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L’Unione Europea messa in ginocchio dagli Straussiani

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

Un gruppuscolo di statunitensi, sviluppatosi attorno al pensiero del filosofo Leo Strauss, ora controlla la segreteria alla Difesa e la segreteria di Stato. Dopo aver organizzato moltissime guerre successive a quelle della Jugoslavia, hanno architettato la guerra in Ucraina. Gli Straussiani manipolano l’Unione Europea e s’apprestano a privarla delle fonti di energia. Se la classe dirigente europea non apre gli occhi, l’alleanza con Washington porterà all’affondamento dell’economia dell’Unione. È illusorio credere che le nazioni europee saranno risparmiate in quanto Paesi sviluppati. Gli Straussiani scrissero già nel 1992 che non avrebbero esitato a distruggere la Germania e l’UE.

 

 

 

Dal 1949 il filosofo tedesco ebreo Leo Strauss insegnò all’università di Chicago. Molto presto radunò attorno a sé un piccolo gruppo di accoliti ebrei, scelti fra i suoi allievi, cui riservò un insegnamento orale molto diverso da quello esposto nelle opere scritte.

 

Secondo Strauss, le democrazie erano state incapaci di proteggere gli ebrei dalla soluzione nazista. Per evitare il ripetersi del dramma e che la mannaia si abbattesse nuovamente sugli ebrei, i discepoli dovevano tenere il coltello dalla parte del manico: Strauss li consigliò di costruire la propria dittatura.

 

Leo Strauss chiamò i suoi discepoli opliti (i soldati di Sparta) e li istruì perché andassero a disturbare le lezioni di alcuni suoi colleghi.

 

Molti membri di questa setta hanno svolto elevatissimi incarichi negli Stati Uniti e in Israele. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il funzionamento e l’ideologia di questo gruppuscolo sono stati oggetto di molte polemiche. I partigiani e gli avversari del filosofo si sono scontrati in un’infinità di pubblicazioni. Tuttavia i fatti sono incontrovertibili. (1)

 

Autori antisemiti hanno mescolato, a torto, straussiani, comunità ebraiche della diaspora e Stato d’Israele. Ebbene, l’ideologia di Leo Strauss non fu mai discussa nel mondo ebraico prima dell’11 Settembre. Dal punto di vista sociologico è un fenomeno settario, nient’affatto rappresentativo della cultura ebraica. Tuttavia, nel 2003, alla presenza di altri dirigenti israeliani, i sionisti revisionisti di Benjamin Netanyahu conclusero un patto con gli Straussiani statunitensi (2). L’alleanza non fu mai resa pubblica.

 

Una caratteristica di questo gruppuscolo è che è pronto a tutto. Per esempio, volevano far tornare l’Iraq all’età della pietra. Ed è quanto hanno effettivamente fatto. Secondo loro qualsiasi sacrificio è accettabile, anche da parte di loro stessi, pur di continuare a essere i primi; non i migliori, ma i primi! (3)

 

Nel 1992 un consigliere del segretario alla Difesa, lo straussiano Paul Wolfowitz, redasse il Defense Planning Guidance, il primo documento ufficiale Usa ispirato al pensiero di Leo Strauss. (4)

 

Wolfowitz fu iniziato al pensiero di Strauss dal filosofo statunitense Allan Bloom (amico del francese Raymond Aron) e conobbe Strauss solo al termine dell’insegnamento a Chicago. Ciononostante, l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, Jeane Kirkpatrick, ha individuato in Wolfowitz «una delle grandi figure straussiane». (5)

 

Nel contesto del crollo dell’Unione Sovietica, Wolfowitz ha elaborato una strategia per mantenere l’egemonia degli Stati Uniti sul resto del mondo.

 

Il Defense Planning Guidance avrebbe dovuto rimanere riservato, ma il New York Times ne rivelò le linee principali e ne pubblicò alcuni stralci (6). Tre giorni dopo il Washington Post ne rivelò altri dettagli (7). Il testo originale non fu mai pubblicato, ne circolò una versione rivista dal segretario alla Difesa (e futuro vicepresidente) Dick Cheney.

 

Si sa che il documento originale si fonda su una serie di riunioni cui parteciparono gli straussiani Andrew Marshall, teorico del Pentagono che fu sostituito tre anni dopo la sua morte da Arthur Cebrowski, poi Albert Wohlstetter, l’ideatore della strategia della dissuasione atomica, nonché suo genero Richard Perle, futuro direttore del Defence Policy Board.

 

Il Defense Planning Guidance fu redatto da un allievo di Wohlstetter, Zalmay Khalilzad, futuro ambasciatore all’ONU.

 

Il documento parla di un nuovo «ordine mondiale […] alla fine retto dagli Stati Uniti», ove la superpotenza avrebbe stretto soltanto alleanze contingenti, a seconda dei conflitti. L’ONU, e persino la NATO, avrebbero dovuto essere progressivamente messi da parte.

 

In senso più ampio, la dottrina Wolfowitz teorizza la necessità per gli Stati Uniti di bloccare l’emergere di ogni potenziale minaccia alla propria egemonia, segnatamente di «nazioni avanzate», come Germania e Giappone.

 

In particolare viene presa di mira l’Unione Europea: «benché gli Stati Uniti sostengano il progetto d’integrazione europea, dobbiamo vigilare per prevenire l’emergere di un sistema di sicurezza esclusivamente europeo, che minerebbe la NTO, in particolare la sua struttura di comando integrato».

 

Di conseguenza, gli europei saranno invitati a inserire nel Trattato di Maastricht una clausola che subordina la loro politica di difesa a quella della NATO, mentre il rapporto del Pentagono raccomanderà l’integrazione nell’Unione Europea di nuovi Stati dell’Europa centrale e orientale, cui al tempo stesso verrà accordato il vantaggio di un’intesa militare con gli Stati Uniti che li protegga da eventuale attacco russo. (8)

 

 

Il documento è pazientemente messo in atto da trent’anni.

Il Trattato di Maastricht, titolo V, articolo J4, paragrafo 4 stabilisce: «La politica dell’Unione ai sensi del presente articolo non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri, rispetta gli obblighi derivanti per alcuni Stati membri dal trattato dell’Atlantico del Nord ed è compatibile con la politica di sicurezza e di difesa comune adottata in questo ambito».

 

Queste disposizioni sono state riprese da diversi testi, anche dall’art. 42 del Trattato sull’Unione Europea.

 

Gli Stati membri dell’ex Patto di Varsavia hanno aderito quasi tutti all’Unione Europea. La loro decisione è stata una scelta imposta da Washington e annunciata dal segretario di Stato James Baker poco prima della riunione del Consiglio europeo che l’ha avallata.

 

Nel Duemila Paul Wolfowitz fu, con Zbigniew Brzezinski, il principale oratore di un vasto convegno ucraino-statunitense a Washington, organizzato dai nazionalisti integralisti ucraini rifugiati negli USA.

 

Wolfowitz s’impegnò a sostenere l’Ucraina indipendente, a provocare l’entrata in guerra della Russia contro Kiev e infine a finanziare la distruzione del rivale degli Stati Uniti che stava rifiorendo. (9)

 

Gli impegni sono stati messi in atto con l’Ukraine Democracy Defense Lend-Lease Act of 2022, adottato il 28 aprile 2022 (10): l’Ucraina è dispensata da ogni procedura di controllo degli armamenti, in particolare dalla certificazione della destinazione finale; costosissime armi sono concesse in prestito-noleggio dagli USA all’UE per difendere l’Ucraina. Quando la guerra sarà finita gli europei dovranno pagare quanto consumato. E il conto sarà salato.

 

Benché le élite europee abbiano finora tratto beneficio dall’alleanza con gli Stati Uniti, non devono meravigliarsi se, come vuole il Defense Planning Guidance, oggi Washington tenta di distruggerle.

 

Già dopo gli attentati dell’11 Settembre hanno potuto constatare ciò di cui gli Usa sono capaci: Paul Wolfowitz impedì ai Paesi che avevano espresso riserve sulla guerra contro l’Iraq, come Germania e Francia, di concludere contratti per la ricostruzione del Paese. (11)

 

Nella congiuntura attuale l’aumento dei prezzi delle fonti di energia, cui se n’è aggiunta la penuria, minacciano non solo il riscaldamento e il trasporto dei cittadini, ma soprattutto la sopravvivenza delle industrie. Se il fenomeno si protrarrà sarà l’insieme dell’economia europea a crollare bruscamente, facendo retrocedere la popolazione di almeno un secolo.

 

È un fenomeno difficile da analizzare dal momento che i prezzi e la disponibilità delle fonti di energia dipendono da numerosi fattori.

 

Innanzitutto i prezzi derivano dalla domanda e dall’offerta. Sono dunque risaliti con la ripresa dell’economia globale dopo la fine della pandemia di COVID-19.

 

Secondariamente le fonti di energia sono l’obiettivo principale degli speculatori, ancor più delle monete. Il prezzo mondiale del petrolio può aumentare di 2,5 volte per effetto solo della speculazione.

 

Questi sono fenomeni ricorrenti e conosciuti. Ma le sanzioni contro la Russia, rea di aver voluto applicare l’Accordo di Minsk II, di cui si era fatta garante di fronte al Consiglio di Sicurezza, hanno mandato in frantumi il mercato mondiale.

 

Ora il prezzo globale non esiste più, i prezzi si differenziano a seconda dei Paesi dei venditori e degli acquirenti. I prezzi dell’energia sono tuttora quotati in borsa a Wall Street e alla City, ma non hanno alcun rapporto con i prezzi praticati a Beijing o a Nuova Delhi.

 

Ma, soprattutto, petrolio e gas, prima abbondanti nell’Unione Europea, ora qui cominciano a scarseggiare, pur continuando a sovrabbondare a livello globale.

 

Tutti i nostri punti di riferimento sono stravolti. I nostri strumenti statistici, concepiti per il mercato globale, si rivelano inutili. Possiamo solo formulare ipotesi, ma non abbiamo strumenti per verificarle. Questo permette a tanti “esperti” di raccontare con aria dotta un sacco di idiozie; di fatto tutti si sbizzarriscono in pronostici.

 

Uno dei nuovi fattori è il riflusso dei dollari che servivano per gli scambi, nonché per la speculazione, e che non sono più utilizzabili in determinati Paesi. Questa moneta, soprattutto virtuale, esce dalla Russia e dai Paesi suoi alleati per andare o tornare in Paesi dove ha ancora corso. Un fenomeno gigantesco che la Riserva federale e le forze armate USA hanno sempre voluto evitare, ma che gli straussiani dell’amministrazione Biden (il segretario di Stato Antony Blinken e la vice Victoria Nuland) hanno deliberatamente provocato.

 

Convinti, a torto, che la Russia ha invaso l’Ucraina e intende annetterla, gli europei si sono auto-vietati di commerciare con Mosca. Continuano a usare gas russo, ma sono persuasi che Gazprom chiuderà il rubinetto.

 

Per esempio, la stampa europea ha annunciato che la compagnia russa avrebbe chiuso il gasdotto Nord Stream, sebbene la società avesse solo avvertito di un’interruzione di tre giorni per ragioni tecniche. Normalmente le forniture dei gasdotti vengono interrotte due giorni ogni due mesi per manutenzione. In questo caso, il blocco occidentale, che impediva la restituzione delle turbine inviate in Canada per la riparazione, ha creato intralci a Gazprom. Poco importa, la popolazione europea ha capito che i cattivi russi avrebbero chiuso il gas alla vigilia dell’inverno.

 

La propaganda europea mira a preparare l’opinione pubblica alla chiusura definitiva del gasdotto, addossandone la responsabilità alla Russia.

 

In questa vicenda gli europei non fanno che applicare le direttive degli straussiani: sabotano la propria industria a danno dei cittadini. Già alcune imprese energivore hanno ridotto la produzione, se non addirittura chiuso.

 

Il processo di decadenza dell’Unione Europea sarà inarrestabile fintanto che qualcuno oserà opporvisi.

 

Con grande sorpresa generale, il 3 settembre si è svolta a Praga una manifestazione a favore della Russia. La polizia ha ammesso la partecipazione di 70 mila persone, su 10 milioni di abitanti; probabilmente i manifestanti erano più numerosi. I commentatori politici li hanno denigrati definendoli «utili idioti di Putin». Sono insulti che mascherano malamente il disagio delle élite europee.

 

Gli esperti di energia considerano inevitabili interruzioni di corrente in tutta l’Unione. Solo l’Ungheria, che ha ottenuto alcune dispense, potrebbe sfuggire alle regole del mercato unico dell’energia. I Paesi in grado di produrre elettricità la dovranno condividere con i Paesi incapaci di produrla, non importa se per iattura o imprevidenza.

 

Bruxelles dovrebbe cominciare da un abbassamento di tensione elettrica, poi decretare interruzioni notturne, infine diurne. I privati avranno difficoltà nell’uso degli ascensori, per il riscaldamento invernale, per cucinare, se utilizzano fornelli elettrici; inoltre, chi utilizza treni, autobus o vetture elettriche avrà difficoltà negli spostamenti.

 

Le imprese energivore, come gli altiforni, dovrebbero chiudere. Alcune infrastrutture dovrebbero diventare impraticabili: per esempio i tunnel oltre una certa lunghezza, che non potranno più essere aerati. Ma, soprattutto, gli impianti elettronici, concepiti per funzionare ininterrottamente, non sopporteranno ripetute interruzioni.

 

Sarà il caso, per esempio, delle reti di telefonia mobile, che dopo tre mesi di simile trattamento saranno inservibili.

 

Nei Paesi del Terzo Mondo, ove l’elettricità scarseggia, si utilizzano led a batteria per illuminazione e UPS [gruppi di continuità] per alimentare macchine che consumano poco, come computer o televisori. Ma sono strumenti non commercializzati nell’Unione.

 

Il PIL dell’Unione è già diminuito di quasi l’1%. La recessione continuerà, come pianificato dagli straussiani, o i cittadini dell’Unione si opporranno come ha cominciato a fare parte del popolo ceco?

 

Gli straussiani andranno fino in fondo. Hanno approfittato della decadenza statunitense per arrogarsi il Potere, quello vero. Giacché un tossicodipendente, mai eletto, può utilizzare aerei ufficiali a gogò per fare affari ovunque nel mondo (12), gli straussiani si sono installati con discrezione all’ombra del presidente Biden e governano in sua vece.

 

I dirigenti europei dal canto loro o sono ciechi o troppo coinvolti per fermarsi, per riconoscere trent’anni di errori e invertire la rotta.

 

Cosa va ricordato:

Gli straussiani sono una setta di fanatici pronta a tutto pur di mantenere la supremazia degli Stati Uniti sul mondo.

 

Hanno pianificato le guerre che funestano il mondo da trent’anni e l’attuale in Ucraina.

 

Hanno persuaso l’Unione Europea che Mosca voleva annettersi l’Ucraina, poi tutta l’Europa centrale, convincendo Bruxelles a bloccare ogni transazione commerciale con la Russia.

 

La crisi energetica, solo agli inizi, spinge l’Unione Europea verso interruzioni di elettricità e di corrente che provocheranno devastazioni sul tenore di vita dei cittadini e sull’economia.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) Gli specialisti interpretano il pensiero politico di Leo Strauss in modo molto contraddittorio. Per quanto mi riguarda, non m’interesso alla posizione del filosofo sui pensatori classici, ma a quello che professano coloro che, a torto o a ragione, fanno riferimento al suo pensiero e che si trovano al Pentagono, nonché adesso anche al dipartimento di Stato. Political Ideas of Leo Strauss, Shadia B. Drury, Palgrave Macmillan (1988.); Leo Strauss and the Politics of American Empire, Anne Norton, Yale University Press (2005); The Truth About Leo Strauss: Political Philosophy and American Democracy, Catherine H. Zuckert & Michael P. Zuckert, University of Chicago Press (2008); Leo Strauss and the conservative movement in America : a critical appraisal, Paul Edward Gottfried, Cambridge University Press (2011); Crisis of the Strauss Divided: Essays on Leo Strauss and Straussianism, East and West, Harry V. Jaffa, Rowman & Littlefield (2012); Leo Strauss and Anglo-American Democracy: A Conservative Critique, Grant Havers, Cornell University Press (2013); Leo Strauss and the Invasion of Iraq: Encountering the Abyss, Aggie Hirst, Routledge (2013); Leo Strauss, The Straussians, and the Study of the American Regime, Kenneth L. Deutsch, Rowman & Littlefield (2013); Straussophobia : Defending Leo Strauss and Straussians Against Shadia Drury and Other Accusers, Peter Minowitz, Lexington Books (2016); Leo Strauss in Northeast Asia, Jun-Hyeok Kwak & Sungwoo Park, Routledge (2019).

3) Per una breve storia degli straussiani si veda: «È agli Straussiani che la Russia ha dichiarato guerra», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 marzo 2022.

4)Il rapporto del 1976 dell’«Équipe B», che accusava l’URSS di voler dominare il mondo, non era un’esposizione della dottrina, ma un’argomentazione propagandistica per giustificarla.

5) Intervista a James Mann, citata in Rise of the Vulcans: The History of Bush’s War Cabinet, James Mann, Viking (2004).

6) «US Strategy Plan Calls For Insuring No Rivals Develop» Patrick E. Tyler, New York Times, 8 marzo, 1992. Il quotidiano ne pubblica anche ampi stralci a pag. 14: «Excerpts from Pentagon’s Plan: “Prevent the Re-Emergence of a New Rival”».

7)«Keeping the US First, Pentagon Would preclude a Rival Superpower» Barton Gellman, The Washington Post, 11 marzo, 1992.

8) «Paul Wolfowitz, l’âme du Pentagone», di Paul Labarique, Réseau Voltaire, 4 ottobre 2004.

9) Cfr.: “Ucraina: la seconda guerra mondiale non è finita”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 26 aprile 2022.

11) «Instructions et conclusions sur les marchés de reconstruction et d’aide en Irak», di Paul Wolfowitz, Réseau Voltaire, 10 dicembre 2003.

12)  «La decadenza dell’impero statunitense», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 6 settembre 2022.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Geopolitica

Ben Gvir chiede di strappare le Isole Falkland a Londra e di cederle all’Argentina

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Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha chiesto che le Isole Falkland (Isole Malvinas) vengano strappate al Regno Unito e cedute all’Argentina.

 

«È ora che lo Stato di Israele riconosca pubblicamente che le Isole Malvinas sono territorio argentino occupato, che gli inglesi sottraggono violentemente al popolo argentino. Gli inglesi non si accontentano della semplice occupazione del territorio; vi effettuano anche trivellazioni petrolifere, derubando il popolo argentino del denaro ricavato».

 

«Chiedo al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di riconoscere la sovranità dell’Argentina sulle Isole Malvinas e di imporre sanzioni alla Gran Bretagna finché l’occupazione persisterà».

 


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Londra controllava l’arcipelago dal 1833. Nel 1982 l’Argentina invase le Falkland, ma fu sconfitta dall’esercito britannico.

 

È chiaro che il Ben Gvirro si sta esprimendo a sostegno del suo alleato sionista, il presidente argentino Javier Milei, esortandolo ad espandere il proprio territorio. Israele stesso sta attivamente lavorando per espandere il proprio territorio attraverso conquiste, nell’ambito del progetto della Grande Israele. Non solo: voci consistenti parlano di interessi israeliani nell’acquisto di vastissimi terreni in Patagonia.

 

Va detto che il governo dell’Argentina ha avviato una denuncia penale e sanzioni contro la compagnia petrolifera israeliana Navitas Petroleum per le sue attività di esplorazione e trivellazione nella zona delle Falklandsenza l’autorizzazione di Buenos Aires. La vicenda rappresenta un delicato caso geopolitico che mette a dura prova l’asse diplomatico tra il presidente argentino Javier Milei e lo Stato d’Israele.

 

«Il governo sostiene che le società abbiano violato la legge argentina detenendo licenze di esplorazione e sfruttamento di idrocarburi rilasciate dalla Gran Bretagna nel bacino delle Falkland settentrionali. La denuncia si baserebbe sulla legislazione vigente in materia di progetti petroliferi e del gas in aree rivendicate dall’Argentina. Non è chiaro se un tribunale abbia deciso di avviare un’indagine sulla denuncia del governo», ha riferito l’agenzia Reuters martedì.

 

«La denuncia penale inasprisce una disputa di lunga data sulla sovranità tra Argentina e Gran Bretagna per le Falkland e potrebbe mettere alla prova la capacità di Buenos Aires di utilizzare il proprio sistema legale per ostacolare un importante progetto petrolifero offshore sostenuto da investitori stranieri e autorizzato da un territorio britannico autonomo».

 

Mentre Israele appoggia le nazioni che lo sostengono apertamente, come l’Argentina , si scaglia contro le nazioni e le regioni che non lo fanno.

 

La scorsa settimana il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha messo in guardia tutta l’Europa dal partecipare alla guerra contro l’Iran, nella quale lo Stato ebraico ha trascinato con successo gli Stati Uniti .

 

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I vertici israeliani sono stati accusati pure di aver ingegnerizzato, forse con l’ausilio di alleati all’interno della politica statunitense, l’invasione degli immigrati a Ceuta, che ha registrato messaggi aperti di soddisfazione da parte di funzionari israeliani che hanno ricordato l’ostilità di Madrid verso le politiche israeliane recenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’asse tra l’Argentina di Milei, che è circondato da rabbini interessanti e sarebbe in procinto di convertirsi al giudaismo, è divenuto chiaro durante i Mondiale, dove il tifo del governo Netanyahu per nazionale albiceleste fu sfacciato,e  poco fortunato.

 

Cosa non saputa da proprio tutti, la quarta città al mondo per numero di cittadini di religione ebraica è Buenos Aires, dove la comunità giudea è fiorente, alla faccia della nomea dell’Argentina come Paese ospite dei gerarchi nazisti fuggiti dall’Europa.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni l’Argentina di Milei aveva promesso di prendere il controllo delle isole contese, dicendo di volere discutere con Londra della loro restituzione. Il tono inzialmente tiepido tuttavia sta alzandosi di temperatura.

 

Come riportato da Renovatio 21rivendicazioni delle isole da parte di Buenos Aires sono state viste pure tra i giocatori all’ultimo mondiale americano, perso malamente dagli argentini.

 

Come riportato da Renovatio 21, riguardo alle Falkland è arrivato in settimana anche l’avvertimento di Washington che avrebbe minacciato di rivedere la propria posizione sul controllo britannico delle Isole Falkland per spingere Londra a destinare somme ben più elevate alle proprie forze armate.

 

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Geopolitica

Ursula in Groenlandia attacca Trump e promette 200 milioni di euro

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La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che il futuro della Groenlandia spetta al suo popolo e alla Danimarca, respingendo la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di annettere l’isola artica.   La Groenlandia è un territorio autonomo danese ricco di minerali e situato in posizione strategica vicino al Nord America. La Danimarca, che sovrintende alla politica estera e di sicurezza dell’isola, è membro sia dell’UE sia della NATO. Trump ha ripetutamente sostenuto che gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale e per le sue risorse minerarie, mettendo Washington in contrasto con i suoi alleati europei.   «Il futuro della Groenlandia spetta al popolo della Groenlandia e alla Danimarca deciderlo, a nessun altro», ha dichiarato von der Leyen lunedì a Nuuk, capitale dell’isola, al termine di una visita di due giorni. Ha citato l’integrità territoriale, la sovranità e l’inviolabilità dei confini come principi fondamentali del diritto internazionale.

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Il capo dell’UE ha inoltre annunciato investimenti per 200 milioni di europer quest’anno e il prossimo, nell’ambito degli sforzi di Bruxelles per rafforzare la propria presenza sull’isola. Il pacchetto copre settori quali la connettività internet, l’energia idroelettrica e le materie prime critiche.   Le ricchezze minerarie della Groenlandia sono di particolare interesse per l’UE. L’isola possiede 25 delle 34 materie prime che Bruxelles classifica come critiche, e un accesso più agevole potrebbe aiutare il blocco a ridurre la sua dipendenza dalla Cina.   Il viaggio di von der Leyen è avvenuto mentre Trump, lunedì, pubblicava una mappa che raffigurava la Groenlandia, il Canada e altre parti delle Americhe sotto la bandiera statunitense. L’immagine includeva anche l’Islanda ed era etichettata come «Stati Uniti d’America».   La spinta di Washington per il controllo della Groenlandia ha messo a dura prova le relazioni con la Danimarca e altri alleati europei. Funzionari della Casa Bianca hanno affermato all’inizio di quest’anno che l’uso della forza militare rimaneva «sempre un’opzione», paventando la possibilità di uno scontro tra i due membri della NATO. Trump ha inoltre ripetutamente messo in dubbio l’utilità dell’alleanza per gli Stati Uniti.   La visita ha coinciso anche con l’inizio di Arctic Shield, esercitazioni militari che coinvolgono 11 Paesi della NATO e circa 400 soldati in Groenlandia. Nessun militare statunitense partecipa alle esercitazioni, che si svolgono dal 7 al 18 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, la prima ministra Mette Frederiksen due mesi fa ha dichiarato all’incontro atlantico di Ankara  che la NATO aiuterebbe la Danimarca a proteggere la Groenlandia da qualsiasi attacco, incluso, in via ipotetica, da parte degli Stati Uniti.   L’idea che gli Stati Uniti acquisiscano la Groenlandia è emersa in diversi momenti della storia americana. L’isola danese, strategicamente situata nell’Atlantico settentrionale, ospita già una base militare statunitense e si ritiene che contenga preziose risorse minerarie, il cui sfruttamento potrebbe diventare economicamente redditizio in futuro.   Trump si è rifiutato di escludere l’uso della forza militare per ristabilire il controllo sulla Groenlandiapaventando la possibilità di uno scontro tra la NATO e il suo membro dominante. Il leader americano ha accusato l’organizzazione di essere inutile per gli interessi statunitensi, e il suo rifiuto di intervenire direttamente nell’attacco israelo-americano all’Iran è emerso come una delle principali fonti di risentimento.

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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa Trump ha dichiarato che la Groenlandia serve per ragioni di difesa, esplicitamente dicendo che vi sarà installato il sistema di scudo stellare Golden Dome. La volontà di annettere l’isola polare è stata ribadita apertis verbis anche nel suo storico discorso al World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio.   La Danimarca in risposta ha inviato più truppe sull’isola, mentre la Francia vi ha chiesto esercitazioni NATO. A inizio anno, tuttavia, è emerso che la piccola missione tedesca sull’isola si era ritirata.   Sei mesi fa il segretario del Tesoro USA Scott Bessent ha dichiarato che gli USA prenderanno la Groenlandia grazie alla debolezza europea. Brusselle ha parlato di una «pericolosa spirale discendente», mentre il presidente francese Macron ha promesso una risposta alle «intimidazioni» trumpiane sui dazi e Groenlandia.   In occasione della consegna dei Nobel, quando si aspettava di ricevere il premio Nobel per la pace, Trump rimproverò la Norvegia dicendo che non avendo ricevuto l’encomio allora si sarebbe concentrato nella presa della Groenlandia.   Come riportato da Renovatio 21, il presidente americano avrebbe già ordinato di concepire un piano per l’invasione. Le difese della Groenlandia, ha detto, sono «due slitte trainate da cani».   Il presidente polacco Donald Tusk ha sottolineato che le minacce USA sulla Groenlandia rendono di fatto la NATO un ente inutile.  

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Geopolitica

L’Iran minaccia la Corea del Sud che valuta operazioni militari congiunte a Ormuzzo

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Lunedì il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha lanciato un avvertimento alla Corea del Sud, esortando il Paese a riflettere attentamente prima di unirsi alle operazioni americane nello Stretto di Ormuz.

 

La scorsa settimana l’ufficio del presidente sudcoreano ha annunciato di stare valutando l’adozione di misure militari a sostegno degli sforzi statunitensi volti a garantire la libertà di navigazione delle navi che attraversano lo Stretto di Ormuzzo.

 

Seoul dipende in modo molto significativo dal petrolio che passa attraverso lo Stretto ormusino, Il paese si rifornisce per circa il 70% del suo petrolio greggio dal Medio Oriente, con il 95% delle importazioni petrolifere che passano proprio attraverso Ormuzzo. Anche sul fronte del gas, la dipendenza è rilevante: il 20% del gas naturale liquefatto sudcoreano arriva dal Medio Oriente.

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Le importazioni nette di petrolio della Corea del Sud rappresentano il 2,7% del PIL, e il paese ha riserve strategiche limitate rispetto, ad esempio, alla Cina — il che la rende una delle economie più vulnerabili della regione a uno shock nello stretto. A maggio 2026, l’arrivo di una singola petroliera proveniente da Hormuz è stato descritto come capace di coprire tra il 35% e il 50% del consumo giornaliero di greggio della Corea del Sud — un dato che dà la misura di quanto ogni singolo carico sia strategicamente rilevante.

 

Ora l’Iran afferma che la Corea del Sud subirà «gravi conseguenze» se deciderà di inviare navi, aerei o personale militare nello Stretto ermisino.

 

In un messaggio pubblicato su X, Baghaei ha scritto: «La relazione tra l’Iran e la Repubblica di Corea ha una storia che dura da oltre 64 anni e i legami tra i due Paesi si sono costantemente sviluppati sulla base del reciproco rispetto. L’Iran attribuisce grande importanza alle sue relazioni amichevoli con la Repubblica di Corea».

 

«Tuttavia, al momento il popolo iraniano si sta difendendo dalle azioni aggressive dell’America e, nella situazione in cui sta rispondendo con fermezza ai crimini di guerra americani contro donne e bambini, qualsiasi altro Paese che mantenga una presenza militare o partecipi a operazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz non può che essere considerato come un diretto sostenitore degli autori dell’aggressione, e ciò comporterà gravi conseguenze», ha aggiunto.

 

Il portavoce iraniano ha concluso: «Nessun Paese sovrano e responsabile dovrebbe cedere alle pressioni e alle minacce dell’America e rendersi complice degli atti aggressivi e degli orribili crimini contro il grande popolo iraniano».

 

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Il presidente statunitense Donald Trump ha esercitato pressioni sulle nazioni alleate, tra cui la Corea del Sud, criticandole per il loro rifiuto di partecipare alle operazioni nello Stretto di Ormuzzo.

 

Gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud parteciperanno questa settimana alle esercitazioni militari congiunte «Freedom Edge», suscitando critiche da parte del neo-nominato ministro della Difesa nordcoreano Kim Song-gi.

 

In risposta alle esercitazioni, il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha annunciato lunedì la messa in servizio del secondo cacciatorpediniere della marina militare, affermando: «Le preoccupazioni dei nemici si acuiranno sicuramente. Dobbiamo stabilire in modo più chiaro un deterrente nucleare potente e affidabile, mettere in pratica l’impiego diversificato ed efficace dei nostri sistemi di combattimento nucleare e rafforzare ulteriormente le nostre attività militari per la difesa marittima e la deterrenza bellica».

 

L’Iran e la Corea del Nord intrattengono da decenni una partnership strategica, militare ed economica, il che significa che i due Paesi potrebbero unire le forze contro gli Stati Uniti se le tensioni dovessero continuare ad aumentare.

 

La voce circolante (o fatta circolare…) è che sia possibile che i nordcoreani stiano effettivamente collaborando alla progettazione di una testata nucleare iraniana. Si tratta di un sospetto pubblicato spesso da realtà avverse ai due Paesi. Tuttavia, è invece confermata la cooperazione missilistica tra Teherano e Pyongyango. La Corea del Nord ha intensificato la collaborazione con l’Iran per la produzione di missili balistici e per la progettazione di modelli più avanzati.

 

Ambedue i Paesi disporrebbero di missili ipersonici.

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La relazione tra i due paesi non è nuova. Con lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano e il suo ritiro dal Trattato di Non Proliferazione (TNP) nel 2003, Pyongyang era già stata accusata di fornire tecnologia nucleare all’Iran, e nel 2012 i due paesi avevano firmato un accordo di cooperazione scientifica, accademica e tecnologica.

 

Dopo la Guerra dei 12 Giorni (giugno 2025) tra Israele e Iran, la guida suprema Khamenei aveva sempre bloccato la decisione di procedere all’arricchimento al 90% e allo sviluppo di testate miniaturizzate; oggi, con Teheran che cerca di ricostruire la propria deterrenza, la Corea del Nord resta una delle poche opzioni percorribili, dato che il Pakistan (in buoni rapporti con USA e Arabia Saudita) non avrebbe interesse ad aiutare l’Iran.

 

Diversi analisti notano come la guerra contro l’Iran abbia rafforzato a Pyongyang la convinzione che l’arsenale nucleare sia l’unica vera garanzia di sopravvivenza per un regime sotto pressione — una lezione che l’Iran stesso potrebbe voler applicare, rendendo più plausibile una richiesta di assistenza nordcoreana.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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