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La vera questione in gioco nelle consacrazioni FSSPX secondo il cardinale Müller

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Il cardinale critica la Fraternità per aver adottato l’atteggiamento di coloro che credono di poter risolvere le crisi «ritirandosi nell’angolo oscuro di una Chiesa dei puri, ultimo baluardo dell’ortodossia che imporrebbe la sua completa reintegrazione nella Chiesa cattolica convertendo quest’ultima alla propria cerchia ristretta». Non è forse piuttosto il contrario? Non è forse la Chiesa dei puri del Concilio Vaticano II in realtà l’ultimo baluardo trincerato del neomodernismo che imporrebbe una pseudo-unità della Chiesa, una «piena comunione ecclesiale», convertendo tutti i cattolici alla nuova liturgia e alla nuova teologia del Concilio?

 

Il cardinale Müller, il prototipo del conservatore nella Chiesa?

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, nato a Magonza nel 1947, era un uomo molto caro a Benedetto XVI. Fu proprio Benedetto XVI, infatti, che il 2 luglio 2012 lo nominò Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e, allo stesso tempo, gli affidò la Presidenza della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Due anni dopo, il 12 gennaio 2014 – dopo le dimissioni ad interim di Papa Benedetto – Papa Francesco lo creò cardinale.

 

Fu proprio questo nuovo cardinale Müller che, nell’autunno del 2014, cinque anni dopo le prime discussioni dottrinali del 2009-2011, riprese – in qualità di presidente della Commissione Ecclesia Dei – il dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X e ricevette a Roma il vescovo Bernard Fellay, allora Superiore Generale della stessa. Il dialogo ha raggiunto un punto di non ritorno il 6 giugno 2017, quando il cardinale Müller, a nome della Santa Sede, ha inviato una lettera al vescovo Fellay chiedendo che, in caso di normalizzazione canonica della Fraternità, o di ripristino della «piena comunione», i membri della Fraternità «dichiarino esplicitamente la loro accettazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e di quelli del periodo post-conciliare, concedendo a tali affermazioni dottrinali il grado di adesione loro dovuto» e che riconoscano «non solo la validità, ma anche la legittimità del Rito della Santa Messa e dei Sacramenti, secondo i libri liturgici promulgati dopo il Concilio Vaticano II» (1).

 

Il resto è storia: incapace di accettare tali condizioni, il vescovo Fellay espresse nuovamente il suo rammarico a Roma, offrendo un’ulteriore spiegazione sulle cause profonde della crisi che affligge la Chiesa dal Concilio Vaticano II. Il 2018 vide l’elezione di padre Davide Pagliarani a capo della Compagnia di Gesù. Ma prima di ciò, appena un mese dopo l’invio della lettera al vescovo Fellay, il 1° luglio 2017, Papa Francesco rimosse il cardinale Müller dalla carica di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il suo successore, prefetto di quello che ora è diventato un dicastero, fu il gesuita Luis Ladaria Ferrer. Gerhard Müller si era già mostrato critico nei confronti degli orientamenti dottrinali e pastorali di Papa Francesco e proseguì su questa strada.

 

Il 20 dicembre 2023, il Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede ha denunciato, in una dichiarazione, la Dichiarazione Fiducia Suplicans , con la quale il Vaticano ha autorizzato la benedizione delle coppie in situazioni irregolari, delle coppie conviventi, dei divorziati risposati e persino delle coppie omosessuali. Secondo lui, questo documento dovrebbe essere considerato un «salto dottrinale» e un «rischio di blasfemia». Inoltre, durante una sessione di domande e risposte alla Conferenza «Call to Holiness 2025», tenutasi nel Michigan, il Cardinale Müller ha criticato l’attuazione del motu proprio Traditionis custodes, definendo «problematico» e «non pastorale» il fatto che alcuni vescovi stiano limitando la celebrazione del rito romano tradizionale secondo il Messale del 1962. In precedenza, il 20 maggio 2024, Gerhard Müller aveva celebrato, secondo l’antico rito del 1962, la messa pontificale del lunedì di Pentecoste al termine del pellegrinaggio di Chartres organizzato dall’Associazione Notre-Dame de Chrétienté, cosa che gli era valsa l’etichetta di «Amico dei tradizionalisti e nemico di Papa Francesco» sulla prima pagina del sito web del quotidiano Libération. (2)

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Le incoronazioni del 1° luglio: la conseguenza di una battaglia dottrinale

C’è però spesso un confine sottile tra il dire e il fare, e sarebbe stato del tutto sbagliato aspettarsi che il cardinale Müller prendesse posizione, insieme al vescovo Schneider e al vescovo Strickland, per giustificare e difendere le consacrazioni del 1° luglio 2026. Purtroppo, è accaduto esattamente il contrario (3). In un’intervista pubblicata sul sito web tedesco della rivista internazionale Communio, e realizzata il 19 marzo, il cardinale risponde a lungo alle domande di Jan-Heiner Tück in modo tutt’altro che favorevole alla decisione presa da don Davide Pagliarani, denunciando invece «un atteggiamento scismatico» e un «falso appello allo stato di necessità».

 

Al di là dei rimproveri e delle accuse di «scisma», questa dichiarazione del cardinale Müller ha il grande merito di porre il problema che contrappone Roma alla Compagnia di San Pio X sul suo vero piano. Ben lontano dalle dichiarazioni impoverite di un cardinale Sarah (4) o di un monsignor Eleganti (5) , questo tipo di discorso ha il grande vantaggio della chiarezza.

 

Il cardinale indica fin da subito con precisione dove risiede il punto di contesa: «Il vero problema non sta nella liturgia, cioè nelle forme rituali classica (post-tridentina) e rinnovata (post-conciliare), ma nella dottrina della fede, che essi [i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X] considerano compromessa dalla liturgia rinnovata. Alcune formulazioni del Concilio Vaticano II si prestano a interpretazioni dubbie, come l’idea che i musulmani, come i cristiani e gli ebrei nella tradizione abramitica, riconoscano il Creatore e adorino l’unico Dio con noi». Il cardinale indica poi i punti dell’insegnamento del Concilio Vaticano II in cui la Fraternità denuncia una contraddizione che rende tale insegnamento incompatibile con i costanti insegnamenti del Magistero della Chiesa: la dottrina sul valore delle religioni non cristiane in Nostra aetate ; la dottrina dell’ecumenismo in Unitatis redintegratio ; la dottrina della libertà religiosa in Dignitatis humanae .

 

Il Cardinale lo aveva ben compreso: la Fraternità Sacerdotale San Pio X vede in questi punti fallaci, fonte avvelenata del relativismo dottrinale e morale all’interno della Chiesa, la ragione profonda dello stato di necessità della Chiesa stessa. La decisione di procedere con le consacrazioni episcopali è semplicemente il mezzo adottato per porre rimedio a questo relativismo, garantendo la continuità di una predicazione autenticamente cattolica, libera da tali errori. «Ecco perché», concluse il Cardinale, «ho insistito, durante i colloqui con la Fraternità, sul fatto che le loro critiche ad alcune dichiarazioni del Concilio Vaticano II sarebbero giustificate solo se il Concilio avesse effettivamente insegnato ciò che gli veniva attribuito». Tuttavia, secondo lui, gli insegnamenti del Vaticano II non sono la fonte avvelenata del relativismo, perché non contengono gli errori che la Fraternità ritiene di riscontrarvi. «Piuttosto», disse, «coloro che attribuiscono gravi errori di fede al legittimo Concilio Vaticano II si sbagliano, contrariamente alla comprovata ermeneutica cattolica».

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La questione della dottrina, alla base dello stato di necessità

Ma è chiaro che è il cardinale a sbagliarsi quando tenta di scagionare i testi del Concilio dalle accuse mosse dalla Fraternità . «L’idea», afferma, «che i musulmani, come i cristiani e gli ebrei nella tradizione abramitica, riconoscano il Creatore e adorino l’unico Dio con noi» dovrebbe essere intesa nel testo della Nostra Aetate in conformità con «l’insegnamento cattolico classico secondo il quale la ragione umana è, in linea di principio, capace di riconoscere l’esistenza e l’unità di Dio, mentre i misteri della Trinità e dell’Incarnazione si rivelano solo attraverso la fede soprannaturale». È indubbiamente vero che la ragione naturale rimane capace, in ogni persona e indipendentemente dalla sua religione, di giungere alla conoscenza di un Dio Creatore.

 

Tuttavia, va notato che il testo della dichiarazione Nostra aetate va oltre, poiché, secondo esso, non è solo la ragione umana, ma anche le stesse «regole e dottrine» di queste false religioni che, «pur differendo per molti aspetti da ciò che [la Chiesa] stessa sostiene e propone, nondimeno spesso riflettono un raggio di verità che illumina tutti gli uomini» (§ 2). C’è una differenza tra dire che il raggio di verità che illumina tutti gli uomini è la luce della ragione naturale, presente in ogni persona, e dire che questo stesso raggio trova il suo riflesso nelle regole e dottrine delle false religioni. Nostra aetate non parla di ragione naturale, ma di regole e dottrine religiose. Il § 3 parla specificamente della «fede islamica». La sezione 4 genera confusione a livello del popolo ebraico, senza fare distinzione tra il popolo eletto dell’Antico Testamento e il popolo decaduto da questa elezione e infedele a Dio nel Nuovo Testamento; confusione che emerge quando si afferma che “«gli ebrei restano ancora, per via dei loro padri, molto cari a Dio, i cui doni e la cui chiamata sono irrevocabili» e quando il testo evoca la «grande eredità spirituale, comune a cristiani ed ebrei», mentre gli ebrei contemporanei continuano a rifiutarsi di riconoscere Gesù di Nazareth come il Messia annunciato nelle Scritture e come il Figlio stesso di Dio.

 

«Riguardo all’ecumenismo con i cristiani non cattolici, le comunità cristiane e le Chiese ortodosse», afferma il cardinale, «il Concilio non ha in alcun modo messo in discussione la necessità della Chiesa cattolica per la salvezza o la sua piena identità con la Chiesa degli Apostoli». Indubbiamente, e non è questo che la Fraternità critica nel decreto Unitatis redintegratio for . Ciò che critica è che ha oscurato, fino al punto di negare, l’idea che la Chiesa cattolica sia necessaria come unico mezzo di salvezza, escludendo tutte le comunità cristiane non cattoliche. Ciò che la Fraternità  critica anche in questo decreto, così come nella costituzione Lumen gentium e nei successivi documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, è l’affermazione che, se la Chiesa cattolica è pienamente identica alla Chiesa degli Apostoli, le comunità cristiane non cattoliche le sono parzialmente identiche nella misura in cui vi sono «elementi di santificazione e di verità» (Lumen gentium n. 8) e nella misura in cui questa Chiesa di Cristo è ancora «presente e attiva» in quei luoghi (Dichiarazione Dominus Jesus del 6 agosto 2000, n. 17).

 

«E per quanto riguarda la libertà religiosa», ha continuato il cardinale, «la dichiarazione Dignitatis humanae insegna niente meno che il «diritto di ogni essere umano – naturalmente radicato nello spirito e nella libertà della persona – di difendersi dalle interferenze dello Stato nella propria coscienza», vale a dire, «il diritto di ogni persona di scegliere e praticare la propria religione libera da ogni costrizione esterna o manipolazione interna, secondo la propria coscienza». Il cardinale Müller qui non coglie alcune distinzioni fondamentali. Una cosa è usare la coercizione nel foro pubblico per indurre le persone a professare la vera religione, tutt’altra cosa è usare la coercizione nel foro pubblico per impedire alle persone di professare una falsa religione. La dottrina sociale della Chiesa richiede che lo Stato eserciti la sua autorità a favore della vera religione, usando la coercizione nel foro pubblico per prevenire o dissuadere la professione dell’errore. La Chiesa ha condannato solo l’uso della coercizione per imporre la vera religione.

 

Ciò che la Fraternità  contesta al paragrafo 2 della Dignitatis humanae non è che affermi che «ogni essere umano ha il diritto di difendersi dalle interferenze dello Stato nella propria coscienza», né che affermi che «una persona ha il diritto di scegliere la propria religione, libera da ogni costrizione esterna o manipolazione interna». La Chiesa ha sempre insegnato questo, nel senso che ha sempre affermato che nessuna autorità può esercitare coercizione per indurre le persone ad abbracciare e professare la vera religione. Ma la Chiesa ha anche insegnato (questo è il significato della dottrina esposta da Pio IX nella Quanta cura) che le autorità hanno il dovere di impedire, nel foro pubblico, la pratica di una falsa religione. È quindi necessario distinguere qui tra «il diritto di scegliere» e «il diritto di praticare» la propria religione, liberi da ogni costrizione esterna. Secondo la dottrina della Chiesa, la scelta dovrebbe essere libera da ogni costrizione, ma la pratica, se si tratta di una falsa religione, non dovrebbe essere libera, bensì dovrebbe essere impedita da qualche costrizione, ed è sulla negazione di questo secondo punto che la Dignitatis humanae pone un vero problema.

 

Come dimostreremo ora, queste difficoltà poste dai testi del Concilio sono talmente gravi da creare un vero e proprio stato di necessità nella Chiesa, perché mettono a repentaglio la salvezza delle anime.

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Dov’è lo scisma?

Contrariamente a quanto affermato dal Cardinale Müller, le argomentazioni presentate dalla Fraternità  non sono «argomentazioni fallaci volte a evitare di sottomettersi pienamente all’autorità del Papa». Esiste infatti una contraddizione, una rottura, se vogliamo, tra gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sui punti sollevati e la costante Tradizione del Magistero della Chiesa. A questa evidenza, imposta dal principio di non contraddizione, qual è la risposta del Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede? «Ammettere ciò non solo sarebbe fondamentalmente errato, ma costituirebbe anche l’autodistruzione ermeneutica della Chiesa, colonna e fondamento della verità (1Tim 3,15)».

 

Dobbiamo dunque ammettere che la Tradizione della Chiesa si riduce al solo Concilio Vaticano II e che la Chiesa stessa si riduce ai Papi post-conciliari? Dobbiamo ammettere che la Chiesa, pilastro e fondamento della verità, pratica una corretta ermeneutica predicando a volte sì e a volte no? Il Cardinale critica la Fraternità  per aver adottato l’atteggiamento di coloro che credono di poter porre rimedio alle crisi «ritirandosi nell’angolo oscuro di una Chiesa dei puri, ultimo baluardo dell’ortodossia che vorrebbe imporne la completa reintegrazione nella Chiesa cattolica convertendo quest’ultima alla propria cerchia ristretta». Non dovrebbe essere piuttosto il contrario? Non è forse la Chiesa dei puri del Vaticano II in realtà l’ultimo baluardo trincerato del neomodernismo che vorrebbe imporre una pseudo-unità della Chiesa, una «piena comunione ecclesiale» convertendo tutti i cattolici alla nuova liturgia e alla nuova teologia del Concilio?

 

Potremmo dunque scagliarci a vicenda, all’infinito, l’accusa di autocefalia, o di scisma. Ma il criterio della vera comunione, quello dell’unità e dell’apostolicità della Chiesa, non è quello della maggioranza: il gruppo più piccolo non è necessariamente la roccaforte scismatica. Questo criterio ci è stato dato da San Vincenzo di Lérins: è il criterio della costanza e dell’universalità della professione di fede nel tempo. E questo criterio positivo è a sua volta accompagnato da uno negativo: ciò che attualmente contraddice l’esplicita professione di fede della Chiesa non può rappresentare il principio di unità e apostolicità. Ora, su tutti i punti sollevati, i documenti del Concilio citati dal Cardinale rappresentano ed esprimono questa contraddizione. Non è dunque la Fraternità che si allontana dall’unità della Chiesa rifiutando di ammettere questi punti dottrinali, bensì tutti coloro che vogliono imporli contro la costante Tradizione del Magistero cattolico.

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Quale dialogo?

Inoltre, il cardinale Müller presenta tutti questi punti dottrinali, chiaramente in contrasto con gli insegnamenti del Magistero della Chiesa, come aventi forza assolutamente vincolante, seppur in misura variabile (6). Pertanto, non si possono usare le parole di Giovanni XXIII, che presentò il presunto «Magistero» del Concilio come «un Magistero di tipo pastorale», per sminuire o addirittura negare la forza vincolante degli insegnamenti del Vaticano II. «L’idea di un cosiddetto concilio pastorale», afferma, «è più una questione di sensazionalismo mediatico e non ha alcun significato dogmatico. Un concilio ecumenico è la massima autorità nella Chiesa cattolica in materia di fede e disciplina». […] «Esiste, naturalmente», chiarisce, «una gerarchia di verità, che va dalla fede nella Trinità e nell’Incarnazione – necessaria per la salvezza – alla legittimità della venerazione delle immagini, che, pur non essendo necessaria per la salvezza, favorisce la pietà». Ciò che la Chiesa propone di credere deve essere determinato, nella sua autorità graduale, dal contesto dottrinale e dall’intenzione dei vescovi e del papa.

 

Resta però vero che il contesto impone sempre un certo grado di autorità. «Sebbene Nostra Aetate », aggiunge il cardinale a titolo di esempio, «sia, dal punto di vista letterario, una semplice dichiarazione, le sue affermazioni sono vincolanti come dogmi, ad esempio, quando afferma che tutti gli uomini formano un’unica comunità e hanno la loro origine e il loro fine in Dio (NA 1). Che cristiani ed ebrei adorino lo stesso Dio è un dogma vincolante della fede». E conclude in modo molto categorico: «Il Concilio deve essere accolto nella sua interezza da ogni cattolico, ciascuno secondo l’intenzione delle affermazioni: spiegazione dottrinale, insegnamento morale o indicazione di misure oggi necessarie, come il dialogo interreligioso o il confronto con la modernità».

 

Lo stato di necessità appare tanto più evidente. Da un lato, perché questi gravi errori, che rappresentano il principale ostacolo alla salvezza delle anime, sono innegabilmente presentati come oggetto di un insegnamento il cui valore è vincolante. Dall’altro lato, e soprattutto, perché non si può parlare di correggere nulla: lo scrisse il cardinale Müller nella sua lettera del 6 giugno 2017 al vescovo Fellay, in cui esigeva dalla Compagnia di Gesù l’adesione incondizionata ai testi del Concilio e del periodo post-conciliare.

 

Si chiarisce anche il significato del «dialogo teologico» recentemente proposto a padre Davide Pagliarani dal cardinale Fernandez durante il loro incontro del 12 febbraio. Questo dialogo aveva lo scopo di stabilire «i diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la loro interpretazione». Il cardinale Fernandez ha chiarito che, pur essendo possibile un dialogo sul Concilio, i suoi testi non possono essere corretti. Ciò si allinea perfettamente con le osservazioni del cardinale Müller. L’intenzione della Santa Sede è di proseguire con noi questo stesso dialogo, già intrapreso tra il 2009 e il 2011 su richiesta di Papa Benedetto XVI. Tale dialogo mirava a far sì che la Fraternità  accogliesse la ben nota ermeneutica del «rinnovamento nella continuità», secondo la quale la rottura dei testi conciliari con la Tradizione della Chiesa è solo apparente, mentre la continuità è reale.

 

Un dialogo inutile e futile. Il suo unico scopo, se mai ce ne fosse uno, sarebbe quello di confermare l’urgenza dello stato di necessità e di giustificare l’iniziativa delle incoronazioni del 1° luglio 2026.

 

Padre Jean-Michel Gleize

 

NOTE

 

1) https://fsspx.news/fr/news/lettre-du-cardinal-muller-mgr-fellay-du-6-juin-2017-57307

2) https://www.liberation.fr/societe/le-cardinal-muller-ami-des-tradis-et-ennemi-du-pape-francois-20240520_UF3PDEDLU5HQ5DXZD2ZLM4LCIU/

3) https://www.herder.de/communio/theologie/kardinal-mueller-ueber-den-konflikt-mit-der-piusbruderschaft-die-rede-von-einer-abgestuften-zustimmung-zum-konzil-ist-problematisch-/

4) https://fsspx.news/fr/news/deja-trop-tard-57584 ; https://fsspx.news/fr/news/reponse-au-cardinal-sarah-57576

5) Si veda l’articolo «Monsignor Schneider e Monsignor Eleganti» in questo numero del Courrier de Rome.

6) Non si tratta di una novità e corrisponde a quanto già affermato dal vescovo Pozzo negli anni 2010. Si veda l’articolo “Niente di veramente nuovo” nel numero di aprile 2016 del Courrier de Rome.

(Fonte: Courrier de Rome n. 695, marzo 2026 – FSSPX News)

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Jolanta Dyr via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported 

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«La Fraternità non vi abbandonerà mai»: lettera del Superiore Generale a tutti i fedeli FSSPX

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Menzingen, 19 luglio 2026   Carissimi fedeli,   A pochi giorni dalla cerimonia del 1° luglio, desidero rivolgervi queste poche parole.   Anzitutto desidero ringraziarvi. Da diversi anni pregavo la Santissima Vergine affinché preparasse i cuori a questo evento storico. Confesso di essere stato profondamente commosso nel vedere come tutti voi abbiate accompagnato le consacrazioni episcopali con la preghiera e con gratitudine verso la Divina Provvidenza.   Il 1° luglio numerosi fedeli provenienti da tutto il mondo erano presenti a Écône e rappresentavano tutti voi. È stata una gioia immensa vederli così numerosi e così fervorosi. Come certamente sapete, durante la cerimonia è scoppiato un temporale: «Al fulgore della sua presenza si dispersero le nubi… Il Signore tuonò dal cielo e l’Altissimo fece udire la sua voce» (Sal 17 [18], 13-14).   In quel momento la mia gioia si è raddoppiata. Da una parte ero il testimone privilegiato di una liturgia di eccezionale bellezza; dall’altra avevo davanti agli occhi un’altra bellezza, altrettanto commovente: quella di una folla immensa di fedeli rimasti al proprio posto durante tutta la tempesta, intenti a pregare la Madonna per i nuovi Vescovi, per la Chiesa e per il papa. Tra loro vi erano anziane signore in ginocchio e giovani mamme che stringevano tra le braccia i loro neonati. Era l’immagine più bella che si potesse offrire della Fraternità: fedeli animati da una fede incrollabile, che nulla poteva turbare; anime per le quali il Santo Sacrificio della Messa è veramente il centro della vita.   Non potete immaginare la consolazione che ho provato in quell’istante. Questa scena si è impressa profondamente nella mia memoria e non potrò mai dimenticarla.   Fino all’ultimo giorno ho sperato in un gesto di benevolenza, o almeno di semplice comprensione, da parte della Santa Sede. Ma le consacrazioni sono state condannate e la severità delle sanzioni adottate non ha precedenti. Esse colpiscono anzitutto i Vescovi, ma anche i membri della Fraternità. Perfino i fedeli sono coinvolti. Questa condanna, profondamente ingiusta, rappresenta un’umiliazione immensa per persone che non hanno altro scopo se non quello di difendere la vera fede e di lavorare alla salvezza delle anime.   Tuttavia desidero che sappiate che questa profonda umiliazione, che colpisce anzitutto i membri della Fraternità, ha un significato agli occhi di Dio che non deve sfuggirvi. In ultima analisi, queste consacrazioni sono state compiute per ciascuno di voi, cari fedeli. Le vostre anime sono il vero tesoro affidato alla Fraternità, ciò che essa custodisce più gelosamente.   Una sola anima possiede un valore infinito. Se, per assicurarle l’insegnamento della vera fede e l’amministrazione dei veri sacramenti, occorre pagare il prezzo di una tale umiliazione, allora ne vale la pena, perché un’anima non ha prezzo. La festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore, prezzo della nostra salvezza, ce lo ricordava con forza proprio il 1° luglio.   Le sanzioni intendono colpire con durezza anche voi. Questo fatto è certamente doloroso, ma non siate troppo sorpresi. In definitiva, è la Tradizione stessa, che noi amiamo al di sopra di ogni cosa, ad essere scomunicata in tutti coloro che la incarnano. È evidente che, davanti a Dio, una tale condanna non può essere valida, poiché condannerebbe ciò che rappresenta il cuore pulsante della vita della Chiesa.   Ma allora, in mezzo a questa nuova tempesta, una domanda si pone: che cosa Nostro Signore si aspetta ora da voi? È nell’anima di ciascuno di voi che la fede deve rimanere integra e viva. Se la Provvidenza permette una crisi tale per cui l’insegnamento della fede viene misteriosamente oscurato, questa stessa fede deve continuare a vivere nelle anime, nonostante tutti i venti contrari che cercano di spegnerla.   Se lo splendore esteriore della professione ufficiale della fede viene meno, la piccola candela che ciascuno di voi ha ricevuto nel giorno del proprio Battesimo deve rimanere accesa nel suo cuore e nella sua mente fino all’ultimo giorno. In definitiva, è questa l’unica cosa che conta. Questa piccola fiamma è il primo dono ricevuto all’inizio della nostra vita cristiana, ed è anche l’unico che conserveremo fino alla fine.   Vi affido tutti alla Santissima Vergine Maria, alla quale la Fraternità Sacerdotale San Pio X è consacrata in modo del tutto particolare. Ella vi protegga sempre in mezzo a tutte le tempeste e a tutte le difficoltà, e mantenga viva quella piccola fiamma accesa nelle vostre anime quando si scatenano tutti i venti contrari. Tutte le grazie ci vengono dalle sue mani.   È Lei che dobbiamo ringraziare per la grazia delle consacrazioni episcopali, ed è Lei che dobbiamo pregare affinché i nuovi Vescovi siano strumenti sempre più docili alle sue ispirazioni e perseverino fino alla fine in questa fedeltà.   La Fraternità non vi abbandonerà mai. Mai le vostre anime perderanno il loro valore e il loro prezzo agli occhi dei suoi sacerdoti.   Dio vi benedica!   Don Davide Pagliarani   Lettera apparsa su FSSPX.News  

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Cardinale Burke: la sinodalità «deve essere fermata» e riesaminata a fondo

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In un’ampia intervista rilasciata dopo il secondo concistoro straordinario dei cardinali indetto da papa Leone XIV il 26 e 27 giugno, il cardinale Raymond Burke ha espresso una forte critica all’enfasi che il Vaticano continua a porre sulla sinodalità, chiedendo che venga interrotta e sottoposta a uno studio rigoroso. Lo riporta LifeSite.

 

«Dobbiamo insistere affinché tutta questa storia della sinodalità si fermi», ha dichiarato il cardinale. «E che venga condotto uno studio molto serio sull’intera questione, perché stiamo parlando della vita stessa della Chiesa e della salvezza delle anime».

 

In un’intervista rilasciata al College of Cardinals Report il 28 giugno, ma pubblicata mercoledì, Burke ha esordito esprimendo apprezzamento per l’incontro convocato dal nuovo pontefice. «Tutti i cardinali sono certamente grati al papa per averci riuniti di nuovo, cosa che non accadeva da tanti anni, durante il pontificato di papa Francesco», ha affermato. «I cardinali stanno parlando di più tra di loro. Ci stiamo conoscendo meglio e questo è un frutto molto importante».

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Tuttavia, si è subito concentrato sulle preoccupazioni fondamentali relative alla struttura del concistoro. Ai partecipanti è stato comunicato che la riunione «deve ora conformarsi alla sinodalità». Ciò significava abbandonare il tradizionale dibattito aperto tra cardinali a favore di piccoli tavoli che seguivano domande predefinite. «Ognuno commenta e, a mio avviso, non si arriva al cuore delle questioni in modo approfondito».

 

I resoconti riflettevano solo i punti di consenso, ha spiegato Burke. «I resoconti riportano solo… ciò su cui ogni cardinale era d’accordo. Quindi, un cardinale solleva una questione su cui magari gli altri non erano d’accordo, ma che potrebbe essere molto vera e importante da far sapere al Papa. Questo non gli viene riferito».

 

Nessuna definizione di «sinodalità» e «nessuna traccia storica di essa nella Chiesa».

 

La sessione finale è tornata al formato classico con interventi liberi alla presenza del papa. «Per me, quella è stata la sessione più produttiva del concistoro», ha osservato Burke. Ha descritto il processo complessivo come «molto controllato», con presidenti e segretari di ciascun piccolo gruppo apparentemente preselezionati piuttosto che scelti dai gruppi stessi.

 

Al centro dell’obiezione di Burke c’è la mancanza di fondamento teologico per la sinodalità. «Non esiste una definizione di sinodalità. Non c’è una sua storia nella Chiesa», ha affermato con enfasi.

 

Un cardinale ha sottolineato la focalizzazione contemporanea sulla dimensione «sincrona» in contrapposizione alla dimensione storica «diacronica» che manca. Burke ha messo in guardia dal pericolo: «Una cosa è che la Chiesa si rivolga al mondo, un’altra è che si conformi al mondo, a un modo di pensare mondano. E c’è tutto questo discorso sul “cambiamento di paradigma”. Continuano a invocarlo, dicendo che c’è stato un cambio di paradigma. Beh, la Chiesa non ha cambi di paradigma. La Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica».

 

Nel suo intervento, il porporato americano ha preso di mira il rapporto del Gruppo di studio sinodale 9 su dottrina e morale, in particolare il suo trattamento della «condizione omosessuale». Ha sostenuto che esso «mette in discussione ciò che la Chiesa ha sempre insegnato in materia di moralità sessuale».

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Il rapporto, ha affermato, includeva testimonianze che accusavano falsamente l’apostolato Courage — che lui sostiene dagli anni Ottanta— di mancanze che Burke ha definito «semplicemente infondate».

 

«Come ha potuto la Chiesa, in un rapporto diffuso in tutta la Chiesa, non verificare se ciò che quel testimone… aveva detto su Courage fosse vero, e invece non l’ha fatto?», ha ammonito.

 

Burke ha invece sottolineato la verità oggettiva, affermando che «la verità riguarda la natura delle cose e i loro fini propri, e non le inclinazioni che ho, i desideri o i progetti che ho», che sono «molto soggettivi» e possono quindi essere influenzati dal peccato originale.

 

In tali condizioni si è tentati di «riconformare l’insegnamento della Chiesa» ai propri desideri o inclinazioni, ha ammonito il cardinale. Eppure tutti noi «troviamo la nostra felicità» nella comprensione «della verità su noi stessi, sul mondo e sulla nostra giusta finalità».

 

Il cardinale Burke ha espresso allarme per il fatto che il rapporto abbia già incoraggiato «persino vescovi e arcivescovi» a promuovere «l’agenda LGBTQ+, affermando: “guardate, la Chiesa sta cambiando il suo insegnamento”».

 

Burke ha definito «iniqui» i piani di diffondere i suggerimenti dei gruppi di studio alle diocesi. «Questo non dovrebbe accadere». Il processo, ha insistito, «deve essere fermato e deve essere completamente studiato e riorientato in modo che» rimanga «completamente fedele a ciò che la Chiesa insegna e alla santità della vita della Chiesa».

 

Le questioni interne alla Chiesa hanno ricevuto scarsa attenzione nel contesto delle discussioni sulle «ferite del mondo». Burke ha sottolineato come le imminenti consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X rappresentino un atto scismatico incombente, con conseguente scomunica automatica, evidenziando la necessità di provvedimenti pastorali simili a quelli di San Giovanni Paolo II nel 1988.

 

Il porporato del Missouri inoltre denunciato Traditionis Custodes come «una vera e propria persecuzione della Messa tradizionale in latino», confermando che «non ci possono essere dubbi nella mente di nessuno, e papa Benedetto XVI lo ha chiarito in modo inequivocabile: (il vetus ordo) è un bene eterno nella Chiesa, una forma del rito romano che è stata celebrata per più di 15 secoli. Ed è semplicemente così bello e i fedeli si nutrono spiritualmente grazie a questa forma del rito latino. Questo dovrebbe essere permesso liberamente».

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Inoltre, si adoperò per la creazione di un dicastero dedicato al sostegno di queste comunità di fedeli, note per le loro famiglie numerose e per l’impegno nella trasmissione della fede.

 

Il cardinale Burke ha osservato che argomenti come la situazione dei vescovi tedeschi, la crisi della Fraternità Sacerdotale San Pio X e la Messa tradizionale in latino sono stati in gran parte messi da parte, e che la «lobby omosessuale nella Chiesa» non è stata affatto discussa, ricordando al pubblico che un concistoro ha lo scopo di fornire consigli sinceri al papa, a differenza di un sinodo.

 

Nonostante queste preoccupazioni, il cardinale Burke ha espresso fiducia nella protezione divina: «Sono fiducioso che Nostro Signore proteggerà la Chiesa, ma noi dobbiamo fare la nostra parte per dire: “No, questo concetto di sinodalità… è fondamentalmente errato”».

 

Il cardinale ha esortato a seguire un cammino di saggezza e coraggio, concludendo: «nostro Signore è sempre il capo della sua Chiesa. E noi restiamo con lui e non ci allontaniamo da lui perché siamo infelici di come vanno le cose nella Chiesa», comprendendo «che lui sistemerà tutto».

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Immagine di Abraxham03 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

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Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»

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L’investitore miliardario Peter Thiel, che ha recentemente tenuto una serie di conferenze sull’anticristo a Roma, a due passi dal Vaticano, ha spiegato che il motivo principale per cui ha parlato pubblicamente dell’anticristo è «perché nessun altro ne parla», aggiungendo che, per gran parte della storia cristiana, sarebbe sembrato un chiaro segno del suo imminente arrivo (2Pietro 3, 3-4).   In un lungo saggio intitolato «Il papa e l’anticristo», pubblicato sulla prestigiosa testata cattolica statunitense First Things, Thiel afferma che papa Benedetto XVI credeva di vivere negli ultimi tempi.   Thiel ha introdotto il suo articolo per First Things, scritto in collaborazione con il Sam Wolfe, affermando: «Non spetta a me dire alla Chiesa che ora è», aggiungendo: «Benedetto lo ha già fatto».

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La fascinazione del magnate già socio di Elone Musk per le opinioni di papa Benedetto sull’anticristo e sulla fine dei tempi è sorprendente, considerando che è nato in una famiglia protestante (i genitori sono tedeschi immigrati in America, e sono religiosi, a quanto è dato di sapere) che ha accumulato un’enorme ricchezza – ha co-fondato PayPal, è stato uno dei primi investitori di Facebook e ora è a capo di Palantir – e che è anche omosessuale «sposato» con un uomo e con figli ottenuti via utero in affitto.   Pur non essendo cattolico, Thiel si è chiaramente immerso negli insegnamenti e nella storia della Chiesa cattolica ben oltre la media dei fedeli cattolici, nota LifeSite. È noto ai lettori di Renovatio 21, tuttavia, che egli sia stato discepolo diretto all’Università di Stanford del filosofo cattolico Réné Girard, di cui ha assimilato certamente la teoria del sacrificio così come quella della teoria mimetica, che sembra aver guidato la sua fortunatissima carriera di investitore in grado di discernere tra un investimento rilevante e uno fatto perché è desiderato anche da altri.   Nell’articolo su First Things Thiel ha espresso rammarico per il fatto che Benedetto XVI sia rimasto in silenzio sull’anticristo durante tutto il suo pontificato e abbia aspettato fino alle sue dimissioni per esprimere il suo parere. Come riportato da Renovatio 21, ciò non è del tutto vero.   Thiel ha osservato che solo quando il papa emerito è diventato anziano ha «iniziato a parlare con la chiarezza che fino ad allora aveva negato a tutti tranne che ai suoi lettori più intimi». In un’intervista del 2018 ha affermato che «la società moderna sta formulando un credo anticristiano e opporsi ad esso viene punito con la scomunica sociale. È naturale temere questo potere spirituale dell’anticristo e ha davvero bisogno dell’aiuto delle preghiere di un’intera diocesi e della Chiesa mondiale per resistergli».   Tre anni prima, inaspettatamente, il politico slovacco Vladimír Palko aveva ricevuto una lettera da Benedetto XVI che elogiava il suo libro Die Löwen Kommen («Arrivano i leoni»). La lettera includeva queste parole: «Vediamo come il potere dell’anticristo si stia espandendo e non possiamo che pregare che il Signore ci dia pastori forti che difendano la sua Chiesa in quest’ora di bisogno dal potere del male».   «Il cristiano sa che nulla dura per sempre, perché questo mondo ha un inizio e una fine. L’apocalisse, la rivelazione di tutti i segreti e la fine di tutte le interpretazioni, prima o poi arriverà», ha osservato Thiel a conclusione del suo avvincente saggio. «C’è un tempo e un luogo per l’esoterismo, il cui contrario è la rivelazione. Ma non in questioni che riguardano il destino del mondo e delle nostre anime. Perché quando il tempo stringe e l’ora è tarda, chi può sperare nella salvezza nella reticenza filosofica?»   Come riportato da Renovatio 21, a giugno il Festival di Vienna aveva revocato la prevista partecipazione di Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti. Thiel avrebbe dovuto parlare di anticristo, tema che lo ossessione pubblicamente al punto da essere canzonato lungo un’intera stagione del popolarissimo cartone satirico americano South Park.  

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Due settimane fa il Thiel ha alzato il tiro sul papato dichiarando, ad un incontro elitario ad Aspen che papa Leone XIV «lavora per i comunisti cinesi».   Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.   Le tensioni tra il miliardario del settore tecnologico e il Vaticano non sono una novità. A marzo, il Thiel ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, a pochi isolati dalla Santa Sede, su invito. Le conferenze avrebbero innervosito il Vaticano e spinto due università cattoliche a dichiarare pubblicamente di non essere coinvolte nell’organizzazione degli eventi.   Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, è stato uno dei primi sostenitori del presidente Donald Trump nella Silicon Valley, contribuendo al lancio della carriera del vicepresidente JD Vance: Vance, convertito al cattolicesimo, lavorava presso Mithril Capital, una società di investimenti cofondata da Thiel, prima che quest’ultimo appoggiasse il suo ingresso in politica.   In realtà, a differenza di quanto creduto da Thiel, Ratzinger aveva esposto anche prima del suo ritiro idee precise, e complesse, sull’anticristo e sui tempi ultimi – e sul ruolo che avranno le macchine.   Come riportato da Renovatio 21, il 15 marzo 2000 il cardinale Joseph Ratzinger parlò a Palermo in un incontro con sacerdoti e seminaristi.

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«Nel loro orrore, [i campi di concentramento] hanno cancellato, cancellato volti e storia, nomi, cancellato persone. Hanno trasformato l’uomo in un numero, l’uomo non è che un numero, è un pezzo di un macchinario, l’uomo non è che un pezzo di un macchinario, di un ingranaggio, non è più che una funzione» aveva detto il futuro papa Benedetto.  
«Ai nostri giorni non dovremmo dimenticare che queste mostruosità della storia hanno prefigurato il destino di un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina»  
«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento. Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri» aveva continuato colui che un lustro dopo sarebbe salito al Soglio di Pietro.
  «La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona eterna, una persona amata». Ecco che, parlando della Bestia e di numeri Benedetto sembra avvicinarsi al pensiero di Thiel su anticristo e AI.   Mentre molti nel mondo cattolico esprimono fastidio per le riflessioni di Thiel, si tratta, come evidenti, di questioni che ora vanno poste senza esitazione. Perché l’apocalisse potrebbe essere davvero alle porte, e non possiamo confidare nella capacità di guida e di lotta di un Vaticano occupato da modernisti invertiti.  

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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