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L’Iran ha assicurato agli Stati Uniti che non avrebbe ucciso Trump

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Secondo quanto riportato venerdì da diversi organi di stampa americani, l’Iran ha inviato agli Stati Uniti una garanzia scritta prima delle elezioni americane, dichiarando di non avere in programma di assassinare il presidente eletto Donald Trump.

 

Secondo il Wall Street Journal, Teheran ha trasmesso il messaggio a metà ottobre nel tentativo di disinnescare le crescenti tensioni e in risposta a un avvertimento scritto che Washington le aveva fatto a settembre. La CBS News ha riferito all’epoca che gli Stati Uniti avevano chiarito all’Iran che l’amministrazione del presidente Joe Biden avrebbe interpretato l’assassinio di un ex presidente o funzionario degli Stati Uniti come «un atto di guerra».

 

Trump, da tempo falco dell’Iran, ha guidato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare storico con Teheran nel 2018, ripristinando al contempo una serie di sanzioni economiche paralizzanti. Nel 2020, Trump ha anche autorizzato un attacco che ha ucciso Qassem Soleimani, il capo della Forza Quds dell’Iran e una figura popolare all’interno del Paese e in tutto il Medio Oriente.

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Il WSJ ha osservato che la garanzia dell’Iran di non cercare di uccidere Trump non è stata firmata da un funzionario specifico. Secondo il giornale, ha ribadito che il presidente eletto aveva commesso un «crimine» ordinando l’assassinio di Soleimani.

 

Le segnalazioni sul messaggio di Teheran giungono dopo che il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ) ha affermato la scorsa settimana che i funzionari iraniani avevano sollecitato un cittadino afghano a «fornire un piano» per uccidere Trump, mentre gli avevano affidato l’incarico di compiere omicidi di cittadini statunitensi e israeliani all’interno degli Stati Uniti.

 

Ad agosto, il DOJ ha anche affermato che l’Iran aveva inviato un cittadino pakistano negli Stati Uniti per compiere omicidi, con un potenziale obiettivo che era il presidente in arrivo. L’Iran ha negato di aver complottato per uccidere Trump in entrambi i casi.

 

Il presidente eletto è sopravvissuto a due tentativi di assassinio in questo ciclo elettorale. Il momento più vicino è stato a luglio, quando un proiettile sparato da Thomas Matthew Crooks durante un comizio in Pennsylvania ha sfiorato l’orecchio di Trump.

 

Nel frattempo, fonti del WSJ vicine ai funzionari iraniani hanno insistito sul fatto che Teheran vuole evitare uno scontro con l’amministrazione Trump. Mentre un precedente rapporto del giornale suggeriva che il presidente eletto stava pianificando di tornare alla strategia della «massima pressione» e di prendere di mira le entrate petrolifere dell’Iran, il New York Times ha affermato che Elon Musk, ora stretto alleato di Trump, ha recentemente incontrato in segreto l’ambasciatore iraniano all’ONU, Amir Saeid, per «disinnescare le tensioni». Il portavoce degli Esteri iraniano ha negato anche questa notizia.

 

Durante il suo primo mandato, Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo nucleare iraniano del 2015 e ha imposto numerose sanzioni a Teheran. Nel gennaio 2020, ha ordinato un attacco con droni in Iraq che ha ucciso il comandante militare iraniano, Qassem Soleimani, che gli Stati Uniti hanno accusato di aver orchestrato attacchi al personale militare americano in Medio Oriente. La Repubblica Islamica ha negato le accuse e ha definito l’assassinio un «atto di terrorismo».

 

A settembre, la campagna di Trump aveva affermato che i funzionari dell’Intelligence statunitense l’avevano avvertita di «minacce specifiche da parte dell’Iran di assassinare» il candidato repubblicano alla presidenza. L’Iran aveva respinto le accuse come una «commedia di terza categoria».

 

Secondo quanto rivelato dal deputato USA Matt Gaetz, vi sarebbero stati nel Paese almeno cinque squadre di assassini, alcune delle quali con elementi provenienti dall’Estero (Iran e Pakistan) che starebbero cercando di uccidere Trump. Secondo quanto riportato, avrebbero a disposizione anche armi terra-aria con le quali colpire il Trump Force One, il «jumbo personale» dell’ex presidente.

 

Come riportato da Renovatio 21, la vendetta dell’Iran contro Trump per Soleimani è stata perfino articolata in un video con grafica di sintesi dove un personaggio molto simile all’ex presidente USA viene assassinato da un drone mentre gioca a golf.

 


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Trump in seguito ha affermato di aver ordinato l’operazione militare statunitense in risposta all’intelligence che affermava che Soleimani stava pianificando un attacco «imminente» contro le forze americane nella capitale irachena. Secondo rivelazioni dello scorso anno dell’ex capo dell’Intelligence israeliana, sarebbe stato lo Stato Ebraico a convincere la Casa Bianca ad uccidere il generale iraniano.

 

In un’intervista alla rivista TIME di quest’anno, Trump aveva criticato ferocemente il premier israeliano Beniamino Netanyahu facendo una rivelazione. «Ho avuto una brutta esperienza con Bibi», ha detto, riferendosi a Netanyahu con il suo soprannome. Trump ha ricordato come Netanyahu avrebbe promesso di prendere parte all’attacco aereo statunitense che ha ucciso il comandante militare iraniano Qassem Soleimani nel gennaio 2020, prima di ritirarsi all’ultimo minuto.

 

L’idea di un incontro di Musk con l’ambasciatore iraniano aveva scaldato i cuori di quanti ritengono che il lavoro principale da fare per la politica estera della nuova presidenza Trump sia la disintegrazione degli apparati neocon, accusati per nome da Trump in questi anni e detestati da altre figure dell’entourage presidenziale come la nuova direttrice dell’Intelligence Tulsi Gabbard, il nuovo segretario della Sanità Robert F. Kennedy jr., e notoriamente anche da Don jr., il primogenito del presidente eletto.

 

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Immagine di Gage Skidmore via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0

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Comunicato della Casa Generalizia FSSPX: il ricorso contro il decreto di scomunica prosegue a Roma

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A seguito del comunicato della Casa Generalizia del 13 luglio 2026, che annunciava la presentazione di un ricorso preliminare al Dicastero per la Dottrina della Fede, la Fraternità Sacerdotale San Pio X informa che da allora sono stati intrapresi i passi previsti dal diritto canonico per il ricorso, nel rispetto dei termini e delle procedure stabiliti dalla legge.   Con tali iniziative, i vescovi della Fraternità intendono esercitare il diritto riconosciuto loro dalla Chiesa, chiedendo l’esame delle obiezioni giuridiche e dottrinali che hanno formulato nei confronti dei testi del 2 luglio.   In attesa del seguito che verrà dato a tali iniziative da parte delle autorità competenti, la Fraternità intende osservare la discrezione richiesta dalla natura di tali procedure.   Invita i sacerdoti e i fedeli a rimanere uniti nella preghiera per il Santo Padre e per tutta la Chiesa, la cui legge suprema è la salvezza delle anime.   Menzingen, 13 ottobre 2026   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine da FSSPX.News
 
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Dirigente transessuale del New York Times accusata di maltrattamenti di minori prima di essere uccisa

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Un dirigente transgender del New York Times, ucciso secondo le accuse dai suoceri lo scorso fine settimana in California, risultava denunciato per maltrattamenti su minori nel quadro di una aspra lite familiare, come emerge da atti giudiziari resi noti di recente.

 

Jonathan McKinsey, 40 anni, responsabile dell’ingegneria per NYT Games, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco sabato in un complesso sportivo a Est di San Francisco. La polizia ha fermato i suoceri, Shouyong Zhang e Shili Chen, entrambi settantenni, nei pressi della scena con l’accusa di omicidio.

 

I due sono in carcere senza cauzione e compariranno in udienza mercoledì. Le forze dell’ordine hanno detto che McKinsey è stato scelto come obiettivo in modo deliberato, senza però collegare l’omicidio alla controversia familiare.

 

I fatti sono accaduti una settimana prima di un’udienza già fissata nel contenzioso di divorzio e affidamento tra McKinsey e la moglie Candice Jang, secondo gli atti del tribunale citati dall’agenzia Associated Press.

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Il giornale sanfranciscano Mercury News, sulla base di documenti giudiziari, riporta che McKinsey ha effettuato la transizione da donna a uomo nel 2010. Gli stessi atti indicano che McKinsey e Jang erano già in una relazione intima mentre lui seguiva le cure mediche per la transizione. In seguito si sono sposati e hanno avuto tre figli.

 

Non risultano informazioni pubbliche su come la coppia abbia avuto i figli né su chi abbia portato avanti la gravidanza. Una coppia formata da un uomo transgender e una donna biologica avrebbe bisogno di sperma di donatore per concepire. A seconda dei casi, uno dei due potrebbe fornire l’ovulo e sostenere la gravidanza.

 

Lo scontro legale è stato segnato da accuse reciproche di abusi. Jang ha attribuito a McKinsey anni di violenze verso di lei e verso i figli. McKinsey è stato accusato di due reati minori di maltrattamento di minori per aver presumibilmente colpito in faccia il figlio di sei anni e per aver lasciato un altro bambino, allora di due anni, solo in casa mentre faceva la spesa. Si è dichiarato non colpevole di entrambe le imputazioni e ha chiesto l’ammissione a un programma di riabilitazione per problemi di salute mentale.

 

McKinsey, dal canto suo, ha chiesto un’ordinanza restrittiva contro Jang. Ha sostenuto che lei aveva tentato di rimuovere i tubi medici dal suo corpo dopo un intervento di transizione e che in seguito l’aveva colpita con una padella. Ha anche dichiarato che il suocero l’aveva presa a pugni mentre si stava riprendendo da una doppia mastectomia e che la suocera aveva rivolto insulti omofobi a lui e a uno dei figli.

 

Il caso si colloca in un più ampio mutamento dell’opinione pubblica statunitense sulle questioni transgender. Dopo il ritorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha revocato le tutele sull’identità di genere introdotte sotto Biden, ha disposto che il governo federale riconosca solo due sessi biologici e ha avviato lo smantellamento dei programmi di diversità, equità e inclusione (DEI), anche se il New York Times ha mantenuto le proprie politiche in materia.

 

È cambiato anche il clima nell’opinione pubblica: un sondaggio Pew del 2025 ha registrato un crescente sostegno alle restrizioni per le persone transgender, pur restando maggioritario il favore per le tutele contro la discriminazione.

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 Immagine di Haxorjoe via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported 

 

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I tempi di consegna del petrolio saudita in Asia potrebbero raddoppiare

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Diversi media organi di stampa ripreso i dati più recenti dell’Associazione degli Armatori Giapponesi, secondo cui la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso, alle navi saudite potrebbe allungare di oltre 2,5 volte i tempi di consegna del petrolio saudita in Asia. Lo slittamento segue il controllo da parte degli Houthi dell’intera costa del Mar Rosso.   Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha dichiarato venerdì in un comunicato che «la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite», come riferito da NPR il 12 settembre.   Prima del blocco, la rotta tradizionale attraverso lo Stretto di Ormuzzo richiedeva circa 40 giorni andata e ritorno. L’alternativa del Mar Rosso — il greggio saudita viene portato via terra fino alla costa e poi imbarcato su petroliera attraverso Bab el-Mandeb — richiede circa 40-50 giorni andata e ritorno. L’unica via rimasta passa dal Canale di Suez e circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa: il viaggio andata e ritorno richiederebbe almeno 100 giorni. Inoltre le petroliere più grandi sono troppo ingombranti per transitare dal Canale di Suez.

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Allungare un viaggio andata e ritorno da 40 a 100 giorni non solo ritarda le consegne, ma riduce drasticamente il numero di viaggi annuali di una petroliera da circa nove a meno di quattro, raddoppiando di fatto il numero di navi necessarie per spostare lo stesso volume di greggio. La deviazione di rotta si traduce così in uno shock sui prezzi: la capacità delle petroliere non può crescere in tempi brevi, quindi quando i giorni di navigazione salgono di colpo salgono anche le tariffe di trasporto, e quei costi finiscono nel prezzo finale del greggio anziché nel prezzo di riferimento. I margini di raffinazione assorbono il primo colpo e l’onere aggiuntivo si scarica poi sull’intero mercato.   Viaggi più lunghi costringono inoltre gli acquirenti a tenere scorte più consistenti: una raffineria che lavora su un ciclo di 100 giorni deve impegnarsi ad acquistare con oltre tre mesi di anticipo, invece di poter aggiustare gli ordini in poche settimane, come riporta Business Upturn.   Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Giappone dipendeva per il 95% del proprio fabbisogno di greggio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo Reuters del 4 marzo 2026; ora quella dipendenza si è spostata in larga misura verso Stati Uniti e Messico.   Prima del conflitto, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, il 19% del GNL e fino al 30% dei fertilizzanti azotati scambiati a livello internazionale passavano dallo Stretto ormusino. Un aumento di 2,5 volte dei tempi di transito per queste risorse essenziali avrebbe evidentemente effetti gravi e dirompenti sulle catene di approvvigionamento globali.   Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Sud, un altro Paese estrmo-orientale gravemente danneggiato nelle forniture di idrocarburi dalla chiusura dello Stretto ermesino, sta pensando di partecipare all’azione militare statunitense, ricevendo in risposta un duro ammonimento dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che come noto è in grandi rapporti con la Corea del Nord.

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Immagine di Reading Tom via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
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