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Mons. Viganò: chi era realmente San Francesco di Assisi

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Renovatio 21 pubblica questa omelia di monsignor Carlo Maria Viganò.

 

Il Venerabile Pontefice Pio XII, il 18 Giugno 1939, proclamò San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena Patroni d’Italia. Nel suo memorabile discorso, egli definì il Poverello «il più italiano dei Santi, il più santo degli Italiani». Permettetemi dunque di condividere con voi una breve meditazione su questo grande Santo, per meglio comprendere quali siano le sue virtù dalle quali prendere esempio e modello. 

 

Prima di tutto, lasciatemi dire che cosa San Francesco non fu.

 

Non è quel giovinetto anarcoide ed efebico partorito dal regista Zeffirelli, nonostante che a quel modello effeminato e pacifista si siano abbeverati migliaia di sacerdoti, religiosi e suore.

 

San Francesco non ha nulla a che vedere con Dolce sentire, tanto melenso e insulso quanto apprezzato dai modernisti.

 

Non è quel frate ecumenico che incontra il Gran Sultano per dialogare senza convertire. Non è nemmeno quel figlio dei fiori ante litteram che tanto piace agli intellettuali di sinistra e ai preti di strada, né un antesignano dei pacifisti alla Sant’Egidio, o un ispiratore di vecchi e nuovi pauperismi.

 

Non è, insomma, un Santo «conciliare», anche se a quel preciso modello – falso e ideologicamente manipolato – si richiama la scelta del nome di colui che ha occupato il Soglio di Pietro. Vi è dunque un’icona, anzi direi quasi un archetipo a cui i Santi dovrebbero essere ricondotti per poter piacere ai seguaci del Concilio. Se vi è stato chi ha impunemente definito San Pio X un precursore del Vaticano II, potete ben immaginare che a questa sorta di maquillage ideologico non si sia potuto sottrarre nemmeno il Poverello d’Assisi. 

 

Vediamo cosa fu invece Francesco, per come lo conosciamo dalle cronache e dalle testimonianze dei suoi contemporanei. Fu un giovane scapestrato che comprese come i beni di questo mondo fossero un intralcio verso la santità, e che scelse di unirsi a Donna Povertà, la sposa di colui ch’ad alte grida / disposò lei col sangue benedetto, come recita Dante (Par XI, 32-22), vivendo i consigli evangelici nella Regola dell’Ordine Serafico.

 

Francesco fu dunque povero, di quella santa povertà che non è miserabile né abbietta, ma nobile e fiera, perché fiduciosa dell’aiuto della Provvidenza.

 

Fu instancabile predicatore del Vangelo.

 

Nel 1219 egli si recò sino al Cairo, alla corte di al-Malik al-Kamil: in quella circostanza egli volle affrontare la prova del fuoco per dimostrare la verità della Fede cattolica e persuadere il Sultano alla conversione e a desistere dal combattere i Cristiani impegnati nella Quinta Crociata.

 

San Francesco fu promotore del decoro e della dignità della Liturgia. Nei suoi scritti leggiamo mille raccomandazioni sul rispetto e l’adorazione dovuti al Santissimo Sacramento e sappiamo che nulla lesinava per acquistare pissidi e vasi sacri da donare alle chiese povere.

 

Un’antifona del proprio dell’Ordine lo chiama Vir catholicus et totus apostolicus, e ricorda: Ecclesiæ teneri Fidei Romanæ docuit, presbyterosque monuit præ cunctis revereri, insegnò a professare la Fede Romana e ammonì a riverire i sacerdoti prima di chiunque altro. La sua venerazione per i Ministri dell’Altissimo era tale, da portarlo a rifiutare di ricevere il Sacerdozio considerandosene indegno. 

 

Fu l’Ordine Serafico a istituire i Monti di Pietà e i «monti frumentari», per sottrarre i poveri all’usura praticata dai banchieri e dalle speculazioni dei mercanti: ben altro modo di concepire l’economia secondo il Vangelo rispetto agli investimenti spericolati di chi oggi veste il saio francescano…

 

Francesco fu insomma l’esempio eroico di quelle virtù che in un’epoca di crisi e di guerre avrebbero riformato la Santa Chiesa. Per questo Dante ci mostra accomunati dalla missione riformatrice e dalla povertà evangelica San Francesco e San Domenico: L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore (Par XI, 37-39).

 

Forse qualcuno ricorderà ancora, silenziosi e sorridenti, i frati mendicanti passare per via col sacco in spalla, a chiedere il pane avanzato dai fornai a fine giornata: quella presenza discreta e ammonitrice era l’ultima traccia dell’amore per Sorella Povertà, ormai cancellata dalla furia iconoclasta conciliare. Oggi i Francescani accumulano e sperperano ricchezze con ardite operazioni di speculazione finanziaria, rinnegando l’essenza della loro vocazione e l’esempio del loro Fondatore. Ma la povertà francescana non è miseria stracciona: è piuttosto distacco dai beni materiali, da usare per i poveri e per il Signore piuttosto che per le proprie comodità.

 

In che cosa, dunque, San Francesco fu «il più italiano dei Santi, il più santo degli Italiani»? Possiamo dire che fu il più italiano dei Santi, perché in lui si mostrò quell’indole propria al nostro popolo, fatta di carità serena verso i più poveri e i bisognosi, quella carità che tanti Ordini e Congregazioni ha visto nascere nel corso dei secoli sotto il soffio dello Spirito Santo. Un’indole fatta di carità e di amore per Dio, di Fede solida e intemerata, di quotidiana testimonianza con l’esempio.

 

In Francesco troviamo anche quella incrollabile certezza nelle Verità eterne, di quella Roma onde Cristo è romano (Par XXXII, 102) che ancora sopravvive nel nostro popolo nonostante l’azione devastatrice della gerarchia modernista. Egli fu anche il più santo degli Italiani, perché la sua vita fu esempio e modello di vera umiltà, di santa povertà, di totale abbandono a Dio e in Dio, al punto da ricevere le Sacre Stimmate che lo assimilassero anche nella carne alla Passione del Signore.

 

Egli portava su di sé i segni dell’infinita Carità di Cristo, dinanzi alla quale ogni bene terreno, ogni ricchezza, ogni piacere scompare e si annichilisce, e ha un senso solo se orientato al Bene e all’eterna salvezza.

 

Non pauperismo, dunque, ma povertà per sé e tutto per Cristo. Non ecumenismo che mercanteggia le verità della Fede, ma zelo apostolico per la conversione delle anime lontane. Non pacifismo, ma ricerca della pace in justitia et sanctitate veritatis (Ef 4, 24), nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità. 

 

Il mondo odierno, ribelle a Cristo e ai Suoi santi, si è costruito un idolo con le sembianze del Poverello d’Assisi: un simulacro falso e menzognero come tutti gli idoli, in cui l’anima della povertà francescana è rimossa, privata della sua causa prima e del suo fine ultimo in Dio. 

 

Qual è la costante che ritroviamo nelle opere di Dio? La gratuità dell’Amore che si mostra come perfettamente e semplicemente Vero.

 

E qual è la costante che ritroviamo nelle opere di Satana? Il prezzo dell’odio che si manifesta come oscenamente falso e ingannatore.

 

Satana ci offre cose non sue: le ricchezze di questo mondo, il potere, il successo, il consenso, il piacere. E ce le vende, barattando la sua paccottiglia con il tesoro della nostra anima immortale, che non ci appartiene e che siamo invece tenuti a conservare pura e santa per il momento del Giudizio. Ma questa realtà – così evidente a chi non ha gli occhi dell’anima bendati dai sensi e annebbiati dal peccato o dal vizio – sfugge altresì a chi pensa di essere libero ed è invece schiavo di sé, del mondo, del diavolo. 

 

Se qualcosa della vita di San Francesco rimane ancora da imitare in questo mondo traviato e traditore, è il miracolo dell’azione della Grazia santificante in un’anima totalmente orientata in Dio, illuminata dalla luce della Sua Verità e infiammata della Sua Carità. Un’anima che comprende la vanità delle cose terrene e l’assoluto primato di quelle spirituali.

 

Un’anima generosa, capace di privarsi di tutto perché ha già tutto; pronta a rischiare la vita predicando Cristo, perché sa che la vera vita è Cristo stesso. Un’anima che non teme le privazioni, quando si è già spogliata del superfluo perché ha scoperto l’Unico Necessario. 

 

Guardiamo all’esempio di questo grande Santo italiano non solo per ritrovare con fierezza le nostre comuni radici, dalle quali possa rinascere l’albero del Vangelo che ha reso grande e prospera la Civiltà cristiana della nostra amata Patria; ma anche per riscoprire in noi stessi, figli di questa terra benedetta da Dio e dalla presenza della Sede di Pietro, quel temperamento genuinamente cattolico e romano, che ci ha permesso già in passato di veder rinascere la Chiesa di Cristo mediante l’esercizio della povertà evangelica, la professione della vera Fede e la pratica della Carità. 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

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Dieci anni di Amoris Laetitia: ancora caos

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È trascorso un decennio dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia. Francesco voleva un soffio di «misericordia», ma in realtà è diventata fonte di seria preoccupazione dottrinale. Dieci anni dopo, l’osservazione è chiara: sotto la maschera del «discernimento», la confusione ha troppo spesso preso il sopravvento nelle diocesi, indebolendo il dogma dell’indissolubilità del matrimonio.  

Un approccio pastorale all’ambiguità

In Francia, l’accoglienza del Capitolo VIII di Amoris Laetitia ha creato una frattura silenziosa. In molte diocesi, come Parigi e Lione, l’attuazione di «programmi di discernimento» ha di fatto portato a un accesso sempre più frequente alla Santa Comunione per le persone unite civilmente di recente.   Per i difensori della Tradizione, questa evoluzione pone un grave problema di coscienza. Come si possono conciliare le parole di Cristo sull’adulterio con una pratica che sembra ignorare lo stato di grazia necessario per ricevere l’Eucaristia? Un approccio «caso per caso» sembra essere diventato la norma, con il rischio di trasformare il sacramento in un mero rito di integrazione sociale.

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Alla luce delle disparità diocesane

La situazione variegata dipende dall’orientamento dei vescovi o dei parroci locali, creando una Chiesa a più velocità:   – Alcune diocesi mantengono più fermamente la pratica tradizionale, ribadita da Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Familiaris Consortio (1981). Esiste un sostegno per i cattolici divorziati e risposati, ma richiede la «perfetta continenza» per coloro che desiderano ricevere i sacramenti, nel rispetto delle promesse sacramentali fatte al momento del primo matrimonio.   – Al contrario, strutture come i gruppi Reliance o certi «centri missionari» urbani – che sembrano aver abdicato alle proprie responsabilità in materia di fede – privilegiano la «piena integrazione» senza richiedere cambiamenti concreti nella vita, affidandosi a un’interpretazione soggettiva della coscienza.  

Lo spettro del relativismo morale

Dieci anni dopo, il timore di uno «scisma sottile» o di un relativismo morale non è scomparso. Per molti sacerdoti impegnati sul campo, la pressione è intensa. «Ci viene chiesto di accompagnare senza giudicare, ma accompagnare significa anche illuminare la verità delle azioni», confida un giovane vicario.   La pubblicazione di Fiducia Supplicans nel 2023 non ha fatto che accentuare questa sensazione di un cambiamento dottrinale in cui la cura pastorale finisce per cancellare il dogma in nome di una misericordia mal compresa. Per illustrare questo punto, FSSPX Attualità ha raccolto una testimonianza diretta: Isabelle e Pierre (nomi di fantasia) sono una coppia divorziata e risposata in una diocesi della Bretagna.   Isabelle frequenta la Messa in una parrocchia affidata a una nuova comunità, dove il sacerdote la incoraggia a ricevere la Santa Comunione, pur essendo consapevole di non averne i requisiti. Il suo compagno, invece, frequenta una parrocchia tradizionale dove si limita scrupolosamente alla comunione spirituale. Questo esempio è tutt’altro che isolato.

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Sebbene l’esortazione Amoris Laetitia abbia aperto indiscriminatamente il banco della Comunione alle coppie che se ne erano allontanate a causa della loro condizione moralmente riprovevole, ha di conseguenza seminato dubbi sulla sostenibilità dell’impegno cristiano.   Il risultato è una «carità senza verità» che, lungi dal guarire le anime, tende a confermarle in uno stato oggettivo di peccato. Alimenta la convinzione che la «misericordia» appena promossa – che è solo una caricatura della vera misericordia – possa annullare la legge divina e quindi la sua giustizia. Ciò apre la strada alla Fiducia supplicans, che porta a credere che Dio benedica proprio le situazioni che Egli condanna.   Una simile falsificazione della volontà divina, chiaramente espressa nel Vangelo dal nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, è uno dei segni più tangibili per i fedeli – e per i membri del clero che ancora possiedono una teologia e una coscienza – dello stato di necessità in cui si trova oggi la Chiesa: la necessità di una riforma energica che corregga gli errori che sviano le anime.   Questo stato di necessità spiega anche la decisione di consacrare i membri nella Fraternità Sacerdotale San Pio X, per preservare la purezza della fede e della morale in attesa di questa riforma che – la speranza nella bontà del suo Fondatore ci impone – non mancherà di realizzarsi nel tempo che egli avrà scelto.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Breve storia recente degli scontri tra Stati Uniti e Vaticano

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è di nuovo in disaccordo con il Vaticano, questa volta scagliando attacchi personali e insulti feroci contro Papa Leone XIV.

 

I conflitti tra la Casa Bianca e il Vaticano, tuttavia, non sono una novità. Dalla palese opposizione di Giovanni Paolo II a George W. Bush sulla guerra in Iraq, agli accesi scambi di battute tra papa Francesco e Trump sull’immigrazione, i pontefici raramente si sono sottratti agli scontri pubblici con l’uomo che occupa lo Studio Ovale.

 

Con oltre 60 milioni di fedeli solo negli Stati Uniti, la Chiesa cattolica romana rappresenta la più grande confessione religiosa americana, con circa il 20% della popolazione adulta. Papa Leone XIV, il primo pontefice nato negli Stati Uniti, gode del favore dell’84% dei cattolici del Paese.

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2026

Papa Leone XIV ha criticato pubblicamente la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, definendo la minaccia di Trump di distruggere la civiltà iraniana «veramente inaccettabile» e affermando che Dio «non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra».

 

Trump, che si definisce un cristiano protestante non confessionale, ha risposto lanciando un attacco insolitamente personale contro il pontefice, definendolo «DEBOLE sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera». Ha anche affermato che la Chiesa cattolica aveva scelto deliberatamente Leo per «occuparsi» del presidente degli Stati Uniti.

 

«Non credo che stia facendo un buon lavoro», ha detto Trump ai giornalisti, aggiungendo di non volere «un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti».

 

La faida si è ulteriormente intensificata quando Trump ha pubblicato un’immagine generata dall’Intelligenza Artificiale (poi cancellata) che lo ritraeva come una figura simile a Gesù, vestito di bianco, mentre guariva un malato, circondato da aerei da combattimento e bandiere americane. Il post ha suscitato accuse di blasfemia, e persino alcuni alleati conservatori lo hanno condannato. L’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene lo ha definito «uno spirito anticristiano».

 

 

La premier italiana Giorgia Meloni, solitamente una stretta alleata di Trump, ha espresso una rara condanna, definendo «inaccettabile» l’attacco di Trump a papa Leone. Anche la Conferenza Episcopale Statunitense si è detta «scoraggiata» dalle «parole denigratorie del presidente nei confronti del Santo Padre».

 

Lo scandalo ha anche portato i critici a sottolineare il fatto che Trump non abbia posto la mano sulla Bibbia mentre prestava giuramento per il suo secondo mandato. Questa tradizione è da tempo seguita dai leader statunitensi, incluso Trump durante il suo primo insediamento nel 2017.

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2016

Prima di Leone, Trump aveva avuto anche un acceso scontro pubblico con Papa Francesco, l’argentino appassionato di calcio noto per lavare i piedi ai fedeli. Durante la campagna presidenziale statunitense, Francesco commentò la promessa di Trump di costruire un muro al confine tra Stati Uniti e Messico affermando che «una persona che pensa solo a costruire muri… e non a costruire ponti, non è cristiana».

 

Immagine Shealeah Craighead CC BY 3.0 via Wikimedia

 

Trump replicò che era «vergognoso» che un leader religioso mettesse in discussione la fede di una persona. Lo scontro continuò anche durante la prima presidenza di Trump, con Francesco che criticò i piani di deportazione di massa dell’amministrazione.

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2009

Barack Obama, protestante, ebbe fin dall’inizio un rapporto difficile con il Vaticano, in particolare su aborto e libertà religiosa. Secondo alcune fonti, la Santa Sede respinse le sue scelte per la carica di ambasciatore, ritenendole «insufficientemente a favore della vita».

 

La rescissione, nel 2011, di un contratto multimilionario con i vescovi statunitensi in merito alle segnalazioni di servizi di contraccezione ha ulteriormente deteriorato i rapporti.

 

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Nel 2012, il Dipartimento di Stato americano ha inserito per la prima volta il Vaticano nella sua lista di sorveglianza per il riciclaggio di denaro, classificando la Santa Sede come una «giurisdizione di interesse». Molti cattolici l’hanno interpretato come un attacco alla Chiesa.

 

Nel 2013, scoppiò un altro grave scandalo quando emersero notizie secondo cui la National Security Agency (NSA) aveva intercettato le telefonate di cardinali e vescovi che avevano contribuito all’elezione di Papa Francesco, un argentino, il che portò ad accuse di spionaggio ai danni della Santa Sede da parte di Washington.

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2003

Una delle più gravi censure religiose coinvolse il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, di fede metodista, e il papa polacco Giovanni Paolo II, che si oppose apertamente all’invasione dell’Iraq del 2003. Il pontefice descrisse la guerra come «una sconfitta per l’umanità» ed espresse profondo rammarico per non essere stato in grado di fermarla.

 

Immagine CC0 via Wikimedia

 

Nel 2003, il papa aveva inviato alla Casa Bianca il cardinale Pio Laghi, amico della famiglia Bush, con una lettera in cui esortava il presidente a non invadere. Secondo una fonte, Bush mise da parte la lettera senza aprirla e disse al cardinale di essere «convinto che fosse volontà di Dio» entrare in guerra.

 

Quando Bush visitò il Vaticano nel 2004, Giovanni Paolo II colse l’occasione per ribadire la sua opposizione alla guerra, spingendo l’allora cosiddetto «leader del mondo libero» ad abbandonare l’incontro senza il consueto scambio di doni per la foto di rito.

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Anni Novanta

L’amministrazione dell’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, un southern baptist, si scontrò ripetutamente con Giovanni Paolo II su aborto e contraccezione.

 

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Nel 1993, durante un incontro a Denver, in Colorado, il Papa rimproverò pubblicamente Clinton per il suo sostegno al diritto all’aborto. Il dibattito raggiunse il culmine alla conferenza delle Nazioni Unite sulla popolazione del 1994 al Cairo, dove il Vaticano si adoperò per evitare l’uso di un linguaggio che potesse essere interpretato come un’approvazione dell’aborto.

 

Anche la visita del èapa a St. Louis nel 1999, dove fu accolto da Bill e Hillary Clinton, fu oscurata dalla sua eloquente difesa dei nascituri e dai suoi ripetuti appelli a favore di una «cultura della vita».

 

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Immagine di John Soderman via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0

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Mons. Viganò sullo scontro tra Trump e Leone

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   È comprensibile che molti Cattolici si sentano offesi e scandalizzati dalle esternazioni del Presidente degli Stati Uniti nei riguardi di Leone (1) , anche se non si può certo dire che Jorge Bergoglio durante il suo «regno» abbia risparmiato attacchi e provocazioni nei confronti di Donald Trump. L’intervento di quest’ultimo è inoltre contestuale alle dichiarazioni orchestrate contro di lui nel programma di propaganda 60 Minutes della CBS (2) , da parte di tre corrottissimi cardinali: Cupich, McElroy e Tobin; tre porporati notoriamente ultra-bergogliani e ultra-progressisti, appartenenti alla filiera dell’abusatore seriale Theodore McCarrick, legati a doppio filo con la Sinistra radicale woke, grandi elettori di Robert Prevost e suoi più stretti collaboratori.    Interpellato dai giornalisti sul post di Donald Trump, Leone ha risposto: «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di proclamare con forza il messaggio del Vangelo, che è ciò che credo di essere chiamato a fare, ciò che la Chiesa è chiamata a fare» (3) . Queste parole, apparentemente incontestabili sulla bocca di Prevost, possono però cambiare nettamente di significato, a seconda di come le si interpreta. Esse possono voler dire semplicemente: «Non ho paura del potere civile», a indicare la superiorità dell’autorità spirituale della Chiesa Cattolica su ogni autorità terrena; oppure, in senso diametralmente opposto: «Non ho paura di questa amministrazione», mentre in altri casi egli considera che sia legittimo avere paura e astenersi dal «proclamare con forza il messaggio del Vangelo».   E subito ci vengono in mente tutte quelle volte che abbiamo visto il Vaticano «temere» altre amministrazioni, tanto a Washington — specialmente quando le interferenze di Hillary Clinton e di John Podesta giungevano a far bloccare in Vaticano le transazioni bancarie del circuito SWIFT — quanto a Pechino, dove la Santa Sede si è ufficialmente impegnata con la dittatura comunista, mediante un Accordo segreto, a non «proclamare con forza il messaggio del Vangelo», ratificando a piè di lista le nomine episcopali dell’Associazione Patriottica cinese, senza che questo — a differenza delle Consacrazioni di Ecône — sia ritenuto un atto scismatico. 

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In numerosi altri casi, Prevost e Bergoglio prima di lui, hanno pensato bene di tacere di propria iniziativa, forse perché la loro acquiescenza — quando non addirittura un’entusiastica cooperazione — era ciò che il Potere si attendeva dalla Chiesa conciliare e sinodale. Infatti, non appena proprio l’Amministrazione Trump ha interrotto il fiume di denaro che l’USAID versava alla USCCB e ai vari organismi della Chiesa Cattolica americana per favorire l’immigrazione, è iniziata la guerra aperta di tutti quei cardinali e vescovi che Clinton, Obama e Biden avevano sino a quel momento coperto di soldi.   In quegli anni di vacche grasse, Bergoglio e l’intero Episcopato americano si guardavano bene dal rompere l’idillio con la Casa Bianca — grazie anche ai buoni uffici dell’allora cardinale McCarrick — e poco importava delle politiche abortiste, LGBTQ+ e gender promosse dai Democratici «cattolici». La sola idea di poter scomunicare i politici «pro-choice» era considerata un’intollerabile ingerenza della Gerarchia che essa stessa ha ben chiarito di non aver alcuna intenzione di adottare.   Ecco allora come una frase, estrapolata dal contesto – «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di proclamare con forza il messaggio del Vangelo» – possa risultare condivisibile; ma che, letta in un quadro più ampio e coerente, lascia interdetti, perché sconfessa le parole che Leone ha pronunciato in quella stessa circostanza: «Non siamo politici. […] Non credo che il messaggio del Vangelo debba essere strumentalizzato, come alcuni stanno facendo».   E se vi è indubbiamente chi strumentalizza «il messaggio del Vangelo» con deliri pseudo-messianici tipici dei telepredicatori d’Oltreoceano, di sicuro vi è Oltretevere chi non esita a strumentalizzare quello stesso Vangelo per dare parvenza di legittimità e moralità al piano di sostituzione etnica e di islamizzazione dell’Occidente pervicacemente portato avanti dall’élite globalista con l’Agenda 2030. Un’Agenda che a Trump non piace per nulla; mentre la Santa Sede, Leone, la USCCB e tutte le charities pseudocattoliche l’hanno eretta a nuovo totem globalista del proprio programma sinodale.   Non dimentichiamo la ratifica dottrinale che Bergoglio ha dato alla farsa pandemica e alla vaccinazione di massa, così come alla frode climatica e agli obiettivi sostenibili con la pseudo-enciclica Laudato si’, e la benedizione che Prevost ha impartito a un blocco di ghiaccio fatto appositamente arrivare dall’Antartide, durante una imbarazzante cerimonia a Castel Gandolfo.    Nonostante insista nel dichiarare di non essere un politico, Leone non ha avuto alcuna remora nel ricevere in udienza privata lo scorso 9 Aprile David Axelrod, il principale stratega di Barack Obama e suo ex consigliere senior alla Casa Bianca. Una domanda è più che legittima: Axelrod è forse venuto in Vaticano per dettare a Leone una precisa strategia politica, come già avvenuto con le ingerenze di Hillary Clinton e John Podesta per spingere Benedetto XVI alla Rinuncia e favorire l’elezione di Bergoglio?   Il paradosso è reso manifesto dallo stesso Trump: «Leone dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!» Il che è assolutamente vero, più di quanto il Presidente Trump possa immaginare…

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Se l’Amministrazione Dem ha più volte indebitamente interferito nel governo della Chiesa di Roma, non si può dire siano mancati anche interventi intempestivi del Vaticano nei riguardi di Washington. E se non stupivano le invettive del Gesuita di Buenos Aires contro Trump definito «non cristiano» perché dichiarava di voler rimpatriare le orde di clandestini, di certo hanno lasciato sconcertati le uscite dell’Agostiniano di Chicago a proposito dell’immigrazione, e più recentemente anche sulla guerra: «Dio non benedice alcun conflitto. Chi è discepolo di Cristo, Principe della Pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia bombe» (4) , ha detto Leone.   Certo, egli avrebbe potuto circostanziare, come fece Benedetto XVI: «Date le nuove armi che rendono possibile una distruzione che va ben oltre i gruppi di combattenti, oggi dobbiamo chiederci se sia ancora lecito ammettere l’esistenza stessa di una guerra giusta» (5) . O, ancor meglio, Leone avrebbe potuto ricordare le parole di Pio XII: «Un popolo minacciato o già vittima di una ingiusta aggressione, se vuole pensare ad agire cristianamente non può rimanere in una indifferenza passiva; tanto più la solidarietà della famiglia dei popoli interdice agli altri di comportarsi come semplici spettatori in un atteggiamento d’impassibile neutralità» (6).    Ma Prevost — ed è qui che sta il vero problema — non parla con la voce della Chiesa: le sue parole di condanna per qualsiasi guerra finiscono con il legittimare anche le guerre ingiuste, privando l’aggredito del diritto di difendersi dal momento che anche la guerra di difesa sarebbe ingiusta. Questo errore è simile all’affermare che tutte le religioni si equivalgono; che i precetti della Morale si devono adattare alle circostanze contingenti (vedi Amoris Lætitia e Fiducia Supplicans); o che la pena capitale è contraria al Vangelo. Poiché anche in questi casi colui che dovrebbe essere un punto di riferimento nel discernere il Bene dal Male tradisce il proprio mandato riconoscendo pari diritti all’errore e alla Verità, piuttosto di assumersi la responsabilità morale di condannare l’uno e difendere l’altra.   Certo, se mai Leone osasse parlare con la voce autorevole della Chiesa Cattolica, si troverebbe contro non solo la Sinistra pacifista (in cui Prevost ha militato sin dagli anni Ottanta (7), aderendo al movimento dei Giovani Agostiniani(8), o Agostiniani per la pace sponsorizzato dal Partito Comunista Italiano), ma anche la destra teocon cui non pochi conservatori cattolici sono pericolosamente contigui.   La tolleranza di cui gode temporaneamente la gerarchia conciliare è infatti condizionata alla sua accettazione e promozione non solo dell’agenda globalista dell’ONU, del World Economic Forum di Davos, del Council for Inclusive Capitalism with the Vatican fondato da Bergoglio con Lynn Forester de Rothschild, ma anche dell’agenda liberale della lobby anglo-sionista. Ossia di due poteri sovranazionali che agiscono su fronti apparentemente opposti ma per un comune obiettivo: l’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale, che a seconda di chi prevarrà nello scontro vedrà comunque perseguitato soltanto il Cattolicesimo, e il Cattolicesimo tradizionale che Roma cerca in ogni modo di distruggere o di fagocitare «conciliarizzandolo» e «sinodalizzandolo».    Secondo il richiamo di Trump «Leone dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa […] e concentrarsi sull’essere un grande Papa, anziché un politico». Perché l’elezione di un «papa» americano di Chicago, intriso di dottrine ereticali acquisite negli anni di ministero in America Latina, dedito al culto della Pachamama e ideologicamente affine – per sua stessa ammissione – al peggior progressismo dei famigerati cardinali Bernardin e Cupich, sembra essere stata pianificata apposta per costituire un contraltare al Presidente degli Stati Uniti.   Se il suo ruolo doveva essere — come infatti si è visto in questi mesi — quello di continuatore della rivoluzione conciliare e sinodale, non stupisce che Bergoglio abbia preparato minuziosamente la sua ascesa ecclesiastica in modo che gli succedesse e non vanificasse i dodici anni di sistematica demolizione dell’edificio Cattolico e di totale asservimento alla cupola globalista da parte del Gesuita Argentino. Il silenzio della sparuta minoranza moderatamente conservatrice del Collegio cardinalizio dinanzi alle dimostrazioni concrete di tale continuità tra Bergoglio e Prevost conferma la sua complicità ed inadeguatezza. 

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Il coro unanime dei media mainstream e dei neo-papisti costituisce la prova che Leone non parla da papa ma da porta-bandiera dell’antitrumpismo, per così dire. Perché gli elogi provengono da personaggi — interni ed esterni al corpo ecclesiale — che di cattolico non hanno nulla, e che sarebbero i primi a crocifiggere Prevost se solo osasse esprimere qualche dubbio sui «dogmi» intoccabili della Sinistra radicale.   E perché questa difesa di Prevost è motivata proprio dal fatto che il «papa» ha scelto di fare il politico, dando prova di una partigianeria che scredita il Papato e la Chiesa Cattolica dinanzi al mondo. Per questo Leone dovrebbe davvero «darsi una regolata nel suo ruolo di Papa»: cosa questa quantomai difficile per chi come lui è stato scelto proprio perché il suo appoggio all’agenda globalista non sarebbe stato forzato, ma spontaneo e convinto; e perché a vigilare su Leone ci sono gli emissari di quei Poteri che non hanno alcuna intenzione di abbandonare le posizioni raggiunte all’interno della Chiesa Cattolica, a così breve distanza dal traguardo.   Quando Nostro Signore Gesù Cristo è riconosciuto come Re delle Nazioni, nessun Anticristo potrebbe osare rivendicare il titolo di Messia. E quando è riconosciuto come Re e Pontefice in seno alla Chiesa, nessun Suo Vicario oserebbe sovvertire il Suo insegnamento e demolire la Sua Chiesa. Se questo avviene oggi, sotto i nostri occhi, è perché ci troviamo in tempi escatologici, in cui Nostro Signore è stato spodestato nella Sua divina Regalità dalle Nazioni e nel Suo eterno Sacerdozio dai Suoi stessi Ministri.   Nel giudicare dunque gli eventi presenti, non lasciamoci sedurre da speculazioni astratte e non cerchiamo di modificare la realtà perché assecondi le nostre illusioni. Guardiamo tutto ciò che accade con uno sguardo soprannaturale, perché è l’unico modo per conservare nelle presenti tribolazioni quella pace dell’anima che il mondo non sa e non può dare (Gv 14, 27).   + Carlo Maria Viganò Arcivescovo già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America Viterbo, 17 Aprile MMXXVI S.cti Aniceti Papæ et Martyris   NOTE 1) Cfr. tra gli altri https://truthsocial.com/@realDonaldTrump/posts/116394704213456431  2) Cfr. https://www.cbsnews.com/news/catholic-conversions-rising-inside-the-catholic-churchs-quiet-revival-60-minutes/  3) Cfr. https://www.rainews.it/video/2026/04/il-papa-non-sono-un-politico-il-mio-messaggio-e-il-vangelo-smettiamola-con-le-guerre-b786b48e-2cf5-4d17-8b73-2ab093d1259d.html  4) Cfr. https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-04/papa-leone-xiv-sinodo-chiesa-baghdad-caldei-medio-oriente-pace.html  5) Così Joseph Ratzinger nel 2002. 6) Pio XII, Radiomessaggio di Natale del 24 Dicembre 1948. 7) Cfr. https://x.com/antoniosocci1/status/2044478728311320768  8)Non sfuggirà l’assonanza col movimento dei Giovani Turchi, di chiara (anche se forse involontaria) ispirazione massonica.   Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.  

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