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Lettera del Superiore Generale Don Davide Pagliarani agli amici e benefattori della FSSPX

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Mitte operarios in messem tuam.
Manda operai nella tua messe.

 

Cari fedeli, amici e benefattori,

 

Tra pochi giorni inizierà un nuovo anno giubilare per la Chiesa universale. Speriamo di essere numerosi a Roma il 20 agosto prossimo. In quell’occasione, naturalmente, daremo testimonianza della nostra fede: una fede ricevuta dalla Chiesa attraverso la Tradizione, una fede viva che abbiamo il dovere di trasmettere a nostra volta così come l’abbiamo ricevuta, senza compromessi con lo spirito del mondo.

 

Che questo giubileo sia anche una testimonianza di speranza, soprattutto per quanto riguarda il futuro della Chiesa e la sua indefettibilità. Infatti, se siamo profondamente legati alla Roma di sempre, dobbiamo anche essere profondamente preoccupati per la Chiesa di domani. Certo, conosciamo la promessa di Cristo di essere con lei fino alla fine dei tempi, nonostante gli assalti dell’inferno. Ma dobbiamo capire che questa promessa implica necessariamente la nostra partecipazione: Nostro Signore conta sui nostri sforzi, ispirati e resi fecondi dalla sua grazia, per garantire l’indefettibilità della Chiesa.

 

Quali sono nello specifico questi sforzi che Nostro Signore si aspetta da noi per assicurare il futuro della Chiesa? Si possono riassumere nel nostro sforzo comune di far germogliare molte sante vocazioni, sia religiose che sacerdotali. I santi e i papi non hanno mai smesso di ricordarcelo: un popolo è santo solo grazie a un clero santo, e una civiltà ridiventa cristiana solo se è fecondata da religiosi santi. Preoccuparsi della Chiesa di domani significa fare tutto ciò che è in nostro potere per aiutare queste vocazioni a fiorire, a formarsi e a perseverare.

 

Testimoni eroici di Cristo

Chi può dire abbastanza su ciò che i sacerdoti e i religiosi di domani sono chiamati ad essere? Mons. Lefebvre lo ha riassunto in poche parole parlando ai suoi seminaristi:

 

«Questo è un tempo per eroi. In un momento in cui tutto sembra scomparire nella struttura della società e persino nella struttura della Chiesa, non c’è posto per le anime tiepide che si arrendono ai problemi o ai dubbi che circolano dappertutto, incluso sulla divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, e ciò persino all’interno della Chiesa cattolica. È il tempo per coloro che credono in Nostro Signore Gesù Cristo, e che credono che Nostro Signore Gesù Cristo, attraverso la Sua Croce, abbia fornito la soluzione a tutti i problemi personali della nostra vita»(1).

 

Ciò che la situazione del nostro mondo richiede è una generazione di sacerdoti e religiosi che testimonino Nostro Signore Gesù Cristo, spesso contro venti e tempeste; una generazione che, per il nostro mondo languente, testimoni l’onnipotenza redentrice che si trova in Cristo Gesù, e solo in Lui; che sia testimone con parole coraggiose e senza scorciatoie intellettuali, ma soprattutto tramite una vita vissuta alla sua scuola e nel suo amore; una generazione in cui ognuno, a modo suo, sarà «un’immagine vivente del Salvatore», come disse Pio XII(2).

 

Una luce per il mondo

Alcuni possono talvolta essere spaventati dalle tempeste che scuotono il mondo, e che lo scuotono ancora di più quando questo mondo si allontana da Dio. Con Nostro Signore, che calmò i cuori dei suoi apostoli ancor prima di calmare le onde, vorremmo dire loro: non abbiate paura (3). La potenza della tempesta non dimostra forse la potenza ancora più grande del faro, che non smette mai di illuminarci e di guidarci in porto?

 

Io sono la luce del mondo (4). Come Cristo, anche la Chiesa lo è. Tali saranno anche i suoi ministri e i suoi religiosi, se rimarranno fondati e radicati nella carità, se Cristo abiterà nei loro cuori attraverso la fede (5). Con San Paolo, potranno dire: «Sono certo che né la morte, né la vita, né gli angeli, né i principati, né le potenze, né le cose presenti, né quelle future… né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (6).

 

Così, lungi dall’essere spaventati dalle tenebre, le supereranno grazie alla luce che portano. Dall’umile aula dove insegna la suora al pulpito dove predica il sacerdote, attraverso di loro la Chiesa continuerà a rafforzare le anime, a raddrizzare i cuori e a illuminare il mondo. Dal chiostro silenzioso all’oscurità del confessionale, la Chiesa riverserà la pace di Cristo in abbondanza sulle anime e presto anche sulle società. Non ci sono dubbi: il nostro mondo, ogni giorno più invischiato nella sua logica autodistruttiva, ha sete di questa luce, fatta di verità e di carità.

 

«Va’ e ricostruisci la mia Chiesa in rovina»: così disse Cristo crocifisso al giovane Francesco d’Assisi. Per diffondere questa luce divina su un mondo immerso nelle tenebre, per comunicare la vita di Nostro Signore alle anime, abbiamo bisogno di anime pronte a testimoniare la verità (7), sia davanti al Sommo Sacerdote che davanti a Pilato. Certo, il fumo di Satana è penetrato nella Chiesa, dove il demonio della divisione si traveste da angelo della luce (8). Ma non ci dobbiamo sbagliare: le gravi aberrazioni dottrinali e morali degli uomini di Chiesa, in piena decadenza, annunciano, presto o tardi, la morte dell’utopia modernista.

 

Un’ardente milizia

La vittoria di Cristo e del Cuore Immacolato di Maria avverrà quindi attraverso l’irradiazione della vita consacrata, vissuta in tutta la sua pienezza, e quindi attraverso una santa milizia di vocazioni sacerdotali e religiose, che scelgono di rinunciare a tutto per seguire Nostro Signore.

 

Questi testimoni eroici e luminosi avranno bisogno, naturalmente, di grande fortezza e virtù: animati da uno spirito di fede tanto fermo quanto profondo, dovranno essere incapaci di scendere a compromessi con il male e l’errore, e allo stesso tempo pieni di dolcezza e carità.

 

Questi conquistatori avranno successo solo se saranno ardenti di amore per Cristo, ardenti di zelo e interamente dedicati al bene della Chiesa. Mons. Lefebvre ha ricordato ai suoi seminaristi: «Dovrete essere eroi, santi e martiri; martiri nel senso di testimoni della fede cattolica. Sarete attaccati da tutte le parti ma, sostenuti dall’esempio di coloro che hanno dato la vita e il sangue per la loro fede, sostenuti dall’esempio della Beata Vergine Maria e con il suo aiuto, compirete quest’opera per la vostra santificazione e per la santificazione delle anime» (9).

 

È questa nuova generazione di sacerdoti, religiosi e religiose che bisogna suscitare e senza la quale la Provvidenza non avrà gli strumenti necessari per portare avanti la sua opera di salvezza. Come possiamo raggiungere questo obiettivo?

 

Un dono di Dio da reclamare

Come ce lo indica la parola stessa, la vocazione è un dono di Dio. Solo Dio chiama: nessuno si arroga questa dignità, bisogna essere chiamati da Dio[10]. Solo Dio infonde la sua grazia nelle anime, e la vocazione religiosa o sacerdotale è una grazia molto speciale, una grazia di elezione.

 

Questa grazia, però, deve essere richiesta. Tale dono dipende dalla nostra preghiera. Nostro Signore ci ricorda: La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe (11). Più il dono è considerevole, più la preghiera dev’essere insistente. È davvero così la nostra preghiera per le vocazioni? C’è da temere che qualche volta noi impieghiamo più tempo a deplorare il male che a implorarne il rimedio da Dio… Se siamo veramente convinti che solo sante vocazioni restaureranno la Chiesa, e quindi il mondo, se vogliamo veramente che l’opera della Redenzione di Nostro Signore trionfi di nuovo nel nostro tempo, allora dobbiamo chiedere con sempre maggiore insistenza e perseveranza sante vocazioni, moltiplicando le nostre suppliche.

 

Come i giusti dell’Antico Testamento che aspettavano con ansia la venuta del Salvatore, così noi dobbiamo pregare il Cielo di inviare ai nostri tempi dei «riflessi dell’amore di Dio», «immagini vive di Cristo», in altre parole, nuovi Francesco d’Assisi o Padre Pio, nuove Teresa d’Avila o Caterina da Siena, e tanti santi sacerdoti per dispensare alle anime «la perla più preziosa, cioè le inesauribili ricchezze del Sangue di Gesù Cristo»(12).

 

Questa è certamente la richiesta più urgente del nostro tempo. Sappiamo che Dio non abbandonerà la sua Chiesa e che vuole concedere alla nostra epoca i santi di cui ha bisogno: ma lo farà solo se glielo chiederemo con altrettanta insistenza e umiltà. È proprio questa la speranza e la preghiera che vogliamo portare a Roma in occasione del Giubileo, ed è per questo che abbiamo scelto come tema del nostro pellegrinaggio: «Mitte operarios in messem tuam. Manda operai nella tua messe»(13).

 

Una nuova generazione di sacerdoti

Tuttavia, non vogliamo limitare tale causa a queste poche ore di preghiera giubilare. Al contrario, vorremmo che questa preoccupazione per le vocazioni vivesse in tutti noi negli anni a venire: innanzitutto nella nostra preghiera, certo, ma anche nello zelo che ciascuno di noi metterà in campo a questo scopo. Tutti dobbiamo lavorare per questa causa: i sacerdoti, naturalmente, con il loro esempio e il loro entusiasmo soprannaturale; ma anche i padri e le madri: perché è dallo zelo che metteranno nello sviluppo e nella santificazione della loro famiglia che dipendono le vocazioni di domani, tanto è vero che la famiglia profondamente cristiana è, secondo le parole di Pio XI, «il primo e più adatto giardino dove le vocazioni dovrebbero come spontaneamente germogliare e fiorire» (14). Torneremo su queste riflessioni in modo più approfondito nelle prossime lettere che vi invieremo.

 

Questo progetto durerà anni. Per questo vogliamo porlo, ad un titolo particolare, sotto la protezione della Madonna Addolorata. Già con il Fiat dell’Annunciazione, il suo grembo verginale divenne la prima cattedrale dove il Verbo, assumendo la nostra natura, ricevette l’unzione che lo rese il Consacrato di Dio e istituì il nuovo sacerdozio… Poi, ai piedi della Croce, Gesù affidò al Cuore addolorato e immacolato di Maria il sacerdozio di San Giovanni, istituendola Madre, nella persona dell’amato Apostolo, di tutti i sacerdoti. Così, attraverso la sua intima compassione alle sofferenze del suo Figlio divino, nei dolori del Calvario, la Madonna ha dato vita alla Chiesa di ieri, di oggi e di domani.

 

È a lei, dunque, che dobbiamo rivolgere le nostre urgenti preghiere. Imploriamola con fiducia di concederci le vocazioni di cui abbiamo tanto bisogno. E in termini molto concreti, usiamo instancabilmente l’arma del santo rosario. Per tutto l’anno giubilare, che inizierà il 24 dicembre prossimo e terminerà il 6 gennaio 2026, eleviamo al cielo una supplica continua di ferventi rosari per le vocazioni. Non li conteremo, né vogliamo limitarne il numero, ma contiamo sull’impegno di ciascuno di noi a dedicare questo Anno Santo alla fruttuosa recita del Rosario. Contiamo in particolare sulle preghiere dei bambini delle nostre famiglie e delle nostre scuole e sui loro sacrifici; invitiamo i loro educatori a fare tutto il possibile per aiutare questi bambini a essere generosi.

 

Il 20 agosto deporremo solennemente questa moltitudine incalcolabile di rosari e sacrifici ai piedi della Madonna, come tributo di gratitudine e umile fiducia nella potenza della sua materna intercessione. Sotto la sua guida, faremo il possibile per suscitare le sante vocazioni che renderanno santa la Chiesa di domani.

 

Auguro a tutti voi e alle vostre famiglie un santo Natale.

 

Dio vi benedica.

 

Menzingen, 20 dicembre 2024

 

Don Davide Pagliarani

Superiore Generale

 

1) Omelia, Ecône, 7 gennaio 1973.
2) Enc. Menti Nostræ.
3) Gv 6,20.
4) Gv 8,12.
5) Cfr. Ef 3,17.
6) Rom. 8,38-39.
7) Gv 18,37.
8) 2 Cor 11,14.
9) Omelia, Ecône, 21 maggio 1983.
10) Eb 5,4.
11) Mt 9,37-38.
12) Pio XII, enc. Menti Nostræ.
13) Missale Romanum, Messa per chiedere vocazioni sacerdotali.
14) Enc. Ad Catholici sacerdotii.

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Il cardinale Fernandez dice al superiore della FSSPX che i documenti del Vaticano II «non possono essere corretti»

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Il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, avrebbe dichiarato a don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), che i documenti del Concilio Vaticano II non possono «essere corretti». Lo scrive la vaticanista Diane Montagna.   Un comunicato diffuso giovedì dalla Casa Generalizia della FSSPX ha reso noto che, sebbene il cardinal Fernandez abbia proposto l’avvio di un dialogo per definire il «minimo necessario» affinché la Fraternità possa ottenere uno status canonico regolare, ha al contempo precisato che i testi conciliari devono essere accettati integralmente dalla FSSPX come condizione imprescindibile per raggiungere tale regolarizzazione.   «Il cardinale ha affermato oralmente che, sebbene sia possibile avviare un dialogo sul Concilio, i suoi testi non possono essere corretti», si legge nel comunicato.   Nel corso dell’incontro tenutosi giovedì tra Fernáandez e Pagliarani, il prefetto ha suggerito scambi mirati a chiarire «i diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la loro interpretazione».   L’intransigenza manifestata da Fernández sui documenti del Vaticano II riduce sensibilmente le prospettive di un’intesa reciproca tra il Vaticano e la FSSPX, considerando che la Fraternità – insieme al suo fondatore, l’arcivescovo Marcel Lefebvre – ha sempre sostenuto con fermezza che alcune parti di quei testi risultano in contraddizione con l’insegnamento magisteriale perenne della Chiesa.   Il Fernandez ha posto come precondizione per qualsiasi dialogo la sospensione da parte della FSSPX della decisione di procedere alle consacrazioni episcopali previste per l’estate.

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Inoltre, secondo quanto emerso dal comunicato post-incontro, Fernandez ha minacciato Pagliarani e la Fraternità del crimine di «scisma» qualora le ordinazioni annunciate dovessero essere celebrate.   Il cardinale ha chiesto a Pagliarani di sottoporre la proposta al proprio Consiglio e di prendersi il tempo necessario per valutarla. Il superiore generale «risponderà nei prossimi giorni» e «scrivendo direttamente al cardinale Fernández renderà nota la sua risposta anche ai fedeli», ha precisato la FSSPX.   Giovedì, Pagliarani avrebbe «rinnovato il suo desiderio» che la Fraternità possa proseguire la propria opera nella situazione attuale, definita «eccezionale e temporanea», per il bene delle anime.   Va rilevato che la richiesta del cardinale Fernandez di un’accettazione piena e integrale dei testi del Vaticano II contrasta con le precisazioni fornite nel 2016 dall’arcivescovo Guido Pozzo, allora segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, secondo cui «alcuni testi del Concilio non sono dottrinali e quindi non vincolano la coscienza cattolica».   Monsignor Pozzo aveva citato espressamente i documenti contestati dalla FSSPX, quali Nostra Aetate sul dialogo interreligioso, Unitatis Redintegratio sull’ecumenismo e Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, spiegando che si tratta di «istruzioni e linee guida orientative per la pratica pastorale» e non di affermazioni dottrinali definitive. Di conseguenza, secondo Pozzo, sarebbe possibile «continuare a discutere di questi aspetti pastorali dopo l’approvazione canonica [della FSSPX], al fine di condurci a ulteriori chiarimenti accettabili».   L’incontro di giovedì, promosso da Fernandez, segue l’annuncio della FSSPX del 2 febbraio, con cui si prevedeva la consacrazione di nuovi vescovi il 1° luglio. L’arcivescovo Lefebvre aveva ordinato quattro vescovi senza mandato pontificio il 30 giugno 1988, proprio per garantire – secondo la sua visione e quella della Fraternità – la sopravvivenza della Tradizione cattolica nella Chiesa post-conciliare.   Lefebvre, unitamente ai vescovi Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta, fu dichiarato scomunicato latae sententiae da papa Giovanni Paolo II. Le scomuniche dei quattro vescovi furono revocate da papa Benedetto XVI il 21 gennaio 2009; Lefebvre era deceduto il 25 marzo 1991.   Attualmente, tra i prelati consacrati nel 1988, restano in vita solo Fellay e de Galarreta.

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Possiamo proibire alla FSSPX ciò che permettiamo al Partito Comunista Cinese?

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La domanda sorge spontanea nella mente di molti fedeli cattolici in tutto il mondo: come può Roma considerare con severità le consacrazioni episcopali della FSSPX, previste per il 1° luglio, e allo stesso tempo riconoscere, tollerare o approvare retroattivamente le nomine imposte dal Partito Comunista Cinese?

 

Non si tratta di un parallelo artificiale. I fatti sono pubblici, ripetuti e documentati. Per anni, il regime comunista cinese – ufficialmente ateo, dottrinalmente materialista e strutturalmente ostile alla regalità sociale di Cristo – ha interferito direttamente nella nomina dei vescovi. Non lo fa per servire la Chiesa, ma per controllarla. Non lo fa per proteggere la fede, ma per inquadrarla, monitorarla e orientarla secondo gli interessi di uno stato ideologico.

 

Eppure, di fronte a queste gravi interferenze nella costituzione divina della Chiesa, Roma si impegna nel dialogo, nelle trattative e nel compromesso. Arriva persino a riconoscere alcune nomine fatte unilateralmente senza mandato papale, in nome di un pragmatismo diplomatico presentato come necessario per il bene delle anime, per preservare l’accordo firmato nel 2018 tra il governo di Pechino e la Santa Sede.

 

Si fa poi riferimento al contesto. Si discute di realismo. Si spiega che bisogna evitare una rottura totale, mantenere un canale e cosa si può ancora preservare della vita cattolica in un contesto di persecuzione.

 

Ma allora sorge spontanea la domanda: perché questo ragionamento, accettato di fronte a un potere comunista, diventerebbe inaccettabile di fronte alla FSSPX?

 

Qual è, dopotutto, l’intento della FSSPX? Servire uno Stato? Fondare una chiesa nazionale? Promuovere un’ideologia estranea alla fede? Ovviamente no. Il suo unico scopo è la salvaguardia del sacerdozio cattolico, la trasmissione integrale della fede, la difesa della Messa tradizionale e la protezione delle anime in una crisi senza precedenti per la Chiesa.

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Quando la FSSPX parla della necessità dei vescovi, non si riferisce alla giurisdizione territoriale o personale. Parla di cresime, ordinazioni e continuità sacramentale. Parla della concreta sopravvivenza di un sacerdozio formato secondo una dottrina senza tempo. Parla del diritto dei fedeli a ricevere i sacramenti nella loro integrità dottrinale e liturgica.

 

I fini sono radicalmente diversi. Da un lato, un potere ateo impone i vescovi per sottomettere la Chiesa. Dall’altro, una società sacerdotale immagina i vescovi per preservare la fede e i sacramenti. Porre queste due realtà sullo stesso piano disciplinare, senza considerare l’intenzione o il contesto della crisi della Chiesa, equivarrebbe ad applicare la legge in modo astratto, slegata dal fine per cui esiste: la salvezza delle anime.

 

Eppure è proprio questo principio che Roma invoca in Cina. Una situazione imperfetta viene accettata per preservare un bene superiore. Il bene delle anime è forse meno in gioco quando è coinvolta la Tradizione? Il pericolo per la fede è minore quando i fedeli sono privati ​​di cresime, ordinazioni e sacerdoti formati secondo la dottrina costante della Chiesa?

 

Chi può seriamente sostenere che la minaccia per le anime provenga più dalla FSSPX che da un apparato statale comunista che imprigiona vescovi fedeli, controlla i seminari e riscrive la dottrina alla luce del marxismo?

 

La sproporzione è così grande da turbare molti credenti, ben oltre i ranghi del movimento tradizionalista. Vedono la pazienza dimostrata nei confronti di Pechino. Vedono anche le restrizioni, le pressioni e i sospetti che gravano sulle comunità tradizionali. Osservano che c’è una diffusa tolleranza laddove la fede è minacciata dall’ateismo di Stato, ma che c’è intransigenza laddove viene difesa nella sua integrità.

 

Non si tratta di contestare l’autorità della Santa Sede, né di negare il suo diritto di nominare i vescovi. Si tratta di ricordare che l’esercizio di questa autorità rientra sempre nell’ordine della salvezza delle anime, che rimane la legge suprema della Chiesa.

 

Se, per preservare questa salvezza, Roma può riconoscere situazioni canonicamente irregolari in Cina, come potrebbe considerare un pericolo maggiore le consacrazioni motivate unicamente dalla salvaguardia del sacerdozio e della Tradizione?

 

Il Santo Padre sa – e la FSSPX lo ha sempre affermato – che non si tratta di istituire una gerarchia parallela o di usurpare una giurisdizione. Si tratta di un atto necessario in un contesto di diffusa crisi dottrinale e liturgica, paragonabile in linea di principio ad altre misure straordinarie adottate nella storia della Chiesa quando la fede era gravemente minacciata.

 

In definitiva, la questione non è disciplinare, ma ecclesiale e dottrinale. Riguarda il modo in cui le autorità percepiscono la crisi attuale. Se la crisi della Chiesa viene riconosciuta nella sua gravità, certe misure eccezionali diventano comprensibili. Se viene minimizzata, appaiono intollerabili.

 

La risposta ora spetta a Roma.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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«Dolore e indignazione», avanti con le consacrazioni: mons. Viganò sull’incontro tra la FSSPX e il Dicastero per la Dottrina della Fede

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Non posso che prendere atto con dolore e indignazione del Comunicato diffuso oggi dal Dicastero per la Dottrina della Fede, a firma del card. Víctor Manuel Fernández, al termine del suo incontro con Don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X.   Dopo decenni di umiliazioni, di dialoghi inconcludenti, di concessioni parziali revocate con Traditionis Custodes, di silenzi assordanti sulle deviazioni dottrinali e liturgiche diffuse in tutta la Chiesa ed ancor più gravi errori dottrinali e morali promossi dal più alto Soglio, Roma pretende ora di porre come condizione preliminare al dialogo la sospensione delle Consacrazioni episcopali annunciate dalla FSSPX per il 1° luglio — Consacrazioni che non sono atto di ribellione, ma atto supremo di fedeltà alla Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana, privata da quasi sessant’anni di Vescovi che predichino la Dottrina integra e amministrino i Sacramenti senza compromessi con l’errore.   Il Comunicato del Dicastero ripropone in modo subdolo il medesimo schema modernista già visto nel 1988: si offre un «dialogo teologico» su questioni che la Santa Sede ha sempre rifiutato di affrontare seriamente — la libertà religiosa, la collegialità episcopale distruttiva, l’ecumenismo paneretico, la dichiarazione Nostra Ætate che equipara false religioni all’unica vera Fede, il Documento di Abu Dhabi — mentre si minaccia lo “scisma” per l’unico gesto che potrebbe garantire la certezza della Successione Apostolica.   Ma chi brandisce oggi lo «scisma» come un’arma?   Chi ha scomunicato i Vescovi consacrati nel 1988 per aver difeso la Tradizione e il suo cuore palpitante, la Messa Cattolica?   Chi mi ha scomunicato e ridotto al silenzio, mentre ha promosso eretici dichiarati e ha coperto abusi di ogni genere?   Chi ha imposto ai fedeli di sottomettersi a un’autorità che ha abiurato la dottrina cattolica immutabile in nome di un «nuovo umanesimo» e di una «sinodalità» che altro non è se non il cancro della democrazia applicato alla Chiesa Cattolica per distruggerne dall’interno la divina Costituzione gerarchica e il Primato Petrino?  

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Il vero scisma non è quello di chi consacra Vescovi per custodire e trasmettere integralmente la Fede Cattolica, ma quello compiuto dalla Gerarchia conciliare e sinodale che ha rinnegato la Tradizione Apostolica, sostituendo la Dottrina con ambiguità eretiche, il Culto cattolico con una liturgia protestantizzata, e l’Autorità con un potere totalitario esercitato contro i fedeli che rifiutano l’apostasia.   La Fraternità San Pio X non ha bisogno del permesso di chi ha abiurato la Fede per compiere ciò che la Provvidenza le chiede, ossia: perpetuare la linea episcopale fedele alla Tradizione.   Mons. Marcel Lefebvre non ha agito per scisma, ma per stato di necessità; lo stesso stato di necessità che persiste oggi, aggravato dalla persecuzione sistematica della Messa tradizionale e dall’imposizione di false dottrine che contraddicono il Magistero perenne.   Pertanto, con la chiarezza che la situazione richiede e con la responsabilità che compete a chi ha giurato di difendere la Fede fino all’effusione del sangue:   • esorto la Fraternità San Pio X a rifiutare categoricamente di sospendere le Consacrazioni episcopali annunciate. Esse non sono negoziabili: sono un dovere sacro di fronte a Dio e alle anime;   • esorto a rifiutare qualsiasi «dialogo teologico» che parta dal presupposto che il Concilio Vaticano II sia compatibile con la Tradizione. Il problema non è «interpretare» il Vaticano II, ma riconoscere che esso ha introdotto errori che ledono la dottrina cattolica in punti essenziali e pregiudicano la salvezza delle anime;   • dichiaro che la vera comunione ecclesiale non si misura con il riconoscimento canonico da parte di una Gerarchia che ha perso la Fede, ma con la fedeltà integrale alla Rivelazione divina, al Magistero bimillenario e ai Santi Sacramenti trasmessi senza adulterazione.   • invito tutti i cattolici di buona volontà — Clero, Religiosi e fedeli — a riconoscere che lo stato di necessità perdura e che la salvezza delle anime richiede pastori che non scendano a patti con l’errore.   Sono certo che la Fraternità Sacerdotale San Pio X continuerà a pregare per la conversione dei pastori infedeli e per il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. E che non baratterà la Verità per un riconoscimento che significherebbe accettare l’errore e tradire l’eredità del suo Fondatore, il venerato Arcivescovo Marcel Lefebvre.   + Carlo Maria Viganò Arcivescovo Viterbo, 12 Febbraio 2026  

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