Spirito
La vera questione in gioco nelle consacrazioni FSSPX secondo il cardinale Müller
Il cardinale critica la Fraternità per aver adottato l’atteggiamento di coloro che credono di poter risolvere le crisi «ritirandosi nell’angolo oscuro di una Chiesa dei puri, ultimo baluardo dell’ortodossia che imporrebbe la sua completa reintegrazione nella Chiesa cattolica convertendo quest’ultima alla propria cerchia ristretta». Non è forse piuttosto il contrario? Non è forse la Chiesa dei puri del Concilio Vaticano II in realtà l’ultimo baluardo trincerato del neomodernismo che imporrebbe una pseudo-unità della Chiesa, una «piena comunione ecclesiale», convertendo tutti i cattolici alla nuova liturgia e alla nuova teologia del Concilio?
Il cardinale Müller, il prototipo del conservatore nella Chiesa?
Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, nato a Magonza nel 1947, era un uomo molto caro a Benedetto XVI. Fu proprio Benedetto XVI, infatti, che il 2 luglio 2012 lo nominò Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e, allo stesso tempo, gli affidò la Presidenza della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Due anni dopo, il 12 gennaio 2014 – dopo le dimissioni ad interim di Papa Benedetto – Papa Francesco lo creò cardinale.
Fu proprio questo nuovo cardinale Müller che, nell’autunno del 2014, cinque anni dopo le prime discussioni dottrinali del 2009-2011, riprese – in qualità di presidente della Commissione Ecclesia Dei – il dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X e ricevette a Roma il vescovo Bernard Fellay, allora Superiore Generale della stessa. Il dialogo ha raggiunto un punto di non ritorno il 6 giugno 2017, quando il cardinale Müller, a nome della Santa Sede, ha inviato una lettera al vescovo Fellay chiedendo che, in caso di normalizzazione canonica della Fraternità, o di ripristino della «piena comunione», i membri della Fraternità «dichiarino esplicitamente la loro accettazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e di quelli del periodo post-conciliare, concedendo a tali affermazioni dottrinali il grado di adesione loro dovuto» e che riconoscano «non solo la validità, ma anche la legittimità del Rito della Santa Messa e dei Sacramenti, secondo i libri liturgici promulgati dopo il Concilio Vaticano II» (1).
Il resto è storia: incapace di accettare tali condizioni, il vescovo Fellay espresse nuovamente il suo rammarico a Roma, offrendo un’ulteriore spiegazione sulle cause profonde della crisi che affligge la Chiesa dal Concilio Vaticano II. Il 2018 vide l’elezione di padre Davide Pagliarani a capo della Compagnia di Gesù. Ma prima di ciò, appena un mese dopo l’invio della lettera al vescovo Fellay, il 1° luglio 2017, Papa Francesco rimosse il cardinale Müller dalla carica di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il suo successore, prefetto di quello che ora è diventato un dicastero, fu il gesuita Luis Ladaria Ferrer. Gerhard Müller si era già mostrato critico nei confronti degli orientamenti dottrinali e pastorali di Papa Francesco e proseguì su questa strada.
Il 20 dicembre 2023, il Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede ha denunciato, in una dichiarazione, la Dichiarazione Fiducia Suplicans , con la quale il Vaticano ha autorizzato la benedizione delle coppie in situazioni irregolari, delle coppie conviventi, dei divorziati risposati e persino delle coppie omosessuali. Secondo lui, questo documento dovrebbe essere considerato un «salto dottrinale» e un «rischio di blasfemia». Inoltre, durante una sessione di domande e risposte alla Conferenza «Call to Holiness 2025», tenutasi nel Michigan, il Cardinale Müller ha criticato l’attuazione del motu proprio Traditionis custodes, definendo «problematico» e «non pastorale» il fatto che alcuni vescovi stiano limitando la celebrazione del rito romano tradizionale secondo il Messale del 1962. In precedenza, il 20 maggio 2024, Gerhard Müller aveva celebrato, secondo l’antico rito del 1962, la messa pontificale del lunedì di Pentecoste al termine del pellegrinaggio di Chartres organizzato dall’Associazione Notre-Dame de Chrétienté, cosa che gli era valsa l’etichetta di «Amico dei tradizionalisti e nemico di Papa Francesco» sulla prima pagina del sito web del quotidiano Libération. (2)
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Le incoronazioni del 1° luglio: la conseguenza di una battaglia dottrinale
C’è però spesso un confine sottile tra il dire e il fare, e sarebbe stato del tutto sbagliato aspettarsi che il cardinale Müller prendesse posizione, insieme al vescovo Schneider e al vescovo Strickland, per giustificare e difendere le consacrazioni del 1° luglio 2026. Purtroppo, è accaduto esattamente il contrario (3). In un’intervista pubblicata sul sito web tedesco della rivista internazionale Communio, e realizzata il 19 marzo, il cardinale risponde a lungo alle domande di Jan-Heiner Tück in modo tutt’altro che favorevole alla decisione presa da don Davide Pagliarani, denunciando invece «un atteggiamento scismatico» e un «falso appello allo stato di necessità».
Al di là dei rimproveri e delle accuse di «scisma», questa dichiarazione del cardinale Müller ha il grande merito di porre il problema che contrappone Roma alla Compagnia di San Pio X sul suo vero piano. Ben lontano dalle dichiarazioni impoverite di un cardinale Sarah (4) o di un monsignor Eleganti (5) , questo tipo di discorso ha il grande vantaggio della chiarezza.
Il cardinale indica fin da subito con precisione dove risiede il punto di contesa: «Il vero problema non sta nella liturgia, cioè nelle forme rituali classica (post-tridentina) e rinnovata (post-conciliare), ma nella dottrina della fede, che essi [i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X] considerano compromessa dalla liturgia rinnovata. Alcune formulazioni del Concilio Vaticano II si prestano a interpretazioni dubbie, come l’idea che i musulmani, come i cristiani e gli ebrei nella tradizione abramitica, riconoscano il Creatore e adorino l’unico Dio con noi». Il cardinale indica poi i punti dell’insegnamento del Concilio Vaticano II in cui la Fraternità denuncia una contraddizione che rende tale insegnamento incompatibile con i costanti insegnamenti del Magistero della Chiesa: la dottrina sul valore delle religioni non cristiane in Nostra aetate ; la dottrina dell’ecumenismo in Unitatis redintegratio ; la dottrina della libertà religiosa in Dignitatis humanae .
Il Cardinale lo aveva ben compreso: la Fraternità Sacerdotale San Pio X vede in questi punti fallaci, fonte avvelenata del relativismo dottrinale e morale all’interno della Chiesa, la ragione profonda dello stato di necessità della Chiesa stessa. La decisione di procedere con le consacrazioni episcopali è semplicemente il mezzo adottato per porre rimedio a questo relativismo, garantendo la continuità di una predicazione autenticamente cattolica, libera da tali errori. «Ecco perché», concluse il Cardinale, «ho insistito, durante i colloqui con la Fraternità, sul fatto che le loro critiche ad alcune dichiarazioni del Concilio Vaticano II sarebbero giustificate solo se il Concilio avesse effettivamente insegnato ciò che gli veniva attribuito». Tuttavia, secondo lui, gli insegnamenti del Vaticano II non sono la fonte avvelenata del relativismo, perché non contengono gli errori che la Fraternità ritiene di riscontrarvi. «Piuttosto», disse, «coloro che attribuiscono gravi errori di fede al legittimo Concilio Vaticano II si sbagliano, contrariamente alla comprovata ermeneutica cattolica».
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La questione della dottrina, alla base dello stato di necessità
Ma è chiaro che è il cardinale a sbagliarsi quando tenta di scagionare i testi del Concilio dalle accuse mosse dalla Fraternità . «L’idea», afferma, «che i musulmani, come i cristiani e gli ebrei nella tradizione abramitica, riconoscano il Creatore e adorino l’unico Dio con noi» dovrebbe essere intesa nel testo della Nostra Aetate in conformità con «l’insegnamento cattolico classico secondo il quale la ragione umana è, in linea di principio, capace di riconoscere l’esistenza e l’unità di Dio, mentre i misteri della Trinità e dell’Incarnazione si rivelano solo attraverso la fede soprannaturale». È indubbiamente vero che la ragione naturale rimane capace, in ogni persona e indipendentemente dalla sua religione, di giungere alla conoscenza di un Dio Creatore.
Tuttavia, va notato che il testo della dichiarazione Nostra aetate va oltre, poiché, secondo esso, non è solo la ragione umana, ma anche le stesse «regole e dottrine» di queste false religioni che, «pur differendo per molti aspetti da ciò che [la Chiesa] stessa sostiene e propone, nondimeno spesso riflettono un raggio di verità che illumina tutti gli uomini» (§ 2). C’è una differenza tra dire che il raggio di verità che illumina tutti gli uomini è la luce della ragione naturale, presente in ogni persona, e dire che questo stesso raggio trova il suo riflesso nelle regole e dottrine delle false religioni. Nostra aetate non parla di ragione naturale, ma di regole e dottrine religiose. Il § 3 parla specificamente della «fede islamica». La sezione 4 genera confusione a livello del popolo ebraico, senza fare distinzione tra il popolo eletto dell’Antico Testamento e il popolo decaduto da questa elezione e infedele a Dio nel Nuovo Testamento; confusione che emerge quando si afferma che “«gli ebrei restano ancora, per via dei loro padri, molto cari a Dio, i cui doni e la cui chiamata sono irrevocabili» e quando il testo evoca la «grande eredità spirituale, comune a cristiani ed ebrei», mentre gli ebrei contemporanei continuano a rifiutarsi di riconoscere Gesù di Nazareth come il Messia annunciato nelle Scritture e come il Figlio stesso di Dio.
«Riguardo all’ecumenismo con i cristiani non cattolici, le comunità cristiane e le Chiese ortodosse», afferma il cardinale, «il Concilio non ha in alcun modo messo in discussione la necessità della Chiesa cattolica per la salvezza o la sua piena identità con la Chiesa degli Apostoli». Indubbiamente, e non è questo che la Fraternità critica nel decreto Unitatis redintegratio for . Ciò che critica è che ha oscurato, fino al punto di negare, l’idea che la Chiesa cattolica sia necessaria come unico mezzo di salvezza, escludendo tutte le comunità cristiane non cattoliche. Ciò che la Fraternità critica anche in questo decreto, così come nella costituzione Lumen gentium e nei successivi documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, è l’affermazione che, se la Chiesa cattolica è pienamente identica alla Chiesa degli Apostoli, le comunità cristiane non cattoliche le sono parzialmente identiche nella misura in cui vi sono «elementi di santificazione e di verità» (Lumen gentium n. 8) e nella misura in cui questa Chiesa di Cristo è ancora «presente e attiva» in quei luoghi (Dichiarazione Dominus Jesus del 6 agosto 2000, n. 17).
«E per quanto riguarda la libertà religiosa», ha continuato il cardinale, «la dichiarazione Dignitatis humanae insegna niente meno che il «diritto di ogni essere umano – naturalmente radicato nello spirito e nella libertà della persona – di difendersi dalle interferenze dello Stato nella propria coscienza», vale a dire, «il diritto di ogni persona di scegliere e praticare la propria religione libera da ogni costrizione esterna o manipolazione interna, secondo la propria coscienza». Il cardinale Müller qui non coglie alcune distinzioni fondamentali. Una cosa è usare la coercizione nel foro pubblico per indurre le persone a professare la vera religione, tutt’altra cosa è usare la coercizione nel foro pubblico per impedire alle persone di professare una falsa religione. La dottrina sociale della Chiesa richiede che lo Stato eserciti la sua autorità a favore della vera religione, usando la coercizione nel foro pubblico per prevenire o dissuadere la professione dell’errore. La Chiesa ha condannato solo l’uso della coercizione per imporre la vera religione.
Ciò che la Fraternità contesta al paragrafo 2 della Dignitatis humanae non è che affermi che «ogni essere umano ha il diritto di difendersi dalle interferenze dello Stato nella propria coscienza», né che affermi che «una persona ha il diritto di scegliere la propria religione, libera da ogni costrizione esterna o manipolazione interna». La Chiesa ha sempre insegnato questo, nel senso che ha sempre affermato che nessuna autorità può esercitare coercizione per indurre le persone ad abbracciare e professare la vera religione. Ma la Chiesa ha anche insegnato (questo è il significato della dottrina esposta da Pio IX nella Quanta cura) che le autorità hanno il dovere di impedire, nel foro pubblico, la pratica di una falsa religione. È quindi necessario distinguere qui tra «il diritto di scegliere» e «il diritto di praticare» la propria religione, liberi da ogni costrizione esterna. Secondo la dottrina della Chiesa, la scelta dovrebbe essere libera da ogni costrizione, ma la pratica, se si tratta di una falsa religione, non dovrebbe essere libera, bensì dovrebbe essere impedita da qualche costrizione, ed è sulla negazione di questo secondo punto che la Dignitatis humanae pone un vero problema.
Come dimostreremo ora, queste difficoltà poste dai testi del Concilio sono talmente gravi da creare un vero e proprio stato di necessità nella Chiesa, perché mettono a repentaglio la salvezza delle anime.
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Dov’è lo scisma?
Contrariamente a quanto affermato dal Cardinale Müller, le argomentazioni presentate dalla Fraternità non sono «argomentazioni fallaci volte a evitare di sottomettersi pienamente all’autorità del Papa». Esiste infatti una contraddizione, una rottura, se vogliamo, tra gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sui punti sollevati e la costante Tradizione del Magistero della Chiesa. A questa evidenza, imposta dal principio di non contraddizione, qual è la risposta del Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede? «Ammettere ciò non solo sarebbe fondamentalmente errato, ma costituirebbe anche l’autodistruzione ermeneutica della Chiesa, colonna e fondamento della verità (1Tim 3,15)».
Dobbiamo dunque ammettere che la Tradizione della Chiesa si riduce al solo Concilio Vaticano II e che la Chiesa stessa si riduce ai Papi post-conciliari? Dobbiamo ammettere che la Chiesa, pilastro e fondamento della verità, pratica una corretta ermeneutica predicando a volte sì e a volte no? Il Cardinale critica la Fraternità per aver adottato l’atteggiamento di coloro che credono di poter porre rimedio alle crisi «ritirandosi nell’angolo oscuro di una Chiesa dei puri, ultimo baluardo dell’ortodossia che vorrebbe imporne la completa reintegrazione nella Chiesa cattolica convertendo quest’ultima alla propria cerchia ristretta». Non dovrebbe essere piuttosto il contrario? Non è forse la Chiesa dei puri del Vaticano II in realtà l’ultimo baluardo trincerato del neomodernismo che vorrebbe imporre una pseudo-unità della Chiesa, una «piena comunione ecclesiale» convertendo tutti i cattolici alla nuova liturgia e alla nuova teologia del Concilio?
Potremmo dunque scagliarci a vicenda, all’infinito, l’accusa di autocefalia, o di scisma. Ma il criterio della vera comunione, quello dell’unità e dell’apostolicità della Chiesa, non è quello della maggioranza: il gruppo più piccolo non è necessariamente la roccaforte scismatica. Questo criterio ci è stato dato da San Vincenzo di Lérins: è il criterio della costanza e dell’universalità della professione di fede nel tempo. E questo criterio positivo è a sua volta accompagnato da uno negativo: ciò che attualmente contraddice l’esplicita professione di fede della Chiesa non può rappresentare il principio di unità e apostolicità. Ora, su tutti i punti sollevati, i documenti del Concilio citati dal Cardinale rappresentano ed esprimono questa contraddizione. Non è dunque la Fraternità che si allontana dall’unità della Chiesa rifiutando di ammettere questi punti dottrinali, bensì tutti coloro che vogliono imporli contro la costante Tradizione del Magistero cattolico.
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Quale dialogo?
Inoltre, il cardinale Müller presenta tutti questi punti dottrinali, chiaramente in contrasto con gli insegnamenti del Magistero della Chiesa, come aventi forza assolutamente vincolante, seppur in misura variabile (6). Pertanto, non si possono usare le parole di Giovanni XXIII, che presentò il presunto «Magistero» del Concilio come «un Magistero di tipo pastorale», per sminuire o addirittura negare la forza vincolante degli insegnamenti del Vaticano II. «L’idea di un cosiddetto concilio pastorale», afferma, «è più una questione di sensazionalismo mediatico e non ha alcun significato dogmatico. Un concilio ecumenico è la massima autorità nella Chiesa cattolica in materia di fede e disciplina». […] «Esiste, naturalmente», chiarisce, «una gerarchia di verità, che va dalla fede nella Trinità e nell’Incarnazione – necessaria per la salvezza – alla legittimità della venerazione delle immagini, che, pur non essendo necessaria per la salvezza, favorisce la pietà». Ciò che la Chiesa propone di credere deve essere determinato, nella sua autorità graduale, dal contesto dottrinale e dall’intenzione dei vescovi e del papa.
Resta però vero che il contesto impone sempre un certo grado di autorità. «Sebbene Nostra Aetate », aggiunge il cardinale a titolo di esempio, «sia, dal punto di vista letterario, una semplice dichiarazione, le sue affermazioni sono vincolanti come dogmi, ad esempio, quando afferma che tutti gli uomini formano un’unica comunità e hanno la loro origine e il loro fine in Dio (NA 1). Che cristiani ed ebrei adorino lo stesso Dio è un dogma vincolante della fede». E conclude in modo molto categorico: «Il Concilio deve essere accolto nella sua interezza da ogni cattolico, ciascuno secondo l’intenzione delle affermazioni: spiegazione dottrinale, insegnamento morale o indicazione di misure oggi necessarie, come il dialogo interreligioso o il confronto con la modernità».
Lo stato di necessità appare tanto più evidente. Da un lato, perché questi gravi errori, che rappresentano il principale ostacolo alla salvezza delle anime, sono innegabilmente presentati come oggetto di un insegnamento il cui valore è vincolante. Dall’altro lato, e soprattutto, perché non si può parlare di correggere nulla: lo scrisse il cardinale Müller nella sua lettera del 6 giugno 2017 al vescovo Fellay, in cui esigeva dalla Compagnia di Gesù l’adesione incondizionata ai testi del Concilio e del periodo post-conciliare.
Si chiarisce anche il significato del «dialogo teologico» recentemente proposto a padre Davide Pagliarani dal cardinale Fernandez durante il loro incontro del 12 febbraio. Questo dialogo aveva lo scopo di stabilire «i diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la loro interpretazione». Il cardinale Fernandez ha chiarito che, pur essendo possibile un dialogo sul Concilio, i suoi testi non possono essere corretti. Ciò si allinea perfettamente con le osservazioni del cardinale Müller. L’intenzione della Santa Sede è di proseguire con noi questo stesso dialogo, già intrapreso tra il 2009 e il 2011 su richiesta di Papa Benedetto XVI. Tale dialogo mirava a far sì che la Fraternità accogliesse la ben nota ermeneutica del «rinnovamento nella continuità», secondo la quale la rottura dei testi conciliari con la Tradizione della Chiesa è solo apparente, mentre la continuità è reale.
Un dialogo inutile e futile. Il suo unico scopo, se mai ce ne fosse uno, sarebbe quello di confermare l’urgenza dello stato di necessità e di giustificare l’iniziativa delle incoronazioni del 1° luglio 2026.
Padre Jean-Michel Gleize
NOTE
1) https://fsspx.news/fr/news/lettre-du-cardinal-muller-mgr-fellay-du-6-juin-2017-57307
2) https://www.liberation.fr/societe/le-cardinal-muller-ami-des-tradis-et-ennemi-du-pape-francois-20240520_UF3PDEDLU5HQ5DXZD2ZLM4LCIU/
3) https://www.herder.de/communio/theologie/kardinal-mueller-ueber-den-konflikt-mit-der-piusbruderschaft-die-rede-von-einer-abgestuften-zustimmung-zum-konzil-ist-problematisch-/
4) https://fsspx.news/fr/news/deja-trop-tard-57584 ; https://fsspx.news/fr/news/reponse-au-cardinal-sarah-57576
5) Si veda l’articolo «Monsignor Schneider e Monsignor Eleganti» in questo numero del Courrier de Rome.
6) Non si tratta di una novità e corrisponde a quanto già affermato dal vescovo Pozzo negli anni 2010. Si veda l’articolo “Niente di veramente nuovo” nel numero di aprile 2016 del Courrier de Rome.
(Fonte: Courrier de Rome n. 695, marzo 2026 – FSSPX News)
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Jolanta Dyr via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
Spirito
Difesa della «diligenza del buon padre di famiglia» di don Pagliarani
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Una necessità prevedibile
Carlos Balén inizia ricordando la situazione dei vescovi consacrati dall’arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1988. Dopo l’esclusione del vescovo Richard Williamson nel 2012, e poi la morte del vescovo Bernard Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024, la Fraternità si ritrovò con soli due vescovi consacrati nel 1988: il vescovo Bernard Fellay e il vescovo Alfonso de Galarreta, rispettivamente di 68 e 69 anni. La Fraternità Sacerdotale San Pio X svolge il suo apostolato in 63 paesi, serve quasi 800 luoghi di culto e si occupa ogni anno della formazione e dell’ordinazione di nuovi sacerdoti. Le ordinazioni sacerdotali e le cresime richiedono la presenza dei vescovi. Senza nuovi vescovi, osserva l’autore, tutta quest’opera apostolica e sacramentale sarebbe presto dipesa dalla «benevolenza discrezionale» delle autorità romane, sebbene la crisi nella Chiesa che giustifica questo apostolato rimanga irrisolta. Per giungere a questa conclusione, scrive, «non serve l’ecclesiologia. Bastano due certificati di nascita e un calendario». L’autore ricorre quindi a un’analogia familiare: «un padre con figli adulti e due nonni in casa non organizza la successione quando seppellisce il secondo nonno, ma quando seppellisce il primo». La morte del vescovo Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024 avrebbe dunque segnato il momento in cui padre Pagliarani non avrebbe più potuto rimandare questa preparazione. In questa prospettiva si inseriscono le misure adottate dal Superiore Generale: la richiesta di udienza indirizzata a Leone XIV nell’agosto del 2025, la seconda lettera in cui si sottolinea la necessità di nuovi vescovi, l’annuncio pubblico del 2 febbraio e il rifiuto, il 19 febbraio, di un rinvio le cui condizioni sembravano pregiudicare l’esito. Tutto ciò, scrive Carlos Balén, riflette «il comportamento di un uomo che fa testamento», quello di un superiore che deve pianificare il futuro della famiglia religiosa affidatagli, e non quello di uno stratega che cerca di sondare Roma.Aiuta Renovatio 21
Un cosiddetto test di prova a un prezzo esorbitante
L’autore risponde poi a coloro che vedono le consacrazioni come un tentativo di mettere alla prova le disposizioni del nuovo papa. Un vero e proprio «pallone sonda», sottolinea, è un’operazione economica e reversibile: si lancia un’idea, si osservano le reazioni e, se necessario, si annulla il piano. Le consacrazioni del 1° luglio furono esattamente l’opposto. Questo cosiddetto «tentativo di prova» «costò alla Fraternità tutto ciò che aveva da perdere: la scomunica tardiva dei suoi soli sei vescovi, dichiarata da Roma nel giro di quarantotto ore; la rovina di un capitale di disgelo che aveva portato alle facoltà di amministrare validamente le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017; l’ostilità prematura di un pontificato che non ha ancora due anni e per il quale sarebbe bastato attendere pazientemente». Chiunque voglia semplicemente valutare la situazione, osserva Carlos Balén, può concedere un’intervista, lasciare trapelare una voce o pubblicare un articolo sotto un cauto pseudonimo: «non consacra quattro vescovi davanti alle telecamere, nella casa madre, nella festa del Preziosissimo Sangue, riproducendo esattamente il gesto che, nel 1988, gli costò vent’anni di isolamento». Se questa decisione fosse stata basata su calcoli politici, concluse, sarebbe stato «il peggiore degli scenari possibili». Serve una spiegazione più semplice: «l’altra spiegazione è più umiliante per gli analisti: non c’è stato alcun calcolo. C’era una tabella attuariale. La data non è stata fissata dal conclave del 2025. È stata fissata da due annunci di morte».Iscriviti al canale Telegram ![]()
Vescovi ausiliari senza giurisdizione
All’accusa che padre Pagliarani si fosse autoproclamato custode della Chiesa, l’autore risponde invitando i lettori a rileggere le dichiarazioni ufficiali della Fraternità. I quattro prelati furono consacrati vescovi ausiliari, senza giurisdizione territoriale. La Fraternità si rammaricò pubblicamente di dover procedere senza un mandato papale e che il suo Superiore Generale non avesse potuto spiegare personalmente e filialemente le ragioni della decisione al Santo Padre. Secondo Carlos Balén, «chiunque si creda custode della Chiesa rivendica giurisdizione, istituisce gerarchie parallele o dichiara vacante la Sede. Per mezzo secolo, la Compagnia ha fatto esattamente il contrario: nomina Leone nel canone di ogni Messa, non rivendica per sé né territori né sudditi e fonda la validità del suo ministero sulla giurisdizione supplementare, una dottrina che presuppone l’urgenza e la natura provvisoria della situazione, ovvero la negazione stessa dell’autosufficienza». Il giornalista contrappone qui la posizione della Fraternità al sedevacantismo, di cui Écône, ci ricorda, è stato uno dei più coerenti oppositori per cinquant’anni. «Pagliarani non rivendica le chiavi della Chiesa; chiede qualcosa di molto più modesto e di ben più compromissorio: il diritto di un superiore di garantire che i suoi figli abbiano qualcuno che li ordini e li crestui quando lui non ci sarà più».Aiuta Renovatio 21
Possiamo ragionevolmente aspettarci tutto da Roma?
Carlos Balén esamina quindi l’obiezione secondo cui la Fraternità avrebbe dovuto fare affidamento interamente sui vescovi che Roma avrebbe potuto metterle a disposizione. Una garanzia, risponde, non viene mai data da un’astrazione chiamata «Roma», ma da individui concreti le cui azioni instaurano o impediscono un rapporto di fiducia. Un superiore a cui è affidato il futuro di un’organizzazione deve quindi valutare le garanzie reali che gli vengono offerte. L’autore cita il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e firmatario dell’avvertimento del 13 maggio che descrive le consacrazioni annunciate come un atto scismatico. Ci ricorda che Fernández è «l’autore, nel 1995, di Guariscimi attraverso la tua bocca: L’arte del bacio. Non si tratta di un insulto: è una nota bibliografica. Il custode dell’ortodossia che ordina a Menzingen di obbedire pena la scomunica è lo stesso teologo la cui opera pubblicata include un trattato sul bacio». L’autore menziona anche diverse azioni di Papa Leone XIV, in particolare la benedizione di un blocco di ghiaccio della Groenlandia a Castel Gandolfo e alcune fotografie che lo ritraggono, nel 1995, inginocchiato durante quello che gli atti di un simposio agostiniano tenutosi a San Paolo descrivono come una «celebrazione del rito della Pachamama». L’autore osserva che non è ancora emersa alcuna spiegazione pubblica da parte del pontefice per chiarire questo episodio. A ciò si aggiungono le nomine episcopali salutate dai media progressisti come un segno di apertura alle rivendicazioni della comunità LGBT. Per Carlos Balén, non si tratta di accusare il Papa di eresia, ma di esaminare se gli orientamenti concreti delle autorità romane offrano sufficiente stabilità per affidare interamente nelle loro mani il futuro sacramentale della Fraternità.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Doppi standard
L’articolo mette quindi in luce l’asimmetria tra il modo in cui Roma tratta la disobbedienza dottrinale progressiva e il modo in cui sanziona gli atti canonicamente irregolari derivanti dalla Tradizione. Nell’arcidiocesi di Monaco, sono state promosse direttive che consentivano determinate benedizioni, in contraddizione con i criteri precedentemente stabiliti da Roma. Nonostante la protesta pubblica di ventisei sacerdoti, il cardinale Reinhard Marx è stato ricevuto in udienza pochi giorni dopo, senza preavviso formale, decreto o ultimatum. Nel frattempo, i prelati che hanno appoggiato le risoluzioni del Cammino sinodale tedesco, in particolare quelli favorevoli a tali benedizioni, continuano a essere promossi all’episcopato, come l’arcivescovo di Eichstätt. A Écône, tuttavia, il decreto di scomunica fu emesso quarantotto ore dopo le consacrazioni. Il giornalista riassume questa differenza di trattamento come segue: «una disobbedienza dottrinale concreta si amministra con anni di pazienza; una disobbedienza canonica di stampo tradizionalista, in poche ore». L’abate Pagliarani, in qualità di Superiore Generale, dovette quindi riconoscere questa asimmetria: «La domanda di Pagliarani non era mai se Leone fosse un eretico, ma se questa Roma, la Roma di questa asimmetria, offrisse la stabilità che avrebbe reso ragionevole il rischio di attendere la morte di Galarreta. La sua risposta fu no». È sempre possibile discutere teoricamente la sua valutazione, afferma Carlos Balén, ma anche un potenziale errore nella valutazione del rischio non deve essere confuso con la superbia. Il giudizio è proprio la responsabilità di chi è investito del potere di governare.Aiuta Renovatio 21
Il difficile compito di giudicare
L’accusa di superbia ritorna, tuttavia, in un’altra forma: con quale diritto il Superiore Generale avrebbe potuto giudicare che fosse giunto il momento di agire? Alcune generazioni, spiega l’autore, vivono una situazione in cui ortodossia, obbedienza e santità puntano chiaramente nella stessa direzione; «devono solo lasciarsi guidare per raggiungere il porto. Sono felici, e non c’è ironia in questo». Altre attraversano periodi in cui le indicazioni diventano contraddittorie e in cui è necessario discernere, scegliere e assumersi il possibile rischio di sbagliare. Queste generazioni non sono migliori di quelle precedenti; «è semplicemente stato il loro destino». In tali circostanze, criticare un superiore per aver esercitato il proprio giudizio è, per usare le parole di Carlos Balén, come «criticare la sentinella per il fatto che c’è una guerra». L’atteggiamento di padre Pagliarani, inoltre, non mostra i soliti tratti di superbia. Egli cerca i riflettori, gli applausi e l’autogiustificazione. Il Superiore Generale, dal canto suo, «chiese un’udienza nell’agosto del 2025 e ricevette solo silenzio; chiese di spiegare le sue ragioni e ricevette un decreto. Nella sua omelia, si proclamò vittorioso sul nulla: respinse come falso il dilemma che costringerebbe a scegliere tra la fede e la Chiesa, riconobbe che Roma e la Compagnia «parlano due lingue diverse» e dichiarò che Dio ora chiede loro di accettare di essere trattati come ribelli». «L’uomo orgoglioso si assolve da solo. Quest’uomo ha accettato la punizione in anticipo», riassume il giornalista.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La Fraternità considera eretici anche gli altri cattolici?
Rimane l’ultima accusa: la Fraternità considererebbe implicitamente eretici tutti coloro che non condividono la sua analisi. La dichiarazione letta prima delle consacrazioni afferma che le autorità ecclesiastiche sono «animate da uno spirito contrario a quello della Fede». Basandosi sulla sua traduzione spagnola, che usa il termine imbuidas («impregnato»), Carlos Balén sottolinea che questa espressione non significa essere formalmente eretici. L’espressione «descrive un’atmosfera che si respira in misura variabile, e non una pervasività da condannare; chiunque estenda il soggetto al più umile parroco e indurisca il predicato fino al punto di un’eresia formale sta leggendo un testo che non esiste». Pur riconoscendo che «la causa tradizionalista ha i suoi teppisti», i cui eccessi danneggiano Menzingen, l’autore osserva anche che molti cattolici che accusano la Società di esagerazione professano a loro volta un attaccamento alla liturgia tradizionale e una critica alle eterodossie contemporanee. Condividono quindi la sua diagnosi, ma ne rifiutano le conseguenze pratiche. Questa divergenza può essere legittima e seria, poiché «riguarda la prudenza, il canone 1387 e la comunione visibile», ma non può essere risolta attribuendo sommariamente ad altri un peccato di superbia, afferma Carlos Balén.Sostieni Renovatio 21
Il precedente del 1988
Carlos Balén sottolinea che «esiste finalmente un precedente che le quattro accuse ignorano e che è il più imbarazzante: il giudizio di Roma sul 1988 non è stato coerente. Giovanni Paolo II parlò di un atto scismatico e di scomunica nella Ecclesia Dei ; Benedetto XVI revocò queste scomuniche nel 2009; Francesco concesse a questi stessi sacerdoti la facoltà di ascoltare le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017». Così, in pochi decenni, «la classificazione dello stesso atto è passata da una rottura completa a un’anomalia tollerata e integrata a livello sacramentale, senza che la Fraternità si sia mossa di un millimetro dalla sua posizione». L’autore chiarisce che questo non è di per sé un argomento sufficiente a dimostrare la legalità delle consacrazioni; un atto non diventa lecito semplicemente perché le sue sanzioni vengono successivamente revocate. Tuttavia, questo precedente dovrebbe servire da monito per coloro che oggi pretendono di offrire un giudizio definitivo su Écône: “«l’ultima sentenza definitiva riguardante Écône è durata vent’anni».Iscriviti al canale Telegram ![]()
La paternità di un superiore
Al termine della sua analisi, Carlos Balén riduce la decisione del 1° luglio a una semplice realtà: «un padre contò i suoi vescovi, contò i suoi figli, guardò chi gli aveva aperto le porte a Roma e decise che questi ultimi non potevano rimanere orfani a discrezione di terzi». Pur lasciando alla storia il compito di valutare tutte le conseguenze di questa decisione, il giornalista ricorda che alle condanne pronunciate contro le consacrazioni del 1988 sono seguite, nel corso dei decenni, la revoca delle scomuniche e la concessione delle facoltà ai sacerdoti della Fraternità. Carlos Balén non intende risolvere da solo l’intero dibattito canonico ed ecclesiologico. Il suo obiettivo è confutare le accuse di intenzionalità mosse contro padre Pagliarani: «nel frattempo, contestate l’interpretazione della legge di Pagliarani, contestate la sua ecclesiologia, contestate la sua prudenza. Ma non la sua paternità. Quella è evidente», conclude. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
La Marcia di San Pio X, inno della FSSPX
In occasione della festa del suo santo patrono, FSSPX.Actualités vi invita ad ascoltare la Marcia di San Pio X. Creata per le consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026, riprende il ritornello storico dell’inno della Fraternità, al quale sono stati aggiunti nuovi versi.
La Società di San Pio X celebra oggi la festa del suo santo patrono, scelto dall’arcivescovo Marcel Lefebvre come modello e protettore della sua opera sacerdotale.
Papa dell’Eucaristia e del catechismo, impavido difensore della fede contro il modernismo, San Pio X dedicò il suo pontificato alla restaurazione di tutte le cose in Cristo, secondo il motto da lui scelto: Instaurare omnia in Christo .
I nuovi versi di questa marcia sono stati cantati per la prima volta a Écône, durante le consacrazioni episcopali del 1° luglio. Fino ad ora, la Marcia di San Pio X poteva essere ascoltata nella diretta televisiva di quel giorno storico. Ora viene pubblicata separatamente, con il testo riportato di seguito.
San Pio X, prega per la Chiesa e per la Fraternità che porta il tuo nome.
Testo: H. le Roux e Abbé F. le Roux
Musica: Abbé M.-A. Mulino
[Segue Traduzione dal francese, ndt]
Parole
1. O San Pio X, ardente Pastore,
che ispiri i nostri cuori ferventi,
riuniti sotto le tue insegne,
marciamo sotto il tuo sguardo.
Ritornello
Cantando:
«Sancte Pie Decime, gloriose patrone,
ora, ora pro nobis».
(San Pio X, glorioso patrono, prega, prega per noi)
2. Tu restauri la liturgia
e le restituisci la sua armonia:
le nostre voci si elevano solenni,
all’unisono verso l’Eterno.
Ritornello
3. Santo e lungimirante Pontefice,
Tu hai riformato i seminari:
Tuo figlio, il nostro fondatore,
seguirà le Tue orme con fervore.
Ritornello
4. Sacro baluardo della vera Fede,
l’Errore impallidisce alla tua voce:
alla luce del tuo pulpito,
le nostre anime vivono di luce.
Ritornello
5. Sovrano capo, di fronte ai perfidi,
con te la Chiesa, intrepida,
imitando la tua povertà,
trionfando sull’iniquità.
Ritornello
6. Ai bambini offri l’Ostia:
L’Agnello per mezzo tuo ci purifica,
Il pane dei forti fortifica l’anima,
La nostra fede riaccende la sua fiamma.
Ritornello
7. Per ristabilire ogni cosa in Gesù Cristo,
per sperare ogni cosa nel Suo Amore:
affidiamo questa umile preghiera
al nostro Dio, alla nostra Madre.
Ritornello
8. Conservate la vostra Fratellanza,
guidatela verso l’Eternità:
siate provvidenziali per noi,
e ci uniremo a voi in Cielo.
Ritornello
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Ambiente
Documento sui «cambiamenti climatici»: «l’Eucarestia come scuola ecologica»
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