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Geopolitica

Netanyahu, primo ministro messianico. I Paesi Arabi reagiscono alle dichiarazione sul Grande Israele

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Il primo ministro israeliano Benjamino Netanyahu ha dichiarato in un’intervista a i24 News, di sentirsi impegnato in una «missione storica e spirituale» e di essere «molto» legato alla visione del Grande Israele, che include le aree destinate a un futuro stato palestinese e forse anche aree che fanno parte degli attuali Giordania ed Egitto. Lo riporta il Times of Israel.

 

Alla domanda se si senta legato alla «visione del Grande Israele», Netanyahu ha risposto: «moltissimo».

 

L’intervistatore ha anche chiesto a Netanyahu se si senta impegnato in una missione per conto del popolo ebraico. Netanyahu ha risposto di essere «impegnato in una missione che abbraccia generazioni: ci sono generazioni di ebrei che sognavano di venire qui e generazioni di ebrei che verranno dopo di noi».

 

«Quindi, se mi chiedete se ho un senso di missione, storicamente e spiritualmente, la risposta è sì», ha detto.

 


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Non sono tardate le reazioni dei Paesi limitrofi alle dichiarazioni del premier dello Stato Giudaico.

 

Diversi governi arabi hanno reagito furiosamente all’intervista televisiva in cui Bibi ammetteva di sentirsi legato alla visione del «Grande Israele», una visione che giocoforza prevede l’invasione dei territori di una grande porzione di Medio Oriente.

 

Arabia Saudita, Qatar, Giordania e Lega Araba hanno rilasciato dichiarazioni in cui condannavano i commenti di Netanyahu e avvertivano che minacciavano la stabilità regionale e globale, secondo quanto riportato dal Times of Israel.

 

Il ministero degli Esteri giordano ha dichiarato in una nota di condannare le dichiarazioni di Netanyahu, definendole una «pericolosa e provocatoria escalation».

 

Anche il ministero degli Esteri egiziano ha condannato le dichiarazioni, affermando che il Cairo aveva chiesto chiarimenti a Israele, date le «implicazioni di provocare instabilità e riflettere un rifiuto del perseguimento della pace nella regione, nonché un’insistenza sull’escalation».

 

In una sua dichiarazione, il ministero degli Esteri del Qatar ha espresso «condanna e denuncia» dei commenti di Netanyahu, «considerandoli un’estensione dell’approccio dell’occupazione basato sull’arroganza, che alimenta crisi e conflitti».

 

La dichiarazione della Lega Araba ha definito i commenti di Netanyahu una «palese violazione della sovranità degli stati arabi e un tentativo di minare la sicurezza e la stabilità nella regione».

 

La Resistenza anti-occupazione ha tuttavia espresso dubbi sulla sincerità di Giordania ed Egitto, sottolineando che Giordania ed Egitto hanno entrambi intercettato missili diretti verso Israele «talvolta ferendo i propri cittadini, al fine di difendere l’entità sionista, che dichiara apertamente la sua intenzione di espandere l’occupazione nei loro territori».

 

Come noto, quello di Netanyahu è il governo più estremista della storia dello Stato Ebraico, dominato da quella che la stessa stampa israeliana (a cui ancora, non si sa per quanto, è consentito dissentire) ha definito come una «gang messianica».

 

I ministri sionisti religiosi (come Bezalel Smotrich) e secolaristi di estrema destra (come Itamar Ben Gvir) non fanno mistero del loro concetto di «Grande Israele» (in ebraico Eretz Yisrael Hashlema, «tutta la terra d’Israele»), un’espressione con significati biblici e politici spesso utilizzata, in modo irredentista, per riferirsi ai confini storici oppure ai confini desiderati di Israele.

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Il Grande Israele è di fatto un super-Stato i cui confini sarebbero descritti dalla Bibbia estendendosi oltre che nell’intero territorio odierno dello Stato Ebraico, anche nei territori palestinesi, nel Libano, in molta parte della Siria, in Giordania, in una certa porzione dell’Egitto, nell’Arabia Saudita e nell’Iraq.

 

Il Movimento per il Grande Israele, noto anche come Movimento per la Terra d’Israele, è stata un’organizzazione politica in Israele durante gli anni Sessanta e Settanta che sottoscriveva l’ideologia oan-israelista fondato nel luglio 1967, un mese dopo che Israele aveva catturato la Striscia di Gaza, la Penisola del Sinai, la Cisgiordania e le Alture del Golan nella Guerra dei sei giorni. Il movimento invitava il governo israeliano a mantenere le aree catturate e a colonizzarle con popolazioni ebraiche.

 

Alcune voci accademiche israeliane promuovono la ricostruzione del Terzo Tempio di Gerusalemme come necessità per tornare al Grande Israele.

 

Secondo una teoria sostenuta da avversari dello Stato Ebraico come Yasser Arafat ed Hamas, il concetto di Grande Israele sarebbe presente già a partire dalla bandiera, dove le due linee blu rappresenterebbero il Nilo e l’Eufrate intesi come confini di Israele secondo la promessa di Dio.

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Geopolitica

Trump è «molto serio» sull’annessione della Groenlandia: parla la premier danese

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Il primo ministro danese Mette Frederiksen ha avvertito che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a essere «molto serio» riguardo all’annessione della Groenlandia, pur avendo recentemente moderato la sua retorica sull’uso della forza militare per impossessarsi del territorio artico ricco di risorse.   Come notissimo, Trump ha espresso più volte il desiderio di acquisire il territorio autonomo danese, motivandolo con la sua posizione strategica e con le presunte minacce provenienti da Russia e Cina – affermazioni respinte da Copenaghen, Mosca e Pechino. Sebbene in un primo momento non avesse escluso il ricorso alla forza militare, il mese scorso ha annunciato un accordo quadro con il Segretario Generale della NATO Mark Rutte.   Intervenendo sabato alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, la Frederiksen ha sostenuto che la minaccia non è affatto svanita, definendo la pressione sulla Groenlandia «inaccettabile».   «Purtroppo, il presidente degli Stati Uniti rimane molto serio», ha affermato, aggiungendo che «il popolo della Groenlandia non è mai stato minacciato da nessuno prima».

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Sebbene Copenaghen sia disponibile a collaborare con Washington per consentire una presenza militare ampliata, la Frederiksena ha precisato che «ci sono, ovviamente, cose su cui non si può scendere a compromessi», come la sovranità e l’integrità territoriale.   «Ora abbiamo un gruppo di lavoro. Cercheremo di trovare una soluzione… faremo tutto il possibile, ma ovviamente ci sono limiti che non verranno superati», ha dichiarato venerdì, al termine di un incontro di 45 minuti con il Segretario di Stato americano Marco Rubio. I dettagli dei colloqui non sono stati resi noti.   Il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha espresso le proprie preoccupazioni, definendo «oltraggioso» il fatto che i groenlandesi siano minacciati da un membro della NATO.   La Frederiksena aveva avvertito il mese scorso che le minacce di annessione potrebbero compromettere «tutto», inclusa l’alleanza militare a guida statunitense. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha criticato la posizione di Washington, definendo il «momento Groenlandia» la dimostrazione che l’amministrazione Trump è «apertamente antieuropea».   Come riportato da Renovatio 21, Trump ha dichiarato che la Groenlandia serve per ragioni di difesa, esplicitamente dicendo che vi sarà installato il sistema di scudo stellare Golden Dome. La volontà di annettere l’isola polare è stata ribadita apertis verbis anche nel suo storico discorso al World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio.   Un mese fa Trump ha affermato, slatentizzando quasi totalmente il principio della sua nuova politica estera, di «non aver bisogno» del diritto internazionale.    

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Animali

Il capo della NATO Rutte rivela di aver parlato con un cane

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Il segretario Generale della NATO Mark Rutte ha affermato di aver avuto un dialogo con un cane nel corso del suo più recente viaggio a Kiev, mentre insisteva sulla necessità di proseguire con gli aiuti militari all’Ucraina. Queste parole sono state pronunciate durante un dibattito congiunto con il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, svoltasi sabato.

 

Rutte si era recato nella capitale ucraina all’inizio di febbraio, occasione in cui aveva garantito che i paesi occidentali avrebbero mantenuto il proprio impegno, arrivando persino a ipotizzare l’invio di truppe in Ucraina, ipotesi giudicata inaccettabile da Mosca.

 

Sabato ha rievocato quella visita, menzionando in particolare l’incontro con un cane addestrato alla ricerca di esplosivi di nome Patron, il cui nome in ucraino significa «cartuccia di proiettile».

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Il Jack Russell Terrier del Servizio di emergenza statale ucraino è diventato una vera e propria mascotte per Kiev nel contesto del conflitto con la Russia ed è stato protagonista di una serie di cartoni animati su YouTube, finanziati attraverso i programmi di sovvenzioni dell’USAID e successivamente sospesi dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sciolto l’agenzia.

 

«Ho persino guardato il cane negli occhi e mi ha detto: “Non cederemo mai”», ha dichiarato Rutte, ribadendo l’urgenza di un sostegno più deciso a Kiev. Ha poi proseguito sottolineando che il conflitto ha provocato numerose perdite alla Russia, invitando i sostenitori occidentali di Kiev ad «assicurarsi» che l’Ucraina disponga «degli strumenti offensivi di cui ha bisogno… per colpire qualsiasi cosa debba colpire in Russia».

 

L’anno scorso il Rutte aveva suscitato perplessità quando, durante il vertice NATO all’Aia, aveva chiamato Trump «papà», così come per i suoi messaggi personali di adulazione al presidente statunitense, resi pubblici dallo stesso Trump in più occasioni.

 

Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso l’eurodeputata francese Nathalie Loiseau ha soprannominato il Rutte«dipendente del mese di McDonald’s», dopo che Rutte aveva assicurato a Trump il proprio impegno a individuare una «via d’uscita» al progetto del presidente statunitense di acquisire la Groenlandia.

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Immagine di NATO North Atlantic Threaty via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic

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Geopolitica

Zelens’kyj insulta Orban per la sua pancia

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha rivolto un nuovo attacco personale al primo ministro ungherese Viktor Orban, affermando che grazie a Kiev questi potrebbe «pensare a come farsi crescere la pancia» invece di impegnarsi a costruire un esercito efficiente. I due leader sono da tempo in contrasto a causa del rifiuto di Budapest di appoggiare l’Ucraina.   Lo Zelens’kyj ha tenuto il suo discorso sabato durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, sostenendo che l’Ucraina stia difendendo l’intera Unione Europea dalla Russia. «Sono gli ucraini a tenere il fronte europeo. Dietro il nostro popolo ci sono una Polonia indipendente e i liberi Stati baltici», ha dichiarato.   «E anche un solo Viktor può pensare a come farsi crescere la pancia, non a come far crescere il suo esercito per impedire ai carri armati russi di tornare nelle strade di Budapest», ha aggiunto, alludendo all’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 per soffocare la rivolta popolare.   L’insulto – definibile come fat-shaming secondo la categoria del politcamente corretto – ha provocato applausi da parte di un pubblico prevalentemente favorevole all’Ucraina e all’UE, che tende a giudicare negativamente Orbán per la sua opposizione a diverse politiche del blocco.

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Nella sua replica su X, Orban non ha risposto direttamente all’offesa, ma ha suggerito che le parole di Zelens’kyj «aiuteranno notevolmente gli ungheresi a vedere la situazione più chiaramente», specialmente in merito alle aspirazioni dell’Ucraina di entrare nell’Unione Europea.   «Questo dibattito non riguarda me e non riguarda voi. Riguarda il futuro dell’Ungheria, dell’Ucraina e dell’Europa. È proprio per questo che non potete diventare membri dell’Unione Europea», ha precisato.   Il mese scorso Zelens’kyj aveva già lanciato un’altra stoccata a Orban, dichiarando al World Economic Forum di Davos che «ogni Viktor che vive di soldi europei mentre cerca di svendere gli interessi europei merita uno schiaffo in testa».   Il primo ministro ungherese ha descritto Zelens’kyj come «un uomo in una posizione disperata», insinuando che il leader ucraino non abbia manifestato altro che ingratitudine. «Il popolo ucraino, naturalmente – nonostante i vostri insulti accuratamente scelti – può ancora contare su di noi per continuare a fornire al vostro Paese elettricità e carburante».   Orban ha continuato a opporsi al sostegno militare all’Ucraina, sostenendo che gli aiuti non farebbero altro che ostacolare il raggiungimento di un accordo di pace. L’Ungheria si è inoltre opposta alla candidatura di Kiev all’UE e alla NATO, argomentando che tale adesione esporrebbe il blocco a un confronto diretto con la Russia.

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