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Mons. Viganò: «non c’è paradiso per i codardi!»

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Renovatio 21 pubblica questo intervento di monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

Non c’è paradiso per i codardi!

La Vittoria della Lega Santa a Lepanto
Intervento al Convegno dell’Associazione culturale «Veneto Russia» Settimo di Pescantina (VR), 11 Ottobre 2025

 

 

 

Salve, Regina, rosa de spina,
rosa d’amor, Madre del Signor.
Fa’ che mi no mora e che no mora pecador,
che no peca mortalmente e che no mora malamente.

Preghiera del marinaio, recitata da tutta la flotta veneziana
prima di muovere battaglia nelle acque di Patrasso.

 

Cari Amici,

 

consentitemi di ringraziare gli organizzatori di questo evento e di porgere il mio saluto a tutti i partecipanti. È per me un piacere potermi unire a voi nel celebrare l’anniversario della Vittoria di Lepanto, prendendo parte alla nona edizione del Convegno che quest’anno ha come tema il paradosso di un’Europa laicista, liberale e massonica che muove guerra alla Russia cristiana e antiglobalista.

 

Viviamo ormai negli ultimi tempi, in cui lo scontro tra Cristo e Anticristo impone a tutti noi di schierarci sotto le insegne del nostro Re divino e della Sua augustissima Madre, nostra Regina, memori delle parole del Signore: Chi non è con Me, è contro di Me (Mt 12, 30).

 

Il 7 Ottobre 1571, nel Golfo di Patrasso, la flotta della Lega Santa schiacciava vittoriosa l’orgoglio ottomano, rallentando l’espansione islamica nel Mediterraneo occidentale. Un’espansione che non si è mai fermata con il «dialogo» tra Croce e Mezzaluna, ma con l’uso della forza militare, il sacrificio di tante vite umane e la protezione soprannaturale che la Regina delle Vittorie e Mediatrice di tutte le Grazie ha spiegato come un manto sulla Cristianità minacciata dall’Islam.

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Anche alle porte di Vienna, il 12 Settembre 1683 – ossia solo 112 anni dopo Lepanto – il Turco venne sconfitto dalle armate cattoliche, sotto il patrocinio del Santo Nome di Maria. Temibile e terribile come un esercito schierato in ordine di battaglia: solo al pronunciare queste parole, sentiamo un nodo alla gola, nella commozione di contemplare la nostra Augusta Regina a capo delle schiere angeliche e terrene.

 

Ella era apparsa in simili sembianze anche il 7 Agosto 626, quando Costantinopoli era assediata dagli Avari, dagli Slavi e dai Persiani Sassanidi e il popolo cristiano riunito nella chiesa delle Blacherne invocava il Suo intervento. Sfolgorante di luce e con Gesù Bambino tra le braccia, la Vittoriosa Condottiera – come è chiamata nell’Inno Akatisto – aveva sbaragliato i nemici, meritando alla Capitale dell’Impero il titolo di «città di Maria».

 

Ma se l’aiuto divino e l’intercessione potentissima della Semprevergine Madre di Dio hanno portato a compimento in modo miracoloso e certamente soprannaturale vittorie umanamente difficili se non impossibili, non possiamo non ricordare che questi prodigiosi e provvidenziali interventi, queste irruzioni della potenza del Deus Sabaoth nelle umane contingenze, si rendono possibili solo dove questo tutto inarrivabile e divino è preceduto dal nulla della nostra cooperazione all’opera della Redenzione.

 

In virtù dell’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità, infatti, l’Uomo-Dio prende possesso dell’umanità di cui per divinità, per stirpe e per diritto di conquista Egli è costituito Signore e Re. Ma questo consorzio della natura divina del Figlio di Dio con la natura umana di Gesù Cristo, attuato dall’Unione ipostatica, fa sì che anche ogni membro del Corpo Mistico possa unirsi alla Passione di Cristo Capo, completando nella propria carne quello che manca ai patimenti di Cristo, per il bene del Suo corpo che è la Chiesa (Col 1, 24). E nell’economia della salvezza, ogni uomo è chiamato a contribuire all’opera della Redenzione attivamente, senza cercare in un fatalismo ben poco cattolico un alibi alla propria ignavia.

 

Ma nel rievocare Lepanto, non possiamo non ricordare anche la figura eroica di Marcantonio Bragadin, nobile veneziano e governatore di Famagosta, a Cipro, durante l’assedio ottomano del 1570-1571. La città cadde nell’agosto 1571, e Bragadin negoziò una capitolazione onorevole con il comandante ottomano Lala Mustafa Pascià, che promise salva la vita ai difensori. I Turchi però, venendo meno alla parola data, violarono l’accordo: Bragadin fu torturato e sottoposto a una morte brutale; venne scorticato vivo e la sua pelle fu riempita di paglia e inviata come trofeo al sultano Selim II.

 

Questo orribile crimine suscitò sdegno nei membri della Lega Santa e la vittoria di Lepanto fu vista anche come una vendetta per l’assedio di Cipro, le atrocità subite da Bragadin (1) e come una punizione per la slealtà dei Turchi, inconcepibile per un cavaliere Cristiano.

 

L’eroismo di Bragadin trovò emuli anche nel golfo di Patrasso: don Giovanni d’Austria, Comandante supremo della Lega Santa a soli ventiquattr’anni e grande stratega, fu uomo di fede. Durante la battaglia incoraggiava i rematori e i soldati al grido: Non c’è paradiso per i codardi!

 

Sebastiano Venier, Capitano generale veneziano e veterano di settantacinque anni, si distinse per coraggio e ardore, incitando i suoi compagni: Chi non combatte non è Veneziano. Il suo eroismo gli meritò l’elezione a Doge nel 1577.

 

Il comandante veneziano Agostino Barbarigo morì in battaglia dopo essere stato colpito da una freccia a un occhio ed aver continuato a comandare l’ala sinistra della flotta, contribuendo così alla vittoria finale. Marcantonio Colonna, Ammiraglio pontificio, si distinse per il suo impegno nel soccorrere i feriti e nel garantire che i prigionieri ottomani fossero trattati con umanità, coerentemente con i valori cristiani che la Lega Santa professava.

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Fu il loro coraggio, la loro abnegazione, ma soprattutto la loro fede sincera e virile a costituire quel nulla che il Signore attende da noi prima di scendere in campo al nostro fianco e darci una vittoria altrimenti impensabile. Il Suo tutto, il nostro nulla. Il nulla di chi, sulle facciate dei palazzi, non si vergognava di incidere Non nobis Domine non nobis, sed nomini tuo da gloriam. Di chi, costituito in autorità e membro del Serenissimo Senato, non esitò ad attribuire la Vittoria della flotta cristiana non alla potenza navale, né alla forza delle armi, ma all’intercessione della Beata Vergine del Rosario, che San Pio V – il Papa di Lepanto – aveva ordinato di invocare recitando la santa Corona.

 

Perché vi fu un’epoca in cui gli uomini erano uomini, e uomini di valore, uomini di parola, uomini di guerra, uomini di fede. Peccatori certamente, ma coraggiosi, disposti a morire per difendere la Santa Chiesa e ricacciare gli idolatri invasori nelle loro plaghe remote. Ut Turcarum et hæreticorum conatus ad nihilum perducere digneris: Te rogamus, audi nos! Così pregarono a Costantinopoli, così pregavano a Lepanto, così hanno pregato a Vienna: sempre fiduciosi che l’aiuto di Dio sarebbe giunto nel momento in cui esso si mostrava inequivocabilmente divino e soprannaturale, e sempre con la mediazione della Madre di Dio, l’onnipotente per Grazia.

 

Il nostro Dio è un Dio geloso: geloso del Suo popolo e geloso della propria Signoria su di noi, che non permette sia usurpata da alcuno e che vuole condividere con la propria Santissima Madre, nostra Signora e Regina. Egli è Re e come Re vuole regnare: oportet illum regnare, è necessario che Egli regni. E quando regna Cristo, si compie il voto del Salmista: Beatus populus, cujus Dominus Deus ejus (Ps 143, 15), beato il popolo del quale è Signore il suo Dio.

 

Quanto tempo è passato dalla Vittoria di Lepanto! Cinquecentocinquantaquattro anni: oltre mezzo millennio. Ed oggi, in un mondo che guarda con incomprensione e disprezzo all’eroismo dei caduti di Lepanto e alla loro Fede, considerandoli pericolosi fanatici, le orde islamiche non solo non sono respinte ai nostri confini, ma sono accolte e ospitate e nutrite e curate e lasciate libere di delinquere e di trasformare la nostra Patria in una nazione islamica.

 

Trecentonovantun anni dopo Lepanto, il primo «concilio» della «nuova chiesa» – il Vaticano II di cui ricorre oggi l’anniversario dell’apertura – teorizzò quell’ecumenismo sincretico condannato dai Romani Pontefici che nell’arco di pochi anni avrebbe condotto Paolo VI, il 19 gennaio 1967 (2), a restituire lo stendardo che Mehmet Alì Pascià aveva issato sulla sua ammiraglia, la Sultana. In quel gesto sconsiderato Paolo VI umiliava la Chiesa e il suo Predecessore San Pio V, al quale quel vessillo era stato donato da Sebastiano Venier che lo aveva conquistato eroicamente arrembando la Sultana.

 

A dispetto delle smanie ecumeniche dei papi conciliari e sinodali, noi conserviamo ancora il gonfalone che San Pio V benedisse e fece issare al pennone della Reál, l’ammiraglia delle ammiraglie della flotta cristiana: un drappo di seta porpora bordata d’oro, al cui centro campeggia l’immagine del Santissimo Redentore, affiancata dai Santi Apostoli Pietro e Paolo, e il motto In hoc signo vinces. Fu Marcantonio Colonna a riportarlo a Gaeta, come voto fatto a Sant’Erasmo, patrono dei marinai (3). In quell’immagine e in quel motto si riassume il senso della vita cristiana, valido ai tempi gloriosi di Lepanto come nei tempi presenti di apostasia.

 

In nome di un distorto concetto di accoglienza e di inclusività, milioni di islamici sono traghettati e accompagnati nelle nostre città e villaggi, dove le chiese ormai vuote diventano moschee. In molti luoghi il suono sacro e solenne delle campane tace, ma vi risuona la voce del muezzìn che chiama alla preghiera i seguaci di Maometto. Se questo è oggi non solo possibile, ma addirittura incoraggiato e celebrato come conquista di civiltà, lo dobbiamo alla Rivoluzione: alla rivoluzione francese, per l’attacco alla monarchia cattolica nella sfera civile; alla rivoluzione conciliare e sinodale, per l’attacco alla sacra monarchia del Papato nella sfera ecclesiastica. Democrazia e sinodalità sono due facce della stessa falsa moneta. Su un lato campeggia l’emblema del liberalismo massonico, sull’altro quello dell’ecumenismo sincretista irenista.

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L’Europa è tornata da decenni ad essere terra di conquista e sarà presto a maggioranza islamica, specialmente in nazioni ribelli come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania. Il loro tradimento di Nostro Signore Gesù Cristo e i loro crimini contro la Legge di Dio gridano vendetta al Cielo e non rimarranno impuniti. Ma anche l’Italia non è meno colpevole, dimentica dell’eredità gloriosa di cui è stata custode e che si fonda sulla Civiltà Cattolica, sulla Regalità di Cristo, su un ordine cosmico che pone al centro il Dio che si è fatto uomo, e non l’uomo che si fa dio. Come sempre è avvenuto nel corso della Storia, saranno i nemici di Dio a punire i Suoi figli ribelli.

 

Tornare a Lepanto? Ricostituire una Lega Santa contro i nemici della Cristianità?

 

La Provvidenza saprà indicarci la via al momento opportuno. Ma in qualsiasi frangente noi dovessimo trovarci, qualsiasi avversità, qualsiasi minaccia alla nostra Fede e alla nostra identità possa incombere su di noi, una sola cosa non dobbiamo dimenticare, delle ragioni della Vittoria: non sottrarci al nostro dovere di testimoniare la Fede che professiamo, il Battesimo nel quale siamo stati incorporati a Cristo, la Tradizione alla quale apparteniamo. Non trovare pretesti per rimanere inerti a guardare i nemici di Cristo mentre demoliscono la Santa Chiesa, soprattutto quando questi traditori sono ai vertici della Gerarchia. Non usare l’obbedienza come una coltre sotto cui nascondere l’ignavia e la mediocrità che la società contemporanea ci addita come modelli di tranquillizzante conformità al pensiero unico.

 

Facciamo la nostra parte, col coraggio e la fortezza dei soldati di Cristo: e Nostro Signore farà la Sua, con l’onnipotenza di Dio.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

7 Ottobre MMXXV
Maria Santissima Regina delle Vittorie,
Madonna delle Grazie

 

NOTE

1) La sua pelle fu successivamente recuperata dai Veneziani e portata a Venezia, dove è conservata nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo come reliquia. Bragadin divenne un simbolo del sacrificio veneziano contro l’espansione ottomana.

2) Paolo VI, Discorso al nuovo Ambasciatore di Turchia accreditato presso la Santa Sede, 19 Gennaio 1967. Cfr. https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1967/january/documents/hf_p-vi_spe_19670119_ambasciatore-turchia.html: «Poiché Noi stessi desideravamo manifestare in qualche modo i Nostri sentimenti, con un gesto che potesse essere gradito alle Autorità della Turchia contemporanea, è stata per Noi una gioia restituire un antico stendardo, preso al tempo della battaglia di Lepanto, che, da allora, si conservava nelle collezioni del Vaticano».

3 ) Conservato dapprima in un bauletto, nel Settecento fu disteso e incorniciato, così da poter essere esposto al pubblico. Nel ’43 una bomba tedesca lo danneggiò, anche se non irreparabilmente. Restaurato nel dopoguerra, oggi lo Stendardo di Lepanto è conservato – e visibile al pubblico – nel Museo Diocesano della cittadina laziale.

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Immagine di Andrea Vicentino (1542–1618), Battaglia di Lepanto (tra il 1571 e 1600), Museo Correr, Venezia

Immagine di Didier Descouens via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

Spirito

Difendere il patriarcato contro i princìpi infernali della Rivoluzione: omelia di mons. Viganò sulla famiglia come «cosmo divino»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò    

Invenerunt in Templo

Omelia nella Domenica tra l’Ottava dell’Epifania Sacra Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria

   

Et erat subditus illis. Lc 2,51

 

Dopo la manifestazione ai pastori nella Notte Santa e la pubblica manifestazione ai Re Magi nel giorno dell’Epifania, la liturgia di questa Domenica ci porta nell’intimità della Sacra Famiglia. L’istituzione di questa festa è relativamente recente: fu Leone XIII nel 1893 a istituirla per la terza Domenica dopo l’Epifania, e Benedetto XV, nel 1921, a fissarla alla Domenica tra l’Ottava.

 

Non dimentichiamo che in quegli anni la Chiesa Cattolica e la società erano reduci dalle persecuzioni dei governi liberali e massonici dell’Ottocento e dagli orrori della Grande Guerra. L’attacco alla società cristiana si stava concretizzando anzitutto contro la famiglia, e in particolare contro la famiglia cattolica. D’altra parte, questo piano dissolutore era stato da tempo teorizzato nelle Logge, trovando realizzazione col passare del tempo. A nostri giorni, l’ideologia woke di matrice satanica, considera la famiglia tradizionale e patriarcale come un ostacolo alla instaurazione del Nuovo Ordine globalista, e per questo impone la cancellazione dell’intera civiltà greca, romana e cristiana.

 

La festa che celebriamo oggi costituisce dunque la provvidenziale risposta con la quale la Santa Chiesa difende senza timore la famiglia naturale, elevata all’ordine soprannaturale con il Sacramento del Matrimonio istituito da Nostro Signore. A questa cellula indispensabile della società – cui nessuna autorità terrena potrà mai sostituire alcun surrogato senza meritare i più severi castighi di Dio – la saggezza dei Romani Pontefici ha additato come modello la Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe: una famiglia che è santa in quanto composta non solo da Santi, ma dal Verbo di Dio fatto carne, dalla Semprevergine Madre di Dio e dal di Lei castissimo Sposo Giuseppe, della stirpe del Re Davide e Padre putativo di Nostro Signore.

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Una famiglia specialissima ma normale: speciale per i suoi membri, normale perché anche per essi vediamo valere quella gerarchia che il mondo moderno tanto aborrisce: una gerarchia che è ontologicamente patriarcale proprio perché fondata sulla divina Paternità dell’Eterno Padre, del Quale ci ha costituiti eredi Nostro Signore Gesù Cristo. Come figli di Dio nell’ordine della Grazia, diventiamo anche figli della Regina Crucis, di Colei che sul Calvario il Signore morente ci ha dato quale Madre di ciascuno di noi e dell’intero corpo ecclesiale, onde La invochiamo Mater Ecclesiæ.

 

La Sacra Famiglia è imago Ecclesiæ: dove vi è un Padre comune che la governa, una Santa Madre provvida che educa i suoi figli, e una innumerevole prole di Cristo che vede la luce nelle acque del Battesimo ed è condotta verso i pascoli eterni. È modello di un ordine, un κόσμος divino perfetto e valevole per tutti i tempi e tutti i luoghi: quello della famiglia naturale fondata sull’unione di un uomo e una donna e avente come scopo precipuo la propagazione dell’umanità e l’educazione dei figli.

 

Una famiglia che alle Nozze di Cana il divin Maestro ha elevato a immagine dell’amore di Cristo per la Chiesa, e che l’Apostolo Paolo ha mirabilmente delineato nell’Epistola agli Efesini (Ef 5, 22-33). Una famiglia che è per così dire trinitaria, in quanto mistica cooperatrice dell’azione creatrice di Dio Padre, dell’azione redentrice del Figlio e di quella santificatrice dello Spirito Santo. L’amore che unisce lo sposo alla sposa nel comunicare la vita è un tenue raggio di quell’Amore divino che unisce il Padre al Figlio; un Amore così perfetto e infinito da essere Dio Egli stesso, lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, e che è Signore e dà la vita.

 

Una famiglia, infine, che è al proprio interno gerarchica perché essa stessa e i suoi membri sono a loro volta inscritti nell’ordine che pone la Maestà di Dio al di sopra di ogni creatura.

 

In una famiglia in cui gli sposi e i figli amano il Signore e seguono i Suoi Comandamenti, l’amore tra i coniugi e l’amore reciproco tra genitori e figli certamente implica ma in qualche modo supera l’obbedienza, rendendo vive e vissute le parole di San Paolo: Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo (Col 3, 14-15).

 

Così, come obbediamo volentieri a Dio perché Lo sappiamo buono e misericordioso, allo stesso modo obbediamo ai genitori o chiediamo obbedienza ai nostri figli perché tra essi regna la carità, vincolo di perfezioneAl di sopra di tutto, dice San Paolo, vi sia la carità: ossia Dio, che è Carità (1Gv 4, 16). Rimanere nella carità è dunque rimanere in Dio: qui manet in caritate in Deo manet, et Deus in eo (ibid.).

 

Vi è anche una famiglia celeste, carissimi fedeli: la Santa Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana. Una famiglia in cui abbiamo Dio quale Padre, Nostro Signore quale fratello, la Vergine Immacolata come nostra Madre. In questa famiglia sono raccolti i Cattolici, Corpo Mistico sottomesso a Gesù Cristo Re e Pontefice, suo Capo divino. In questa società perfetta, che ha per scopo la santificazione delle anime nell’interregno tra l’Ascensione di Nostro Signore e la Sua gloriosa Venuta alla fine dei tempi, l’obbedienza al Padre celeste viene prima dell’obbedienza al padre terreno.

 

È per questo che vediamo il dodicenne Gesù, durante un pellegrinaggio a Gerusalemme, allontanarSi dai Genitori e rimanere nel tempio ad ascoltare e interrogare i dottori della Legge. Egli ricorda alla Madonna e a San Giuseppe di avere una missione da compiere: Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? (Lc 2, 49) Il Signore ricorda a noi, tanto come figli quanto come genitori, che lo scopo di una famiglia cattolica non si esaurisce nel propagare la specie ed educarla secondo la legge di natura, ma implica e impone la gravissima responsabilità di battezzare e istruire i figli nell’ unica vera Religione, usando la propria autorità di genitori per consentire loro di vivere virtuosamente e di evitare il peccato.

 

Implica e impone anche la capacità di comprendere quando il Signore chiama un’anima a servirLo nella vita sacerdotale o religiosa, dando ai genitori la possibilità di mutare in Grazie la loro umana sofferenza per il distacco da un proprio figlio che hanno amato e visto crescere, e che come Maria e Giuseppe ritroveranno nel tempio.

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I figli, se vorranno essere davvero obbedienti, dovranno comprendere che il modo più efficace per contrastare i principi infernali della Rivoluzione consiste nella difesa di quel patriarcato che si regge sul vero concetto di obbedienza, e non sulle sue deviazioni per eccesso – il servilismo – o per difetto – l’insubordinazione a qualsiasi autorità. Il Signore li ricompenserà per la loro santa obbedienza a ciò che legittimamente chiedono loro i genitori, e suggerirà loro come comportarsi virtuosamente qualora sia necessario disobbedire all’autorità paterna per non disobbedire a Dio.

 

Poniamoci sotto il patrocinio della Sacra Famiglia, e prendiamoci il tempo di recitare quotidianamente – se già non lo facciamo – quella cara preghiera a San Giuseppe composta da Papa Leone XIII, in cui troviamo compendiate le nostre speranze:

 

Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia, l’eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amantissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta contro il potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo scampasti alla morte la minacciata vita del Pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire, e conseguire l’eterna beatitudine in cielo.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

Viterbo, 11 Gennaio MMXXVI Dominica infra Oct. Epiphaniæ Sanctæ Familiæ Jesu, Mariæ, Joseph

 

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Immagine: Niccolò Frangipane (1555–1600), La Sacra Famiglia con San Giovannino (1585), Collezione privata. Immagine di pubblico dominio CCo via Wikimedia
 
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Papa Leone XIV condanna l’aborto e la maternità surrogata nel discorso ai diplomatici vaticani

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Papa Leone XIV ha denunciato l’aborto e la maternità surrogata, difendendo al contempo la famiglia in un discorso rivolto venerdì al corpo diplomatico. Lo riporta LifeSite.

 

In primo luogo ha evidenziato quelle che considera due sfide chiave per la famiglia oggi, vale a dire, «una preoccupante tendenza del sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo ruolo sociale fondamentale, portando alla sua progressiva emarginazione istituzionale», e «la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, distrutte e sofferenti», afflitte da problemi interni come la violenza domestica.

 

La vocazione «all’amore e alla vita si manifesta in modo significativo nell’unione esclusiva e indissolubile tra una donna e un uomo», ha affermato Papa Leone XIII a proposito del matrimonio, e «implica un imperativo etico fondamentale affinché le famiglie possano accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente». Non ha specificato cosa intendesse con «permettere» alle famiglie di accogliere la vita. Tuttavia, le coppie sposate hanno l’obbligo morale di rimanere sempre aperte alla vita astenendosi dalla contraccezione.

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Una vita del genere è un «dono inestimabile» e «sempre più una priorità, soprattutto in quei paesi che stanno vivendo un drastico calo dei tassi di natalità», ha continuato, senza fare riferimento diretto alla contraccezione come uno dei principali fattori che contribuiscono al calo dei tassi di natalità.

 

Ha poi condannato la maternità surrogata e l’aborto, definendo quest’ultimo una pratica che «stronca una vita in crescita e rifiuta di accogliere il dono della vita».

 

«Alla luce di questa profonda visione della vita come dono da custodire e della famiglia come sua custode responsabile, rifiutiamo categoricamente qualsiasi pratica che neghi o sfrutti l’origine della vita e il suo sviluppo», ha affermato Leo.

 

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Il romano pontefice criticato il finanziamento pubblico dell’aborto, dicendo ai diplomatici che la Santa Sede «considera deplorevole che le risorse pubbliche siano destinate a sopprimere la vita, anziché essere investite per sostenere le madri e le famiglie».

 

«L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il sostegno effettivo e concreto di ogni donna affinché possa accogliere la vita», ha affermato Leo, suggerendo che una donna ha bisogno di «un sostegno concreto» per poter accogliere la vita.

 

Ha inoltre espresso «profonda preoccupazione» per il finanziamento dei viaggi transfrontalieri finalizzati all’aborto.

 

Il papa ha poi condannato la pratica della maternità surrogata, dichiarando che essa viola «la dignità sia del bambino, ridotto a «prodotto», sia della madre, sfruttandone il corpo e il processo generativo», e che in tal modo «distorce l’originaria vocazione relazionale della famiglia».

 

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«Alla luce di queste sfide, ribadiamo con fermezza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento indispensabile di ogni altro diritto umano. Una società è sana e progredisce veramente solo quando salvaguarda la sacralità della vita umana e si impegna attivamente per promuoverla», ha proseguito Leone.

 

Il papa ha sottolineato che onorare il diritto alla vita significa anche rifiutare l’eutanasia e ha definito le pratiche di suicidio assistito «forme ingannevoli di compassione».

 

Sebbene Leone abbia condannato chiaramente e ripetutamente l’aborto, ha anche ripetutamente affermato che il sostegno alla pena di morte, che la Chiesa cattolica ha affermato essere ammissibile fino al pontificato di Francesco, nega la posizione pro-life degli oppositori dell’aborto.

 

Ciò contraddice l’insegnamento di lunga data della Chiesa espresso, ad esempio, da San Tommaso d’Aquino, il quale ha affermato che «se un uomo è pericoloso e contagioso per la comunità, a causa di qualche peccato, è lodevole e vantaggioso che venga ucciso per salvaguardare il bene comune». Allo stesso modo, Papa Pio XII difese nel 1955 l’autorità dello Stato di usare la pena di morte perché «il potere coercitivo della legittima autorità umana” si basa sulle “fonti della rivelazione e della dottrina tradizionale».

 

In un discorso del 2023 , l’allora cardinale Robert Prevost dichiarò:

 

«Un cattolico non può dichiararsi “a favore della vita” solo perché ha una posizione contro l’aborto e affermare allo stesso tempo di essere a favore della pena di morte. […] Chi difende il diritto alla vita dei più vulnerabili deve essere altrettanto visibile nel sostenere la qualità della vita dei più deboli tra noi: gli anziani, i bambini, gli affamati, i senzatetto e i migranti irregolari».

 

Ancora nel 2025, dopo essersi rifiutato di commentare il fatto che il cardinale Blase Cupich avesse espresso la sua intenzione di conferire un premio al senatore pro-aborto Dick Durbin, affermò di non conoscere molti dettagli del caso e aggiunse che bisogna guardare «al lavoro complessivo che un senatore ha svolto durante… 40 anni di servizio nel Senato degli Stati Uniti».

 

Il pontefice romano ha poi affermato che «chi dice che sono contro l’aborto ma dice che sono a favore della pena di morte non è veramente pro-life», affermando inoltre che «chi dice che sono contro l’aborto ma sono d’accordo con il trattamento disumano degli immigrati negli Stati Uniti, non so se questo sia pro-life».

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Spirito

Il cardinale Zen condanna la sinodalità bergogliana e la «manipolazione» del processo sinodale nel concistoro

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Il cardinale Joseph Zen , vescovo emerito di Hong Kong, durante un intervento davanti al concistoro straordinario dei cardinali di questa settimana, ha criticato il Sinodo sul documento finale della sinodalità e sull’intero processo sinodale per aver aggirato la legittima autorità dei vescovi, consentendo varie interpretazioni e suggerendo che lo Spirito Santo possa fargli cambiare idea. Lo riporta LifeSite.   L’intervento del cardinale cinese 93enne, riportato per primo dal College of Cardinals Report, è stato pronunciato davanti a Papa Leone XIV e a 170 suoi confratelli cardinali e si è concentrato sulla nota di accompagnamento al documento finale del Sinodo triennale sulla sinodalità.   Il cardinale Zen ha utilizzato tutti i tre minuti a lui concessi per criticare il documento e l’intero processo sinodale definendoli una “manipolazione ferrea” che ha tolto autorità ai vescovi, scavalcandoli a favore dei laici e che ha avuto un esito predeterminato.

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Il porporato ha inoltre sottolineato la contraddizione di papa Francesco nel dichiarare che il documento è «magistero» ma anche «non strettamente normativo», consentendo diverse interpretazioni da parte dei vescovi, il che potrebbe portare a divisioni simili a quelle nella Chiesa anglicana e non riporterà gli anglicani o gli ortodossi alla comunione con Roma. Ha anche sostenuto che la continua invocazione dello Spirito Santo da parte dei prelati vaticani per il Sinodo rasenta la «blasfemia», poiché lo Spirito Santo non può ripudiare ciò che ha ispirato nella tradizione bimillenaria della Chiesa.   Di seguito l’intervento completo del cardinale Zen:  

Sulla Nota di accompagnamento del Santo Padre Francesco

  Il papa afferma che, con il Documento finale, restituisce alla Chiesa quanto sviluppato in questi anni (2021-2024) attraverso «l’ascolto» (del Popolo di Dio) e il «discernimento» (dell’Episcopato?).   Chiedo:
  • Il Papa ha saputo ascoltare tutto il Popolo di Dio?
  • I laici presenti rappresentano il Popolo di Dio?
  • I Vescovi eletti dall’Episcopato hanno saputo compiere un’opera di discernimento, che deve certamente consistere nella “disputa” e nel “giudizio”?
  • La ferrea manipolazione del processo è un insulto alla dignità dei Vescovi, e il continuo riferimento allo Spirito Santo è ridicolo e quasi blasfemo (ci si aspettano sorprese dallo Spirito Santo; quali sorprese? Che ripudi ciò che ha ispirato nella Tradizione bimillenaria della Chiesa?).
  Il Papa, «scavalcando il Collegio episcopale, ascolta direttamente il Popolo di Dio», e definisce questo «il quadro interpretativo appropriato per comprendere il ministero gerarchico»?

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Il Papa afferma che il Documento è magistero , «impegna le Chiese a fare scelte coerenti con quanto in esso affermato». Ma afferma anche che «non è strettamente normativo… La sua applicazione avrà bisogno di diverse mediazioni»; «le Chiese sono chiamate a recepire, nei loro diversi contesti, le autorevoli proposte contenute nel documento»; «l’unità di insegnamento e di prassi è certamente necessaria nella Chiesa, ma ciò non preclude diversi modi di interpretare alcuni aspetti di tale insegnamento»; «ogni Paese o regione può cercare soluzioni più adatte alla propria cultura e più sensibili alla propria tradizione e alle proprie esigenze».   Chiedo:
  • Lo Spirito Santo garantisce che non sorgeranno interpretazioni contraddittorie (soprattutto date le numerose espressioni ambigue e tendenziose presenti nel documento)?
  • I risultati di questa «sperimentazione e verifica», ad esempio (dell’«attivazione creativa di nuove forme di ministerialità»), devono essere sottoposti al giudizio della Segreteria del Sinodo e della Curia Romana? Saranno queste più competenti dei Vescovi nel giudicare i diversi contesti delle loro Chiese?
  • Se i Vescovi si ritengono più competenti, le diverse interpretazioni e scelte non conducono forse la nostra Chiesa alla stessa divisione (frattura) che si riscontra nella
  Prospettive sull’ecumenismo
  • Data la drammatica rottura della Comunione anglicana, ci uniremo all’arcivescovo di Canterbury (che rappresenta solo circa il 10% della comunità anglicana mondiale) o alla Global Anglican Future Conference (che ne rappresenta circa l’80%)?
  • E con gli ortodossi? I loro vescovi non accetteranno mai la sinodalità bergogliana; per loro, la sinodalità è «l’importanza del Sinodo dei vescovi». Papa Bergoglio ha sfruttato la parola Sinodo, ma ha fatto sparire il Sinodo dei vescovi, un’istituzione fondata da Paolo VI.

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Immagine screenshot da YouTube
 
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