Spirito
Leone XIV riceve i luterani norvegesi
Dopo aver accolto Sarah Mullally come arcivescova anglicana di Canterbury, Leone XIV ha dato il benvenuto ai vescovi luterani di Norvegia e li ha invitati a costruire la comunione sul fondamento di un «battesimo comune» e di una «missione condivisa».
Il 26 agosto 2026, Leone XIV ha ricevuto in Vaticano una delegazione di undici vescovi della «Chiesa di Norvegia», la denominazione luterana ufficiale del Paese. Diversi membri di questa delegazione erano donne. Tuttavia, il titolo di «vescovo», utilizzato senza riserve dalla Santa Sede stessa, non designa un episcopato o un sacerdozio sacramentalmente validi.
Questa invalidità risale all’avvento della Riforma nel Regno di Danimarca-Norvegia tra il 1536 e il 1537. Dopo la deposizione dei vescovi cattolici, il riformatore Johannes Bugenhagen insediò i primi sette «sovrintendenti» luterani delle sedi danesi il 2 settembre 1537. Bugenhagen aveva ricevuto l’ordinazione sacerdotale cattolica nel 1509, prima della sua conversione a Lutero, ma non era mai stato consacrato vescovo. Non poteva quindi trasmettere un’autorità episcopale che non possedeva. La successione apostolica fu così interrotta fin dall’inizio di questa nuova gerarchia.
Questa rottura materiale è stata aggravata dall’abbandono della dottrina cattolica del sacerdozio sacrificale e dalla modifica del rito e dell’intenzione necessari alla validità del sacramento dell’Ordine sacro. Quanto alle donne che ora vengono presentate come «vescovi», esse sono, in ogni caso, fondamentalmente incapaci di ricevere validamente l’ordinazione.
L’udienza è stata organizzata su iniziativa del nunzio apostolico nei Paesi nordici, monsignor Julio Murat, nell’ambito di un viaggio di studio dedicato ai giovani adulti e all’ecumenismo.
Dopo Roma, dove la delegazione avrebbe incontrato anche il cardinale Kurt Koch, prefetto del dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, i rappresentanti luterani avrebbero visitato la comunità di Taizé.
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Una comunione ricercata attraverso l’azione comune
Nel suo discorso, il Papa ha parlato dei conflitti e della «crescente animosità tra i popoli», nonché dell’acrimonia che spesso caratterizza i dibattiti politici e sociali. Di fronte a questa situazione, ha esortato cattolici e luterani a «cercare vie concrete di riconciliazione e fraternità», assicurando loro che «la gentilezza e la carità hanno il potere di disarmare».
Leone XIV ringraziò quindi i suoi visitatori per il desiderio di «cercare modi per costruire la comunione». Citando la preghiera di Cristo per l’unità dei suoi discepoli – «che siano perfettamente uno» (Gv 17,23) – espresse il seguente augurio: «Fondati sul nostro comune battesimo e sulla nostra missione condivisa nel mondo, prego che possiamo sempre crescere insieme nel nostro servizio per la pace e la giustizia».
Pertanto, la comunione viene concepita come un principio che inizia con il battesimo e con la cooperazione pratica nei settori della pace, della giustizia e della fraternità. Le differenze tra cattolicesimo e luteranesimo, tuttavia, non sono state menzionate.
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Una «teologia leggermente diversa»
Il resoconto pubblicato dalla Chiesa di Norvegia ci permette di comprendere meglio il significato di questo incontro. Olav Fykse Tveit, che presiedeva la conferenza dei presunti «vescovi» luterani, ha affermato davanti a Leone XIV che i cristiani appartengono gli uni agli altri perché credono «nello stesso Gesù», nonostante «una teologia e una tradizione leggermente diverse».
La formula minimizza notevolmente le fratture causate dalla Riforma. Il rifiuto del sacrificio della Messa, del sacerdozio, dell’autorità papale e di diversi sacramenti non viene presentato come un’opposizione alle verità rivelate, bensì come una semplice differenza teologica e tradizionale.
Olav Fykse Tveit si è spinto oltre: «Il fatto che siamo una cosa sola è un dono di Dio, che condividiamo come fratelli e sorelle in Cristo». Per le comunità separate, questo non significherebbe tornare all’unità della Chiesa, ma piuttosto rendere più visibile un’unità già esistente. Questa concezione corrisponde alla svolta portata dall’ecumenismo del Concilio Vaticano II: l’unità non è più il risultato del ritorno alla stessa fede e alla stessa autorità, ma una realtà preesistente che il dialogo e la cooperazione hanno il compito di rivelare.
L’incontro si è concluso con la recita congiunta del Padre Nostro , guidata da Leone XIV. Il leader luterano ha inoltre invitato il papa a visitare la Norvegia per il giubileo nazionale del 2030 e a pregare nella cattedrale di Nidaros, che ospita la tomba di Sant’Olaf, come «fratello in Cristo e pellegrino».
L’invito è altamente simbolico. Un tempo cattedrale dell’arcivescovado cattolico di Nidaros, il santuario passò nelle mani dei luterani durante la Riforma imposta alla Norvegia nel 1537. Una preghiera ecumenica del papa in questo luogo rappresenterebbe, con un gesto concreto, il riconoscimento di una comunità che ha rotto con la fede, i sacramenti e l’autorità della Chiesa.
Oltre a queste fratture storiche, esistono seri disaccordi su questioni morali. Nel gennaio 2017, l’assemblea suprema di questa comunità ha approvato, con 83 voti favorevoli e 112 contrari, una liturgia destinata a celebrare le unioni tra persone dello stesso sesso. Questa liturgia è in uso dal 1° febbraio 2017.
Nel 2022, i vescovi luterani norvegesi hanno nuovamente salutato lo sviluppo dell’«accettazione e dell’uguaglianza» delle persone omosessuali nella società e all’interno della loro comunità come un cambiamento «grande e positivo».
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Un’unità che non è quella della Chiesa
Leone XIV ha concluso esprimendo la speranza che cattolici e luterani vivessero «sempre più veramente come fratelli e sorelle» e rendessero «una testimonianza comune» a Cristo. Ma tale testimonianza rimane profondamente ambigua quando coloro che affermano di renderla non professano la stessa fede e contraddicono pubblicamente la morale cristiana su punti fondamentali.
Riducendo l’ecumenismo alla mera evidenziazione di ciò che rimane comune, mentre i disaccordi dottrinali restano in secondo piano, l’approccio inaugurato dal Concilio Vaticano II sostiene l’idea che l’unità possa essere costruita gradualmente attraverso il dialogo, i gesti di riavvicinamento e l’azione comune.
Pio XI, tuttavia, ci aveva ricordato nell’enciclica Mortalium animos che l’unità dei cristiani si può raggiungere solo incoraggiando «il ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo, poiché un tempo ebbero la sventura di separarsi da essa». La carità autentica (1), quindi, non può prescindere dalla verità né mettere a tacere la chiamata alla conversione.
Pace e giustizia sono certamente beni desiderabili, a patto che siano autentici. Tuttavia, non possono sostituirsi a una missione soprannaturale il cui obiettivo primario è trasmettere pienamente la fede rivelata e salvare le anime.
NOTE
1) Pio XI, Enciclica Mortalium animos, 6 gennaio 1928.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Intelligenza Artificiale
Icona di Carlo Acutis fatta con l’IA. Polemiche
Una chiesa cattolica in Bielorussia ha suscitato polemiche per aver utilizzato l’intelligenza artificiale per generare un’icona di Carlo Acutis e farla benedire. Lo riporta LifeSite.
Euroradio riferisce che il ritratto eretto nella Chiesa di Santa Maria Maddalena sarebbe la prima icona religiosa di questo tipo in Bielorussia, e potenzialmente al mondo intero. Raffigura Acutis, soprannominato l’«apostolo cibernetico» e patrono dei giovani e di Internet. L’icona è stata benedetta l’11 ottobre dall’arcivescovo emerito Tadeusz Kondrusiewicz.
Secondo quanto riportato Acutis «aveva una devozione così intensa per il Santissimo Sacramento da aver creato un sito web che documentava tutti i miracoli eucaristici e le apparizioni mariane approvati. Durante la sua vita, Acutis si riferiva all’Eucaristia come alla «mia autostrada per il paradiso». Morì nel 2006 all’età di 15 anni a causa di una leucemia promielocitica acuta. Ora è acclamato come il primo «santo millenial».
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La santificazione di Acutis è stata oggetto di polemiche. Il percorso che ha portato alla santità in circa diciannove anni dalla sua morte (e con un’accelerazione mediatica e burocratica molto marcata negli ultimi anni) è stato definito da diversi osservatori un’operazione di «storytelling» e marketing pastorale. Alcuni critici evidenziano come la Chiesa utilizzi queste figure per tentare un aggancio rapido con i giovani e il mondo dei social media.
Diversi osservatori hanno ridimensionato l’etichetta di «patrono di internet» o «genio dell’informatica», spiegando che le sue competenze digitali si limitavano a lavoretti scolastici e a un sito amatoriale di catalogazione dei miracoli eucaristici, trasformato poi a posteriori in un’operazione simbolica massiccia. Non manca chi ha lamentato le origini alto-borghesi della famiglia di Acutis.
Sebbene l’uso dell’IA sia in linea con l’associazione di Acutis con la tecnologia, molti osservatori hanno reagito ritenendo inappropriato creare un’icona religiosa con mezzi diversi dalle mani umane.
«Orribile. Quando si dipinge un’icona, ogni tratto è una preghiera. Intelligenza artificiale? Niente», ha commentato un utente di X. «Sono scarabocchi vuoti senza alcun significato. Vi garantisco che lo percepite anche voi guardando le immagini.»
⛪ Belarus has blessed its first AI-generated religious icon
The icon depicts Carlo Acutis, an Italian teenager who was canonized in 2025 and became known as the “Cyber Apostle.”
The icon was installed in a Catholic church in Novolukoml, where Archbishop Tadeusz Kondrusiewicz… pic.twitter.com/vawCVEK8aX
— NEXTA (@nexta_tv) October 12, 2026
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«Questo è un passo troppo azzardato», ha affermato un altro cattolico autodefinitosi «tradizionalista». «Le immagini generate dall’IA OVVIAMENTE non possono essere venerate!»
«L’arte religiosa dovrebbe essere creata dagli esseri umani, poiché l’atto stesso di creare un’opera d’arte è come comporre un canto o un’opera religiosa, per glorificare e al contempo nutrire l’anima dell’artista», ha spiegato un terzo utente. «L’intelligenza artificiale non può glorificare, quindi qualsiasi opera d’arte creata da essa è superficiale e vana.»
L’icona aveva anche alcuni difensori, uno dei quali sosteneva che l’uso dell’IA non fosse diverso dall’adozione della stampa o della televisione: «Le chiese hanno utilizzato ogni nuovo mezzo per raccontare la loro storia… Lo strumento non è mai stato la parte sacra».
Il mese scorso, l’arcivescovo Josafá Menezes da Silva di Aracaju, in Brasile, ha pubblicato le regole per l’uso dell’AI da parte della Chiesa, che includono «una revisione umana obbligatoria prima della pubblicazione» di qualsiasi materiale realizzato con l’ausilio dell’IA. Gli strumenti tecnologici possono essere utilizzati per la progettazione grafica e il fotoritocco, con i limiti descritti di seguito. L’arcivescovo ha approvato il loro utilizzo per «creare sfondi, creare texture, generare elementi astratti, creare illustrazioni, suggerire layout, lavorare con i colori, assistere nella composizione, assistere nel montaggio e contribuire alla creazione di concetti visivi», secondo ACI Digital, ma non per fotografie o omelie.
Monsignor Menezes ha affermato che «l’Intelligenza Artificiale generativa non deve essere utilizzata per ricostruire o simulare l’aspetto di un vescovo, un sacerdote o un diacono quando il risultato sostituisce la loro fotografia reale o potrebbe essere interpretato come una rappresentazione autentica del loro aspetto o di una situazione da loro vissuta», e lo stesso divieto si applica anche alla voce di un ecclesiastico.
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Immagine screenshot da Twitter
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Mons. Schneider: «non possiamo continuare con il Novus Ordo»
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