Spirito
Mons. Viganò sullo scontro tra Trump e Leone
Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
È comprensibile che molti Cattolici si sentano offesi e scandalizzati dalle esternazioni del Presidente degli Stati Uniti nei riguardi di Leone (1) , anche se non si può certo dire che Jorge Bergoglio durante il suo «regno» abbia risparmiato attacchi e provocazioni nei confronti di Donald Trump. L’intervento di quest’ultimo è inoltre contestuale alle dichiarazioni orchestrate contro di lui nel programma di propaganda 60 Minutes della CBS (2) , da parte di tre corrottissimi cardinali: Cupich, McElroy e Tobin; tre porporati notoriamente ultra-bergogliani e ultra-progressisti, appartenenti alla filiera dell’abusatore seriale Theodore McCarrick, legati a doppio filo con la Sinistra radicale woke, grandi elettori di Robert Prevost e suoi più stretti collaboratori.
Interpellato dai giornalisti sul post di Donald Trump, Leone ha risposto: «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di proclamare con forza il messaggio del Vangelo, che è ciò che credo di essere chiamato a fare, ciò che la Chiesa è chiamata a fare» (3) . Queste parole, apparentemente incontestabili sulla bocca di Prevost, possono però cambiare nettamente di significato, a seconda di come le si interpreta. Esse possono voler dire semplicemente: «Non ho paura del potere civile», a indicare la superiorità dell’autorità spirituale della Chiesa Cattolica su ogni autorità terrena; oppure, in senso diametralmente opposto: «Non ho paura di questa amministrazione», mentre in altri casi egli considera che sia legittimo avere paura e astenersi dal «proclamare con forza il messaggio del Vangelo».
E subito ci vengono in mente tutte quelle volte che abbiamo visto il Vaticano «temere» altre amministrazioni, tanto a Washington — specialmente quando le interferenze di Hillary Clinton e di John Podesta giungevano a far bloccare in Vaticano le transazioni bancarie del circuito SWIFT — quanto a Pechino, dove la Santa Sede si è ufficialmente impegnata con la dittatura comunista, mediante un Accordo segreto, a non «proclamare con forza il messaggio del Vangelo», ratificando a piè di lista le nomine episcopali dell’Associazione Patriottica cinese, senza che questo — a differenza delle Consacrazioni di Ecône — sia ritenuto un atto scismatico.
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In numerosi altri casi, Prevost e Bergoglio prima di lui, hanno pensato bene di tacere di propria iniziativa, forse perché la loro acquiescenza — quando non addirittura un’entusiastica cooperazione — era ciò che il Potere si attendeva dalla Chiesa conciliare e sinodale. Infatti, non appena proprio l’Amministrazione Trump ha interrotto il fiume di denaro che l’USAID versava alla USCCB e ai vari organismi della Chiesa Cattolica americana per favorire l’immigrazione, è iniziata la guerra aperta di tutti quei cardinali e vescovi che Clinton, Obama e Biden avevano sino a quel momento coperto di soldi.
In quegli anni di vacche grasse, Bergoglio e l’intero Episcopato americano si guardavano bene dal rompere l’idillio con la Casa Bianca — grazie anche ai buoni uffici dell’allora cardinale McCarrick — e poco importava delle politiche abortiste, LGBTQ+ e gender promosse dai Democratici «cattolici». La sola idea di poter scomunicare i politici «pro-choice» era considerata un’intollerabile ingerenza della Gerarchia che essa stessa ha ben chiarito di non aver alcuna intenzione di adottare.
Ecco allora come una frase, estrapolata dal contesto – «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di proclamare con forza il messaggio del Vangelo» – possa risultare condivisibile; ma che, letta in un quadro più ampio e coerente, lascia interdetti, perché sconfessa le parole che Leone ha pronunciato in quella stessa circostanza: «Non siamo politici. […] Non credo che il messaggio del Vangelo debba essere strumentalizzato, come alcuni stanno facendo».
E se vi è indubbiamente chi strumentalizza «il messaggio del Vangelo» con deliri pseudo-messianici tipici dei telepredicatori d’Oltreoceano, di sicuro vi è Oltretevere chi non esita a strumentalizzare quello stesso Vangelo per dare parvenza di legittimità e moralità al piano di sostituzione etnica e di islamizzazione dell’Occidente pervicacemente portato avanti dall’élite globalista con l’Agenda 2030. Un’Agenda che a Trump non piace per nulla; mentre la Santa Sede, Leone, la USCCB e tutte le charities pseudocattoliche l’hanno eretta a nuovo totem globalista del proprio programma sinodale.
Non dimentichiamo la ratifica dottrinale che Bergoglio ha dato alla farsa pandemica e alla vaccinazione di massa, così come alla frode climatica e agli obiettivi sostenibili con la pseudo-enciclica Laudato si’, e la benedizione che Prevost ha impartito a un blocco di ghiaccio fatto appositamente arrivare dall’Antartide, durante una imbarazzante cerimonia a Castel Gandolfo.
Nonostante insista nel dichiarare di non essere un politico, Leone non ha avuto alcuna remora nel ricevere in udienza privata lo scorso 9 Aprile David Axelrod, il principale stratega di Barack Obama e suo ex consigliere senior alla Casa Bianca. Una domanda è più che legittima: Axelrod è forse venuto in Vaticano per dettare a Leone una precisa strategia politica, come già avvenuto con le ingerenze di Hillary Clinton e John Podesta per spingere Benedetto XVI alla Rinuncia e favorire l’elezione di Bergoglio?
Il paradosso è reso manifesto dallo stesso Trump: «Leone dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!» Il che è assolutamente vero, più di quanto il Presidente Trump possa immaginare…
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Se l’Amministrazione Dem ha più volte indebitamente interferito nel governo della Chiesa di Roma, non si può dire siano mancati anche interventi intempestivi del Vaticano nei riguardi di Washington. E se non stupivano le invettive del Gesuita di Buenos Aires contro Trump definito «non cristiano» perché dichiarava di voler rimpatriare le orde di clandestini, di certo hanno lasciato sconcertati le uscite dell’Agostiniano di Chicago a proposito dell’immigrazione, e più recentemente anche sulla guerra: «Dio non benedice alcun conflitto. Chi è discepolo di Cristo, Principe della Pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia bombe» (4) , ha detto Leone.
Certo, egli avrebbe potuto circostanziare, come fece Benedetto XVI: «Date le nuove armi che rendono possibile una distruzione che va ben oltre i gruppi di combattenti, oggi dobbiamo chiederci se sia ancora lecito ammettere l’esistenza stessa di una guerra giusta» (5) . O, ancor meglio, Leone avrebbe potuto ricordare le parole di Pio XII: «Un popolo minacciato o già vittima di una ingiusta aggressione, se vuole pensare ad agire cristianamente non può rimanere in una indifferenza passiva; tanto più la solidarietà della famiglia dei popoli interdice agli altri di comportarsi come semplici spettatori in un atteggiamento d’impassibile neutralità» (6).
Ma Prevost — ed è qui che sta il vero problema — non parla con la voce della Chiesa: le sue parole di condanna per qualsiasi guerra finiscono con il legittimare anche le guerre ingiuste, privando l’aggredito del diritto di difendersi dal momento che anche la guerra di difesa sarebbe ingiusta. Questo errore è simile all’affermare che tutte le religioni si equivalgono; che i precetti della Morale si devono adattare alle circostanze contingenti (vedi Amoris Lætitia e Fiducia Supplicans); o che la pena capitale è contraria al Vangelo. Poiché anche in questi casi colui che dovrebbe essere un punto di riferimento nel discernere il Bene dal Male tradisce il proprio mandato riconoscendo pari diritti all’errore e alla Verità, piuttosto di assumersi la responsabilità morale di condannare l’uno e difendere l’altra.
Certo, se mai Leone osasse parlare con la voce autorevole della Chiesa Cattolica, si troverebbe contro non solo la Sinistra pacifista (in cui Prevost ha militato sin dagli anni Ottanta (7), aderendo al movimento dei Giovani Agostiniani(8), o Agostiniani per la pace sponsorizzato dal Partito Comunista Italiano), ma anche la destra teocon cui non pochi conservatori cattolici sono pericolosamente contigui.
La tolleranza di cui gode temporaneamente la gerarchia conciliare è infatti condizionata alla sua accettazione e promozione non solo dell’agenda globalista dell’ONU, del World Economic Forum di Davos, del Council for Inclusive Capitalism with the Vatican fondato da Bergoglio con Lynn Forester de Rothschild, ma anche dell’agenda liberale della lobby anglo-sionista. Ossia di due poteri sovranazionali che agiscono su fronti apparentemente opposti ma per un comune obiettivo: l’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale, che a seconda di chi prevarrà nello scontro vedrà comunque perseguitato soltanto il Cattolicesimo, e il Cattolicesimo tradizionale che Roma cerca in ogni modo di distruggere o di fagocitare «conciliarizzandolo» e «sinodalizzandolo».
Secondo il richiamo di Trump «Leone dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa […] e concentrarsi sull’essere un grande Papa, anziché un politico». Perché l’elezione di un «papa» americano di Chicago, intriso di dottrine ereticali acquisite negli anni di ministero in America Latina, dedito al culto della Pachamama e ideologicamente affine – per sua stessa ammissione – al peggior progressismo dei famigerati cardinali Bernardin e Cupich, sembra essere stata pianificata apposta per costituire un contraltare al Presidente degli Stati Uniti.
Se il suo ruolo doveva essere — come infatti si è visto in questi mesi — quello di continuatore della rivoluzione conciliare e sinodale, non stupisce che Bergoglio abbia preparato minuziosamente la sua ascesa ecclesiastica in modo che gli succedesse e non vanificasse i dodici anni di sistematica demolizione dell’edificio Cattolico e di totale asservimento alla cupola globalista da parte del Gesuita Argentino. Il silenzio della sparuta minoranza moderatamente conservatrice del Collegio cardinalizio dinanzi alle dimostrazioni concrete di tale continuità tra Bergoglio e Prevost conferma la sua complicità ed inadeguatezza.
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Il coro unanime dei media mainstream e dei neo-papisti costituisce la prova che Leone non parla da papa ma da porta-bandiera dell’antitrumpismo, per così dire. Perché gli elogi provengono da personaggi — interni ed esterni al corpo ecclesiale — che di cattolico non hanno nulla, e che sarebbero i primi a crocifiggere Prevost se solo osasse esprimere qualche dubbio sui «dogmi» intoccabili della Sinistra radicale.
E perché questa difesa di Prevost è motivata proprio dal fatto che il «papa» ha scelto di fare il politico, dando prova di una partigianeria che scredita il Papato e la Chiesa Cattolica dinanzi al mondo. Per questo Leone dovrebbe davvero «darsi una regolata nel suo ruolo di Papa»: cosa questa quantomai difficile per chi come lui è stato scelto proprio perché il suo appoggio all’agenda globalista non sarebbe stato forzato, ma spontaneo e convinto; e perché a vigilare su Leone ci sono gli emissari di quei Poteri che non hanno alcuna intenzione di abbandonare le posizioni raggiunte all’interno della Chiesa Cattolica, a così breve distanza dal traguardo.
Quando Nostro Signore Gesù Cristo è riconosciuto come Re delle Nazioni, nessun Anticristo potrebbe osare rivendicare il titolo di Messia. E quando è riconosciuto come Re e Pontefice in seno alla Chiesa, nessun Suo Vicario oserebbe sovvertire il Suo insegnamento e demolire la Sua Chiesa. Se questo avviene oggi, sotto i nostri occhi, è perché ci troviamo in tempi escatologici, in cui Nostro Signore è stato spodestato nella Sua divina Regalità dalle Nazioni e nel Suo eterno Sacerdozio dai Suoi stessi Ministri.
Nel giudicare dunque gli eventi presenti, non lasciamoci sedurre da speculazioni astratte e non cerchiamo di modificare la realtà perché assecondi le nostre illusioni. Guardiamo tutto ciò che accade con uno sguardo soprannaturale, perché è l’unico modo per conservare nelle presenti tribolazioni quella pace dell’anima che il mondo non sa e non può dare (Gv 14, 27).
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America
Viterbo, 17 Aprile MMXXVI
S.cti Aniceti Papæ et Martyris
NOTE
1) Cfr. tra gli altri https://truthsocial.com/@realDonaldTrump/posts/116394704213456431
5) Così Joseph Ratzinger nel 2002.
6) Pio XII, Radiomessaggio di Natale del 24 Dicembre 1948.
7) Cfr. https://x.com/antoniosocci1/status/2044478728311320768
8)Non sfuggirà l’assonanza col movimento dei Giovani Turchi, di chiara (anche se forse involontaria) ispirazione massonica.
Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Spirito
Difesa della «diligenza del buon padre di famiglia» di don Pagliarani
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Una necessità prevedibile
Carlos Balén inizia ricordando la situazione dei vescovi consacrati dall’arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1988. Dopo l’esclusione del vescovo Richard Williamson nel 2012, e poi la morte del vescovo Bernard Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024, la Fraternità si ritrovò con soli due vescovi consacrati nel 1988: il vescovo Bernard Fellay e il vescovo Alfonso de Galarreta, rispettivamente di 68 e 69 anni. La Fraternità Sacerdotale San Pio X svolge il suo apostolato in 63 paesi, serve quasi 800 luoghi di culto e si occupa ogni anno della formazione e dell’ordinazione di nuovi sacerdoti. Le ordinazioni sacerdotali e le cresime richiedono la presenza dei vescovi. Senza nuovi vescovi, osserva l’autore, tutta quest’opera apostolica e sacramentale sarebbe presto dipesa dalla «benevolenza discrezionale» delle autorità romane, sebbene la crisi nella Chiesa che giustifica questo apostolato rimanga irrisolta. Per giungere a questa conclusione, scrive, «non serve l’ecclesiologia. Bastano due certificati di nascita e un calendario». L’autore ricorre quindi a un’analogia familiare: «un padre con figli adulti e due nonni in casa non organizza la successione quando seppellisce il secondo nonno, ma quando seppellisce il primo». La morte del vescovo Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024 avrebbe dunque segnato il momento in cui padre Pagliarani non avrebbe più potuto rimandare questa preparazione. In questa prospettiva si inseriscono le misure adottate dal Superiore Generale: la richiesta di udienza indirizzata a Leone XIV nell’agosto del 2025, la seconda lettera in cui si sottolinea la necessità di nuovi vescovi, l’annuncio pubblico del 2 febbraio e il rifiuto, il 19 febbraio, di un rinvio le cui condizioni sembravano pregiudicare l’esito. Tutto ciò, scrive Carlos Balén, riflette «il comportamento di un uomo che fa testamento», quello di un superiore che deve pianificare il futuro della famiglia religiosa affidatagli, e non quello di uno stratega che cerca di sondare Roma.Aiuta Renovatio 21
Un cosiddetto test di prova a un prezzo esorbitante
L’autore risponde poi a coloro che vedono le consacrazioni come un tentativo di mettere alla prova le disposizioni del nuovo papa. Un vero e proprio «pallone sonda», sottolinea, è un’operazione economica e reversibile: si lancia un’idea, si osservano le reazioni e, se necessario, si annulla il piano. Le consacrazioni del 1° luglio furono esattamente l’opposto. Questo cosiddetto «tentativo di prova» «costò alla Fraternità tutto ciò che aveva da perdere: la scomunica tardiva dei suoi soli sei vescovi, dichiarata da Roma nel giro di quarantotto ore; la rovina di un capitale di disgelo che aveva portato alle facoltà di amministrare validamente le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017; l’ostilità prematura di un pontificato che non ha ancora due anni e per il quale sarebbe bastato attendere pazientemente». Chiunque voglia semplicemente valutare la situazione, osserva Carlos Balén, può concedere un’intervista, lasciare trapelare una voce o pubblicare un articolo sotto un cauto pseudonimo: «non consacra quattro vescovi davanti alle telecamere, nella casa madre, nella festa del Preziosissimo Sangue, riproducendo esattamente il gesto che, nel 1988, gli costò vent’anni di isolamento». Se questa decisione fosse stata basata su calcoli politici, concluse, sarebbe stato «il peggiore degli scenari possibili». Serve una spiegazione più semplice: «l’altra spiegazione è più umiliante per gli analisti: non c’è stato alcun calcolo. C’era una tabella attuariale. La data non è stata fissata dal conclave del 2025. È stata fissata da due annunci di morte».Iscriviti al canale Telegram ![]()
Vescovi ausiliari senza giurisdizione
All’accusa che padre Pagliarani si fosse autoproclamato custode della Chiesa, l’autore risponde invitando i lettori a rileggere le dichiarazioni ufficiali della Fraternità. I quattro prelati furono consacrati vescovi ausiliari, senza giurisdizione territoriale. La Fraternità si rammaricò pubblicamente di dover procedere senza un mandato papale e che il suo Superiore Generale non avesse potuto spiegare personalmente e filialemente le ragioni della decisione al Santo Padre. Secondo Carlos Balén, «chiunque si creda custode della Chiesa rivendica giurisdizione, istituisce gerarchie parallele o dichiara vacante la Sede. Per mezzo secolo, la Compagnia ha fatto esattamente il contrario: nomina Leone nel canone di ogni Messa, non rivendica per sé né territori né sudditi e fonda la validità del suo ministero sulla giurisdizione supplementare, una dottrina che presuppone l’urgenza e la natura provvisoria della situazione, ovvero la negazione stessa dell’autosufficienza». Il giornalista contrappone qui la posizione della Fraternità al sedevacantismo, di cui Écône, ci ricorda, è stato uno dei più coerenti oppositori per cinquant’anni. «Pagliarani non rivendica le chiavi della Chiesa; chiede qualcosa di molto più modesto e di ben più compromissorio: il diritto di un superiore di garantire che i suoi figli abbiano qualcuno che li ordini e li crestui quando lui non ci sarà più».Aiuta Renovatio 21
Possiamo ragionevolmente aspettarci tutto da Roma?
Carlos Balén esamina quindi l’obiezione secondo cui la Fraternità avrebbe dovuto fare affidamento interamente sui vescovi che Roma avrebbe potuto metterle a disposizione. Una garanzia, risponde, non viene mai data da un’astrazione chiamata «Roma», ma da individui concreti le cui azioni instaurano o impediscono un rapporto di fiducia. Un superiore a cui è affidato il futuro di un’organizzazione deve quindi valutare le garanzie reali che gli vengono offerte. L’autore cita il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e firmatario dell’avvertimento del 13 maggio che descrive le consacrazioni annunciate come un atto scismatico. Ci ricorda che Fernández è «l’autore, nel 1995, di Guariscimi attraverso la tua bocca: L’arte del bacio. Non si tratta di un insulto: è una nota bibliografica. Il custode dell’ortodossia che ordina a Menzingen di obbedire pena la scomunica è lo stesso teologo la cui opera pubblicata include un trattato sul bacio». L’autore menziona anche diverse azioni di Papa Leone XIV, in particolare la benedizione di un blocco di ghiaccio della Groenlandia a Castel Gandolfo e alcune fotografie che lo ritraggono, nel 1995, inginocchiato durante quello che gli atti di un simposio agostiniano tenutosi a San Paolo descrivono come una «celebrazione del rito della Pachamama». L’autore osserva che non è ancora emersa alcuna spiegazione pubblica da parte del pontefice per chiarire questo episodio. A ciò si aggiungono le nomine episcopali salutate dai media progressisti come un segno di apertura alle rivendicazioni della comunità LGBT. Per Carlos Balén, non si tratta di accusare il Papa di eresia, ma di esaminare se gli orientamenti concreti delle autorità romane offrano sufficiente stabilità per affidare interamente nelle loro mani il futuro sacramentale della Fraternità.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Doppi standard
L’articolo mette quindi in luce l’asimmetria tra il modo in cui Roma tratta la disobbedienza dottrinale progressiva e il modo in cui sanziona gli atti canonicamente irregolari derivanti dalla Tradizione. Nell’arcidiocesi di Monaco, sono state promosse direttive che consentivano determinate benedizioni, in contraddizione con i criteri precedentemente stabiliti da Roma. Nonostante la protesta pubblica di ventisei sacerdoti, il cardinale Reinhard Marx è stato ricevuto in udienza pochi giorni dopo, senza preavviso formale, decreto o ultimatum. Nel frattempo, i prelati che hanno appoggiato le risoluzioni del Cammino sinodale tedesco, in particolare quelli favorevoli a tali benedizioni, continuano a essere promossi all’episcopato, come l’arcivescovo di Eichstätt. A Écône, tuttavia, il decreto di scomunica fu emesso quarantotto ore dopo le consacrazioni. Il giornalista riassume questa differenza di trattamento come segue: «una disobbedienza dottrinale concreta si amministra con anni di pazienza; una disobbedienza canonica di stampo tradizionalista, in poche ore». L’abate Pagliarani, in qualità di Superiore Generale, dovette quindi riconoscere questa asimmetria: «La domanda di Pagliarani non era mai se Leone fosse un eretico, ma se questa Roma, la Roma di questa asimmetria, offrisse la stabilità che avrebbe reso ragionevole il rischio di attendere la morte di Galarreta. La sua risposta fu no». È sempre possibile discutere teoricamente la sua valutazione, afferma Carlos Balén, ma anche un potenziale errore nella valutazione del rischio non deve essere confuso con la superbia. Il giudizio è proprio la responsabilità di chi è investito del potere di governare.Aiuta Renovatio 21
Il difficile compito di giudicare
L’accusa di superbia ritorna, tuttavia, in un’altra forma: con quale diritto il Superiore Generale avrebbe potuto giudicare che fosse giunto il momento di agire? Alcune generazioni, spiega l’autore, vivono una situazione in cui ortodossia, obbedienza e santità puntano chiaramente nella stessa direzione; «devono solo lasciarsi guidare per raggiungere il porto. Sono felici, e non c’è ironia in questo». Altre attraversano periodi in cui le indicazioni diventano contraddittorie e in cui è necessario discernere, scegliere e assumersi il possibile rischio di sbagliare. Queste generazioni non sono migliori di quelle precedenti; «è semplicemente stato il loro destino». In tali circostanze, criticare un superiore per aver esercitato il proprio giudizio è, per usare le parole di Carlos Balén, come «criticare la sentinella per il fatto che c’è una guerra». L’atteggiamento di padre Pagliarani, inoltre, non mostra i soliti tratti di superbia. Egli cerca i riflettori, gli applausi e l’autogiustificazione. Il Superiore Generale, dal canto suo, «chiese un’udienza nell’agosto del 2025 e ricevette solo silenzio; chiese di spiegare le sue ragioni e ricevette un decreto. Nella sua omelia, si proclamò vittorioso sul nulla: respinse come falso il dilemma che costringerebbe a scegliere tra la fede e la Chiesa, riconobbe che Roma e la Compagnia «parlano due lingue diverse» e dichiarò che Dio ora chiede loro di accettare di essere trattati come ribelli». «L’uomo orgoglioso si assolve da solo. Quest’uomo ha accettato la punizione in anticipo», riassume il giornalista.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La Fraternità considera eretici anche gli altri cattolici?
Rimane l’ultima accusa: la Fraternità considererebbe implicitamente eretici tutti coloro che non condividono la sua analisi. La dichiarazione letta prima delle consacrazioni afferma che le autorità ecclesiastiche sono «animate da uno spirito contrario a quello della Fede». Basandosi sulla sua traduzione spagnola, che usa il termine imbuidas («impregnato»), Carlos Balén sottolinea che questa espressione non significa essere formalmente eretici. L’espressione «descrive un’atmosfera che si respira in misura variabile, e non una pervasività da condannare; chiunque estenda il soggetto al più umile parroco e indurisca il predicato fino al punto di un’eresia formale sta leggendo un testo che non esiste». Pur riconoscendo che «la causa tradizionalista ha i suoi teppisti», i cui eccessi danneggiano Menzingen, l’autore osserva anche che molti cattolici che accusano la Società di esagerazione professano a loro volta un attaccamento alla liturgia tradizionale e una critica alle eterodossie contemporanee. Condividono quindi la sua diagnosi, ma ne rifiutano le conseguenze pratiche. Questa divergenza può essere legittima e seria, poiché «riguarda la prudenza, il canone 1387 e la comunione visibile», ma non può essere risolta attribuendo sommariamente ad altri un peccato di superbia, afferma Carlos Balén.Sostieni Renovatio 21
Il precedente del 1988
Carlos Balén sottolinea che «esiste finalmente un precedente che le quattro accuse ignorano e che è il più imbarazzante: il giudizio di Roma sul 1988 non è stato coerente. Giovanni Paolo II parlò di un atto scismatico e di scomunica nella Ecclesia Dei ; Benedetto XVI revocò queste scomuniche nel 2009; Francesco concesse a questi stessi sacerdoti la facoltà di ascoltare le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017». Così, in pochi decenni, «la classificazione dello stesso atto è passata da una rottura completa a un’anomalia tollerata e integrata a livello sacramentale, senza che la Fraternità si sia mossa di un millimetro dalla sua posizione». L’autore chiarisce che questo non è di per sé un argomento sufficiente a dimostrare la legalità delle consacrazioni; un atto non diventa lecito semplicemente perché le sue sanzioni vengono successivamente revocate. Tuttavia, questo precedente dovrebbe servire da monito per coloro che oggi pretendono di offrire un giudizio definitivo su Écône: “«l’ultima sentenza definitiva riguardante Écône è durata vent’anni».Iscriviti al canale Telegram ![]()
La paternità di un superiore
Al termine della sua analisi, Carlos Balén riduce la decisione del 1° luglio a una semplice realtà: «un padre contò i suoi vescovi, contò i suoi figli, guardò chi gli aveva aperto le porte a Roma e decise che questi ultimi non potevano rimanere orfani a discrezione di terzi». Pur lasciando alla storia il compito di valutare tutte le conseguenze di questa decisione, il giornalista ricorda che alle condanne pronunciate contro le consacrazioni del 1988 sono seguite, nel corso dei decenni, la revoca delle scomuniche e la concessione delle facoltà ai sacerdoti della Fraternità. Carlos Balén non intende risolvere da solo l’intero dibattito canonico ed ecclesiologico. Il suo obiettivo è confutare le accuse di intenzionalità mosse contro padre Pagliarani: «nel frattempo, contestate l’interpretazione della legge di Pagliarani, contestate la sua ecclesiologia, contestate la sua prudenza. Ma non la sua paternità. Quella è evidente», conclude. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
La Marcia di San Pio X, inno della FSSPX
In occasione della festa del suo santo patrono, FSSPX.Actualités vi invita ad ascoltare la Marcia di San Pio X. Creata per le consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026, riprende il ritornello storico dell’inno della Fraternità, al quale sono stati aggiunti nuovi versi.
La Società di San Pio X celebra oggi la festa del suo santo patrono, scelto dall’arcivescovo Marcel Lefebvre come modello e protettore della sua opera sacerdotale.
Papa dell’Eucaristia e del catechismo, impavido difensore della fede contro il modernismo, San Pio X dedicò il suo pontificato alla restaurazione di tutte le cose in Cristo, secondo il motto da lui scelto: Instaurare omnia in Christo .
I nuovi versi di questa marcia sono stati cantati per la prima volta a Écône, durante le consacrazioni episcopali del 1° luglio. Fino ad ora, la Marcia di San Pio X poteva essere ascoltata nella diretta televisiva di quel giorno storico. Ora viene pubblicata separatamente, con il testo riportato di seguito.
San Pio X, prega per la Chiesa e per la Fraternità che porta il tuo nome.
Testo: H. le Roux e Abbé F. le Roux
Musica: Abbé M.-A. Mulino
[Segue Traduzione dal francese, ndt]
Parole
1. O San Pio X, ardente Pastore,
che ispiri i nostri cuori ferventi,
riuniti sotto le tue insegne,
marciamo sotto il tuo sguardo.
Ritornello
Cantando:
«Sancte Pie Decime, gloriose patrone,
ora, ora pro nobis».
(San Pio X, glorioso patrono, prega, prega per noi)
2. Tu restauri la liturgia
e le restituisci la sua armonia:
le nostre voci si elevano solenni,
all’unisono verso l’Eterno.
Ritornello
3. Santo e lungimirante Pontefice,
Tu hai riformato i seminari:
Tuo figlio, il nostro fondatore,
seguirà le Tue orme con fervore.
Ritornello
4. Sacro baluardo della vera Fede,
l’Errore impallidisce alla tua voce:
alla luce del tuo pulpito,
le nostre anime vivono di luce.
Ritornello
5. Sovrano capo, di fronte ai perfidi,
con te la Chiesa, intrepida,
imitando la tua povertà,
trionfando sull’iniquità.
Ritornello
6. Ai bambini offri l’Ostia:
L’Agnello per mezzo tuo ci purifica,
Il pane dei forti fortifica l’anima,
La nostra fede riaccende la sua fiamma.
Ritornello
7. Per ristabilire ogni cosa in Gesù Cristo,
per sperare ogni cosa nel Suo Amore:
affidiamo questa umile preghiera
al nostro Dio, alla nostra Madre.
Ritornello
8. Conservate la vostra Fratellanza,
guidatela verso l’Eternità:
siate provvidenziali per noi,
e ci uniremo a voi in Cielo.
Ritornello
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Ambiente
Documento sui «cambiamenti climatici»: «l’Eucarestia come scuola ecologica»
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