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Geopolitica

L’Impero americano post-11 Settembre sorveglia, saccheggia, uccide

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.

 

 

 

Continuiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sous nos yeux. In questo episodio l’autore espone le trasformazioni dell’impero americano, esito dell’11 Settembre: all’interno, la creazione di un sistema di sorveglianza della popolazione civile, all’estero, l’avvio della guerra senza fine nel Grande Medio Oriente. Meyssan riesamina anche l’influenza postuma del filosofo Leo Strauss, che ha aiutato le classi dirigenti USA e israeliana a tacitare gli scrupoli che l’attuazione di un simile programma avrebbe potuto suscitare.

 

 

La strategia di Washington

Torniamo alla nostra storia. Nel 2001 Washington finì per sviluppare la convinzione di un’imminente penuria di fonti energetiche.

 

Il gruppo di lavoro presieduto da Dick Cheney, che gestiva lo sviluppo della politica energetica nazionale (NEPD), aveva ascoltato tutti i responsabili pubblici e privati delle forniture di idrocarburi. Dopo aver incontrato l’allora segretario generale di questa organizzazione – che il Washington Post descriveva come «società segreta» (1) –, rimasi colpito dalla sua determinazione e dai piani progettuali per affrontare tale scarsità. Così, non conoscendo i dettagli della questione, adottai tale visione alquanto maltusiana.

 

In ogni caso, la conclusione di Washington si risolse nella necessità di acquisire al più presto le riserve conosciute di idrocarburi per garantire il mantenimento e il funzionamento della propria economia.

 

Questa politica sarà abbandonata quando l’élite degli Stati Uniti si renderà conto della possibilità di sfruttare forme di petrolio diverse rispetto al greggio saudita, ovvero il petrolio del Texas o del Mare del Nord.

 

Sulla base degli obiettivi inglesi e israeliani, intende rimodellare la regione, ossia sconvolgere i confini ereditati degli imperi europei, rimuovere i grandi Stati in grado di resistere e creare staterelli etnicamente omogenei.

Assumendo il controllo della Pemex (2), gli Stati Uniti s’impadroniranno delle riserve del Golfo del Messico e proclameranno la propria indipendenza energetica nascondendo l’operazione con la promozione del petrolio e del gas di scisto. Oggi, contrariamente alle previsioni di Dick Cheney, la disponibilità di petrolio non è mai stata tanto elevata e a buon mercato.

 

Per controllare il «Grande Medio Oriente», il Pentagono esige flessibilità e la possibilità di differenziare il suo obiettivo strategico dai desiderata delle compagnie petrolifere.

 

Sulla base degli obiettivi inglesi e israeliani, intende rimodellare la regione, ossia sconvolgere i confini ereditati degli imperi europei, rimuovere i grandi Stati in grado di resistere e creare staterelli etnicamente omogenei.

 

Oltre a essere evidentemente un progetto di dominio, il piano tratta l’intera regione senza riguardo alcuno per le condizioni locali. Se talvolta le popolazioni sono distinte geograficamente, altre volte sono assolutamente interconnesse, rendendone illusoria la separazione se non tramite grandi massacri.

 

 

In realtà, il gruppo che ha organizzato gli attentati dell’11 settembre − di cui faceva parte anche Dick Cheney − ne era consapevole e vi aveva riflettuto ben prima di quella data. Questa la ragione di una vasta riforma delle forze armate, conforme al modello dell’ammiraglio Arthur Cebrowski, che aveva già trasformato le pratiche militari USA, adattandole ai nuovi strumenti informatici (3).

 

L’ammiraglio aveva anche elaborato una strategia per distruggere gli Stati, in quanto organizzazioni politiche, così da permettere alle grandi società informatiche di rimpiazzarle nel governo del mondo globalizzato (4). All’indomani dell’11 Settembre, la rivista dell’esercito, Parameters (5), ha illustrato il progetto di rimodellamento del Grande Medio Oriente, precisando trattarsi di un piano particolarmente sanguinoso e feroce. La rivista precisava anche che sarebbero stati necessari crimini contro l’umanità, che però avrebbero potuto essere subappaltati. Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld metterà a disposizione di Cebrowski un ufficio al Pentagono.

 

L’ammiraglio aveva anche elaborato una strategia per distruggere gli Stati, in quanto organizzazioni politiche, così da permettere alle grandi società informatiche di rimpiazzarle nel governo del mondo globalizzato

L’11 Settembre quindi non sarà soltanto un mezzo per far adottare d’urgenza una legge emergenziale contro il terrorismo, l’Usa Patriot Act − redatto con almeno due anni di anticipo − sarà anche l’occasione per avviare una vasta riforma istituzionale: creazione del Segretariato per la Difesa della Patria (Department of Homeland Security, spesso impropriamente tradotto Dipartimento per la Sicurezza Interna), nonché di Forze Speciali clandestine in seno alle forze armate.

 

Il Dipartimento per la Sicurezza della Patria controlla non soltanto agenzie come la Guardia Costiera o i servizi per l’immigrazione, ma anche un vasto sistema di sorveglianza della popolazione statunitense, dove lavorano a tempo pieno 112 mila spie interne (6).

 

Le Forze Speciali clandestine sono un esercito di 60 mila uomini super-addestrati, che operano senza uniforme, a dispregio delle Convenzioni di Ginevra (7). Sono in grado di uccidere chiunque e ovunque voglia il Pentagono. E il Pentagono certo non rinuncia a sfruttare nella massima segretezza simile investimento.

 

 

Le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq

Le operazioni iniziano con la guerra ai talebani – secondo la dottrina Cheney –, dopo l’interruzione delle trattative per la costruzione di un oleodotto attraverso l’Afghanistan, a metà luglio 2001.

 

L’ambasciatore Niaz Naik, che ha rappresentato il Pakistan nei negoziati di Berlino con i talebani, torna a Islamabad convinto che l’attacco degli Stati Uniti sia inevitabile (8). Il suo paese comincia dunque a prepararsi alle conseguenze. La flotta inglese viene schierata nel Mar Arabico, la NATO invia 40 mila uomini in Egitto e il capo tagiko Ahmad Shah Massoud viene assassinato due giorni prima degli attacchi a New York e Washington.

 

I rappresentanti di Stati Uniti e Regno Unito alle Nazioni Unite – John Negroponte e Sir Jeremy Greenstock – assicurano che il presidente George W. Bush e il primo ministro Tony Blair stanno applicando il diritto alla legittima difesa attaccando l’Afghanistan. Ma tutte le cancellerie sanno bene che a Washington e Londra si è sempre voluta questa guerra, indipendentemente dagli attentati. Nella migliore delle ipotesi, la percezione è che si stia strumentalizzando un crimine del quale solo la prima potenza è stata vittima. Comunque, io stesso riesco a suscitare molti dubbi – a livello mondiale – rispetto a ciò che è realmente accaduto l’11 settembre. In Francia, il presidente Jacques Chirac fa esaminare il mio lavoro dalla DGSE: dopo un’indagine approfondita, emerge che tutti gli elementi su cui mi sono basato sono veri, ma che non può in alcun modo confermare le mie conclusioni.

 

Le Monde, che ha già avviato una campagna per screditarmi, si fa beffe delle mie previsioni secondo cui gli Stati Uniti sarebbero pronti ad attaccare l’Iraq (9). Eppure, accade l’inevitabile: Washington accusa Baghdad di ospitare membri di Al Qaeda e di essere in possesso di armi di distruzione di massa per attaccare la «terra dei liberi». Sarà quindi guerra, come nel 1991.

Ognuno decide quindi di fare i conti con la propria coscienza. Continuando a chiudere gli occhi di fronte al colpo di Stato dell’11 settembre, ci si astiene dal contestare la strategia degli Stati Uniti e ci si trova quindi obbligati ad approvare i crimini conseguenti, ossia – in questo caso – l’invasione dell’Iraq.

 

Solo un alto funzionario internazionale, Hans Blix, decide di difendere la verità (10). Il diplomatico svedese è l’ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e presiede la Commissione di controllo, di verifica e d’ispezione delle Nazioni Unite, con il compito di monitorare l’Iraq. Opponendosi a Washington, sostiene che l’Iraq non possiede le armi di cui viene accusato. Una pressione senza precedenti lo opprime: non solo l’impero statunitense, ma tutti gli alleati fanno leva su di lui perché ponga fine ai suoi giochetti e lasci che la prima potenza mondiale distrugga l’Iraq. Non cederà neanche quando il suo successore all’AIEA, l’egiziano Muhammad al-Baradei, si fingerà conciliante.

 

Il 5 febbraio 2003, il segretario di Stato ed ex capo di Stato maggiore congiunto Colin Powell tiene un discorso al Consiglio di sicurezza, seguendo il testo preparato dalla squadra di Cheney. Accusa l’Iraq di ogni nefandezza, tra cui la protezione dei responsabili degli attacchi dell’11 settembre e la preparazione di armi di distruzione di massa per attaccare gli Stati occidentali. Tra l’altro, rivela il nuovo volto di Al Qaeda, Abu Musab al-Zarqawi.

 

Ma, a sua volta, Jacques Chirac rifiuta di partecipare al progetto criminale, anche se non intende denunciare le menzogne di Washington. Invia il suo ministro degli Esteri, Dominique de Villepin, al Consiglio di sicurezza: il ministro lascia a Parigi i rapporti della DGSE e incentra il proprio intervento sulla differenza tra guerra imposta e guerra scelta. È chiaro che l’attacco all’Iraq non ha alcun legame con gli attentati dell’11 settembre, ma si tratta di una scelta imperiale, una guerra di conquista. Villepin evidenzia quindi i risultati già ottenuti da Blix in Iraq e sgonfia le accuse degli Stati Uniti dimostrando che l’uso della forza, in quella fase, non è giustificato, concludendo che non vi è alcun elemento che dimostri che la guerra avrebbe portato risultati migliori rispetto al proseguimento delle ispezioni. Il Consiglio di sicurezza applaude, con la convinzione che l’intervento possa rappresentare una via d’uscita a Washington per evitare la guerra. È la prima volta che alcuni diplomatici applaudono un collega in quella sala.

 

Ma Washington e Londra non imporranno solo la guerra: dimenticando Hans Blix, gli Stati Uniti si impegneranno in ogni sorta di operazione per «farla pagare» a Chirac. Il presidente francese abbasserà presto la guardia e farà più del necessario per aiutare i suoi padroni statunitensi.

 

Questa crisi ci costringe a far tesoro di una grande lezione. Hans Blix, come il suo compatriota Raoul Wallenberg durante la seconda guerra mondiale, rifiuta l’idea per cui gli statunitensi – o i tedeschi – siano superiori agli altri. Tenta di salvare vite umane la cui unica colpa è quella di essere iracheni (o ebrei ungheresi). Jacques Chirac vorrebbe sposare la stessa linea, ma i suoi precedenti errori e i segreti privati lo espongono a ricatti che non gli lasciano altra scelta che dimettersi o sottomettersi.

 

Washington prevede di mettere al potere a Baghdad gli iracheni in esilio che ha scelto tra i membri di un’organizzazione inglese, il Consiglio nazionale iracheno guidato da Ahmad Chalabi, un truffatore internazionale già condannato per la bancarotta della Petra Bank in Giordania.

 

L’azienda aerospaziale Lockheed Martin crea un Comitato per la liberazione dell’Iraq (11), del quale l’ex segretario di Stato e mentore di Bush junior, George Shultz, assume la presidenza. Il Comitato e il Consiglio di Chalabi «vendono» la guerra all’opinione pubblica statunitense garantendo che gli Stati Uniti si limiteranno ad aiutare l’opposizione irachena e solo per poco tempo.

 

Come l’attacco all’Afghanistan, quello all’Iraq è stato preparato prima degli attentati a New York e Washington. All’inizio del 2001, il vicepresidente Dick Cheney ha negoziato personalmente l’installazione di basi militari statunitensi in Kirghizistan, Kazakistan e Uzbekistan nel quadro dello sviluppo degli accordi del CENTRASBAT (il battaglione dell’Asia Centrale) della Comunità economica dell’Asia centrale.

 

I pianificatori hanno previsto che, per questa guerra, alle truppe serviranno 60 mila tonnellate di materiale al giorno, e così il Centro per la gestione dei trasporti militari (Military Traffic Management Command, MTMC) è stato incaricato di procedere con un certo anticipo per predisporvi la logistica.

L’addestramento delle truppe inizia solamente dopo gli attacchi. Si tratta delle più grandi manovre militari della storia, denominate «Millennium Challenge 2002». Queste esercitazioni mescolano operazioni reali e simulazioni presso la sala di Stato maggiore prodotte con i mezzi tecnologici utilizzati a Hollywood per il film Il Gladiatore.

 

Dal 24 luglio al 15 agosto 2002 vengono mobilitati oltre 13 mila uomini. Le isole di San Nicolas e San Clemente – al largo della California – e il deserto del Nevada sono evacuati per fungere da teatro per le operazioni, un’abbondanza di risorse che richiede un budget di 235 milioni di dollari. Per la cronaca, i soldati che simulano le truppe irachene vengono capeggiati dal generale Paul Van Riper che, attuando una strategia non convenzionale, vince facilmente sulle truppe degli Stati Uniti, costringendo lo Stato maggiore a interrompere l’esercitazione prima della fine (12).

 

Ignorando i rapporti di Blix e le obiezioni francesi, Washington lancia l’«Operation Iraqi Liberation» il 19 marzo 2003. Considerato il senso sottinteso (petrolio) dall’acronimo inglese dell’operazione (OIL), viene rinominata «Operation Iraqi Freedom». Una pioggia di fuoco di una potenza mai vista si abbatte su Baghdad causando «shock e stupore» (Shock and Awe), con gli abitanti della capitale che restano traumatizzati mentre Stati Uniti e gli alleati occupano il paese.

 

Il governo viene inizialmente guidato da un ufficio del Pentagono, l’ORHA (Office of Reconstruction and Humanitarian Assistance), e dopo un mese da un funzionario civile nominato dal segretario della Difesa, Paul Bremer III – assistente personale di Henry Kissinger –, che ben presto assumerà la veste di amministratore dell’Autorità provvisoria della Coalizione.

 

Contrariamente a quanto suggerisce il nome, questa autorità non è stata creata dalla Coalizione – che non si è mai riunita – e la sua esatta composizione rimane sconosciuta (13).

 

Per la prima volta appare un ente dipendente dal Pentagono ma che non compare in alcun organigramma degli USA: è ovviamente frutto delle decisioni del gruppo che ha preso il comando l’11 settembre 2001.

 

Nei documenti pubblicati da Washington, l’autorità è designata come organo della Coalizione (se il documento è destinato a stranieri), e come ente governativo degli Stati Uniti (se destinato al Congresso).

 

Con la sola eccezione di un funzionario britannico, tutti i dipendenti dell’autorità sono stipendiati dalle amministrazioni degli Stati Uniti, ma senza essere soggetti alle leggi americane. Così agiscono come meglio credono in relazione al codice degli appalti pubblici. Per esempio, l’autorità sequestra il tesoro iracheno – 5 miliardi di dollari – ma nei suoi conti ne appare solamente uno: che ne è stato dei restanti 4 miliardi? L’interrogativo viene sollevato alla conferenza di Madrid per la ricostruzione, ma non riceverà mai alcuna risposta.

 

L’assistente di Paul Bremer non è altri che Sir Jeremy Greenstock, il rappresentante del Regno Unito al Consiglio di sicurezza che ha giustificato gli attacchi in Afghanistan e Iraq. Durante l’occupazione, gli Stati Uniti prendono in considerazione le opzioni per rimodellare l’Iraq, nel caso specifico la partizione in tre stati. Bremer invia quindi l’ambasciatore Peter Galbraith – che si era occupato della divisione della Jugoslavia in sette stati – come consulente del Governo regionale curdo.

 

Bremer lavora direttamente con il vicesegretario della Difesa Paul Wolfowitz, che ha delineato la strategia degli Stati Uniti dopo la dissoluzione dell’URSS, un trotskista ebreo seguace del pensiero del filosofo tedesco Leo Strauss, del quale molti adepti vengono sistemati da lui stesso al Pentagono per formare un gruppo strutturato, molto coerente e solidale.

 

…Secondo loro, traendo esperienza dalla debolezza della Repubblica di Weimar di fronte ai nazisti, gli ebrei non possono affidarsi alle democrazie per proteggersi da un eventuale nuovo genocidio. Al contrario, dovrebbero schierarsi dalla parte dei regimi autoritari e del potere. Così viene legittimata preventivamente l’idea di una dittatura mondiale

Secondo loro, traendo esperienza dalla debolezza della Repubblica di Weimar di fronte ai nazisti, gli ebrei non possono affidarsi alle democrazie per proteggersi da un eventuale nuovo genocidio. Al contrario, dovrebbero schierarsi dalla parte dei regimi autoritari e del potere. Così viene legittimata preventivamente l’idea di una dittatura mondiale (14).

 

Wolfowitz traccia il quadro operativo dell’Autorità provvisoria della Coalizione, ossia la de-baathificazione del paese – vale a dire la destituzione di tutti i funzionari membri del partito laico Baath – e il relativo saccheggio economico. Su sue istruzioni, Bremer assegna tutti gli appalti pubblici a società amiche, in genere senza bando, escludendo in linea di principio francesi e tedeschi, colpevoli di essersi opposti a questa guerra imperiale (15).

Tutti i membri del Progetto per un nuovo secolo americano – il think tank che ha organizzato l’11 settembre – entrano a far parte – direttamente o indirettamente – o collaborano con l’Autorità provvisoria della Coalizione.

 

Fin dall’inizio, intorno all’autorità c’è grande riluttanza. Prima di tutto quella del rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite, il brasiliano Sérgio Vieira de Mello, che viene assassinato il 19 agosto 2003, presumibilmente dal jihadista Abu Musab al-Zarqawi, già denunciato da Powell alle Nazioni Unite.

 

I parenti del diplomatico sottolineano invece il conflitto che lo aveva messo in contrasto con Paul Wolfowitz e accusano direttamente una fazione degli Stati Uniti. Poi è il turno del generale James Mattis, comandante della Prima divisione dei Marines, preoccupato per le conseguenze disastrose della de-baathificazione. Rientrerà poi nei ranghi.

 

Trascinati dal successo negli Stati Uniti, in Afghanistan e in Iraq, gli uomini dell’11 settembre dirigono il paese verso nuovi obiettivi.

 

 

La Teopolitica

Dal 12 al 14 ottobre 2003 si svolge uno strano incontro all’hotel King David di Gerusalemme.

 

L’invito riporta il seguente messaggio: «Israele è un’alternativa etica al totalitarismo orientale e al relativismo morale occidentale. Israele è il “Ground Zero” della battaglia centrale per la sopravvivenza della civiltà. Israele può essere salvato, insieme al resto dell’Occidente. È tempo di unirsi a Gerusalemme».

 

Diverse centinaia di personaggi dichiaratamente di estrema destra – israeliani e statunitensi – vengono ricevuti a spese della mafia russa. Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu ed Ehud Olmert si congratulano con Elliott Abrams, Richard Perle e Daniel Pipes.

 

Condividono tutti la stessa convinzione: la teopolitica. Secondo loro, la «fine del mondo» è vicina. Presto il mondo sarà governato da un’istituzione ebraica con sede a Gerusalemme (16).

 

L’incontro turba i progressisti israeliani, soprattutto perché alcuni oratori alludono a Baghdad, occupata sei mesi prima, come all’antica «Babilonia».

 

È evidente che, per loro, la teopolitica cui si rifà il Congresso è una riproposizione del talmudismo. Questa scuola di pensiero – di cui Leo Strauss era un esperto – interpreta l’ebraismo come un’antica preghiera del popolo ebraico per vendicare i crimini degli egiziani contro i loro antenati, la deportazione a Babilonia per mano degli Assiri e persino la distruzione degli ebrei europei da parte dei nazisti. Ritiene che la «dottrina Wolfowitz» stia preparando l’Armageddon – la battaglia finale – che imporrà il caos prima nel Grande Medio Oriente e poi in Europa. Una distruzione generale che rappresenterà la punizione divina per chi ha fatto soffrire il popolo ebraico.

 

L’ex primo ministro Ehud Barak si rende conto dell’errore che ha fatto rifiutando la pace che aveva personalmente negoziato con i presidenti Bill Clinton e Hafiz al-Assad, una pace che avrebbe preservato gli interessi di tutti i popoli della regione e che i teopolitici non vogliono. Inizia a radunare gli agenti che tenteranno invano di evitare la ri-elezione di Benjamin Netanyahu, nel novembre 2014, per Commanders for Israel’s Security (gli ufficiali responsabili della sicurezza d’Israele).

 

Porterà avanti la battaglia fino al discorso del giugno 2016 alla Conferenza di Herzliya, durante la quale denuncerà la pessima politica di Netanyahu e la sua volontà d’istituzionalizzare l’apartheid. Esorterà i connazionali a salvare il paese opponendosi a questi fanatici.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) Dana Milbank & Eric Pianin, «Energy Task Force Works in Secret», The Washington Post, 16 aprile 2001.

2) Alfredo Jalife-Rahme,, Muerte de Pemex y suicidio de México (2014), Orfila (Messico).

3)  James R. Blaker, Transforming Military Force: The Legacy of Arthur Cebrowski and Network Centric Warfare, Praeger (2007).

4) Thomas P.M. Barnett, The Pentagon’s New Map,  Putnam (2004). Contrariamente a quanto suggerisce questo libro, Barnett era l’assistente di Cebrowski al Pentagono.

5) Col. Ralph Peters,«Stability American’s Enemy»,  Parameters #31-4 (inverno2001).

6) William M. Arkin & Dana Priest, Top Secret America: The Rise of the New American Security State,  Back Bay Books (2012).

7) William M. Arkin, , «Exclusive : Inside the Military’s Secret Undercover Army», Newsweek, 17 maggio 2021.

8) Intervista di Naiz Naik di Benoît Califano, Pierre Trouillet e Guilhem Rondot, Dokumenta-ITV (2001). Non trasmesso.

9) «Le Net et la rumeur», editoriale, Le Monde, 20 marzo 2002.

10) Hans Blix, Disarming Iraq, Knopf Doubleday (2013).

11) «Une guerre juteuse pour Lockheed Martin», Réseau Voltaire, 7 febbraio 2003.

12) «Apocalypse Tomorrow», Réseau Voltaire, 26 settembre 2002.

13) Thierry Meyssan, «Qui gouverne l’Irak ?», Réseau Voltaire, 13 maggio 2004.

14) Per capire la differenza tra l’insegnamento pubblico e quello riservato a discepoli selezionati è indispensabile leggere le testimonianze degli allievi di Leo Strauss. Shadia B. Drury, Political Ideas of Leo Strauss,  Palgrave Macmillan (1988). Lyndon H. LaRouche, Children of Satan : the ’ignoble liars’ behind Bush’s no-exit war, EIR (2004). Anne Norton, Leo Strauss and the Politics of American Empire,  Yale University Press (2005). Paul Edward Gottfried, Leo Strauss and the conservative movement in America : a critical appraisal, Cambridge University Press (2011). Kenneth L. Deutsch, Leo Strauss, The Straussians, and the Study of the American Regime,  Rowman & Littlefield (2013). Aggie Hirst, Leo Strauss and the Invasion of Iraq: Encountering the Abyss,  Routledge (2013). Peter Minowitz, Straussophobia : Defending Leo Strauss and Straussians Against Shadia Drury and Other Accusers, Lexington Books (2016).

15) Paul Wolfowitz, «Determination and Findings»,  Voltaire Network, 5 dicembre 2003.

16) «Vertice storico per sigillare l’alleanza dei guerrieri di Dio», Rete Voltaire, 23 agosto 2005.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Geopolitica

Melania Trump riceve i rappresentanti russi ed ucraini alla Casa Bianca

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Rappresentanti di Russia e Ucraina si stanno incontrando alla Casa Bianca a Washington, DC, per colloqui ospitati dalla First Lady Melania Trump.

 

L’incontro fa seguito a un cessate il fuoco umanitario temporaneo ad Alyoshki, città nella regione russa di Kherson, coordinato con il coinvolgimento della First Lady statuninse (FLOTUS).

 

La Casa Bianca ha annunciato l’incontro il 3 novembre, descrivendolo come un «momento straordinario nella storia americana».

 

Secondo quanto affermato dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, la Russia è rappresentata dalla Commissaria per i diritti umani Yana Lantratova e dall’inviato speciale del Presidente Kirill Dmitriev.

 

Secondo quanto riportato dai media ucraini, l’Ucraina ha inviato il Commissario per i diritti umani Dmitry Lubinets e David Arakhamia, capo del gruppo parlamentare al governo «Servitore del Popolo».

 

Melania Trump ha auspicato che la cooperazione tra Mosca e Kiev si estenda oltre il cessate il fuoco temporaneo ad Alyoshki, descrivendo l’accordo umanitario come un precedente per promuovere la pace nella regione.

Il Dmitriev ha ringraziato Melania Trump «a nome del presidente Putin» per il suo coinvolgimento nell’operazione umanitaria, definendo il suo ruolo crucialedonando alla FLOTUS  un dipinto realizzato da una bambina di 11 anni di Alyoshki, che si era trasferita con la sua famiglia nella città russa di Tuapse. Il disegno recava la scritta «Amo Melania».

 

L’inviato presidenziale ha anche affermato che gli sforzi umanitari hanno contribuito a riunire 34 bambini con le loro famiglie in Russia e Ucraina. Il presidente russo Vladimir Putin ha sostenuto le iniziative proposte dal presidente statunitense Donald Trump, tra cui lo scambio di prigionieri, il rilascio di detenuti americani e altre misure umanitarie, ha dichiarato Dmitriev.

 

La Casa Bianca ha affermato che Melania Trump ha avviato autonomamente i contatti tra i due Paesi e ha contribuito a garantire il cessate il fuoco temporaneo ad Alyoshki e nell’area circostante.

 

La tregua di sei giorni, scaduta domenica, ha permesso alle squadre umanitarie russe e ucraine di consegnare cibo, acqua, medicinali e altri beni di prima necessità e di evacuare i residenti. Secondo Melania Trump, sono state evacuate quasi 800 persone.

 

Il 2 novembre Lantratova ha dichiarato che erano in corso discussioni per organizzare missioni umanitarie regolari ad Alyoshki con la mediazione della first lady, il che avrebbe potuto consentire la consegna di aiuti ogni mese.

 

L’incontro precede un altro ciclo di negoziati tra Mosca e Kiev, mediati dagli Stati Uniti, previsto per il 10 e 11 novembre ad Abu Dhabi.

 

Come riportato da Renovatio 21,  un anno fa la FLOTUS Melania aveva rivelato di essere in contatto diretto con il presidente russo Vladimiro Putin da mesi, nell’ambito di un’iniziativa diplomatica riservata per riunire i bambini ucraini sfollati a causa del conflitto con le loro famiglie. Il dialogo era iniziato dopo aver inviato una lettera a Putin nell’agosto 2025. «Mi ha risposto per iscritto, esprimendo la sua disponibilità a collaborare direttamente con me», ha detto. Da allora, i due hanno mantenuto un «canale di comunicazione aperto» incentrato sul benessere dei bambini.

 

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Geopolitica

Zelens’ky afferma che gli USA devono ancora a Kiev 16 miliardi di dollari

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Il leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj afferma che gli Stati Uniti non sono riusciti a erogare i 16 miliardi di dollari di aiuti precedentemente promessi a Kiev, insistendo sul fatto che l’Ucraina «deve lottare» per ottenere tali fondi, nonostante le centinaia di miliardi di dollari di aiuti già forniti dagli Stati Uniti. Lo riporta la stampa russa.   Parlando giovedì con i giornalisti ucraini, a Zelens’kyj è stato chiesto se Kiev si aspettasse un altro importante pacchetto di aiuti americani dopo la vittoria dei Democratici alle elezioni di medio termine. L’ultimo pacchetto era stato approvato sotto l’ex presidente Joe Biden nel 2024, mentre il presidente Donald Trump ha cercato di scaricare l’onere del finanziamento di Kiev sui membri europei della NATO.   «Dobbiamo lavorare su questo. Dobbiamo senz’altro sollevare la questione che, in base ad accordi e decisioni precedenti, 16 miliardi di dollari sono stati congelati e 16 miliardi di dollari non sono stati erogati», ha affermato lo Zelens’kyj. «Siamo grati per tutto ciò che è stato dato, ma l’Ucraina deve lottare almeno per questi soldi. Nessuno negli Stati Uniti se la prenda», ha aggiunto.   Il leader ucraino non ha specificato a quali accordi si riferisse il presunto ammanco di 16 miliardi di dollari, né ha chiarito se i fondi fossero stati formalmente stanziati dal Congresso. Secondo Ukraine Oversight, gli Stati Uniti hanno stanziato circa 196 miliardi di dollari in finanziamenti per Kiev dal 2022.   In un’intervista separata con l’emittente tedesca ZDF, lo Zelens’kyj ha accolto con favore i successi elettorali dei Democratici, esprimendo la speranza che il controllo di entrambe le camere del Congresso da parte del partito, a partire da gennaio, si traduca in un rinnovato sostegno finanziario e militare.   «Sono grato anche ai repubblicani, ma i democratici si esprimono in modo molto chiaro sul sostegno all’Ucraina e sulla fornitura di assistenza al Paese», ha affermato.   Il presidente statunitense Donald Trump ha criticato l’entità delle spese per l’Ucraina sotto l’amministrazione Biden, accusando lo Zelens’kyj di approfittarsi dei contribuenti americani e di rifiutarsi di perseguire seriamente una soluzione negoziata.   Trump ha accusato il suo predecessore di aver fornito a Kiev armi per centinaia di miliardi di dollari gratuitamente e ha promosso piani per chiedere il rimborso agli alleati europei. Ha anche paragonato il leader ucraino al famigerato imbroglione del XIX secolo P.T. Barnum e si è lamentato del fatto che enormi somme di denaro venissero «sprecate» mentre l’ingrato Zelens’kyj dava per scontato quel denaro.   Il mese scorso, Trump si è spinto oltre, mettendo in dubbio la sorte delle armi e del denaro americani forniti a Kiev. «Dove sono i soldi che abbiamo dato all’Ucraina? Dove sono tutte le attrezzature? Biden stava dando loro missili, che venivano poi venduti sul mercato libero», ha dichiarato a Newsmax.

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Le rinnovate richieste di finanziamenti americani giungono nel mezzo di una serie di importanti scandali di corruzione che coinvolgono i più stretti collaboratori dello Zelens’kyj e i settori della difesa e dell’energia dell’Ucraina.   La vasta indagine denominata Operazione Midas ha portato alla luce un presunto sistema di tangenti e riciclaggio di denaro da 125 milioni di dollari, che coinvolgeva Timur Mindich, socio in affari di lunga data di Zelens’kyj, fuggito in Israele. Lo scandalo ha infine portato alle dimissioni di diversi alti funzionari, tra cui il potente ex capo di gabinetto di Zelens’kyj, Andrey Yermak.   Il trilionare tecnomagnate Elon Musk ha recentemente accusato i politici americani di dare priorità a Kiev rispetto agli interessi statunitensi, sostenendo che parte del denaro dei contribuenti inviato in Ucraina veniva riciclato e rifinanziato nelle campagne politiche americane.   Nonostante gli scandali e i crescenti interrogativi sull’utilizzo degli aiuti occidentali, Kiev continua a richiedere ulteriori finanziamenti esteri, con Zelensky che attacca i suoi finanziatori per la loro riluttanza a inviare più denaro.   Quest’anno, l’UE ha approvato un prestito di 90 miliardi di euro mper coprire le esigenze di bilancio e militari dell’Ucraina per il 2026 e il 2027. Tuttavia, già ad agosto, Zelens’kyj avvertiva di un deficit di finanziamento di 27 miliardi di euro per il 2026 e faceva pressioni su Bruxelles affinché accelerasse i pagamenti originariamente previsti per un periodo successivo.   Da allora, lo Zelens’kyj ha richiesto almeno altri 70 miliardi di euro solo per il 2027, stimando il fabbisogno totale di spesa dell’Ucraina per il prossimo anno in ben 155 miliardi di euro.

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Espulsione incrociata di diplomatici tra Sudan ed Etiopia

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Sudan ed Etiopia si sono chiusi reciprocamente i consolati e hanno espulso il personale diplomatico a seguito di accuse reciproche di sostegno a gruppi armati che combattono contro i rispettivi governi.

 

Secondo quanto riportato dai media mercoledì, l’Etiopia ha ordinato la chiusura del consolato sudanese nella città di confine occidentale di Assosa e ha dato a sei diplomatici 48 ore di tempo per lasciare la sede. Il Sudan ha risposto chiudendo il consolato etiope nella città orientale di Gedaref e ordinando al personale di lasciare la sede. Nessuno dei due ministeri degli Esteri ha fornito spiegazioni pubbliche in merito a tali decisioni.

 

Il consigliere presidenziale sudanese Amjad Farid ha dichiarato che il suo governo resta impegnato a difendere il proprio territorio, secondo quanto riportato da Reuters. «Ciononostante, sta facendo tutto il possibile per evitare una guerra aperta con l’Etiopia», ha affermato.

Domenica il ministero degli Esteri sudanese ha dichiarato di aver presentato reclami al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e al Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’Unione Africana, accusando l’Etiopia di aver permesso alle Forze di Supporto Rapido (RSF), un gruppo paramilitare, di lanciare attacchi con droni dal suo territorio.

 

«L’utilizzo del territorio etiope da parte della milizia terroristica (RSF) per colpire il territorio sudanese è considerato un atto ostile», ha dichiarato il Ministero degli Esteri sudanese.

 

Un rapporto pubblicato dal Consiglio di sovranità di transizione guidato dall’esercito sudanese ha affermato che tra il 15 febbraio e il 27 ottobre si sono verificati 70 attacchi che hanno coinvolto 187 droni d’attacco a senso unico lanciati dall’Etiopia. Secondo il rapporto, gli attacchi hanno ucciso o ferito 484 civili e ucciso 176 soldati, prendendo di mira ospedali, zone residenziali e infrastrutture per l’energia elettrica e il carburante.

 

Addis Abeba ha negato di sostenere le RSF o di aver autorizzato attacchi con droni dal suo territorio. In una dichiarazione del 5 maggio, il suo Ministero degli Esteri ha respinto le accuse sudanesi definendole «prive di fondamento» e ha chiesto una tregua umanitaria immediata, un cessate il fuoco duraturo e un dialogo guidato dai civili per ripristinare il governo civile in Sudan.

 

La coordinatrice residente e umanitaria delle Nazioni Unite, Denise Brown, ha dichiarato martedì che l’intensificarsi degli attacchi dei droni in Sudan sta interrompendo le forniture di elettricità, acqua e carburante. Ha affermato che un’interruzione di corrente ha bloccato la dialisi per 25 pazienti in un ospedale alla periferia di Khartoum, mentre la carenza di carburante ha lasciato a piedi centinaia di camion carichi di aiuti.

 

Le espulsioni si verificano in un contesto di deterioramento delle relazioni regionali. L’Etiopia ha espulso dieci diplomatici eritrei e chiuso la propria ambasciata ad Asmara il 1° ottobre, spingendo l’Eritrea a interrompere le relazioni diplomatiche. Anche Addis Abeba ha espulso un diplomatico egiziano lo stesso giorno.

 

L’Etiopia ha accusato Eritrea, Egitto e Sudan di sostenere un’alleanza guidata dal Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè, che si è unito ad altri sei gruppi armati con l’obiettivo di rovesciare il governo del primo ministro Abiy Ahmed. Tutti e tre i paesi negano le accuse.

 

Come riportato da Renovatio 21, a settembre sette gruppi armati etiopi, tra cui ex avversari sul campo, hanno dato vita a un’alleanza per rovesciare il governo del primo ministro Abiy Ahmed e insediare un’amministrazione di transizione.

Come riportato da Renovatio 21, il caos dilagato in Etiopia potrebbe aver avuto determinati padrini geopolitici stranieri e soggetti internazionali che vi hanno lucrato non poco: tutto va considerato nell’ottica dell’enantiodromia su suolo africano tra il vecchio potere USA e quello rampante della Repubblica Popolare Cinese, più interessata che mai a continuare il recente dominio stabilito sul Continente Nero.

 

Il contrasto tra il TPLF e lo Stato etiope aveva portato anche a speciose accuse contro l’attuale direttore dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, già ministro della Salute etiope ed ex dirigente del TPLF, che il capo di Stato maggiore generale Berhanu è arrivato ad accusare addirittura di traffico d’armi.

 

L’Etiopia è altresì interessata da un conflitto strisciante con il vicino Egitto a causa di una diga che Addis Abbeba vuole porre sul Nilo. Secondo alcuni analisti, tale frizione potrebbe sfociare in una vera e propria guerra, la prima che può chiamarsi apertamente come guerra per l’acqua.

 

Come riportato da Renovatio 21, la guerra civile ha avuto come effetto collaterale la quasi cancellazione del cristianesimo dal Tigrè.

 

Come riportato da Renovatio 21, un anno fa un’operazione delle forze etiopi avevano arrestato diecine di presunti miliziani ISIS.

 

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Immagine di Jnyssen, CC BY 4.0, via Wikimedia 

 

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