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Politica

Le spiagge italiane, la loro storia, la questione politica intorno ad esse. Intervista ad una balneare

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Ieri Renovatio 21 ha cercato di descrivere in profondità il tema, sia politico che antropologico, dei cosiddetti «balneari» e del clamore che ciclicamente si genera intorno ad esso.

 

Oggi, per avere un quadro più nitido della tematica spiagge, abbiamo fatto quattro chiacchiere con la signora Monica, titolare di un bagno riccionese, persona molto gentile ed equilibrata, che ci ha raccontato in maniera schietta e sincera questa spinosa problematica.

 

Ci potrebbe spiegare, per sommi capi, questa controversa questione?

Io cerco di parlarti del dato oggettivo. C’è una normativa non facile e soprattutto tante sentenze avute in Consiglio di Stato e nella Corte di Giustizia Europea. Uno rischia di perdersi e poi ci sono singole situazioni in varie località balneari sparse nella penisola. Mancando una normativa unitaria nazionale, i singoli comuni si muovono un po’ come vogliono loro.

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Ti faccio l’esempio di Riccione. Qui siamo sul demanio, ma non è tutta aria demaniale, in alcune zone ci sono delle parti che erano private. Alcune aree sono state vendute dal comune ai bagnini che le hanno comprate anche in vista della situazione che stiamo vivendo ora, spostando le loro strutture in modo che quella parte, essendo diventata proprietà privata non sarebbe andata in evidenza pubblica. Ciò che ci sarebbe andato sarebbe stata solo la sabbia in prossimità del mare e quindi l’interesse per i terzi sarebbe stato inferiore in quanto la spiaggia è a ridosso di una struttura privata.

 

Così facendo chi ha acquistato si è garantito – almeno in teoria – un’eventuale partecipazione unica a un possibile bando per quel pezzo di spiaggia. Come vedi le realtà sono diverse e si dovrebbe cercare si una normativa unitaria, ma anche che tega conto delle tante differenze che ci sono sparse in tutta la zona costiera italiana.

 

Ci sono tante situazioni tra pubblico e privato. E questo che ti sto dicendo vale solo per la spiaggia, senza contare il lacustre, il portuale, eccetera. Io capisco che sia difficile regolamentare ma ad oggi la cosa preoccupante è l’incertezza. Poi ci sono una marea di decreti, milleproroghe, cavilli burocratici, che uno veramente rischia di perdersi in questa burocrazia, nonostante cerco di stargli dietro il più possibile. Qualunque cosa succederà ci saranno una marea di ricorsi. 

 

Molti comuni, per salvaguardare il proprio sistema turistico – questo lo dico in difesa dei balneari – come Riccione, vorrebbero favorire questo sistema consolidato che di fatto funziona, anche se qualche ammodernamento è necessario. Molti si sono rimodernati per offrire un prodotto sempre più di qualità e chi in questi anni ha dimostrato di gestire al meglio il proprio stabilimento. Cerchiamo di ascoltare le loro esigenze e magari nel momento che si faranno i bandi, di andare incontro a chi si è dimostrato sempre volenteroso nel proporre un’offerta turistica sempre al passo con i tempi. 

 

La proroga automatica della concessione la Direttiva Bolkestein l’ha bocciata, ed è giusto. Fino al 2027 la nostra insistenza è stata dichiarata legittima e da lì in poi i Comuni devono fare le evidenze pubbliche. È un periodo che è stato concesso ai Comuni per organizzarsi in merito. Non è una proroga automatica, non siamo abusivi – parola ultimamente usata troppo spesso – e faccio fatica a comprendere tutte le polemiche in merito.

 

Poi ne ho lette di ogni che nemmeno sapevo: tornelli in spiaggia, divieto di portare il cibo in spiaggia… la spiaggia non è un bene nostro, non possiamo vietare il passaggio in alcun modo, abbiamo la concessione e nella concessione ci sono dei principi che vanno osservati assieme alle ordinanze balneari. 

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Nel 1992 le concessioni sono state fatte in modo automatico e il rinnovo avveniva tacitamente ogni sei anni, giusto?

Sì. Non ho memoria di casi di qualcuno che abbia desiderato o si sia fatto avanti per ottenere una concessione al posto di uno che già l’aveva. Per essere precisi bisognerebbe scartabellare i verbali, ma dubito. Ci sono stati dei casi, in alcuni bagni, che gli ex proprietari hanno venduto l’azienda e hanno fatto il passaggio dell’affidamento – legittimo – e sono subentrare altre persone.

 

Mentre prima portavi tutto a casa con due soldi, nel momento in cui si è visto che la parte turistica poteva svilupparsi con l’offerta di vari servizi in più, ci poteva essere un guadagno, in un momento di crisi di tanti altri settori, allora è diventato un punto su cui focalizzare l’attenzione.

 

Il fatto che ci siano stati dei privilegi è vero, non voglio nasconderlo. I miei hanno sempre fatto questo mestiere. Io sono convinta che se ci fosse stata una normativa nazionale dove si rivedeva il canone e altri aspetti, tutto questo non sarebbe successo. È sempre stato un mondo che si tramandava familiarmente.

 

Un mondo artigianale.

Mio nonno era pescatore. Questi qua erano tutti appezzamenti con file di tende con tutte sdraie, perché non esistevano neanche i lettini. Non c’era niente e si è dovuto anche un po’ bonificare. Poi piano piano, arriva la gente che vuole sempre un servizio migliore e così col passare degli anni c’è stata una crescita, ed è quello che si vorrebbe che venisse riconosciuta.

 

Mi commuovo quando ti dico queste cose, perché so cosa ha voluto dire tutto questo. A volte contesto qualche collega che dice: «la mia spiaggia». Non è così. Il problema è aver creduto che quello che ci è stato dato in concessione fosse nostro, ma non è così. Però al tempo stesso c’è stato tra di noi non tutti hanno avuto la stessa mentalità di cambiamento.

 

Al tempo il Comune fece il piano spiaggia con la possibilità di rimodernarsi. Alcuni si sono modernizzati altri no. Sono passati quasi vent’anni e oggi è arrivato il momento di farlo di nuovo, ma il problema è: come cambi? Noi qua abbiamo un bel progetto, ma c’è tanta incertezza.

 

Non vorrei che se aprissero i bandi delle concessioni poi qualche multinazionale o qualcuno che abbia un potere economico importante, subentrasse su più stabilimenti. Il pesce grosso mangia il pesce piccolo. La territorialità nel vostro settore è importante. La riviera romagnola gode parte della sua popolarità anche per il fatto che la gente del posto lavora nei vari settori turistici.

Purtroppo in molti settori accade questo. Si perde sempre più spesso ciò che è tradizione. Il nostro settore poi è un modello, ciò non significa che non possa essere rivisto. Da noi saranno i comuni che devo decidere che normativa fare. Da una parte per tutelare il tipo di sistema turistico nostro, dall’altra parte c’è la Bolkenstein che chiede la concorrenza e di non porre troppi limiti per partecipare. Ma se non sono le multinazionali, possono essere i proprietari delle catene di hotel e dei grandi alberghi.

 

Allora dico ai cittadini che oggi fanno le loro rimostranze che in caso di partecipazione al bando, pensano di avere una chance di vittoria nei confronti di un gruppo economico potente come quelli che ho appena citato? Ma non solo.

 

La spiaggia che verrà, se viene data in concessione a un grande albergo, come saranno poi i prezzi? Se questi investono lo fanno esclusivamente per guadagnarci, mi pare più che ovvio. Se iniziano a snaturare quello che è il nostro modo di fare turismo, il cambiamento non sarà di certo positivo.

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C’è anche chi ha evidenziato il problema delle spiagge vuote questa estate.

Che ore sono adesso, le 8:30? Fino a qualche anno fa vedevi già la spiaggia piena di genitori con i bambini, invece adesso fino alle 10:00 non scende al mare nessuno. C’è un’abitudine diversa oggi. Molta gente si ferma in spiaggia per l’aperitivo ed una cosa piacevole.

 

Fino alle 21:30 ci sono famiglie con i figli in spiaggia. È un nuovo modello. Prima salivano alle 19:00 per poi andare a cena in hotel. È ovvio che se uno viene adesso e fa una foto, gli ombrelloni sono vuoti. A giugno c’è stato un trend positivo.

 

A luglio c’è stato un leggero calo, agosto è sempre agosto e la gente viene sempre. Quello che ho notato è che le famiglie vogliono sempre più servizi e noi cerchiamo di offrirgliene sempre più, soprattutto ai bambini, che possono divertirsi tutto il giorno con quello che trovano da noi. La spesa in fondo è tutta qui. 

 

Oltretutto la nostra costa è molto variegata e offre servizi diversi l’una dall’altra, oltre che avere territori profondamente differenti. C’è anche chi ha sollevato il problema del caro-ombrellone.

Noi qua abbiamo delle basi da cui si parte, ma cerchiamo di rimanere in un prezzo più o meno popolare. Poi ognuno sulla base dei servizi che offre, sulla posizione e via dicendo, ha un suo listino prezzi. Ho notato, in alcuni articoli di giornale che ho letto al riguardo recentemente, alcune imprecisioni.

 

Considera che poi c’è bassa, media, alta stagione nel prezzario e se prendi l’ombrellone per più giorni il prezzo va a scalare. Alla fine puoi arrivare intorno ai venticinque euro di media, più o meno. A Riccione abbiamo tre spiagge libere nelle zone centrali. Ce n’è per tutti i gusti.

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La politica è intervenuta per bocca del Ministro Matteo Salvini in difesa vostra, nonostante il Consiglio di Stato.

Io penso che stiamo aspettando il 2027 quando ci saranno le nuove elezioni e il balneare sarà un settore che si giocheranno per i voti.

 

Tutte le parti in gioco dovrebbe fare la loro parte cercando di riequilibrare un settore caro a tutti noi, perché la «sacralità laica» delle vacanze al mare è una routine irrinunciabile per l’italiano ed è giusto che lo Stato faccia la sua parte sostenendo il settore, ma è altrettanto vero che i gestori debbano fare la loro parte non alzando oltremodo i prezzi e offrire servizi all’altezza della loro clientela. Grazie

Grazie a voi.

 

Francesco Rondolini

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Immagine di Walter Giannetti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

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Politica

Il principe Ranucci e i grembiuletti rossi: favola dell’estate

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È stata senza ombra di dubbio la storia-tormentone dell’estate 2026. Sapete, ogni anno, con la stagione delle vacanze, emerge una vicenda, che ha tinte di giallo e/o rosa, tiene impegnati i giornali e in teoria anche l’opinione pubblica. È la traslazione giornalistica del «Tormentone estivo», concetto musicherello introdotto nei primissimi anni Sessanta da Nico Fidenco («Legata ad un granello / di sabbia») e proseguito con Edoardo Vianello («Siamo i Vatussi / gli altissimi negri»), Donatella Rettore («Voglio andare ad Alghero / in compagnia di uno straniero»), i Righeira («Vamos a la playa / oh oh oh oh»).   Il tormentone estivo giornalistico del 2001 fu la storia dell’arcivescovo Milingo e della moglie coreana Maria Sung, uniti in matrimonio dal reverendo Moon. Nel 2002 vi era il delitto di Cogne. Nel 2004 la scomparsa di Denise Pipitone, nel 2022 la rottura tra Totti e Ilary, nel 2024 il caso del ministro Sangiuliano e della pompeiana Boccia. Sono solo esempi, per far capire: il mistero e il crimine si alternano, o si fondono, con questioni familiari, erotico-amorose, o giù di lì.   Il tormentone 2026 è, senza dubbio, quello del giornalista Sigfrido Ranucci, sovrano re di Report. Dobbiamo capire che quella del Ranucci – che già di per sé parte con, spiegava bene l’ex sindaco sceriffo di Salerno ed ex governatore della Campania Vincenzo de Luca, un nome «nibbelungigo» – era una storia da ascriversi alla categoria della favola.

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Eccerto: il principe Ranucci guidava l’esercito della giustizia italiana. Per il popolino piddino, e non solo, Report rappresentava la vera autorità di giudizio della Nazione: un’illazione lanciata in un servizio della trasmissione valeva più di mille sentenze di Cassazione. Se il principe Ranucci, con l’eterno placido sorrissetto, la camicia per qualche ragione scollacciata, la erre moscia unita alla zeta talvolta problematica («Rendsi»), diceva una mezza cosa, si poteva star certi che era vero e giusto. Perché Report non temeva nulla, e lo faceva per il bene della verità e del popolo. Report era Robin Hood. Come non fidarsi?   Chi scrive, e chi legge, magari sarà pure caduto una volta nella trappola: «oh bravi, finalmente attaccano sull’OMS!» Poi, usciti dallo stordimento televisorico (la TV è fatta per questo: per narcotizzarvi, inzigarvi, ipnotizzarvi) uno ci ripensa: ma davvero, con l’ondata di morte e di follia sulle strade, menano il torrone per mesi sulla storia del paper pandemico fatto ritirare? Sarebbe questa la verità? Sarebbero questi gli eroi?   Gli eroi, i cavalieri del principe Ranucci, sembrano godere di una libertà assoluta: le accuse fatte negli anni ad individui ed istituzioni saranno costate un numero spropositato di querele, ma questi vanno avanti comunque – chiaro che qui parliamo quasi per invidia, perché chi fa un giornale sa che la libertà di parola esiste solo se c’è un grande editore che ti paga le spese processuali, e in questo caso il grande editore siamo noi, i contribuenti. Beati.   Gli stessi cavalieri reportisti, ha scritto Il Tempo, godrebbero anche di un altro privilegio pazzesco: uno stipendio lordo spropositato, una cifra alla quale non sappiamo se vogliamo credere. Certo che è partita subito la smentita: sono delle partite IVA, ci sono i costi operativi. Ci sono i viaggi (facciamogli scoprire Ryanair e AirBnB) il noleggio di mezzi (tipo?) il montaggio (che se non si fa in RAI, si fa a casa con un portatile) e troupe (ma davvero vanno via con più di un cineoperatore? Noi avevamo ammirato servizi se sembravano davvero fatti dal giornalista da solo, una telecamerina per fare i totali e altre due sul tavolo per i primi piani: fantastico).   Il costo al contribuente, immaginiamo, non sarebbe solo fatto di queste cifre (che terrebbero in piedi, cadauno, chissà quante piccole testate) ma quello degli avvocati delle battaglie reportistiche: tutti i servizi che partono da qualsiasi argomento, e che arrivano inevitabilmente ai fahashistih e alla ‘Ndrangheta, con nomi e cognomi, qualche querela l’hanno mica tirata su?   Che importa, tuttavia, all’Italiano suddito dello Stato-partito: l’eroismo ha i suoi costi. Ai cavalieri andrà pure finanziata l’armatura, e magari pure un castelluccio, no? La favola dei reporterri vendicatori, gli Avengers dell’informazione democratica, deve andare avanti. In essa è contenuto un significato più grande: quello della veridizione della TV e quindi dello Stato stesso. Se c’è qualcuno che dice il vero, allora il sistema non è totalmente marcio – qualcosa va ancora creduto.   Non stiamo parlando di bazzecole: è in gioco più dell’informazione, dell’intrattenimento, dello scandaletto fomentato da ogni servizio. È in gioco la credibilità stessa del potere dello Stato-partito. Qualcosa che non ha prezzo, perché se questa viene a mancare, esso perde tutto, perché senza il collante della fiducia, pur minima, può essere disobbedito, rovesciato, disintegrato. La favola, la narrazione, serve a questo.

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Ora, con quello che si è scoperchiato quest’estate la favola sembra aver ceduto il passo ad altri generi narrativi. In particolare, la storia di Report sembra essersi agganciata al cosiddetto «cinema di genere», specialmente italiano – quei filoni di cinema infimo prodotto intorno agli anni Settanta, che hanno purtroppo numerosi sostenitori, che si dividevano in varie celebri sottocategorie.   C’era, ad esempio, la commedia sexy (Giovannona Coscialunga disonorata con onore, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, Spaghetti a mezzanotte, Cornetti alla crema), erede italiana del vaudeville, genere teatrale del XVII secolo: intrighi con mogli, amanti nascosti nell’armadio, etc. Impossibile non pensarvi leggendo le ultime, con le compagne dei protagonisti coinvolte nella vicenda. Dalle intercettazioni, la compagna italo-argentina del faccendiere avrebbe scoperto che questo aveva un’amante estetista brasileira, facendo partire l’erinnica furia e la spontanea presentazione ai magistrati.   Il lato sexy è arricchito, e reso contorto, dal riaffiorare di un libro classificato come autobiografico di Ranucci (ma che davvero?) che, definito dalla fondatrice di Report Milena Gabbanelli come «un gran rubacuori» (ma che davverodavvero?). In una trasmissione dove Ranucci è intervistato viene letto un passaggio: una stagista della trasmissione «si toglie la camicia, si sfila le scarpe, sbottona i pantaloni aderenti facendoli scivolare giù, con un sinuoso ondeggiare dei fianchi. La sua pelle liscissima tradisce una cura ossessiva per il corpo. Dopo aver indugiato con malizia, perché ispezioni ogni centimetro del suo corpo, sale su di me allunga la mano destra a coprirmi occhi e bocca. In pochi minuti raggiunge l’orgasmo». Risatine e qualche applauso del pubblico in sala. «Ma dico scusa, dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fate fare?» sbotta il Ranucci. Il pubblico intelligentissimo sghignazza e batte le mani più sonoramente.  

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Tuttavia nel libro, che parlarebbe di inchieste ma che sarebbe costellato di racconti personali come questo, vi sarebbero pennellate molto più oscure. Nel testo viene narrato l’incontro con la stagista della trasmissione, la successiva relazione, la gravidanza interrotta (come?) e la tragica morte della donna, investita da un’auto nel 2014. La donna avrebbe scoperto sull’iPad un’email ad un’altra donna. La ragazza sarebbe fuggita dalla stanza di albergo venendo investita da un SUV.   Selvaggia Lucarelli, of course, ci è zompata sopra. Ranucci si è difeso dicendo che si stava fraintendendo una parte romanzata del memoir. Noi non sappiamo che dire, e rimaniamo con le domande: perché un giornalista in un libro di retroscena delle inchieste che ha seguito deve aggiungere passaggi sulla sua vita erotica? Non è terrificante la storia della morte della ragazza? Perché raccontarla così?   C’era poi in Italia un altro genere dei filmacci di genere, ed era quello degli spy movie all’italiana, detti anche «Eurospy», che erano di fatto cloni degli 007 che vedevano in quegli anni successi strepitosi (Agente 077 missione Bloody Mary, Agente 077 dall’Oriente con furore e Missione speciale Lady Chaplin): lo stesso Quentin Tarantino, genio storico-cinematografico oltre che cinematografico tout court, ha reso omaggio al filone nel capolavoro recente Once Upon a Time in Hollywood.   Ebbene, la storia del finto attentato a Ranucci, che sarebbe stato organizzato per propellerlo verso la politica sino alle altissime sfere dello Stato – il principe diventa tale! – sembra tratta da lì, da una cattiva pellicola di spie. Tanti elementi ci sono: il complotto, la manipolazione dell’opinione pubblica mentre il manovratore manovra dietro le quinte, l’intrigo internazionale, con proprietà in Zimbabwe e in Africa. C’è pure l’archetipica figura dell’henchman, lo scagnozzo grande e grosso che protegge il villain cervellone del piano diabolico: ecco un immenso camerunense con nome portoghese, che, dicono i giornali, sarebbe una bodyguardia con addestramento militare nelle forze speciali di chissà quali Paesi, dice al Corriere un ex socio zimbawiano del faccendiere. Ora è latitante in Africa: è stato accusato dalla Procura di Roma di essere stato l’intermediario chiave e l’organizzatore logistico dell’attentato dinamitardo   Beh, c’è questo selfie, del 2022, dove il principe Ranucci sta con la presunta «spalla» della presunta Spectre del ristorante Cefalù (dove, nelle paparazzate risalenti, era finito pure tra i due amiconi anche l’immancabile figura vaticana, monsignor Gianni Fusco, avvocato rotale e docente di teologia). Confidando a Lavitola di trovarsi in un momento di forte difficoltà, Sigfrido gli aveva chiesto ironicamente come battuta: «Me lo puoi prestare?», scherzando proprio sulla sua imponente stazza fisica e sulle sue capacità di guardia del corpo.

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Ma veniamo al main character: Lavitola, a chi scrive e chi legge i giornali, e alla magistratura era notissimo: da anni. L’uomo ha una lunga storia di inchieste e condanne passate. Prima dell’arresto per il caso del presunto attentato a Sigfrido Ranucci, il suo nome è rimasto legato per anni a diversi filoni d’indagine e scandali politici della Seconda Repubblica.   Lavitola fu coinvolto riguarda la «casa di Monte Carlo», uno scandalo politico che scosse la politica italiana nell’estate 2010, durante il quarto governo Berlusconi, e che contribuì alla fine della carriera politica di Gianfranco Fini, allora presidente della Camera. «Nel settembre di quell’anno il quotidiano diretto da Lavitola pubblicò un documento del governo dello stato caraibico di Saint Lucia, diffuso poi da altri quotidiani. Secondo quel documento il vero proprietario di una società off-shore che aveva comprato da Alleanza Nazionale un appartamento nel principato di Monaco era Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, che in quella casa abitava», ricorda Il Post.   Fu poi condannato per tentata estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi a 2 anni e 8 mesi, con richieste di denaro all’ex premier per non divulgare informazioni sul cosiddetto «caso escort» alle «cene eleganti». Nel 2014 fu condannato in via definitiva per tentata estorsione a un anno e quattro mesi.   Per la sua attività giornalistica ed editoriale con L’Avanti!, testata un tempo del Partito Socialista Italiano, è stato condannato a tre anni e otto mesi di reclusione nel 2015 per finanziamenti pubblici illeciti attraverso società riconducibili a lui. Al rientro in Italia nel 2012 ricevette anche un’ordinanza di custodia cautelare legata alla truffa sui finanziamenti pubblici all’editoria per la gestione del suo quotidiano. Fu quindi radiato dall’albo dei giornalisti.   E quindi, il principe del giornalismo italiano, va a cena con uno radiato al sacro albo del mestiere? (Quello a cui uno dei cavalier serventi ranucciano, la vegana santorina Giulia Innocenzi, dopo aver fallito l’esame da professionista, effettivamente non è iscritta)   E qui veniamo al vero problema di fondo secondo noi. Lo scandalo non riguarda tanto il caso giudiziario: quello che rileva è la dissonanza cognitiva: questa è la compagnia dei principi? Ma James Bond va a cena con la Spectre? Si fa i selfie con i suoi esponenti?

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Il problema, per i giornali e forse per tutti, in verità è tutto qua. Se il principe è amichetto del drago, mica è più una favola, né un film di genere.   Epperò Renovatio 21 ricorda un altro dettaglio che apre ad altri scenari. E altre domande.   Lavitola ce lo ricordiamo soprattutto per lo scandalo «panamense» di inizio anni Duemila, una storia di presunte tangenti a politici locali per la costruzione di carceri e l’acquisizione di appalti ed elicotteri. Qui Lavitola sarebbe arrivato allo stesso presidente di Panama, Ricardo Martinelli. In quegli anni giornali di sinistra ne parlarono moltissimo, perché pensavano fosse un modo per colpire Berlusconi, tanto più che Lavitola avrebbe soggiornato con il presidente mesoamericano nella mitica Villa Certosa, l’indimenticabile magione berlusconiana sarda con vulcano finto e tunnel sottomarino per il sommergibile di Putin (quest’ultima forse una leggenda metropolitana, mentre del vulcano fake, azionabile col telecomando, incredibilmente non vi è alcuna foto).   È raccontando del tempo trascorso in Sardegna da Lavitola e Martinelli che esce qualcosa di interessante.   Scrive il Corriere della Sera del 17 aprile 2012: «le intercettazioni svelano come Lavitola abbia “pagato le vacanze del presidente Martinelli e altre tre persone in Sardegna dal 18 al 21 agosto 2011 all’hotel Cala di Volpe”». Lavitola e un manager di grande impresa pubblica intercettati quindi «”concordano il 18 agosto come giorno per fare l’incontro con il premier a Villa Certosa”. In realtà Berlusconi non va in Sardegna ma gli ospiti vengono accolti comunque nella residenza presidenziale e agli atti è allegata una telefonata dello stesso Berlusconi a Lavitola».   «Poi il faccendiere parla con Martinelli, lo chiama “fratello” e, sottolinea il giudice, “si raccomanda con il presidente panamense di fare delle foto da inviare al suo giornale per dimostrare che è stato ospite di Berlusconi”».   I giornalisti corrieristi autori del pezzo finivano l’articolo così, con tale petardo. «Fratello». Era perché si volevano davvero bene? Era un’«amicizia fraterna», come quella tra Ranucci e il faccendiere, così come definita ripetutamente sui quotidiani ora?   Oppure «fratello» significava qualcosa d’altro? C’è da dire che il Lavitola non è che abbia fatto mistero di certe sue passione per la fratellanza.   Scrive SkyTG24 nel 2011: «”mi sono iscritto alla massoneria a 18 anni” – Sollecitato dai giornalisti presenti in studio, ha raccontato dell’iscrizione, a 18 anni, alla massoneria. “Mi sembrò, leggendo un libro, che fosse il miglior apprendimento per imparare a stare zitti”. “Per quasi due anni sono stato apprendista, il grado più basso – ha ricordato Lavitola – e non conosco gli altri gradi. In quel periodo la mia famiglia ebbe grossi problemi finanziari tanto che furono altri a pagarmi la quota per la Loggia».   Panama, come tutti i Paesi sudamericani, hanno delle élite dove i grembiuletti abbondano.

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A questo punto si è inserito, a luglio lo stesso Grande Oriente d’Italia. «Ranucci ha riabilitato l’amicizia con i massoni», ha dichiarato a Il Foglio il gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. La cosa, dice il venerabile Antonio Seminario «non ci dispiace. Ma nemmeno gli chiediamo di esserlo. Però sa, tutto questo è soltanto un riflesso del nostro magnifico Paese».   Tutto vero: magnifico Paese fondato dai massoni con una guerra anticattolica ottocentesca, poi continuata con la fratricida Grande Guerra Mondiale, e poi ancora con trame che, fa Licio Gelli a certe oscurità calabresi e sicule, non si sono esaurite mai.   Il venerabile Seminario (che è una vertice della massoneria italica, non un evento educativo: tuttavia immaginiamo la vertigine semiotica di un seminario condotto dal Seminario) reagiva ad un audio privato pubblicato da La Verità, dove il Sigfrido parlava della presenza di «mafia e massoneria dentro la RAI».   «Anche dentro la Rai c’è un po’ di mafia, un po’ di massoneria (…) è da dentro che si fanno le battaglie». Epperbacco.   Cioè fateci capire. Cioè dentro-dentro? Quanto vicino? Cioè solo dentro, o anche fuori?   Che film stiamo vedendo? È solo un dramma di un uomo di successo che cade in disgrazia? Sigfrido e la sua Götterdämmerung, il crepuscolo degli dei del goscismo audiovisivo nazionale a spese del contribuente?   Oppure intorno alla favola del principe Ranucci, e in quella più vasta di quelli col grembiuletto rosso, c’è qualcosa di più?   Qualcosa che, nell’Italia Bella Addormentata, non si può ancora dire?   Roberto Dal Bosco  

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Politica

«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente

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Lo scrittore Camillo Langone ha ricordato sul Foglio la grande campagna politico-pubblicitaria del 1999 per portare al Quirinale Emma Bonino.

 

«Scrivere quello che penso di una persona appena morta non è possibile. Magari fra un mese, in sede di trigesimo, e però fra un mese prego di avere qualcosa di più divertente da scrivere» scrive Langone. «Mi piacerebbe nondimeno elencare tutti coloro che nel 1999 firmarono affinché la persona appena morta diventasse presidente della Repubblica e intitolare questo elenco “Il tradimento dei chierici”, volendo stare alto, oppure “Il culturame contro la vita”, abbassando un po’ il livello».

 

«Passati 27 anni, molti dei firmatari sono defunti e a loro non posso più rinfacciare nulla, a cominciare da Indro Montanelli (comunque a novant’anni sarai pur libero di andare all’aceto)» continua lo scrittore parmigiano.

 

«Però sono vivi sostenitori come Achille Bonito Oliva e Alessandro Cecchi Paone, Margherita Buy (Jasmine Trinca non era ancora su piazza) e Cristina Comencini (Carlo Calenda era ancora alla Ferrari), tutti abbastanza prevedibili, così come i quasi (quasi) imprevedibili Franco Cardini, Ernesto Galli della Loggia, Eugenia Roccella».

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«In quell’antico, degradante appello la firma che mi dispiace di più è quella di Pupi Avati: tu quoque, Pupi? Brutta cosa il gregarismo. Fra un mese la cosa più bella sarebbe scrivere l’elenco di coloro che, pur interpellati, non firmarono» conclude l’autore del Manifesto della destra divina.

 

Orbene, prima di arrivare a quanti, eroicamente, non misero la firma per la superabortista al tribunale (10 mila bambini eliminati con le sue proprie mani, vantava), ci siamo chiesti se vi era ancora da qualche parte la lista completa dei firmatari: online, cercandola pure a fondo, non l’abbiamo trovata.

 

Abbiamo potuto mettere insieme un po’ di nomi ricavandoli dagli infiniti «coccodrilli» di questi giorni e da altri articoli comparsi negli anni. La lista non è lunghissima, ma comunque interessante. Caveat: non siamo sicuri di tutti questi nomi, perché in rete non c’è traccia della lista completa.

 

  • Indro Montanelli — decano del giornalismo italiano, cantore a suo tempo del colonialismo italiano
  • Angelo Panebianco — politologo, editorialista del Corriere della Sera (il giornale del conservatorismo italiano, tipo)
  • Rita Levi-Montalcini — scienziata, Premio Nobel, senatrice a vita, attivista abortista
  • Antonio Baldassarre — costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale
  • Maurizio Costanzo — presentatore e giornalista, già nelle liste della P2
  • Lucio Dalla — indimenticato cantautore felsineo, associato talvolta all’omosessualità (mai dichiarata) o all’Opus Dei (smentito)
  • Margherita Hack — astrofisica televisiva, ateissima, figlia di pionieri italiani della Teosofia
  • Umberto Veronesi — oncologo «laico», già ministro, teorizzatore di un futuro bisessuale con il laboratorio come unica forma di riproduzione di individui sani
  • Danielle Mitterrand — vedova del noto presidente francese (cioè la vedova-vedova, non una delle amanti)
  • Franca Rame — attrice e moglie di Dario Fo, poi eletta al Senato nel 2006 con il partito biodegradabile Italia dei Valori (IdV) guidato da Antonio Di Pietro.
  • Edoardo Bennato — popolare cantante partenopeo
  • Franco Battiato — esoterico cantante etneo
  • Raffaele La Capria — scrittore e sceneggiatore dei film di Francesco Rosi
  • Oliviero Toscani — fotografo e pubblicitario dei Benetton, figlio del fotografo che fece gli scatti dei cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto
  • Caterina Caselli — cantante e soprattutto discografica milanese
  • Bernardo Bertolucci — regista premio Oscar, con alcuni film che ci chiediamo come possano essere passati sugli schermi per i contenuti allucinanti (e non parliamo di Ultimo Tango a Parigi, ma, ad esempio, de La luna)
  • Catherine Spaak — attrice, cantante, conduttrice televisiva e ballerina belga naturalizzata italiana
  • Claudia Koll — attrice di una pellicola di Tinto Brass, poi convertitasi al medjugorismo.
  • Iva Zanicchi — cantante detta «l’Aquila di Ligonchio», storica conduttrice della trasmissione di Rete 4 «Ok il prezzo è giusto»
  • Mario Monicelli — regista, poi finito suicida
  • Claudia Cardinale — attrice italo-tunisina, moglie di un regista senatore di Alleanza Nazionale
  • Vittorio Gassman — attore, che dichiarava la depressione e la sua cura psichiatrica apertis verbis.
  • Marco Tardelli — ex calciatore trionfatore del Mundial del 1980
  • Giorgio Celli — etologo televisivo bolognese
  • Salvatore Veca — filosofo della politica punto di riferimento filosofico della sinistra non marxista
  • Ernesto Illy — fedele valdese e imprenditore del caffè

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Ci colpiscono qui i nomi non dei para-intellettuali salariati dal sistema, non delle dive di passaggio, non degli artisti perversi, non dei ricconi parastatali, ma di figure ascritte alla destra italiana.

 

Segno che, anche quella, era già tre decadi fa catturata totalmente dalla Necrocultura: anche i «conservatori» volevano presidente degli italiani una tizia che rivendicava di averne abortiti più di 10 mila. Un’esercito di futuri cittadini spariti nel sangue a colpi di pompa della bicicletta. Loro, e i loro figli – italiani.

 

Abbiamo scritto che è giusto che la Bonino abbia funerali di Stato – perché lo Stato moderno è fondato sulla Morte.

 

Forse era giusto pure che la Bonino divenisse presidente della Repubblica. Le cose più si slatentizzano, meglio è.

 

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Immagine di CoroRP via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

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Politica

Trump: l’Irlanda sarà riunificata

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha predetto che la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, che fa parte della Gran Bretagna, finiranno per riunirsi.   La Repubblica d’Irlanda divenne indipendente dalla Gran Bretagna nel 1922, mentre sei contee del Nord-Est rimasero nel Regno Unito e formarono l’Irlanda del Nord.   Dopo l’incontro di sabato a Dublino con il primo ministro irlandese Micheál Martin, Trump ha detto ai giornalisti che gli piacerebbe «vedere l’Irlanda riunificata». «Penso che sarebbe un grande successo per tutti se ciò accadesse. Accadrà prima o poi. Tanto vale che accada ora», ha aggiunto, indicando in Martin «l’uomo giusto… per dare il via al processo».   Pur ammettendo che «il Regno Unito avrà ovviamente qualcosa da dire al riguardo», Trump ha ribadito che un’Irlanda unita «sarebbe una cosa fantastica», aggiungendo di essere «amico» con il primo ministro irlandese e definendo i rapporti tra Washington e Dublino i migliori di sempre.   Più tardi, nella residenza dell’ambasciatore statunitense, Trump ha riconosciuto che le sue parole potevano essere controverse, osservando che «è una di quelle domande per cui, a prescindere da ciò che si dice, non esiste una risposta valida».

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All’inizio dell’anno aveva già parlato di una possibile «fusione» tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, richiamando il buon rapporto tra Martin e la vice prima ministra dell’Irlanda del Nord Emma Little-Pengelly.   I predecessori di Trump alla Casa Bianca hanno sostenuto lo status quo fissato dall’Accordo di Belfast del 1998, mediato dagli Stati Uniti e noto anche come Accordo del Venerdì Santo. Quell’intesa mise in gran parte fine a circa trent’anni di violenza politica in Irlanda del Nord tra l’IRA e altri gruppi minori favorevoli alla riunificazione con l’Irlanda, i gruppi lealisti che volevano restare nel Regno Unito e le forze di sicurezza britanniche.   L’accordo prevede un percorso verso la riunificazione se la maggioranza in Irlanda del Nord lo sostenesse. In quel caso il Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord dovrebbe indire un referendum.   Sabato, in un post su X, Gavin Robinson, leader del Partito Unionista Democratico, ha criticato le ultime parole di Trump. «Il presidente Trump sa meglio di chiunque altro che le elezioni contano… L’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito perché questa è la volontà democratica consolidata del suo popolo», ha scritto. L’Irlanda del Nord «continuerà a scegliere il Regno Unito e la sicurezza che offre».   Durante la sua prima visita in Irlanda del Nord il mese scorso, anche il primo ministro britannico Andy Burnham ha definito un referendum sulla riunificazione «fuori discussione».

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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