Spirito
La sharia in Vaticano?
Se i musulmani vivessero in Vaticano e chiedessero di applicare la legge della Sharia, la loro richiesta dovrebbe essere accolta?
C’è qualcosa di ripugnante in tutto ciò… Eppure la Dichiarazione Dignitatis humanae, una delle più famose del Concilio Vaticano II, sembra confermarlo:
«La libertà religiosa richiede che ai gruppi religiosi non sia impedito di manifestare l’efficacia unica della loro dottrina nell’organizzare la società e nel vivificare ogni attività umana». (1)
Come si giunge a questa conclusione?
La Dichiarazione afferma che gli esseri umani devono essere liberi da ogni forma di costrizione in materia religiosa, imposta da qualsiasi potere umano. Questa immunità è presentata come un diritto inalienabile derivante dalla natura umana e deve essere sancito dal diritto civile (DH n. 2). Da questo diritto deriva il diritto di manifestare nella sfera pubblica tutto ciò che la pratica religiosa comporta in termini di aspetti sociali (DH n. 4). L’unica restrizione imposta è quella dei «limiti giusti» (DH n. 2) basati sulle «giuste esigenze dell’ordine pubblico» (DH n. 4).
È difficile comprendere come possano esistere «limiti giusti» all’esercizio di questo diritto se i bisogni dell’individuo sono così vasti e inalienabili. Questa è l’ambiguità dei diritti umani, che stabiliscono requisiti assoluti per la persona umana, prima di rendersi conto che la realtà esige leggi ancora più assolute! Si può sempre proclamare il diritto a un’alimentazione sufficiente, ma cosa significa se, dopo un naufragio, dieci persone si ritrovano su una zattera con una sola scatoletta di sardine e senza apriscatole?
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Eppure sembra giusto condannare la coercizione in materia religiosa: non si dovrebbe costringere qualcuno a compiere un atto di fede, ed è comprensibile che uno Stato cristiano non impedisca a una famiglia di educare i propri figli nella propria religione, anche falsa, perché ciò violerebbe l’autorità naturale dei genitori (2). Come possiamo spiegare queste considerazioni?
San Tommaso d’Aquino osserva che nell’umanità esistono inclinazioni naturali, come la conservazione della propria vita, la perpetuazione della propria discendenza, la vita in società e la ricerca di Dio (3). Sarebbe sbagliato opporsi a tali inclinazioni naturali (4). Ma coloro che si discostano dall’ordine della ragione potrebbero subire tale frustrazione.
In altre parole, a una persona dovrebbe essere concessa la libertà di movimento, ma un criminale può essere incarcerato (5). Pertanto, la religiosità degli individui dovrebbe normalmente godere di piena libertà; ma se è deviata, può essere legittimo limitarla. Poiché lo Stato è garante del bene comune, quest’ultimo deve essere minacciato per giustificare la limitazione della pratica delle false religioni (6).
La Dichiarazione conciliare preferisce basarsi sulla moderna dottrina dei diritti umani, fondata unicamente sullo status della persona umana come soggetto di diritti inalienabili. L’esercizio di questi diritti è indifferente alla verità e alla menzogna, così come al bene e al male, poiché afferma che «il diritto a questa immunità [in materia religiosa] persiste anche in coloro che non adempiono all’obbligo di ricercare la verità e di aderirvi» (DH n. 2).
Di conseguenza, la Dichiarazione stessa stabilisce il principio di un’errata interpretazione. Infatti, non permette di spiegare quali tipi di limiti lo Stato possa imporre alla religiosità dei suoi cittadini. Ecco un esempio di un concetto il cui «uso… è sempre inappropriato», perché «richiede numerose e continue spiegazioni per evitare che si discosti dal suo corretto significato»7 e «non serve la fede del popolo di Dio» (8).
Don Nicolas Cadiet
NOTE
1) Dignitatis Humanae, n. 4
2) Summa Theologica, IIa IIae q.10 a.12; Pio XI, enciclica Divini illius Magistri.
3) ST, Ia IIae q.94 a.2.
4) ST, IIa IIae q.133 a.1. Così San Tommaso spiega la natura immorale della schiavitù (Ia q.96 a.4), della diffamazione (IIa IIae q.72 a.2) e dell’omicidio (IIa IIae q.64 a.1 c. e ad 2).
5) Cfr. ST IIa IIae q.65 a.3 ad 1; ma anche IIa IIae q.64 a.2 ad 3 sulla pena di morte.
6) Le encicliche di Leone XIII, Libertas e Immortale Dei, affermano ampiamente l’importanza di proteggere i cittadini dagli errori e dall’immoralità associati alle false religioni. Del resto, la loro falsità dovrebbe essere riconosciuta oggi come un male, a giudicare dalla dura repressione delle cosiddette fake news!
7) Per rendersene conto, è sufficiente esaminare la letteratura pubblicata per giustificare la conformità della Dichiarazione Dignitatis humanae alla Tradizione, in particolare al Sillabo degli Errori di Pio IX. Come afferma padre Congar, la Dignitatis humanae dice «sostanzialmente qualcosa di diverso dal Sillabo del 1864, e persino quasi l’opposto delle proposizioni 15, 77-79 di quel documento», in La crise dans l’Église et Mgr Lefebvre, Cerf, 1977, pp. 54-55.
8) Cfr. Dicastero per la Dottrina della Fede, Note Mater populi fididelis, 4 novembre 2025, n°22
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Spirito
Il Vaticano contro l’«estremismo» dei fedeli che «sollevano la questione» della Comunione in mano
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Un satanista intentó profanar la Sagrada Hostia en el Capitolio del Estado de Kansas mediante algún tipo de conjuro.
Sin embargo, en un acto de valentía y devoción, un hombre católico intervino rápidamente, tomó la Hostia y la consumió para evitar la profanación. ¡Así es! Un… pic.twitter.com/x3UGLLCnyq — Carolina ❤️🔥 (@realCarola2Hope) March 29, 2025
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«Per secoli la Chiesa ha preso in mano la comunione. Solo in alcuni secoli oscuri, temendo la mancanza di igiene, si è sostituito questo gesto con quello del prenderla in bocca» spiega monsignor Forte, forte forse di tanti insegnamenti pandemici pienamente recepiti dal cattolicesimo moderno. «Ma grazie a Dio oggi siamo tutti cresciuti. Le mani ce le laviamo», assicura l’arcivescovo, che in realtà non lo può sapere, e che probabilmente non è mai stato nel bagno di un Autogrill, dove è possibile osservare l’immancabile tragitto delle moltitudini dal pisciatoio all’auto senza passare per il lavandino. (Monsignor Forte probabilmente è di quelli che non sanno perché nei bar all’aperitivo la ciotola della nocciolino include un cucchiaino). «Per cui la Comunione si prende in mano» annunzia perentorio il religioso, «con il gesto umile di stendere la mano e di accoglierla». «Chi non lo fa, fa un atto di orgoglio, si crede più saggio e più esperto del papa e dei vescovi che hanno deciso che la Comunione si prende in mano». Anche qui, è sensibile un accento dai tempi pandemici, quando alla popolazione veniva ripetuto di fidarsi degli esperti. «Per piacere siate umili ed obbedienti alla Chiesa. Almeno nel momento in cui fate la Comunione, facendo la volontà che è quella espressa nella Chiesa, dal papa e dai vescovi». Non è chiaro da dove il monsignore esperto tragga l’ordine secondo cui «la Comunione si prende in mano» secondo la volontà di Chiesa, papa e vescovi. La Santa Comunione sulla lingua è stata la norma nella Chiesa per oltre 1.300 anni, mentre la Comunione sulla mano si è diffusa a livello mondiale solo con le riforme degli anni Settanta. Monsignor Forte è ritenuto da alcuni osservatori come teologo pro-LGBT che ha introdotto il tema dell’omosessualità al Sinodo per la famigliaITALY Bishop Bruno Forte BERATES three people for receiving Communion on the tongue He claims that Communion should only be received in the hands and that it is ‘pride’ that makes people do otherwise What are your thoughts? pic.twitter.com/bWqXm0UiSr
— Catholic Arena (@CatholicArena) April 24, 2025
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Spirito
Il segreto della santità di san Francesco
A otto secoli dalla sua morte, san Francesco continua a essere ammirato. Ma il suo vero esempio è assai più impegnativo dell’immagine che spesso viene data di lui.
Nelle abbondanti ricerche sui grandi mistici o sui grandi pensatori, non si può fare a meno di indagare la loro fonte di ispirazione. Per quanto riguarda san Francesco d’Assisi, non c’è bisogno di cercare lontano, perché lo dice egli stesso nel suo Testamento: «Dopo che il Signore mi ebbe dato dei frati, nessuno mi mostrò che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo il santo Vangelo».
Di fatto, è nel Vangelo che cerca la sua vocazione. Dopo i sogni che lo distolgono dalla carriera delle armi, dopo il bacio al lebbroso e l’inizio del restauro della cappella di San Damiano, dopo essere stato rinnegato da suo padre, ascolta nel Vangelo del giorno l’invio in missione degli Apostoli (Mt 10, 5-16): «Predicate e dite: Il regno dei Cieli è vicino… Non possedete né oro, né argento, né denaro nelle vostre cinture; né sacco per il cammino, né due tuniche, né scarpe, né bastone…». Andrà dunque a predicare coltivando la povertà.
Quando dei discepoli lo raggiungono, è ancora nel Vangelo che cerca quali indicazioni dare loro: «Secondo uno dei racconti, egli fece semplicemente il segno della croce sul libro dei Vangeli, lo aprì in tre punti, e vi lesse tre testi. Il primo era la storia del giovane ricco il cui rifiuto di vendere tutti i suoi beni fu l’occasione del grande paradosso del cammello e dell’ago.
Il secondo era il comando ai discepoli di non prendere nulla con sé per il viaggio, né bisaccia, né bastone, né denaro. Il terzo era quella parola, che si può dire letteralmente cruciale, secondo cui il discepolo di Cristo deve anch’egli portare la sua croce». (1)
Il Vangelo preso alla lettera
Allora seguirà il Vangelo, alla lettera: rinnegato da suo padre, si rallegra di poter dire in tutta verità: «Padre nostro che sei nei cieli»; impone a coloro che vogliono diventare suoi discepoli di vendere tutti i loro beni, di darne il ricavato ai poveri (Mt 19, 21), poi di seguirlo. Quando entra in una casa, le augura anzitutto la pace (Mt 10, 12). Organizza i grandi capitoli che riuniscono tutti i frati in una gioiosa imprevidenza che inquieta san Domenico, poiché il Signore ha detto di non preoccuparsi del bere e del mangiare (Mt 6, 31), cose alle quali Egli provvede in modo spettacolare. È detto di abbandonare il mantello a chi chiede la tunica (Mt 5, 40): uno dei primi frati del santo si affretta a correre dietro a un ladro che aveva fatto solo metà del suo lavoro rubandogli il cappuccio, per dargli anche tutto l’abito.
Chesterton esulta nel riferire questo zelo evangelico e rileva, in quell’occasione, il miracolo delle prime due conquiste di Francesco, cioè Bernardo di Quintavalle e Pietro Cattani: «Ciò che vedevano i cittadini di Assisi non era altro che il cammello che passava in trionfo per la cruna dell’ago e Dio che compiva cose impossibili, perché a Lui tutte le cose sono possibili; non era altro che un prete che si strappava la veste come il Pubblicano, e non come il Fariseo, e un uomo ricco che se ne andava gioioso, perché non aveva più beni». (2)
La dottrina spirituale del santo di Assisi si trova dunque tutta intera nel Vangelo, e anzi, a detta degli specialisti, nei passi del Vangelo che sono letti nella liturgia, poiché non ne cita altri nei suoi diversi scritti. I vangeli delle domeniche bastano come cammino sicuro verso il cielo, a patto che li si metta in pratica!
Al di là delle apparenze, la vera vita cristiana
Ma il modo di metterli in pratica spaventa la Curia romana. Non soltanto perché la Regola sottoposta dal Poverello all’approvazione del papa sarà una regola religiosa in più, mentre il IV Concilio Lateranense nel 1215 aveva vietato di approvarne di nuove; ma anche perché sembra impraticabile. Al che un cardinale reagisce: se questa regola è impraticabile, significa che il Vangelo è impraticabile. Bestemmia inammissibile. Come più tardi san Benedetto Giuseppe Labre, san Francesco è un richiamo divino al pericolo che c’è nell’adagiarsi in una vita cristiana comoda al punto da confondere la sapienza umana con quella di Dio.
Eppure non si chiede a tutti di vivere così. E san Francesco sa fare la differenza tra le pratiche esteriori e la virtù. A proposito della beatitudine dei poveri in spirito, commenta: «Molti sono assidui all’orazione e agli uffici, praticano l’astinenza e la mortificazione corporale; ma per una sola parola che sembra loro un’ingiuria o perché li si priva di qualcosa, sono subito scandalizzati e turbati. Questi non sono poveri in spirito».
Allora in che cosa consiste la vita cristiana secondo il Vangelo? Basta rileggere il discorso della montagna (Mt 5-7). Non è bene riassumerlo, se Gesù ha ritenuto bene di entrare nei dettagli, ma diamone un’idea: evitare non soltanto i peccati che lasciano tracce (non uccidere, non rubare), ma anche gli altri (non insultare né disprezzare, Mt 5, 21-26), i peccati interiori (peccato di desiderio, Mt 5, 27-30), le intenzioni cattive dietro le buone azioni (Mt 6, 1-6), le occasioni di peccato (Mt 18, 8-9), saper rinunciare al proprio diritto per il bene della pace, dare più del dovuto e persino di ciò che viene chiesto (Mt 5, 38-42), coltivare la lealtà e la veracità piuttosto che i raggiri (Mt 5, 33-37).
Il miglior riassunto sarà sempre il doppio comandamento della carità, poiché è la carità soprannaturale che anima i nostri atti a fare la differenza tra la lettera disseccata e lo spirito che vivifica.
Il Vangelo è messo in risalto in modo notevole nella liturgia: processione per la lettura solenne alla messa cantata, incensazione, bacio del libro dei vangeli, giuramenti sul Vangelo, consegna dell’evangeliario al diacono, al vescovo, imposizione sulle spalle e sul capo dell’eletto all’episcopato, etc.
Sarebbe inammissibile che, nonostante questa pompa liturgica, il Vangelo che è stato il trampolino di san Francesco verso il cielo non sia letto, compreso e soprattutto praticato.
Don Nicolas Cadiet
NOTE
1) Gilbert Keith Chesterton, San Francesco di Assisi, c. 4.
2) Ibidem.
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Immagine: Lodovico Cigoli (1559–1613), San Francesco d’Assisi (1597-1599), Ermitage, San Pietroburgo.
Cremazione
Lo Stato italiano contro i morti
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