Pensiero
Massoneria e vaccinismo
In settimana la massoneria italiana ha espresso il suo pieno appoggio al green pass.
Come riportato dall’agenzia Adnkronos, sia il Grande Oriente d’Italia che la Gran Loggia d’Italia – che sono due anime scisse della massoneria nazionale – si sono espressi molto favorevolmente all’attuazione del passaporto vaccinale.
Anzi, parrebbe che i grembiulini abbiano subito recepito e implementato materialmente l’ordinanza:
«Si entra in loggia solo con il green pass, che noi abbiamo stabilito come obbligatorio; la stessa prescrizione varrà ovviamente per l’evento che terremo nei giorni 1 e 2 ottobre al Palacongressi di Rimini per il tradizionale raduno annuale della gran loggia, cui parteciperanno circa 2.500 persone». ha dichiarato il gran maestro del Grande Oriente d’Italia (GOI) Stefano Bisi.
«Per cui da noi si entra solo se si è vaccinati, o con il tampone nelle 48 ore precedenti o se si è guariti dal Covid. E per entrare si dovranno superare tre passaggi per tre controlli: fuori dalla sede per mostrare il green pass con il documento di identità personale, all’ingresso per la misurazione della temperatura corporea, al varco con la lettura ottica del QR Code specifico per l’evento. E l’intero staff addetto all’organizzazione e all’accoglienza degli accreditati è vaccinato con doppia dose».
«Io io sono vaccinato e come me lo è la gran parte dei miei fratelli massonici» dichiara il gran maestro Bisi.
In settimana la massoneria italiana ha espresso il suo pieno appoggio al green pass
Identica posizione della concorrente Gran Loggia d’Italia, nata da una scissione dal GOI nel 1908.
«Il vaccino è l’unica arma che possa riuscire, se non a debellare, quanto meno a contenere il Covid e la diffusione di eventuali e successive varianti del virus: non vedo altre strade percorribili, almeno al momento, per poter tornare a quella che ora possiamo definire come vita normale» dice sempre a Adnkronos Luciano Romoli, il gran maestro venerabile della Gran Loggia d’Italia.
«La Gran Loggia si muove nel perimetro della norma, che tutti noi presumiamo nasca da considerazioni di carattere medico e scientifico. Tutte le nostre riunioni e cerimonie vengono fatte con obbligo di green pass o di tampone e nel pieno e convinto rispetto di ogni prescrizione», dichiara sempre ad Adnkronos il gran maestro Romoli.
Le cerimonie ufficiali in ambito regionale della Gran Loggia saranno tenute «nel totale rispetto di tutte le leggi e anche dei consigli dei bravi medici» continua il gran maestro venerabile. Che, come il collega maestro Bisi, ricorda che «fra i nostri affiliati prevalgono di gran lunga i vaccinati, nella convinzione che più ci si vaccina più si restringe l’area di rischio».
La Storia mostra come massoneria e vaccinazioni abbiano una storia intrecciate. E che molti famosi dottori che negli ultimi due secoli hanno propalato la vaccinazione siano stati affiliati a logge, spesso in modo aperto.
Chi in questi anni ha seguito Renovatio 21 non proverà alcuna sorpresa nello scoprire che il grembiule è super-vaccinista. Abbiamo accennato alla cosa molteplici volte, anche se non vi è letteratura specifica sulla questione. Se si tratta di una disposizione interna, deve essere molto importante, perché tenuta per quanto possibile in segretezza.
Bisogna capire che non si tratta solo di l’opinione razionale dei massoni di oggi fronte alla storia del giorno, cioè la pandemia covidica. Si tratta, invece, di un fenomeno storico. di un pattern che vediamo ripetersi nei secoli.
La Storia mostra come massoneria e vaccinazioni abbiano una storia intrecciate. E che molti famosi dottori che negli ultimi due secoli hanno propalato la vaccinazione siano stati affiliati a logge, spesso in modo aperto.
Michele Francesco Buniva (1761-1834), fu veterinario, botanico, «patriota» (con periodi di esilio in Francia), ma è ricordato soprattutto come il medico responsabile dell’introduzione della vaccinazione in Piemonte. Buniva aderì alla loggia Des Sincères Amis l’8 ottobre 1806. Nel 1799 Buniva fu nominato capo della loggia massonica di Pinerolo. Il Buniva certo aveva agganci internazionali: nel 1800 divenne nominato membro del «Comitato parigino del vaccino», viaggiando in Inghilterra per apprendere la tecnica di Edward Jenner, il medico di campagna che appena tre anni prima – nel 1797 – aveva cominciato a diffondere la sua vaccinazione antivaiolosa.
Lo stesso Jenner – ma questo è risaputo – era massone
Lo stesso Jenner – ma questo è risaputo – era massone. Divenne libero muratore il 30 dicembre 1802, nella Loggia Faith and Friendship #449. Dal 1812 al 1813 prestò servizio come maestro venerabile della Royal Berkeley Lodge. Secondo alcune fonti, fino quasi alla sua morte egli presenziò a varie cerimonie massoniche. Non solo Edward: per la famiglia squadra e compasso sono state una costante – il nipote di Edward, Henry Jenner, fu Maestro per i primi due anni della Loggia e in seguito Gran Maestro Provinciale per Bristol. Robert F. Jenner, figlio di Edward, fu Maestro di Loggia nel 1827, 1828, 1847 e 1848, mentre un altro nipote, il Rev. G.C. Jenner, fu Segretario di Loggia e Gran Cappellano Provinciale per Bristol.
Vincenzo Comi (1765-1830), medico e chimico, anche lui considerato «patriota» dalla storia nazionale (fondò la Società Patriottica di Teramo) fu invece colui che introdusse la vaccinazione antivaiolo in Abruzzo. Qualificato come «medico e chimico teramano, membro della Loggia del 1775». Comi fu amico del teramano Melchiorre Delfico, personaggio a cui sono intestate varie logge massoniche.
Il 22 dicembre 1888 venne vara la legge 5849 «Sulla tutela della igiene e della sanità pubblica», detta più comunemente legge Crispi-Pagliani. Si tratta della prima grande riforma sanitaria del Paese sorto con il (massonicissimo) Risorgimento. La legge creava dentro al Ministero dell’Interno una Direzione sanitaria quasi a suggerire come la Sanità costituisse per il potere un problema di ordine pubblico, oggetto di informazione e repressione. Di fatto, la Crispi-Pagliani ordinava i Comuni la denuncia obbligatoria delle malattie contagiose, e quindi l’obbligo vaccinale. Guarda caso, ambedue i firmatari risultano massoni. Francesco Crispi (1818-1901) fu gran Maestro della loggia massonica del GOI a Palermo «I Rigeneratori del 12 gennaio 1848 al 1860 Garibaldini». Si dice quindi che nel 1862 fu lo stesso Crispi a ordire la cerimonia per iniziare Garibaldi alla Massoneria. Lugi Pagliani (1847-1932), medico igienista, fu iniziato nel 1888 nella loggia massonica della capitale «Cola di Rienzi» (affiliata al GOI). Negli anni 1890 divenne Consigliere dell’Ordine e membro della Commissione di solidarietà massonica. Rieletto nel Consiglio dell’Ordine del Grande Oriente d’Italia, fu nominato nel 1908 membro effettivo del Supremo Consiglio del Rito scozzese antico ed accettato. Pagliani era un mangiapreti: si ricorda di quando nel 1907 tuonò contro il catechismo alle elementari.
Il caso più eclatante di Luigi Sacco (1769-1836) , altro personaggio che, ascritto alla massoneria, fece della vaccinazione della popolazione, specie quella più renitente per questioni spirituali (a quei tempi la vaccinazione era considerata dal volgo una sorta di bestialità contronatura). Sacco arrivò a confezionare e far circolare una falsa omelia (pubblicata in un opuscolo intitolato Omelia sopra il Vangelo della XIII domenica dopo la Pentecoste) da parte di un’inesistente prelato di un’esistente citta tedesca (il «vescovo di Goldstat») che spingeva i fedeli cattolici alla vaccinazione, dissolvendo gli scrupoli. La lettera fu recapitata a molti parroci affinché la inserissero nelle loro stesse omelie. Difficile non vedere anche qui, oltre che la frode turlupinante, anche il disprezzo per il popolo cattolico e i suoi pastori. Sacco fu un anticipatore anche del green pass: egli fornì al governo i nomi di 130 mila persone che aveva vaccinato in Alta Italia più circa 120 mila nelle province venete. Come dire. Vaccinazioni e database andavano a braccetto anche 200 anni fa – il tutto, allora come oggi, condito da menzogne e fake news. A fine carriera si vantò di aver inoculato un milione e mezzo di persone, di cui 500 mila trattati personalmente. Vero Terminator vaccinale del primo ottocento, vaccinator senza scrupoli che oggi dà il nome ad un importante ospedale e a chissà quante vie nelle città italiane.
La lista dei massoni vaccinatori potrebbe andare avanti, forse fino ai giorni nostri.
Tanti medici, tanti scienziati, farmacisti, etc., tutti a ridosso dell’invenzione di Jenner (alcuni, perfino, sembrano anticiparne le mosse!), tutti convinti, nonostante le resistenze della popolazione, della missione di vaccinare il maggior numero di persone possibili. Tutti in contatto, tutti in grado di stipulare programmi di inoculazione massivi in pochissimo tempo
Era massone – fu iniziato nella Loggia Fidelity n. 3 l’11 febbraio 1885 – Henry Solomon Wellcome (1853-1936), fondatore della grande industria farmaceutica Wellcome, che nel 1995 si fuse con la Glaxo. Il gruppo, dopo ulteriori fusioni, divenne l’odierna GSK, Big Pharma di punta dell’industria della vaccinazione. Nell’aprile 2014, Novartis e Glaxo stipularono un accordo da oltre 20 miliardi di dollari USA, dove Novartis cedeva la sua attività di vaccini a GSK e di contro acquisiva le attività di quest’ultima in materia di cancro. In anni recenti GSK ha comprato altre aziende produttrici di vaccino, consolidando il suo ruolo di potenza vaccinale globale. I suoi impianti e laboratori sono in tutto il mondo. Come dice orgogliosamente il suo sito, «è l’unica azienda biotecnologica che ricerca, sviluppa, produce e distribuisce vaccini in Italia».
Et si parva licet: un noto virologo vaccinista, reso famoso dai social media, finì anni fa in una lista di massoni italiani uscita su un sito. Lui negò. Non essendo noi in grado di corroborare la veridicità di quell’elenco, crediamo al dottore. Tuttavia dobbiamo pure notare come in quel documento sarebbero comparsi anche i nomi di medici che, ci dicono, si sarebbero poi visti in seguito in circuiti no-vax. Chissà se è vero; e se è vero, chissà perché…
Insomma: tanti medici, tanti scienziati, farmacisti, etc., tutti a ridosso dell’invenzione di Jenner (alcuni, perfino, sembrano anticiparne le mosse!), tutti convinti, nonostante le resistenze della popolazione, della missione di vaccinare il maggior numero di persone possibili. Tutti in contatto, tutti in grado di stipulare programmi di inoculazione massivi in pochissimo tempo.
Vi starete chiedendo: perché? Perché la massoneria avrebbe questo interesse per la vaccinazione e il suo processo?
Vi starete chiedendo: perché? Perché la massoneria avrebbe questo interesse per la vaccinazione e il suo processo?
Possiamo tentare una risposta. Come scritto varie volte da Renovatio 21, circola da anni questa idea del vaccino come «battesimo laico», parola alla quale bisogna sempre drizzare le antenne, perché «laico», nel contesto di una nazione come l’Italia fondata dai grembiulini, significa spesse volte «massonico».
A scriverlo nero su bianco fu lo strano scrittore britannico Samuel Butler «La vaccinazione è il sacramento medico corrispondente al battesimo» annotava lo scrittore britannico Samuel Butler (1835-1902). Tuttavia, tale formula riemerge ciclicamente sul discorso pubblico dei progressisti italiani in decenni diversi, ad esempio nel 2009, oppure 8 anni più tardi quando con la legge Lorenzin alcuni cominciarono a diffondere l’idea di un «battesimo laico».
«La vaccinazione è un battesimo laico. Accoglie i bambini nella società proteggendoli e proteggendo gli altri dalle gravi malattie. Mi pare che in fondo non manchino le similitudini con il battesimo religioso».
Il fine è una sostituzione religiosa. Il cristianesimo, o il fetido rottame che ne resta, deve essere rimpiazzato in via definitiva come la religione laica, la religione del progresso, della scienza, etc. Cioè, con il credo massonico, più o meno evidentemente esibito
Siamo quindi dinanzi ad una bella confessione: il fine è una sostituzione religiosa. Il cristianesimo, o il fetido rottame che ne resta, deve essere rimpiazzato in via definitiva come la religione laica, la religione del progresso, della scienza, etc. Cioè, con il credo massonico, più o meno evidentemente esibito.
La Trascendenza, il divino, devono essere sostituiti con il razionalismo e la materia. Il Dio della Vita va ucciso per intronare al suo posto il Grande Architetto, un programmatore a cui la Vita deve sottomettersi.
Così come milioni di esseri umani oggi sottomettono le loro cellule al piano di vaccinazione mondiale; così come la vita è sottomessa al programmatore per la riproduzione (con ormoni sterilizzanti, aborti, bambini sintetici prodotti in laboratorio).
La distruzione della Chiesa e della sua influenza sulla popolazione sono da sempre la raison d’être della Massoneria. Ora l’obbiettivo è vicino. Ha dato una mano la follia mondiale del COVID, sì. Ma, soprattutto, ha dato una mano la Chiesa cattolica di questi anni.
La Trascendenza, il divino, devono essere sostituiti con il razionalismo e la materia. Il Dio della Vita va ucciso per intronare al suo posto il Grande Architetto, un programmatore a cui la Vita deve sottomettersi
Perché, scriveva quasi due secoli fa un intelligentissimo manuale massonico per la conquista della società:
««Quello che noi dobbiamo cercare ed aspettare, come gli ebrei aspettano il Messia, si è un Papa secondo i nostri bisogni (…) con questo solo, per istritolare lo scoglio sopra cui Dio ha fabbricato la sua Chiesa (…) Noi abbiamo il dito mignolo del successore di Pietro ingaggiato nel complotto, e questo dito mignolo val per questa crociata tutti gli Urbani II e tutti i S. Bernardi della Cristianità. (…) Or dunque, per assicurarci un Papa secondo il nostro cuore, si tratta prima di tutto, di formare, a questo Papa, una generazione degna del regno che noi desideriamo (…) Volete voi rivoluzionare l’Italia? Cercate il Papa di cui noi vi abbiamo fatto il ritratto» (Istruzione segreta dell’Alta Vendita, citata in Delassus, Il problema dell’ora presente)
Sì. Un papa secondo il loro cuore. Un papa vaccinatore.
Celo.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Maldini, povera Italia
Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.
Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.
Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.
Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.
Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).
Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.
È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.
Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.
«Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.
«Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».
«Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».
Sostieni Renovatio 21
Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».
«Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».
Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».
C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.
Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.
Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».
«È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.
L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».
«Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».
Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.
Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.
Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.
Aiuta Renovatio 21
Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.
Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.
Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.
Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.
Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.
Francesco Rondolini
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine screenshot da YouTube
Geopolitica
Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
Aiuta Renovatio 21
Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
-



Sport e Marzialistica2 settimane faIl disonore nella sconfitta: il comportamento indegno ed infantile dell’Argentina dopo la finale persa
-



Nucleare1 settimana faEx generale tedesco: ci stiamo avvicinando a una guerra nucleare che distruggerà la civiltà
-



Pensiero2 settimane faArriva la «scomunica marinata»?
-



Gender7 giorni faMons. Viganò: una lobby di pervertiti incistata nel corpo ecclesiale vuole legittimare la sodomia anche nel Clero
-



Stragi2 settimane faCorpi torturati ritrovati appesi a un ponte sul Messico
-



Spirito1 settimana faIl peccato mortale è peggiore della possessione demoniaca: parla l’esorcista
-



Vaccini2 settimane faNeonato muore, la grande farmaceutica interrompe la sperimentazione del vaccino RSV dicendo che non c’è correlazione
-



Animali1 settimana faLe orche di Gibilterra affondano una barca dopo averne attaccate altre tre: tra quanto cominceranno ad uccidere?










