Spirito
Lettera del Superiore Generale Don Davide Pagliarani agli amici e benefattori della FSSPX
Mitte operarios in messem tuam.
Manda operai nella tua messe.
Cari fedeli, amici e benefattori,
Tra pochi giorni inizierà un nuovo anno giubilare per la Chiesa universale. Speriamo di essere numerosi a Roma il 20 agosto prossimo. In quell’occasione, naturalmente, daremo testimonianza della nostra fede: una fede ricevuta dalla Chiesa attraverso la Tradizione, una fede viva che abbiamo il dovere di trasmettere a nostra volta così come l’abbiamo ricevuta, senza compromessi con lo spirito del mondo.
Che questo giubileo sia anche una testimonianza di speranza, soprattutto per quanto riguarda il futuro della Chiesa e la sua indefettibilità. Infatti, se siamo profondamente legati alla Roma di sempre, dobbiamo anche essere profondamente preoccupati per la Chiesa di domani. Certo, conosciamo la promessa di Cristo di essere con lei fino alla fine dei tempi, nonostante gli assalti dell’inferno. Ma dobbiamo capire che questa promessa implica necessariamente la nostra partecipazione: Nostro Signore conta sui nostri sforzi, ispirati e resi fecondi dalla sua grazia, per garantire l’indefettibilità della Chiesa.
Quali sono nello specifico questi sforzi che Nostro Signore si aspetta da noi per assicurare il futuro della Chiesa? Si possono riassumere nel nostro sforzo comune di far germogliare molte sante vocazioni, sia religiose che sacerdotali. I santi e i papi non hanno mai smesso di ricordarcelo: un popolo è santo solo grazie a un clero santo, e una civiltà ridiventa cristiana solo se è fecondata da religiosi santi. Preoccuparsi della Chiesa di domani significa fare tutto ciò che è in nostro potere per aiutare queste vocazioni a fiorire, a formarsi e a perseverare.
Testimoni eroici di Cristo
Chi può dire abbastanza su ciò che i sacerdoti e i religiosi di domani sono chiamati ad essere? Mons. Lefebvre lo ha riassunto in poche parole parlando ai suoi seminaristi:
«Questo è un tempo per eroi. In un momento in cui tutto sembra scomparire nella struttura della società e persino nella struttura della Chiesa, non c’è posto per le anime tiepide che si arrendono ai problemi o ai dubbi che circolano dappertutto, incluso sulla divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, e ciò persino all’interno della Chiesa cattolica. È il tempo per coloro che credono in Nostro Signore Gesù Cristo, e che credono che Nostro Signore Gesù Cristo, attraverso la Sua Croce, abbia fornito la soluzione a tutti i problemi personali della nostra vita»(1).
Ciò che la situazione del nostro mondo richiede è una generazione di sacerdoti e religiosi che testimonino Nostro Signore Gesù Cristo, spesso contro venti e tempeste; una generazione che, per il nostro mondo languente, testimoni l’onnipotenza redentrice che si trova in Cristo Gesù, e solo in Lui; che sia testimone con parole coraggiose e senza scorciatoie intellettuali, ma soprattutto tramite una vita vissuta alla sua scuola e nel suo amore; una generazione in cui ognuno, a modo suo, sarà «un’immagine vivente del Salvatore», come disse Pio XII(2).
Una luce per il mondo
Alcuni possono talvolta essere spaventati dalle tempeste che scuotono il mondo, e che lo scuotono ancora di più quando questo mondo si allontana da Dio. Con Nostro Signore, che calmò i cuori dei suoi apostoli ancor prima di calmare le onde, vorremmo dire loro: non abbiate paura (3). La potenza della tempesta non dimostra forse la potenza ancora più grande del faro, che non smette mai di illuminarci e di guidarci in porto?
Io sono la luce del mondo (4). Come Cristo, anche la Chiesa lo è. Tali saranno anche i suoi ministri e i suoi religiosi, se rimarranno fondati e radicati nella carità, se Cristo abiterà nei loro cuori attraverso la fede (5). Con San Paolo, potranno dire: «Sono certo che né la morte, né la vita, né gli angeli, né i principati, né le potenze, né le cose presenti, né quelle future… né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (6).
Così, lungi dall’essere spaventati dalle tenebre, le supereranno grazie alla luce che portano. Dall’umile aula dove insegna la suora al pulpito dove predica il sacerdote, attraverso di loro la Chiesa continuerà a rafforzare le anime, a raddrizzare i cuori e a illuminare il mondo. Dal chiostro silenzioso all’oscurità del confessionale, la Chiesa riverserà la pace di Cristo in abbondanza sulle anime e presto anche sulle società. Non ci sono dubbi: il nostro mondo, ogni giorno più invischiato nella sua logica autodistruttiva, ha sete di questa luce, fatta di verità e di carità.
«Va’ e ricostruisci la mia Chiesa in rovina»: così disse Cristo crocifisso al giovane Francesco d’Assisi. Per diffondere questa luce divina su un mondo immerso nelle tenebre, per comunicare la vita di Nostro Signore alle anime, abbiamo bisogno di anime pronte a testimoniare la verità (7), sia davanti al Sommo Sacerdote che davanti a Pilato. Certo, il fumo di Satana è penetrato nella Chiesa, dove il demonio della divisione si traveste da angelo della luce (8). Ma non ci dobbiamo sbagliare: le gravi aberrazioni dottrinali e morali degli uomini di Chiesa, in piena decadenza, annunciano, presto o tardi, la morte dell’utopia modernista.
Un’ardente milizia
La vittoria di Cristo e del Cuore Immacolato di Maria avverrà quindi attraverso l’irradiazione della vita consacrata, vissuta in tutta la sua pienezza, e quindi attraverso una santa milizia di vocazioni sacerdotali e religiose, che scelgono di rinunciare a tutto per seguire Nostro Signore.
Questi testimoni eroici e luminosi avranno bisogno, naturalmente, di grande fortezza e virtù: animati da uno spirito di fede tanto fermo quanto profondo, dovranno essere incapaci di scendere a compromessi con il male e l’errore, e allo stesso tempo pieni di dolcezza e carità.
Questi conquistatori avranno successo solo se saranno ardenti di amore per Cristo, ardenti di zelo e interamente dedicati al bene della Chiesa. Mons. Lefebvre ha ricordato ai suoi seminaristi: «Dovrete essere eroi, santi e martiri; martiri nel senso di testimoni della fede cattolica. Sarete attaccati da tutte le parti ma, sostenuti dall’esempio di coloro che hanno dato la vita e il sangue per la loro fede, sostenuti dall’esempio della Beata Vergine Maria e con il suo aiuto, compirete quest’opera per la vostra santificazione e per la santificazione delle anime» (9).
È questa nuova generazione di sacerdoti, religiosi e religiose che bisogna suscitare e senza la quale la Provvidenza non avrà gli strumenti necessari per portare avanti la sua opera di salvezza. Come possiamo raggiungere questo obiettivo?
Un dono di Dio da reclamare
Come ce lo indica la parola stessa, la vocazione è un dono di Dio. Solo Dio chiama: nessuno si arroga questa dignità, bisogna essere chiamati da Dio[10]. Solo Dio infonde la sua grazia nelle anime, e la vocazione religiosa o sacerdotale è una grazia molto speciale, una grazia di elezione.
Questa grazia, però, deve essere richiesta. Tale dono dipende dalla nostra preghiera. Nostro Signore ci ricorda: La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe (11). Più il dono è considerevole, più la preghiera dev’essere insistente. È davvero così la nostra preghiera per le vocazioni? C’è da temere che qualche volta noi impieghiamo più tempo a deplorare il male che a implorarne il rimedio da Dio… Se siamo veramente convinti che solo sante vocazioni restaureranno la Chiesa, e quindi il mondo, se vogliamo veramente che l’opera della Redenzione di Nostro Signore trionfi di nuovo nel nostro tempo, allora dobbiamo chiedere con sempre maggiore insistenza e perseveranza sante vocazioni, moltiplicando le nostre suppliche.
Come i giusti dell’Antico Testamento che aspettavano con ansia la venuta del Salvatore, così noi dobbiamo pregare il Cielo di inviare ai nostri tempi dei «riflessi dell’amore di Dio», «immagini vive di Cristo», in altre parole, nuovi Francesco d’Assisi o Padre Pio, nuove Teresa d’Avila o Caterina da Siena, e tanti santi sacerdoti per dispensare alle anime «la perla più preziosa, cioè le inesauribili ricchezze del Sangue di Gesù Cristo»(12).
Questa è certamente la richiesta più urgente del nostro tempo. Sappiamo che Dio non abbandonerà la sua Chiesa e che vuole concedere alla nostra epoca i santi di cui ha bisogno: ma lo farà solo se glielo chiederemo con altrettanta insistenza e umiltà. È proprio questa la speranza e la preghiera che vogliamo portare a Roma in occasione del Giubileo, ed è per questo che abbiamo scelto come tema del nostro pellegrinaggio: «Mitte operarios in messem tuam. Manda operai nella tua messe»(13).
Una nuova generazione di sacerdoti
Tuttavia, non vogliamo limitare tale causa a queste poche ore di preghiera giubilare. Al contrario, vorremmo che questa preoccupazione per le vocazioni vivesse in tutti noi negli anni a venire: innanzitutto nella nostra preghiera, certo, ma anche nello zelo che ciascuno di noi metterà in campo a questo scopo. Tutti dobbiamo lavorare per questa causa: i sacerdoti, naturalmente, con il loro esempio e il loro entusiasmo soprannaturale; ma anche i padri e le madri: perché è dallo zelo che metteranno nello sviluppo e nella santificazione della loro famiglia che dipendono le vocazioni di domani, tanto è vero che la famiglia profondamente cristiana è, secondo le parole di Pio XI, «il primo e più adatto giardino dove le vocazioni dovrebbero come spontaneamente germogliare e fiorire» (14). Torneremo su queste riflessioni in modo più approfondito nelle prossime lettere che vi invieremo.
Questo progetto durerà anni. Per questo vogliamo porlo, ad un titolo particolare, sotto la protezione della Madonna Addolorata. Già con il Fiat dell’Annunciazione, il suo grembo verginale divenne la prima cattedrale dove il Verbo, assumendo la nostra natura, ricevette l’unzione che lo rese il Consacrato di Dio e istituì il nuovo sacerdozio… Poi, ai piedi della Croce, Gesù affidò al Cuore addolorato e immacolato di Maria il sacerdozio di San Giovanni, istituendola Madre, nella persona dell’amato Apostolo, di tutti i sacerdoti. Così, attraverso la sua intima compassione alle sofferenze del suo Figlio divino, nei dolori del Calvario, la Madonna ha dato vita alla Chiesa di ieri, di oggi e di domani.
È a lei, dunque, che dobbiamo rivolgere le nostre urgenti preghiere. Imploriamola con fiducia di concederci le vocazioni di cui abbiamo tanto bisogno. E in termini molto concreti, usiamo instancabilmente l’arma del santo rosario. Per tutto l’anno giubilare, che inizierà il 24 dicembre prossimo e terminerà il 6 gennaio 2026, eleviamo al cielo una supplica continua di ferventi rosari per le vocazioni. Non li conteremo, né vogliamo limitarne il numero, ma contiamo sull’impegno di ciascuno di noi a dedicare questo Anno Santo alla fruttuosa recita del Rosario. Contiamo in particolare sulle preghiere dei bambini delle nostre famiglie e delle nostre scuole e sui loro sacrifici; invitiamo i loro educatori a fare tutto il possibile per aiutare questi bambini a essere generosi.
Il 20 agosto deporremo solennemente questa moltitudine incalcolabile di rosari e sacrifici ai piedi della Madonna, come tributo di gratitudine e umile fiducia nella potenza della sua materna intercessione. Sotto la sua guida, faremo il possibile per suscitare le sante vocazioni che renderanno santa la Chiesa di domani.
Auguro a tutti voi e alle vostre famiglie un santo Natale.
Dio vi benedica.
Menzingen, 20 dicembre 2024
Don Davide Pagliarani
Superiore Generale
1) Omelia, Ecône, 7 gennaio 1973.
2) Enc. Menti Nostræ.
3) Gv 6,20.
4) Gv 8,12.
5) Cfr. Ef 3,17.
6) Rom. 8,38-39.
7) Gv 18,37.
8) 2 Cor 11,14.
9) Omelia, Ecône, 21 maggio 1983.
10) Eb 5,4.
11) Mt 9,37-38.
12) Pio XII, enc. Menti Nostræ.
13) Missale Romanum, Messa per chiedere vocazioni sacerdotali.
14) Enc. Ad Catholici sacerdotii.
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Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
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Spirito
Centinaia di migliaia di cattolici sarebbero stati scomunicati: come dovremmo considerare questo fatto?
In questo studio, padre Scott Gardner, SSPX, analizza le presunte scomuniche pronunciate dal Dicastero per la Dottrina della Fede. Alla luce del diritto canonico, esamina le argomentazioni addotte per giustificarle e ne valuta le implicazioni giuridiche.
Mentre circolavano voci secondo cui Roma si stava preparando a scomunicare non solo i vescovi consacranti e i quattro nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), ma anche i sacerdoti e i fedeli ad essa legati, la maggior parte degli osservatori dubitava che le autorità si sarebbero spinte a tanto. La pubblicazione, giovedì 2 luglio 2026, di un decreto di scomunica da parte del cardinale Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, accompagnato da una nota esplicativa, sorprese quindi molti. Ancor più sorprendenti risultarono le procedure per la riconciliazione di sacerdoti e fedeli pubblicate più tardi quello stesso giorno.
Questi provvedimenti furono ampiamente percepiti come eccezionalmente severi e di vasta portata, e denunciati da autori sia all’interno che all’esterno della Fraternità Sacerdotale San Pio X (1). I canonisti sollevarono immediatamente dubbi sulla validità giuridica di tali condanne (2). Padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della FSSPX, indirizzò una bellissima lettera al Santo Padre, piena di pietà filiale ma chiaramente segnata dal dolore, nella quale gli assicurò che accoglievamo questi provvedimenti non con spirito di amarezza o di rivolta, ma riconoscendone l’ingiustizia nei confronti della Chiesa e dello stesso Papa.
Queste condanne furono effettivamente severe e indiscriminate. Pur affermando di distinguere tra i fedeli laici che aderivano formalmente alla «posizione dottrinale» della Compagnia e coloro che non lo facevano, non vennero forniti criteri (3) per determinare chi sarebbe caduto nella presunta scomunica per scisma (un fatto curioso: non si fa menzione dell’eresia, sebbene l’adesione a una posizione dottrinale sia presentata come il criterio determinante). Inoltre, questa «posizione dottrinale» non viene definita da nessuna parte.
Le notizie relative a tre visite del cardinale Fernandez a Papa Leone nella settimana precedente le consacrazioni indicavano chiaramente che qualcosa stava per accadere. Tuttavia, non è stata segnalata alcuna visita di monsignor Randazzo, prefetto del Dicastero per i Testi Legislativi, il che suggerisce che i decreti in arrivo siano stati preparati «internamente» al Dicastero per la Dottrina della Fede, senza il coinvolgimento di esperti di diritto canonico.
Tale ipotesi appare plausibile, data la natura francamente confusa dei documenti che sono stati infine pubblicati. Questi documenti sembrano, in realtà, non avere alcun effetto giuridico su nessuno, eccetto che sui sei vescovi interessati; e anche nel loro caso, lasciano comunque aperta la possibilità di un ricorso gerarchico al Papa, nonché di un ricorso basato sui motivi di esonero previsti dal diritto canonico. I paragrafi seguenti si propongono di esaminare, senza addentrarsi in dettagli eccessivamente tecnici, le conseguenze concrete di queste condanne, al fine di rassicurare i sacerdoti e i fedeli che potrebbero essere preoccupati per la loro situazione attuale.
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Diritto canonico e diritto penale nella Chiesa
Innanzitutto, chiariamo un punto: l’aspetto canonico della questione è ben lungi dall’essere il problema principale. La Chiesa militante ha bisogno del diritto canonico perché è composta da uomini segnati dal peccato, che necessitano di una regola esterna per guidare la loro condotta e formare correttamente le loro coscienze per il bene comune. Ma il diritto canonico, come ogni diritto positivo (4), non è in grado di prevedere ogni singola situazione che potrebbe richiedere una decisione concreta su cosa fare o evitare qui e ora.
Se un uomo torna a casa e trova qualcuno che sta aggredendo fisicamente la sua anziana madre, le considerazioni legali non sono certo la sua prima preoccupazione. Forse è stata la madre stessa ad aggredire per prima, nel qual caso l’uomo avrebbe legalmente il diritto di difendersi! Ovviamente no. Qualsiasi uomo interverrebbe immediatamente per fermare l’aggressione e si preoccuperebbe degli aspetti legali solo in seguito. Accetterebbe sia i rischi fisici che quelli legali pur di proteggere sua madre, perché è legato a lei da un dovere superiore di carità e dal quarto comandamento.
Immaginiamo ora un regno governato da una monarchia assoluta, dove il re ha decretato che nessuno possa mai guidare sul lato sinistro della strada, in nessuna circostanza. Supponiamo che questo stesso re venga colpito da un ictus e che un’ambulanza, bloccata da un camion in panne, possa raggiungerlo solo percorrendo temporaneamente la corsia di sinistra. È ovvio che l’autista dell’ambulanza obbedirà alla legge superiore che impone di salvare una vita – in questo caso, quella del re stesso – piuttosto che alla legge che normalmente vieta di guidare a sinistra. È qui che entra in gioco un importante principio della teologia morale: lex positiva non obligat cum gravi incommodo – una legge positiva non è moralmente vincolante quando comporta un grave inconveniente.
L’idea di base è che nessuna legge positiva, stabilita dall’uomo, può mai prevedere tutte le situazioni possibili. Il diritto canonico lo riconosce esplicitamente incorporando il concetto di epikeia (5), o equità canonica, e affermando espressamente che la salvezza delle anime è la legge suprema alla quale tutte le altre devono cedere. Inoltre, prevede motivi di esenzione e attenuazione che devono essere presi in considerazione nell’applicazione del diritto canonico.
Il diritto penale della Chiesa, contenuto principalmente nel Libro VI del Codice del 1983, ampiamente rivisto da papa Francesco, stabilisce il sistema dei reati canonici e le pene o sanzioni ad essi connesse. Queste pene sono espiatorie o medicinali: il loro scopo è riparare il danno arrecato all’ordine della Chiesa e scoraggiare ulteriori reati, oppure indurre il reo a prendere coscienza della gravità del proprio peccato e a pentirsi, sia personalmente che agli occhi dell’intera Chiesa, il cui ordine è stato ferito dalla sua trasgressione.
La scomunica è una pena medica; il suo scopo è quello di rendere il colpevole consapevole della gravità del suo peccato e del danno arrecato all’ordine della Chiesa, affinché si penta e inizi a riparare il disordine che ha creato. Al livello più fondamentale, se non vi è stato peccato, qualsiasi pena medica dichiarata o imposta, come la scomunica, è priva di fondamento. (6)
Uno dei principi fondamentali del diritto penale ecclesiastico è che esso debba essere sempre interpretato in modo restrittivo. Ciò non significa che si debba sempre applicare l’interpretazione più severa (7) al colpevole, ma piuttosto che il significato dei canoni e dei termini in essi contenuti debba essere interpretato in modo restrittivo rispetto a ciò che è richiesto o vietato e al tipo di pena che può o deve essere inflitta. I divieti e le prescrizioni contenuti nei canoni non possono quindi essere estesi o ampliati. Di conseguenza, anche errori procedurali apparentemente insignificanti possono portare alla nullità di un atto, poiché l’accusato gode della piena protezione offerta dai canoni, pur rimanendo soggetto ai loro precisi requisiti.
Dal punto di vista della loro applicazione, esistono due tipi di pene: le pene latae sententiae e ferendae sententiae. Le pene latae sententiae (spesso dette «automatiche» o ipso facto) si incorrono non appena viene commesso l’atto proibito, a condizione che siano soddisfatte tutte le altre condizioni previste dal diritto canonico per l’irrogazione della pena e che non sussistano motivi di esenzione o attenuazione. Le seconde vengono inflitte a chi viene riconosciuto colpevole di un reato canonico a seguito di un procedimento durante il quale ha potuto esercitare il proprio diritto alla difesa. In questa sede sono rilevanti solo le latae sententiae, ma è necessario innanzitutto chiarire un equivoco molto diffuso.
La natura «automatica» di una latae sententiae spesso lascia l’intera Chiesa – e persino il condannato stesso – incerta sull’effettiva commissione della pena. Pertanto, tale pena non deve essere osservata esteriormente finché non sia stata dichiarata dall’autorità ecclesiastica competente (8). Questa dichiarazione non è una sentenza di scomunica ( come avverrebbe a seguito di un procedimento relativo a una pena ferendae sententiae ), ma semplicemente una dichiarazione che, nella misura in cui è possibile giudicare senza processo e presumendo la colpevolezza della persona interessata, la pena si considera comminata e tale persona deve essere trattata come tale. Resta tuttavia essenziale che quest’ultima conservi la possibilità di esercitare un ricorso gerarchico, o anche un appello, al fine di invocare i motivi di esenzione e le circostanze attenuanti previsti dalla legge.
Tra questi motivi di esenzione o attenuazione vi sono, in particolare, la necessità e la grave difficoltà. Quando l’atto non è intrinsecamente malvagio o dannoso per la salvezza delle anime, anche se chi lo commette è in errore, senza colpa propria, circa l’esistenza della necessità o della grave difficoltà, non può essere inflitta alcuna pena. Anche quando l’atto è intrinsecamente malvagio o dannoso per la salvezza delle anime, o quando chi lo commette ha commesso un errore colposo circa l’esistenza di tale necessità o grave difficoltà, la pena deve essere attenuata. (9)
Tenendo conto di tutto ciò, vi sono validi argomenti a sostegno dell’affermazione che nessuno sia stato scomunicato a seguito del decreto e degli altri documenti pubblicati il 2 luglio 2026. Persino i sei vescovi possono invocare lo stato di necessità che ha imposto l’esecuzione delle consacrazioni senza un mandato papale, o, quantomeno, il grave disagio che si sarebbe verificato non effettuandole, data la grave situazione di emergenza in cui versa la Chiesa. Possono inoltre sostenere che tali consacrazioni non costituiscono in alcun modo uno scisma, poiché non rappresentano una detractatio (un rifiuto totale) della sottomissione al Romano Pontefice. Ancor meno i sacerdoti e i fedeli possono essere considerati colpevoli di aderire a uno scisma che, fondamentalmente, non esiste.
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I decreti di scomunica e la Nota esplicativa: una breve rassegna (10)
Il decreto, firmato dal cardinale Fernandez, è una dichiarazione che afferma che i sei vescovi sono incorsi nella scomunica latae sententiae per aver consacrato vescovi senza mandato papale e per scisma (11), accompagnata da un avvertimento al clero e ai fedeli affinché non aderiscano al presunto scisma. Nient’altro.
È essenziale notare che il Decreto avverte il clero e i fedeli che incorrerebbero nella scomunica se aderissero al presunto scisma. Si tratta quindi di una formulazione condizionale, che si riferisce a ciò che potrebbe accadere, non a ciò che è già accaduto. Questa distinzione può sembrare di poco conto, ma il diritto canonico è ricco di sfumature verbali apparentemente insignificanti che tuttavia producono notevoli effetti giuridici. Tale avvertimento contraddice direttamente le affermazioni categoriche della Nota esplicativa, secondo cui il clero e i fedeli sono già scomunicati. Si veda di seguito.
La Nota esplicativa che accompagna il Decreto pretende, in sostanza, di realizzare due cose che non può realizzare canonicamente: afferma che tutti i «ministri sacri» (12) così come i fedeli che aderiscono al presunto scisma sono anche scomunicati latae sententiae per scisma (13), e pretende di revocare le facoltà praticamente universali di assoluzione valida, nonché la possibilità di essere delegati dai vescovi diocesani a celebrare matrimoni, facoltà che erano state concesse da papa Francesco.
Pronunciare dichiarazioni generali di colpa e sanzione canonica in questo modo, senza alcuna distinzione basata sull’effettiva responsabilità personale dei soggetti coinvolti, e senza nemmeno fornire ai fedeli il minimo criterio per aiutarli a comprendere cosa comporti questa «adesione allo scisma», costituisce una scioccante ingiustizia. Come ha scritto un commentatore: «Non c’è assolutamente nulla di paterno in tutto questo».
Anche se la Nota esplicativa avesse un qualche valore giuridico, l’ambiguità tra l’avvertimento contenuto nel Decreto e l’affermazione che il clero e i fedeli sarebbero già stati scomunicati dovrebbe, in virtù del principio del canone 18, essere interpretata a favore degli accusati: si tratta dunque solo di un avvertimento.
L’affermazione categorica secondo cui le confessioni e i matrimoni celebrati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X sono ora invalidi è, da un punto di vista canonico, incredibilmente frivola, poiché pretende di revocare, per mera implicazione o decisione unilaterale, quanto papa Francesco aveva espressamente concesso, sebbene il Dicastero per la Dottrina della Fede non possa agire in tal modo senza la specifica approvazione di papa Leone. Occorre pertanto ritenere che la Nota esplicativa non raggiunga il suo scopo dichiarato: né estendere gli effetti penali del Decreto, né revocare le facoltà precedentemente concesse dal Papa. Questa Nota può riflettere il pensiero dei suoi firmatari e servire da monito per i sacerdoti e i fedeli, ma non va oltre.
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Procedure di riconciliazione e loro conseguenze pratiche
Le procedure per la riconciliazione di sacerdoti e fedeli che «ritornano» alla Chiesa dopo aver fatto parte della Compagnia sono un ulteriore esempio della mancanza di spirito paterno tra i funzionari della Curia che le hanno redatte. Dal momento che né i sacerdoti né i fedeli della Compagnia hanno abbandonato la Chiesa, non hanno bisogno di essere riconciliati con essa.
La professione di fede è soddisfacente, fatta eccezione per l’obbligo di dare il proprio assenso religioso, sia intellettuale che di volontà, a tutto ciò che il Magistero insegna, anche quando tale insegnamento non è presentato in modo definitivo. Secondo papa Francesco, ciò include, ad esempio, le sue omelie quotidiane a Santa Marta. In assenza di ulteriori distinzioni, è necessaria cautela su questo punto. Lo stesso vescovo Athanasius Schneider ha affermato di non poterla sottoscrivere senza riserve.
La Formula di Adesione richiede non solo di astenersi dal criticare pubblicamente «la persona o il Magistero» del Romano Pontefice, ma anche di sottoporre le proprie riserve sul Concilio Vaticano II, in spirito positivo, al discernimento del Magistero, al fine di dimostrare che non vi è alcuna rottura con il Magistero preconciliare. Ciò pone chiaramente un problema se, come ha affermato anche il Vescovo Schneider, si deve fare violenza alla ragione.
Nel complesso, queste procedure impongono ai fedeli più di quanto sia richiesto ai veri apostati che ritornano alla Chiesa. Sono, in ogni caso, del tutto superflue. Inoltre, è difficile immaginare come possano essere applicate concretamente in diocesi che già mostrano scarso rispetto per le procedure e le formalità canoniche. Nessuno dovrebbe esserne turbato o cedere all’intimidazione che esse sottintendono: «lasciate la cappella della Fraternità Sacerdotale San Pio X, altrimenti…».
Un altro aspetto sorprendente dei documenti pubblicati il 2 luglio 2026 è il loro completo silenzio sulla questione del ricorso o dell’appello gerarchico. Il Decreto è un atto amministrativo singolare del Dicastero e, non avendo ricevuto l’approvazione specifica del papa, è soggetto a revisione amministrativa dinanzi al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. Se il sistema canonico funzionasse normalmente, ci si aspetterebbe che tale revisione venisse avviata e seriamente esaminata. (14) [Aggiornamento: tale revisione è stata effettivamente presentata il 13 luglio 2026. Vedi qui]
Naturalmente, tutto ciò sarà irrilevante dal punto di vista canonico se papa Leone darà la sua specifica approvazione o semplicemente respingerà qualsiasi ricorso, anche al di fuori delle procedure previste dal diritto canonico, poiché egli è la massima autorità giuridica della Chiesa, sia che eserciti il suo potere in modo giusto o semplicemente in virtù del suo ruolo di ultima istanza di appello canonico. Tuttavia, neanche il suo primato può creare il peccato di scisma laddove non c’è scisma, né può cancellare la realtà oggettiva dello stato di emergenza che giustifica l’esistenza e il ministero della Fraternità Sacerdotale San Pio X, così come quello dei tanti altri sacerdoti che continuano il loro apostolato nella Tradizione per rispondere alle grida strazianti dei fedeli abbandonati dai loro pastori, o i cui pastori sono diventati essi stessi dei lupi.
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Conclusioni pratiche
Conclusione n. 1: I sacerdoti e i diaconi della Fraternità non sono vincolati da alcuna scomunica latae sententiae, poiché tale scomunica non ha fondamento reale e non è dichiarata nel Decreto. (15)
Corollario: restano in vigore le facoltà concesse da papa Francesco di ascoltare validamente le confessioni, così come la possibilità per i sacerdoti della FSSPX di ricevere una delegazione per assistere ai matrimoni. (16)
Conclusione n. 2: I fedeli laici affiliati alla Fraternità non sono vincolati da alcuna scomunica latae sententiae, poiché tale scomunica non ha fondamento reale e non è dichiarata nel Decreto.
NOTE
1) Vedi https://new-app.spectator.co.uk/article/673505/content.html e https://infovaticana.com/en/2026/07/03/have-mercy-and-leave-the-faithful-aside/
3) Sebbene i criteri fossero effettivamente previsti nelle Procedure di riconciliazione , nessuno di essi è stato incluso nel Decreto o nella Nota esplicativa. Indipendentemente dal valore canonico di quest’ultima, le Procedure , il cui scopo è proprio quello di attuare i criteri contenuti nel Decreto e nella Nota esplicativa, hanno necessariamente un peso giuridico inferiore. È un po’ come scoprire nuove norme in un modulo fiscale che non sono presenti nel codice tributario o nei relativi regolamenti attuativi.
4) Il diritto positivo è un diritto stabilito (positum) da un legislatore, a differenza del diritto naturale, che è inscritto nell’ordine stesso della creazione voluto da Dio. Il diritto naturale non può mai cambiare, mentre il diritto positivo può essere modificato.
5) Summa Theologica , IIa-IIae, q. 120, a. 1, corpus: «I legislatori, nell’emanare le leggi, tengono conto di ciò che accade più frequentemente; tuttavia, in certi casi particolari, l’applicazione della legge comprometterebbe l’uguaglianza di giustizia e danneggerebbe il bene comune a cui la legge è destinata. Pertanto, la legge ordina la restituzione dei depositi perché, nella maggior parte dei casi, ciò è giusto. Tuttavia, a volte accade che tale restituzione sia dannosa; ad esempio, se un uomo impazzito reclama la spada che aveva depositato, o se qualcuno chiede la restituzione del suo deposito per combattere contro la propria patria. In questi e in casi simili, è sbagliato seguire la lettera della legge; è bene, al contrario, discostarsene per seguire le esigenze della giustizia e del bene comune. Questo è precisamente l’oggetto dell’epikeia , che chiamiamo equità». Vedi anche canone 1752.
6) «Il decreto del 1° maggio 1991 è privo di fondamento e, di conseguenza, non valido», dichiarò il cardinale Ratzinger nel ricorso vinto contro le scomuniche dei «Sei delle Hawaii» nel 1993. Vedi https://sspx.org/en/hawaii-six-case-30450
7) Vedi canone 18.
8) Pertanto, migliaia di persone potrebbero essere state o meno scomunicate a causa di un aborto indotto, della profanazione del Santissimo Sacramento, dell’eresia, dell’apostasia, di un vero scisma o persino della violazione diretta del segreto confessionale; ma nessuno lo sa, perché queste scomuniche vengono dichiarate molto raramente.
9) Vedi i canoni 1323 e 1324.
10) Molte grazie a InfoVaticana , sito web indipendente dalla FSSPX, per l’analisi su cui si basa questa sezione: https://infovaticana.com/en/2026/07/02/the-formula-used-by-tucho-to-excommunicate-priests-and-laypeople-lacks-penal-effectiveness/
11) L’affermazione secondo cui lo scisma (un’offesa all’unità della Chiesa secondo il Codice) deriva necessariamente dalla consacrazione di un vescovo senza mandato papale (un’offesa ai sacramenti secondo il Codice) ha origine da papa Giovanni Paolo II e sembra contraddire la definizione stessa di scisma come rifiuto (detractatio) di sottomissione al Romano Pontefice. Inoltre, la logica interna del Decreto è incoerente: i quattro vescovi appena consacrati sono accusati solo di essere stati consacrati senza mandato papale (canone 1387). Il vescovo Fellay, co-consacrante, non è perseguito in base al canone 1387, ma solo in base al canone 1364 § 1 (scisma). Solo il vescovo de Galarreta è perseguito in base a entrambi i canoni. Tuttavia, se seguiamo il ragionamento del Decreto (e della Nota esplicativa), secondo il quale una consacrazione senza mandato papale è intrinsecamente scismatica, tale qualificazione dovrebbe applicarsi anche ai quattro nuovi vescovi, mentre la scomunica per consacrazione senza mandato dovrebbe logicamente estendersi al co-consacrante, almeno come complice ai sensi del canone 1329 § 2. Un Decreto incapace di applicare coerentemente la propria teoria dello scisma ai sei vescovi che nomina fornisce una base molto debole per estendere poi questa stessa teoria, mediante una semplice Nota esplicativa, a centinaia di sacerdoti anonimi e migliaia di fedeli. Ringraziamo un canonista che ha preferito rimanere anonimo per quest’ultima osservazione.
12) Normalmente si tratta di un termine liturgico, non canonico, ma è probabile che gli autori intendano riferirsi a tutti i sacerdoti e diaconi della Fraternità. Il Decreto parla di chierici.
13) «I ministri sacri sono in stato di scisma e devono pertanto essere considerati scismatici». I fedeli che aderiscono formalmente alla Compagnia devono essere considerati scismatici e scomunicati. Questa affermazione si basa su una precedente Nota esplicativa del 1996, che sarebbe «ancora in vigore», il che implica che questa situazione di scomunica esista almeno da quella data. Tale posizione contraddice in numerosi modi il modo concreto in cui la Curia Romana, e persino i Papi stessi, hanno trattato la Compagnia in importanti questioni canoniche.
14) Un simile approccio sarebbe probabilmente stato vano. Il 5 giugno 1975, l’arcivescovo Lefebvre si appellò alla Segnatura Apostolica contro la soppressione della Compagnia e, il 10 giugno 1975, fu informato che il decreto dei tre cardinali era stato specificamente ratificato da papa Paolo VI, chiudendo così ogni possibilità di appello.
15) Anche se, ai fini di questa discussione, ciò fosse vero, essi rimarrebbero comunque tenuti a rispondere alle richieste ragionevoli dei fedeli riguardo ai sacramenti e ai sacramentali. Cfr. canone 1335 § 2.
16) Questa conclusione rimane valida anche se errata, a causa della giurisdizione supplementare derivante dallo stato di necessità all’interno della Chiesa. La Chiesa integra ciò che è necessario per amore della legge suprema: la salvezza delle anime. Un argomento canonico più tecnico sostiene che un dubbio positivo e probabile mantiene le concessioni accordate da papa Francesco finché non vengano esplicitamente revocate dall’autorità papale. Se papa Leone dovesse confermare la soppressione delle facoltà universali di confessione concesse da papa Francesco, l’argomento basato sull’errore comune continuerebbe a garantire la validità delle assoluzioni impartite dai sacerdoti della FSSPX. Quanto al ricorso alla forma canonica straordinaria del matrimonio, esso garantisce la validità del matrimonio (dal punto di vista della forma canonica), poiché l’impossibilità morale di rivolgersi all’Ordinario locale o al parroco sarà ora molto più evidente di quanto non lo fosse già prima della decisione di papa Francesco che consente ai sacerdoti della FSSPX di ricevere una delega per assistere ai matrimoni. Inoltre, è altamente improbabile che un Ordinario locale conceda ora una tale delega. Per una spiegazione dettagliata di tutti i punti menzionati in questo paragrafo, consultare il seguente link: https://catholicapologetics.info/apologetics/defense/validity.htm
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
Spirito
«La Fraternità non vi abbandonerà mai»: lettera del Superiore Generale a tutti i fedeli FSSPX
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