politici e sociali dagli esiti disastrosi per le Nazioni cattoliche».
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