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Pensiero

Occidente, isola dei morti che divora se stessa

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Se vogliamo ricomporre la dinamica del caos in cui oggi siamo immersi, mettendo da parte il destino e la necessità, dobbiamo affidarci al principio di causalità, che è il cardine di ogni riflessione. E poiché si tratta appunto di un caos tutto umano, non possiamo non risalire alle possibili degenerazioni di quella ragione, distintiva degli umani, che del vivere comune dovrebbe essere il principio ordinatore e di cui l’occidente in particolare si è preteso l’elaboratore privilegiato.

Del resto, che il dono del pensiero nascondesse anche il veleno della sua pericolosità, se malamente impiegato, era stato ben compreso dagli antichi. Essi avevano già presagito il rischio contenuto anche nel vantaggio del progresso tecnico in cui la razionalità si è manifestata, nonché le implicazioni morali e spirituali per le quali i vantaggi oggettivi possono rovesciarsi nel loro contrario e determinare il deterioramento delle coscienze e dell’autocoscienza, con il superamento di quel limite, e di quella misura, che per i Greci devono governare tutta l’esistenza umana.

 

Il Prometeo eschileo ammette con lungimirante consapevolezza: «ho impedito agli uomini di rendersi conto della propria condizione mortale. Ho dato a loro le cieche speranze». Dunque, egli vede già le conseguenze di ogni miserabile illusione di onnipotenza, mentre il Coro impietosamente aggiunge: «adesso gli uomini possiedono il fuoco fiammeggiante. Ma la tecnica è molto più debole della necessità». Il progresso della tecnica va di pari passo, inoltre, con la evoluzione in senso scientista del pensiero filosofico.

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Non per nulla è proprio nella modernità che comincia a riaffiorare la coscienza che la degenerazione del pensiero occidentale avrebbe potuto condurre a conseguenze catastrofiche. Non occorre arrivare alla critica nicciana portata alla filosofia socratica, nella Nascita della tragedia, o a quella della ragione filosofica di Voltaire.

 

Già potentissima era stata la critica di Vico al razionalismo cartesiano e alla estenuazione della metafisica. Nella Scienza Nuova, nell’Italia tra sei e settecento, e in particolare in una Napoli conquistata appunto dal pensiero cartesiano, egli preconizzava una «seconda barbarie» prossima ventura, quale esito della degenerazione del pensiero filosofico e della falsa civiltà che su di esso si intendeva costruire.

 

Al centro della sua critica sta la considerazione che il metodo matematico non è applicabile all’uomo. Infatti «i popoli maturi distruggono con la ragione tutti i valori e tendono a disgregare la società, e si preparano la barbarie della riflessione», una barbarie che deriva dal distacco del verum dal factum, i quali invece si «convertono vicendevolmente». Insomma, quella «aedequatio rei et intellectus» di Tommaso.

 

Del resto, da una distorta percezione dei fatti e della loro intrinseca verità deriva una distorta formazione del giudizio, una distorta concezione dell’etica, della politica, della cultura e, alla fine, una diversa antropologia. Fenomeni che ora tocchiamo con mano.

 

La critica di Vico sarà ripresa dopo di lui anche in una prospettiva teologica. E tornerà con insistenza nell’insegnamento di Benedetto XVI, mai abbastanza studiato e compreso dai benpensanti cattolici. Ma era tornata con prepotenza nella analisi sociologica e anche filosofica dei pensatori della cosiddetta Scuola di Francoforte, a cavallo tra le due guerre mondiali, e poi ripresa nel dopoguerra con la pubblicazione della Dialettica dell’Illuminismo, in cui si analizza appunto come la supposta forza liberatrice dei «lumi» portati dalla ragione si sia rovesciata in una forma totalitaria di dominio.

 

Tanto che il suo incipit folgorante continua a rappresentare l’immagine che meglio di ogni altra rispecchia la realtà del nostro tempo. «L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura».

 

La profezia eschilea vi figura totalmente realizzata. Eppure, il mondo contemporaneo continua a rimanere abbarbicato alla sempre rinnovata e pervasiva visione scientista, e ad ignorare la ricerca di un bene superiore comune quale valore assoluto e imprescindibile. Continua a inverare il motto di Bacone «scientia propter potentia».

 

Horkheimer e Adorno hanno analizzato quale sia stata la applicazione del pensiero calcolante ai processi economici moderni a partire dalla rivoluzione industriale e come essa abbia prodotto la reificazione dell’uomo, con un conseguente vero e proprio mutamento antropologico. Un mutamento che oggi ha assunto aspetti grotteschi.

 

Di qui la Dialettica dell’illuminismo è incentrata sulla torsione della ragione occidentale che, dopo avere preteso in via filosofica di liberare l’uomo da ogni forma di superstizione, in primis da quella individuata nella dottrina e nella fede cattolica, di cui si doveva fare tabula rasa, ha creato nuove forme di assoggettamento e nuove superstizioni. «La liberazione andò ben oltre le intenzioni e la economia mercantile scatenata era insieme la figura attuale della ragione e la forza dava scacco alla ragione». Infatti, essa, intesa come pensiero calcolante fondato sulla quantità misurabile matematicamente, nella nuova civiltà mercantile nata dalla rivoluzione industriale si è trasformata in uno strumento di dominio.

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Un rovesciamento paradossale, dunque, foriero di catastrofi morali e materiali. Infatti «la ragione è affine alla violenza o alla mediazione, a seconda di chi l’adopera. La pace e la guerra, la tolleranza e la repressione viene fatta apparire come un “dato” a seconda delle situazioni dell’individuo e dei gruppi. Il pensiero diventa completamente un organo e retrocede a “natura”».

 

Quegli studiosi avevano avuto modo di osservare in profondità i fenomeni da esuli nel pianeta americano, dove quell’assetto socioeconomico che si andava formando anche in Europa era già radicato. Si fermarono ad analizzare le ricadute del pensiero calcolante sulla società di massa e gli effetti già evidenti della industria culturale destinata a diventare progressivamente una delle manifestazioni più appariscenti del potere e una delle armi più potenti per la sua conservazione.

 

Se «l’illuminismo si era impegnato in senso liberatorio e aveva dato corso alla libera economia, alla luce della ragione illuminata si è dissolta come mitologica ogni devozione che si ritenesse oggettiva e fondata sulla realtà, e tutti i vincoli tradizionali sono incorsi nell’interdetto, compresi quelli che erano necessari all’esistenza dello stesso ordine borghese e a quel minimo di fede senza il quale il mondo borghese non può esistere».

 

Non solo, come abbiamo ora sotto gli occhi più che mai, «il principio antiautoritario doveva rovesciarsi nel proprio opposto: la liquidazione di ogni norma direttamente vincolante permette al dominio di decretare sovranamente gli obblighi che via via gli convengono e di manipolarlo a suo piacimento». Una profezia che non potrebbe essere più puntuale di fronte alla messa al bando in via governativa di ogni principio costituzionale e al sovvertimento dei poteri istituzionali.

 

Tuttavia, quegli autori non avevano ancora potuto osservare in profondità come quella degenerazione si fosse estesa dalla teoria e alla prassi con riguardo ad altri fenomeni catastrofici che hanno preso forma compiuta nei decenni successivi.

 

Basti prendere in considerazione due campi in cui quel pensiero calcolante libero da orpelli di ordine morale si è manifestato in modo stupefacente: quello della guerra e dei cosiddetti rapporti internazionali, e quello della morale individuale e dell’etica comunitaria.

 

Come è noto, negli anni della pubblicazione di Dialettica dell’Illuminismo, l’equilibrio dei rapporti tra le potenze dotate di armi atomiche teneva ancora congelata la volontà di espansione indiscriminata statunitense, che esploderà trionfalmente con la prima guerra del Golfo, imponendo ufficialmente allo stesso concetto di guerra un contenuto e un significato che doveva cambiarne anche la percezione comune.

 

Di certo l’imposizione di questo cambiamento era già stata tentata alla fine della prima guerra mondiale con la criminalizzazione del nemico, non più hostis ma criminale, appunto, cosa che Schmitt aveva già colto ante litteram. Una criminalizzazione ad uso dei vincitori prima dei bombardamenti a tappeto sulle popolazioni civili e prima delle bombe atomiche impiegate a scopo sperimentale e correttivo insieme e che godranno paradossalmente della più completa impunità.

 

Il pensiero calcolante si contrappone a un pensiero guidato da una logica benevola, cioè teleologicamente al servizio dell’uomo e non ad un utile parziale, all’interesse «di parte» di una oligarchia di potere spinta ossessivamente dallo spirito di conquista mascherato con ideali fasulli.

 

Un orizzonte in cui anche il significato della guerra viene reimpostato, con il ripudio implicito dello jus ad bellum e dello jus in bello faticosamente elaborati da un pensiero filosofico che aveva sperato di correggere le tentazioni distruttive sempre fatalmente riaffioranti nel tempo.

 

L’utilitarismo angloamericano traccia tutto un nuovo nefasto orizzonte «ideologico» sulla guerra, che impone la distruzione mirata e pedagogica della popolazione civile attraverso il bombardamento a tappeto e, secondo la dottrina di Churchill già applicata in Europa, la distruzione delle città d’arte allo scopo di fiaccare gli animi cancellando la storia. E questa è forse la forma fra le più barbariche in cui si è espresso il pensiero calcolante.

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Nel dopoguerra, il Vietnam, con i suoi esiti tragici, contiene già il paradigma micidiale della guerra statunitense, del resto risalente al tempo della prima conquista, dove la sproporzione dei mezzi cambia la guerra in massacro. Mentre anche la logica diabolica della produzione bellica si sposa felicemente con l’ossessione della conquista e del dominio.

 

Ma è stata la prima guerra del Golfo ad arricchirsi di un nuovo elemento: la spettacolarizzazione che, almeno nelle battute iniziali, doveva fornire una nuova percezione della guerra, del tutto lontana dalla realtà oggettiva, e a produrre, smaterializzando gli eventi, la sublimazione di ogni disvalore etico, neutralizzato insieme al possibile giudizio morale.

 

Molti di noi possono ricordare di avere assistito a quel film surreale trasmesso in via televisiva, in cui comparivano soltanto tante luci intermittenti nella notte e senza ombra di morte. Non vi sarebbero comparsi i centocinquantamila morti a fronte dei centoventiquattro americani caduti anche per fuoco amico. Tuttavia, l’illusione filmica durò poco e presto si ebbero anche le immagini della distruzione dall’alto dell’esercito iracheno in fuga.

 

Intanto è stata creata un’etica truffaldina di supporto. È nata con stupefacente insolenza la guerra umanitaria e in seguito, con grande sprezzo del ridicolo, anche la generosa esportazione della democrazia che, tra l’altro, manca del tutto nei magazzini degli esportatori, insieme ai limitrofi e altrettanto equivoci diritti umani, recipiente linguistico a contenuto variabile ma fornito di una studiata capacità suggestiva.

 

Sul tema, prima del Bombardamento etico di Costanzo Preve, venne pubblicato in quegli anni un libro doppiamente profetico: Fuori dall’ Occidente di Alberto Asor Rosa, dove il tema della guerra, che si riproporrà con tutte le altre guerre puntualmente inscenate dall’impero statunitense, viene messo in relazione con l’Apocalisse di San Giovanni.

 

Doppiamente profetico, perché da un lato vediamo previsti in controluce più o meno tutti fenomeni di cui siamo oggi impotenti spettatori. Dall’altro, perché associa lo svolgimento mostruoso degli avvenimenti presenti e presentiti, che di fatto si sono succeduti dalla prima guerra del Golfo ai giorni nostri, al quadro apocalittico giovanneo, cioè alla visione profetica della lotta estrema tra Bene e Male.

 

In questo spazio temporale, la degenerazione del pensiero «occidentale» si è dispiegata in pieno come volontà di potenza di quel nuovo Occidente politicamente definito che ha risucchiato in sé l’antico Occidente europeo ormai reso impotente sia materialmente sia intellettualmente in quanto sottomesso del tutto al primo.

 

Altre micidiali «guerre» programmate a tavolino, hanno inscenato gratuitamente e in forma delittuosa immani catastrofi di morte e distruzione, e proprio quando, con il nuovo 89, era sembrato nella euforia di un momento che dovesse ormai instaurarsi la pace universale nel superamento del dissidio ideologico.

 

Ma la prima guerra del Golfo era venuta appunto a mostrare che a una pace fittizia fondata sull’equilibrio delle forze era succeduta l’era della guerra come programma planetario istituito stabilmente e gestito da una sola potenza egemone. Che non solo non sarebbe stata ammessa contraddizione, ma anzi sarebbe stata dettata anche la lettura obbligatoria di quel programma di cui dovevamo rimanere spettatori impotenti.

 

Non per nulla Asor Rosa esordisce ricordando di avere tratto l’ispirazione per la sua «scrittura» nella fase tragica e decisiva della guerra del Golfo, perché gli «sembrò incredibile che potesse restare senza risposta sia l’immanità dell’evento, sia l’immanità della rimozione che subito dopo ne fu compiuta, con la stessa disinvoltura con cui si può sopprimere uno schermo luminoso, azionando il pulsante di un televisore».

 

«La spettacolarizzazione senza vera rappresentazione della realtà» aveva neutralizzato l’orrore della guerra. Da quella rappresentazione mancavano le ragioni, mancava il conflitto. Il nichilismo potenziale che il conflitto mortale porta con sé è arrivato alla sua massima risoluzione agghiacciante; è restata la guerra senza il principio del conflitto: la fine del conflitto ha istituzionalizzato e legittimato il governo del male.

 

Di qui anche l’idea, per l’autore, di una rilettura dell’Apocalisse che, per la contiguità impressionante delle immagini evocate, avvicina gli eventi contemporanei ai temi del libro profetico. Temi che una stupefacente serie di arazzi antichissimi conservati nel castello di Angers aveva tradotto in impressionanti immagini allegoriche capaci di rispecchiare ancora perfettamente l’eternità e quindi l’attualità del messaggio apocalittico.

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È oggi più che mai sotto i nostri occhi come quella torsione dello stesso concetto di guerra, diventata prassi consolidata, si sia ripresentata puntualmente nella soluzione finale allestita a Gaza dal potente vassallo israeliano. Appare tutta dispiegata quella concezione barbarica alla quale si era cercato un antidoto in epoca moderna, quando un pensiero veramente evoluto aveva relegato quel fenomeno in un passato da cui la civiltà del secondo millennio dopo Cristo intendeva prendere le distanze.

 

In una visione di certo ottimistica, pensatori come Grozio e Alberigo Gentili avevano cercato di teorizzare la messa in forma della guerra e di gettare le basi di quel diritto internazionale tanto fragile e velleitario da non costituire un argine sicuro per le prepotenze umane, ma capace comunque di rappresentare un richiamo stabile al primato della retta ragione sulle incontrollate pulsioni e passioni del potere e dei popoli.

 

Ora, invece, il modello ispiratore di questo occidente ideologicamente definito sembra essere quello dello sterminio sistematico dei Sassoni allestito da Carlomagno; uno diventato, per ironia della sorte, il patrono della nuova Europa partorita dal feudatario statunitense in virtù dei «valori comuni».

 

Come è noto, Apocalisse è Rivelazione, ricorda il nostro autore, ma il senso comunemente attribuito è quello di catastrofe, e «c’è una immensa sapienza in questa storia di parole. Perché per la prima volta nella storia c’è uno stato che può farsi da solo giudice, gendarme e boia. Infatti, chi ha assunto di fatto il potere egemone, si è dato anche la funzione di giudice e il potere insindacabile di intraprendere impunemente tutte le guerre inanellate dopo il secondo conflitto mondiale di cui si è eletto a vincitore perpetuo. Lo stesso diritto internazionale elaborato dal pensiero europeo è stato definitivamente soppresso perché ridotto a mera figura retorica dai sedicenti portatori di “valori” politici pubblici e privati detti riassuntivamente “democratici”. In altre parole, non è stato eliminato da chi, violandolo, ne ha confermato l’esistenza, ma da quanti hanno rivendicato, per fatti concludenti, il diritto di negarne l’esistenza».

 

A cominciare da quello che ne dovrebbe essere il cardine etico, ovvero il principio del «pacta sunt servanda», seppellito con irridente disinvoltura dai sottoscrittori «occidentali» degli accordi di Minsk.

 

Ma altrettanto appariscente è la degenerazione del pensiero occidentale che, invadendo il campo dell’etica, sembra trapassare semplicemente nella demenza.

 

Il sovvertimento di ogni principio morale applicato alla sfera della vita famigliare e sessuale, con il miraggio primario e ossessivo di catturare la coscienza infantile, mostra come quella degenerazione sia giunta a forma compiuta.

 

Qui si squadernano tutti gli equivoci alimentati anche dal pensiero filosofico attorno al concetto di natura e a quello limitrofo di legge naturale. Qui la manipolazione delle parole e dei concetti e la arbitrarietà delle definizioni mettono in moto il congegno perverso con cui una logica fasulla pretende di funzionare a partire da premesse arbitrarie.

 

È indubbio che i giochi di prestigio allestiti con lo sventolio delle bandierine delle libertà e dei diritti, delle emancipazioni e delle uguaglianze e delle simmetriche oppressioni, abbiano alzato una cortina fumogena sulle capacità cognitive di molti «operatori culturali» nella politica, nella scuola di ogni ordine e grado, per non parlare di una Chiesa afflitta da insolubili problemi tecnici di ristrutturazione.

 

In ogni caso, la stessa campagna omosessualista, insieme a quelle contigue del neofemminismo linguisticamente attrezzato e del genderismo dai larghi orizzonti, è il prodotto organizzato e ben orchestrato secondo i canoni della industria capitalistica dai potentati dell’impero in dissoluzione morale e culturale.

 

Sulla strada imboccata dalla degenerazione del pensiero occidentale a trazione statunitense, si è posta obbediente l’Europa alacremente impegnata a creare una nuova illuminata antropologia. Mentre imperdonabile è stata considerata anche dai vassalli occidentali la resistenza della Russia e della sua Chiesa. E si capisce: il male, se non risulta condiviso, comincia a perdere la propria forza propulsiva.

 

Gli autori della Dialettica dell’Illuminismo non avevano fatto in tempo a considerare questo sbocco concreto e particolare del pensiero occidentale. Ma ne avevano messo in conto la possibilità analizzando la parte assunta da De Sade nella distruzione illuministica della morale familiare e sessuale. Quel pensiero nefando e nefasto si era calato tutto senza riserve di sorta nelle pagine di Juliette e Justine, sulle quali essi si soffermano a lungo. Anche su quel versante, infatti, l’illuminismo aveva dato il meglio di sé, rovesciandosi nell’abominio.

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Senza contare però che il rivoltante disfacimento morale, propagandato da De Sade, alla fine si trovò a cozzare con le altrettanto distruttive esigenze pratiche napoleoniche quando il grande conquistatore, anche egli figlio di una rivoluzione illuminata, si trovò a dover convincere le madri di Francia a mandare al massacro i propri figli. Cosa che gli riuscì se, alla fine della sua mortifera parabola, quello era rimasto solo un Paese di donne.

 

Ora il genderismo di importazione si articola soprattutto in transgenderismo e su questo si appunta l’illuminata attenzione di amministratori pubblici, autorità accademiche e clinici in carriera.

 

Questo robusto impegno culturale non lascia inutile spazio ai venti di guerra che soffiano da ogni parte a distanza ravvicinata, non rientra nel mansionario di amministratori e accademici studiare la deriva economica di un Paese sotto ricatto, e tanto meno le difficoltà esistenziali di tanti amministrati e concittadini, per non dire di quelle legate alla dissoluzione programmata del sistema sanitario. L’ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Padova organizza un importante convegno su «La salute delle persone transgender».

 

Ma le metastasi del pensiero occidentale ridotto allo stremo, e non per questo meno dannoso, si esprimono in tanti modi. Non ultimo il conferimento della laurea post mortem alla vittima di un delitto di sangue. Qui non c’è neppure il rovesciamento della funzione liberatrice della ragione illuminata, c’è soltanto la sua dismissione per non uso, secondo il tranquillizzante principio di irresponsabilità.

 

Ma forse il buon senso finirà per prevalere, magari quando le vittime di questa demenza presenteranno il conto del proprio tempo perduto.

 

In fondo, se si riattiva questa facoltà primordiale che ha a che fare più propriamente con la ragione, e mantiene di fronte a ogni avversità la propria funzione salvifica, tutto questo ciarpame può tornare a liquefarsi nel secchio dei rifiuti.

 

Forse l’occidente europeo potrebbe ritrovare la funzione autentica di una razionalità al servizio della verità delle cose.

 

Nelle pagine conclusive di Fuori dall’occidente leggiamo: «una Riforma si ha soltanto in interiore homini: ovvero passando attraverso la propria anima si può uscire dall’Occidente, e dalla seconda barbarie da cui siamo travolti».

 

Un’anima che ovviamente non ha nulla a che fare con quella che la Thatcher intendeva conquistare in nome del neoliberismo, e che anzi si pone contro l’orizzonte assiologico della signora. Si tratta di ritrovare l’orientamento al Bene anche se bisogna superare l’ostacolo dell’indifferentismo. Che è un modo di vita al servizio del potere, ed è la forma compiuta e perversa della degenerazione della ragione.

 

L’indifferentismo è lo strumento aggiornato con cui il potere politico militare ed economico riesce a prevenire ogni moto di rivolta, o a renderlo innocuo. Quello che è riuscito a far crollare le antiche mura della Chiesa, sopra una massa dei fedeli incapaci di pensiero e di giudizio. Che ha fatto dismettere tutto il patrimonio culturale accumulato dall’Occidente europeo sotto il peso invasivo di un altro occidente.

 

Solo contro questa forma di nichilismo è forse possibile tentare la risalita.

 

Patrizia Fermani

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

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Pensiero

Maldini, povera Italia

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Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.   Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.   Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.   Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.   Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).   Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.   È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.   Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.   «Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.   «Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».   «Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».   «Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».   Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».   C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.   Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.   Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».    «È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.   L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».   «Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».    Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.   Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.   Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.   Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.   Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.   Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.   Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.   Francesco Rondolini  

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Geopolitica

Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21

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Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.

 

Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.

 

Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.

 

Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.

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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.

 

«Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».

 

«Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.

 

«È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si  è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».

 

«Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».

 

«Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.

 

«È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».

 

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Pensiero

Arriva la «scomunica marinata»?

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Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.   Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.   La scummunica è uguale ar marfrancese, Che tte penetra l’osse a la sordina, E tte manna a fà fotte in men d’un mese.   Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese, Doppo der cedolon de stammatina?   Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.   L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.   La scummunica inzomma è una parola Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa, L’ubbidissce ar momento, e vve conzola Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.   Abbasta una scummunica, una sola, Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa! Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola A bbenedillo, bbutta via la spesa.   Domenica er Curato l’ha spiegata, E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete La scummunica nata e mmarinata.   Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete, Un sputo, una scorreggia, una pissciata Ve pò scummunicà cquanno volete.„   Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.   Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.   Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.   La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.   Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.   A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.   Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.   C’era una vorta un Re cche ddar palazzo Mannò ffora a li popoli st’editto: “Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”   Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».   I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.   Anvedi.   Roberto Dal Bosco  

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