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Leone XIV alla Rota Romana: un appello alla verità di fronte agli abusi nelle cause di annullamento del matrimonio

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Il 26 gennaio 2026, Leone XIV ha messo in guardia la Rota Romana contro la «compassione incompresa» che indebolisce la verità oggettiva, in particolare nei procedimenti di annullamento del matrimonio. Questo appello al rigore mira a contenere gli abusi derivanti dalle riforme postconciliari, senza correggerne i principi fondamentali.

 

Leone XIV ha ricevuto in udienza i prelati auditori presso il Tribunale Apostolico della Rota Romana lunedì 26 gennaio 2026, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario. In un discorso, il Santo Padre ha posto la loro missione sotto l’espressione di San Paolo: «Veritatem facientes in caritate» (Efesini 4,15), cioè agire nella verità e nella carità.

 

Il papa ha ricordato che queste due dimensioni non sono contrapposte, né devono essere bilanciate secondo criteri pragmatici, ma che trovano la loro più profonda armonia in Dio stesso, che è Amore e Verità.

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«Compassione mal compresa»: un pericolo per la giustizia canonica

Leone XIV osservava che nell’attività giudiziaria si verifica spesso una tensione tra l’esigenza di verità oggettiva e la preoccupazione di carità verso i fedeli. Ma ha avvertito che un’eccessiva identificazione con le vicende spesso travagliate dei singoli può portare a una «pericolosa relativizzazione della verità».

 

Il papa ha sottolineato che questa deriva è particolarmente grave nei casi di nullità matrimoniale, dove una compassione mal indirizzata potrebbe portare a decisioni «pastorali» prive di una solida base oggettiva. Ha anche ricordato il pericolo opposto di una verità fredda e distaccata, che dimentica la misericordia. Ma il punto centrale rimane chiaro: la carità non può mai sostituire la verità.

 

Leone XIV ha inserito ogni attività legale nella prospettiva tradizionale della salus animarum, la legge suprema della Chiesa. Il servizio della verità e della giustizia deve essere un contributo amorevole alla salvezza eterna dei fedeli.

 

Citando Benedetto XVI, esortò i giudici a essere veri «collaboratori della verità» (3 Gv 8), unendo veritas in caritate e caritas in veritate.

 

Questo discorso giunge in un momento in cui i decreti di nullità si sono moltiplicati a tal punto da provocare una crisi di fiducia tra molti cattolici.

 

Prima del Concilio Vaticano II, le dichiarazioni di nullità erano meno frequenti, poiché la giurisprudenza rimaneva strettamente legata all’oggettività del vincolo matrimoniale e al principio tradizionale: matrimonium gaudet favore iuris (il matrimonio gode del favore del diritto).

 

Il discorso di Leone XIV appare quindi come un tentativo di ripristinare il rigore, senza mettere esplicitamente in discussione i principi che avevano portato alla situazione attuale.

 

Sotto Giovanni Paolo II: l’ampliamento soggettivo dei motivi di nullità

Una delle radici del problema risiede nel Codice di Diritto Canonico del 1983, promulgato sotto Giovanni Paolo II.

 

Il canone 1095 ha introdotto motivi legati alla psiche: grave mancanza di discernimento, incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio.

 

Queste formulazioni spesso imprecise hanno aperto la porta a interpretazioni ampie. Come osservava Padre Coache già nel 1986: «si tratta di una significativa ambiguità che autorizzerà e incoraggerà tutti i tentativi di annullamento!» (1)

 

In pratica, questo canone è diventato la base più frequente per le dichiarazioni di nullità, al punto che alcuni tribunali matrimoniali hanno perso credibilità presso i cattolici seri.

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Papa Leone XIV oggi denuncia la relativizzazione della verità: ma questa relativizzazione non deriva necessariamente da un quadro giuridico già ampliato?

 

Una nuova concezione del matrimonio: il «bonum conjugum» (bene degli sposi)

Ancora più grave, la giurisprudenza recente ha introdotto motivi sconosciuti alla Tradizione, come l’esclusione del bonum conjugum (bene degli sposi).

 

Prima del Concilio Vaticano II, questo concetto non era mai stato considerato causa di nullità. Ma a partire dalla Costituzione Gaudium et spes, che ha definito il matrimonio come «comunità di vita e di amore», alcuni canonisti hanno ampliato la portata stessa del consenso matrimoniale.

 

Così, l’oggetto del consenso non è più solo lo jus in corpus (il diritto al proprio corpo ordinato alla procreazione), come chiaramente definito dal Codice del 1917, ma anche un presunto diritto a una comunione di vita affettiva e interpersonale.

 

Eppure, nel 1944, Pio XII ci aveva ricordato che la vita condivisa (letto, mensa, abitazione) non appartiene alla sostanza del matrimonio, ma alla sua integrità. Anche l’amore coniugale non è mai stato considerato una condizione di validità: «un matrimonio valido può coesistere con la ripugnanza», ha affermato. Era un giudice nel 1925.

 

La tendenza attuale equivale a insinuare: «niente amore, quindi niente matrimonio», esattamente ciò che mons. Marcel Lefebvre denunciò al Concilio. (2)

 

Sotto Francesco: la procedura accelerata, una nuova fonte di fragilità

A queste ampie cause si aggiunge, sotto Francesco, un’importante riforma procedurale: il motu proprio Mitis Iudex (2015), che introduce una procedura breve davanti al vescovo diocesano.

 

Leone XIV ha menzionato esplicitamente questa procedura, chiedendo che la natura prima facie (a prima vista) delle cause fosse valutata con grande attenzione, e ricordando che è la procedura stessa a dover confermare la nullità o richiedere il ricorso alla via ordinaria.

 

Questo richiamo è significativo: il Papa riconosce implicitamente il rischio di una giustizia accelerata, in cui la nullità diventerebbe una soluzione quasi automatica.

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Correggere gli eccessi senza correggere le cause?

Leone XIV ha concluso: «custodire la verità con rigore ma senza rigidità, e praticare la carità senza omissioni».

 

Questo appello è giusto. Ma rimane un’incoerenza: come si può ripristinare pienamente il rigore se i principi giuridici e dottrinali che hanno permesso questi abusi permangono?

 

L’attuale Papa sembra voler mitigare gli effetti negativi delle riforme postconciliari, pur aderendo ai loro orientamenti generali. Tuttavia, la crisi delle nullità matrimoniali può essere risolta solo aderendo alla concezione tradizionale del matrimonio, così come espressa nel Codice del 1917 e nella Casti connubii.

 

Nel frattempo, esiste il rischio concreto che matrimoni validi e indissolubili siano dichiarati nulli, a scapito della verità del sacramento e della pace della coscienza.

 

NOTE

1) Le Droit canonique est-il aimable?, p. 2852

2) Intervento presentato al Concilio il 9 settembre 1965.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX. News

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Leone XIV ritorna nell’appartamento papale nel Palazzo Apostolico

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Papa Leone XIV ha preso residenza sabato 14 marzo 2026 nell’appartamento papale del Palazzo Apostolico, riprendendo l’uso della residenza papale ufficiale situata in questo edificio vaticano. L’edificio era rimasto inutilizzato come residenza papale durante i dodici anni del pontificato di Francesco.   Il Vaticano ha fatto sapere che Leone XIV sarà accompagnato dai suoi più stretti collaboratori. Situata al terzo piano del Palazzo Apostolico, la sua nuova residenza offre una vista su Piazza San Pietro. Il trasferimento e la riorganizzazione degli spazi che circondano il Papa segnano una nuova fase del suo pontificato, in vista del primo anniversario della sua elezione.   Dopo la sua elezione nel maggio dello scorso anno, Leone XIV ha continuato a vivere nel piccolo appartamento che occupava nel Palazzo del Sant’Uffizio, sede del dicastero dottrinale. L’edificio ospita anche alcuni appartamenti per funzionari vaticani.   Negli ultimi dieci mesi è stata effettuata una ristrutturazione completa dell’appartamento papale nel Palazzo Apostolico. Questi lavori si sono resi necessari per modernizzare gli impianti elettrici, idraulici e altri servizi, dopo un lungo periodo di inoccupazione residenziale stabile.

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Francesco aveva rinunciato a vivere in quell’appartamento e aveva scelto di risiedere a Santa Marta, la casa vaticana dove vengono ospitati i sacerdoti in visita e dove soggiornano anche i cardinali durante i conclavi.   In pratica, questa decisione significò che l’intero secondo piano di Santa Marta fu riservato al Papa, riducendo così la capienza dell’edificio per altri ospiti. Leone XIV, d’altro canto, mostrò fin dall’inizio del suo pontificato una maggiore propensione a ripristinare i simboli e le consuetudini tradizionali del ministero petrino.   La sua decisione di trasferirsi nel Palazzo Apostolico è stata accolta favorevolmente dai commentatori, che l’hanno vista come un segno di rispetto per l’istituzione del papato e le sue forme tradizionali di governo. Questo gesto si inserisce nel solco di altri segnali già evidenti in questi primi mesi del suo pontificato.   In effetti, Leone XIV aveva formalmente preso possesso della residenza pochi giorni dopo la sua elezione, visitando le sale di rappresentanza e la piccola cappella destinata al suo uso personale. Tuttavia, non vi si era ancora trasferito perché i lavori di ristrutturazione erano ancora in corso.   Con questo trasferimento, l’appartamento papale nel Palazzo Apostolico torna ad essere la residenza effettiva del Papa. Questo cambiamento ha non solo un valore pratico, ma anche simbolico, inserendosi nella tradizione dell’esercizio visibile del ministero del Successore di Pietro nel cuore del Vaticano.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Alessio Nastro Siniscalchi via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.5 Italy 
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Mons. Viganò: «scisma, eresia e negazione dell’Incarnazione sono elementi distintivi dell’Anticristo»

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Renovatio 21 pubblicata questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

Recensione

al saggio di Investigatore Biblico e Saverio Gaeta, «La Bibbia come Dio comanda. Le Sacre Scritture tradotte o tradite?» Piemme Editore

 

 

Dinanzi alla crisi che da decenni affligge la Chiesa Cattolica, è con profonda gratitudine che accolgo l’invito a redigere una recensione al saggio La Bibbia come Dio comanda. Le Sacre Scritture tradotte o tradite? Una domanda che non è mera provocazione accademica, ma un grido di allarme contro l’assalto subdolo che minaccia l’integrità della Parola di Dio, affidata alla Chiesa per la salvezza delle anime.

 

L’autore, l’Investigatore Biblico, in collaborazione con Saverio Gaeta, ha intrapreso un’indagine rigorosa e coraggiosa, smascherando le distorsioni introdotte nelle traduzioni ufficiali della Sacra Scrittura approvate dalla Conferenza Episcopale Italiana, in particolare quelle del 1974 e del 2008. Queste versioni, influenzate da un distorto concetto di ecumenismo e da una teologia di matrice protestante che tace o adultera la Verità cattolica, costituiscono la prova di un piano deliberato per oscurare la divinità di Cristo, sminuire il peccato originale, spersonalizzare il demonio e ridurre il ruolo salvifico della Beatissima Vergine Maria.

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Come ho denunciato in molteplici interventi, questo è il frutto avvelenato del Concilio Vaticano II, che ha fatto proprio lo spirito del mondo, permettendo che il fumo di Satana penetrasse nel Tempio di Dio.

 

Ed è questa, a ben vedere, l’essenza stessa del Modernismo, l’eresia che applica all’esegesi biblica il metodo storico-critico figlio dell’Illuminismo e del Razionalismo moderno. Tale approccio contraddice il Magistero Cattolico in diversi aspetti fondamentali. Innanzitutto, esso nega la divina Rivelazione tramandata attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione, sostituendovi una fede che deriva da un’esperienza soggettiva interiore, il che mina l’autorità oggettiva del Magistero ecclesiastico. In secondo luogo, tratta i dogmi come interpretazioni umane mutevoli nel tempo, anziché come verità immutabili discendenti da Dio, contrastando l’insegnamento della Chiesa sull’ispirazione divina e sull’inerranza della Bibbia.

 

Infine, incorpora elementi di agnosticismo, relativismo e immanentismo, che riducono il soprannaturale a fenomeni storici o psicologici, configurandosi come una «sintesi di tutte le eresie» secondo la condanna espressa da San Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis (1907) e nel decreto Lamentabili (1907). È significativo rilevare che Vladimir Soloviev, nel suo Il racconto dell’Anticristo presenta l’uomo della perdizione come un esegeta esperto, un erudito che utilizza l’interpretazione della Sacra Scrittura in modo volutamente ambivalente per promuovere le sue idee ingannevoli. In questo, i neo-modernisti della chiesa sinodale non hanno inventato nulla di nuovo.

 

Non dimentichiamo che gli elementi distintivi dell’Anticristo sono lo scisma, l’eresia e la negazione dell’Incarnazione e con essa la negazione della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, Corpo Mistico di Gesù Cristo. Negando il Verbo Incarnato, egli nega anche l’opera redentrice del divino Messia e la Sua suprema e universale Regalità, nel tentativo infernale di usurparGli quella Signoria che Nostro Signore restaurerà alla fine dei tempi con il Suo totale trionfo su Satana.

 

Così facendo, il nemico del genere umano cerca di legittimare il regno tirannico che instaurerà sulla terra presentandosi come falso messia e pretendendo di farsi adorare al posto di Dio. E questo è lo scopo precipuo della Massoneria, di quella Sinagoga di Satana (Ap 2, 9 e 3, 9) che ormai pubblicamente rivendica di essere la principale fautrice dell’avvento dell’Anticristo: secondo il messianismo sionista, ne sarà triste presagio l’edificazione del Terzo Tempio in Gerusalemme.

 

Non possiamo ignorare che le manipolazioni dei testi biblici da parte della Conferenza Episcopale Italiana non sono casuali. Esse fanno parte di un più vasto disegno, orchestrato da quella deep church che, in alleanza con poteri secolari del deep state e più in generale con il pensiero relativista, cerca di trasformare la Fede in un vago umanesimo, privo della sua forza soprannaturale e soprattutto incentrato sull’uomo che si fa dio in opposizione al Dio Incarnato.

 

Le traduzioni moderne, con il loro linguaggio orizzontale e «inclusivo», manomettono il testo sacro per adattarsi alla sensibilità contemporanea, eliminando versetti scomodi e alterando significati teologici fondamentali. È un tradimento che riecheggia l’antico serpente, il quale distorce la Parola per condurre l’uomo alla rovina. Manomettere il testo sacro significa manometterne il divino Autore, considerando meramente umana la Parola di Dio; estromettendoLo dall’opera della Rivelazione, anzi facendo blasfemamente di Lui, Verbo eterno del Padre, l’autore della menzogna, quando è proprio Satana ad essere omicida e mentitore sin dal principio (Gv 8, 44), l’odiatore implacabile della Verità, che è attributo coessenziale di Dio.

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Quest’opera, fondata su evidenze testuali e confronti con i testi originali in ebraico e greco, nonché con le versioni tradizionali come la Vulgata di San Girolamo, offre ai fedeli uno strumento essenziale per discernere la verità dalla sua contraffazione. Essa denuncia non solo le influenze protestanti post-riforma, ma anche le conseguenze del motu proprio Magnum principium di Bergoglio, che ha ridotto il controllo dell’Autorità religiosa sulle traduzioni, favorendo interpretazioni soggette a derive culturali e pastorali. In un’epoca in cui la neo-lingua orwelliana mira a rendere impossibile l’affermazione stessa del Vero, questo libro richiama alla fedeltà assoluta alla Tradizione apostolica della Chiesa Cattolica, unica custode della Rivelazione.

 

Non è un caso che la chiesa conciliare-sinodale si distingua dalla vera Chiesa di Cristo per la sua deliberata volontà di evitare la chiarezza propria al lessico teologico e alla lingua latina: è sull’equivoco, sul plausibile, sull’apparente che si gioca la partita truccata del nemico. E lo sentiamo quasi dire, parafrasando le parole di Nostro Signore: Sia il vostro parlare «Quasi, forse, circa, in un certo modo», perché la chiarezza del linguaggio viene da Dio.

 

Esorto Vescovi, sacerdoti e laici a meditare queste pagine con spirito soprannaturale e vigilante. Solo tornando alla purezza della Scrittura, libera da contaminazioni moderniste, potremo resistere all’apostasia dilagante e preparare il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, come promesso a Fatima. Che il Signore illumini quanti, come l’Autore, hanno il coraggio di difendere la Verità immutabile contro le potenze delle tenebre.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

10 Marzo 2026
Ss. Quadraginta Martyrum
Feria III Hebd. III Qadragesimæ

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«Trascorri lunghi periodi di tempo a parlare e pensare a Gesù»: storia di Sant’Agnese di Langeac

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A volte le circostanze ci impediscono di ricevere la Santa Comunione con la frequenza che desidereremmo. In questi casi, possiamo fare la comunione spirituale. Se lo invitiamo, Gesù risponderà con gioia alla nostra richiesta! Molti santi hanno fatto numerose comunioni spirituali nel corso della loro vita; questa pratica li ha aiutati a compiere grandi passi sulla via della santità. Sant’Agnese di Langeac ce ne offre un esempio. Ecco la sua storia.   Nata a Le Puy-en-Velay, in Francia, Agnès mostrò una grande devozione fin dalla più tenera età. Terza di sette figli, i suoi genitori la affidarono in tenera età a una brava insegnante che non solo le insegnò il francese e la matematica, ma sviluppò anche una profonda fede in Agnès.   A soli sei anni, Agnese nutriva già una grande devozione per l’Eucaristia. Per questo motivo, a otto anni fu ammessa alla Prima Comunione, cosa eccezionale per l’epoca. Ahimè! Solo pochi mesi dopo la Prima Comunione, il sacerdote che si prendeva cura della sua anima, temendo che potesse insuperbirsi, le proibì di ricevere nuovamente la Comunione. Agnese ne fu profondamente addolorata, ma non si scoraggiò!   Non potendo più avvicinarsi alla balaustra della comunione, si unì al buon Gesù in un altro modo. Da quel momento in poi, iniziò a fare frequenti comunioni spirituali durante tutta la giornata.   Poco dopo, chiese al suo confessore come si potesse diventare santi. «Trascorri lunghi periodi di tempo parlando e pensando a Gesù», rispose lui.

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Agnes mise subito in pratica questo consiglio. Non senza qualche difficoltà, Agnese riuscì a godere appieno della presenza di Dio. Ci lavorò per due anni con grande perseveranza.   Per raggiungere il suo obiettivo, iniziò dicendo a se stessa: «suvvia, anima mia, devo trascorrere un quarto d’ora in presenza di Dio e dedicargli molta attenzione».   E, trascorso ben un quarto d’ora: «continuiamo e passiamo alla mezz’ora».   Allenandosi in questo modo, giorno dopo giorno, la bambina riuscì a vivere tutte le sue giornate in compagnia di Gesù, svolgendo al contempo i compiti che i genitori le affidavano.   Già all’età di dieci anni, attirava così tanti giovani alle sue preghiere che persino adulti, persone di nobile lignaggio, si rivolgevano a lei per un consiglio spirituale. Agnese accettava tutto ciò con umiltà, senza considerarsi superiore agli altri.   Pregava soprattutto per i poveri. Molto intraprendente, non le mancavano mai le idee per aiutare tutti coloro che incontrava per le strade di Le Puy. Fin da giovanissima, era solita regalare il suo pane o i suoi spuntini. Non appena guadagnava un po’ di soldi, frutto del suo lavoro di merlettaia, faceva generosamente elemosina ai più bisognosi.   Un frate domenicano venne a predicare a Le Puy. Dopo averlo ascoltato, giovani donne e vedove sentirono la vocazione a diventare domenicane e desiderarono fondare un convento nella regione. Agnese ne venne a conoscenza e comprese che Dio la stava chiamando anche lei a questa via.   All’età di vent’anni, entrò quindi nel convento di Langeac, di recente fondazione.   Era sempre stata di salute cagionevole. Oppressa da compiti molto gravosi, la sua salute si era deteriorata… Ma Agnese non si lamentava mai. Trovava eroismo nelle piccole cose. Compiva tutti i suoi piccoli atti di servizio in unione con Gesù.   Ricompensò la sua generosa serva con favori insoliti. Poco dopo essere entrata in monastero, Agnese fu incaricata della cucina; tuttavia, per procurarsi l’acqua, doveva camminare per quasi quindici chilometri! Affidò la sua difficoltà a Dio.   Egli esaudì immediatamente la sua preghiera e fece sgorgare una sorgente di acqua limpida e abbondante proprio in cucina.   La santità non la rese severa o insensibile alle sofferenze altrui. Al contrario! Dopo alcuni anni, Agnese ottenne l’incarico di portinaia, che le permise di accogliere e soccorrere molti poveri.   Tutti rimasero colpiti dalla sua gentilezza e dalla sua vita di unione con Dio. Ella «irradiava la bontà di Dio».   Una frase che ripeteva spesso era: «chi ha Gesù ha tutto!»   Ella non cercava cose straordinarie. Agnese di Gesù portava le stimmate senza che queste fossero visibili esteriormente, e le sue sorelle non ne erano a conoscenza.   Durante la ricreazione, intratteneva tutti giocando o cantando allegramente.   Per un periodo della sua vita, si nutrì esclusivamente dell’Eucaristia, ma, essendo responsabile della cucina, si assicurò che le suore avessero sempre abbastanza da mangiare.   Analogamente, in un altro periodo della sua vita, ebbe la fortuna di non aver bisogno di dormire, ma si premurava comunque di assicurarsi che le sue sorelle non fossero troppo stanche.

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In seguito, Agnese divenne maestra delle novizie. Insegnò loro la «chiusura interiore», cioè questa vita di unione con Gesù nonostante le occupazioni esteriori.   A ventiquattro anni fu eletta superiora del convento. Desiderava – cosa inaudita per l’epoca – ottenere il permesso per la sua comunità di ricevere la comunione quotidianamente. La richiesta fu respinta; solo lei mantenne il diritto di ricevere la comunione ogni giorno.   Per umiltà e per non dare nell’occhio, si asteneva regolarmente da questo grande privilegio. Insegnava alle sue consorelle a fare frequenti e ferventi comunioni spirituali.   Per tutta la vita soffrì di cattiva salute. A soli trentadue anni, sentì la morte avvicinarsi.   Gesù gli affidò un’ultima missione. Gli chiese di vivere e soffrire ancora un po’ per la conversione di un peccatore, e questo peccatore era un sacerdote: Jean-Jacques Olier.   A quel tempo, questo giovane prete mondano, proveniente da un’influente famiglia parigina, frequentava l’alta società della capitale e prestava poca attenzione all’abbazia di Pébrac, di cui era responsabile e dove non aveva mai messo piede.   Si narra che Madre Agnese ebbe una visione della Vergine Maria nel 1631. La Vergine Maria le chiese di pregare per l’abate di Pébrac.   A quel tempo, né Agnès né padre Olier si conoscevano.   Nel 1633, quando il giovane sacerdote decise di cambiare vita e rinunciare a tutti i piaceri mondani, si propose di andare a conoscere la sua abbazia di Pébrac.   Fu in questo periodo che, un giorno, mentre pregava ferventemente, ebbe la visione di una suora a lui sconosciuta che pregava per la sua conversione.   Durante il suo soggiorno a Pébrac, padre Olier venne a conoscenza della santità della superiora del convento di Langeac, situato non lontano da lì. Decise quindi di andarla a trovare.   Riconobbe immediatamente la giovane suora dalla sua immagine. Iniziò così un’intensa relazione spirituale tra queste due anime.   Agnese chiamò padre Olier «il figlio delle sue lacrime» perché, dopo aver pregato intensamente per lui per più di due anni, offrì gli ultimi sei mesi della sua vita per la santificazione del sacerdote.   Durante tutto il periodo in cui padre Olier rimase nella regione, si videro molto spesso.

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Madre Agnese esortò il giovane sacerdote a vivere più vicino al Signore Gesù, ad abbracciare la croce di Cristo e a sviluppare una stretta relazione con la Vergine Maria.   Il giorno in cui padre Olier ripartì per Parigi, Agnès fu colta da un dolore lancinante. La sua ultima missione era compiuta.   Con le sue preghiere e i suoi consigli, aveva guidato padre Olier sulla via della santità e lo aveva incoraggiato a fondare i primi seminari di Saint-Sulpice, che avrebbero aiutato tanti sacerdoti a diventare eccellenti pastori d’anime.   Agnese morì il 19 ottobre 1634, lasciando alle figlie il compito spirituale di pregare in particolare per la santificazione dei sacerdoti.   Articolo pubblicato su Courrier des Croisés n. 252 , luglio-agosto 2019.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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