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Geopolitica

La decadenza dell’impero statunitense

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Gli Stati Uniti, impegnati nello scontro con Russia e Cina per impedire un’organizzazione multipolare del mondo e salvaguardare la propria egemonia, s’indeboliscono al loro interno. Un figlio del presidente Biden si è arrogato un potere maggiore di quello di un senatore: viaggia con aerei di Stato, manco fosse in missione per il padre, firma contratti personali di cui non si sa cosa ne pensi il presidente. Hunter Biden non ha competenze particolari, è solo un tossicomane scansafatiche. Nessuno sa chi negozia i contratti che firma e di cui approfitta. La grandezza della democrazia statunitense si è dileguata a favore di persone, non solo non elette, ma persino senza incarichi ufficiali.

 

 

Negli ultimi sei anni ho pubblicato molti articoli alquanto in anticipo sui grandi media ove allertavo sulla divisione degli statunitensi e l’escalation dell’intolleranza, pronosticando l’inevitabilità di una guerra civile e la dissoluzione dello Stato federale.

 

La realtà ci mostra l’incremento di nuove forme di segregazione; abbiamo già assistito a un’elezione presidenziale opaca, alla presa del Campidoglio e alla perquisizione di una dimora di un ex presidente. La democrazia statunitense è morta? Come evolverà questo basilare fenomeno?

 

 

La democrazia statunitense

Innanzitutto si deve tenere in considerazione il cambiamento demografico e sociologico degli Stati Uniti.

 

Gli statunitensi sono passati dai 252 milioni del 1991, anno del crollo dell’Unione Sovietica, agli attuali 331 milioni: un terzo in più, ossia sono aumentati di 79 milioni. Nel contempo c’è stato un ininterrotto declino della classe media.

 

Alla fine della seconda guerra mondiale gli statunitensi di questa classe sociale erano il 70%. Benché non ci sia unanimità sui criteri statistici, oggi sembrano rappresentare meno del 45%. Il numero dei miliardari dal 1991 è invece decuplicato; per contro la ricchezza media è aumentata pochissimo in termini di potere d’acquisto.

 

Le istituzioni Usa si fondano sul principio della separazione dei poteri di Montesquieu. Le decisioni risultano equilibrate grazie alla separazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Il sistema funziona se le decisioni vengono prese in nome dell’interesse comune. Con la globalizzazione, ossia con la delocalizzazione industriale in Asia e la conseguente scomparsa della classe media, il sistema non può più funzionare.

 

Per questa ragione la situazione sociologica impedisce il funzionamento del sistema democratico.

 

Gli statunitensi sono consapevoli di questi scombussolamenti; infatti, dopo il movimento Occupy Wall Street del 2011, molti si pongono domande sui poteri concentrati nell’1% dei cittadini, i più ricchi. Ossia nella fetta di popolazione le cui entrate annuali sono cinque volte superiori alla media.

 

Con le elezioni del 2020 si è presentato un problema sostanziale. Oggi almeno un terzo degli elettori pensa che i risultati non riflettano la volontà popolare. Numeri alla mano, i due campi non fanno che insultarsi; ma il problema non è il conteggio, bensì la scarsa trasparenza dello spoglio. Uno dei principi fondamentali della democrazia è la trasparenza delle elezioni.

 

Da tempo negli Stati Uniti lo spoglio non è più svolto da cittadini pubblicamente, ma da funzionari, o addirittura da imprese appaltatrici. Nel 2020 lo spoglio dei voti è stato fatto da macchine e, spesso, da funzionari e a porte chiuse.

 

Riguardo al venir meno della separazione dei poteri, i fatti più sconcertanti sono stati le procedure di destituzione del capo dell’esecutivo da parte del potere legislativo, in base ad accuse di tradimento, oggi tutte invalidate. Ma siccome il fallimento di questi impeachment non scalfisce il problema sociologico, ora assistiamo alla perquisizione della dimora di un ex presidente e alla sua imminente messa in stato d’accusa per tradimento. Questa volta il potere giudiziario si rifugia dietro un’interpretazione aberrante della legge che persegue la persona che, pur avendo il potere di declassificare qualsiasi documento, ha scordato di declassificare documenti personali. Il carattere bislacco di queste vicende non sfugge ai semplici cittadini, che voltano le spalle a istituzioni un tempo democratiche.

 

Il cedimento della democrazia statunitense si è manifestato il 6 gennaio 2021 con la presa del Campidoglio da parte di una folla inferocita. Oggi sappiamo che questi protestatari non avevano assolutamente intenzione di rovesciare il Congresso, ma che la polizia, comportandosi come strumento di repressione al servizio di una dittatura, non cercò di ristabilire l’ordine, ma volle punire i cittadini che manifestavano.

 

 

Il fenomeno avrà un seguito?

Il fenomeno non s’interromperà fino a quando persisterà l’attuale composizione sociologica degli Stati Uniti. Le vicende di corruzione dimostrano infatti che si sta allargando; che i protagonisti non sono più alti funzionari che abusano del potere, ma individui non eletti, nemmeno con un incarico ufficiale, che si accaparrano un potere più rilevante di quello di un senatore.

Ricordiamo l’affare Biden: durante la campagna presidenziale del 2020, il New York Post rivelava che l’FBI aveva requisito il computer di un figlio del candidato democratico. Il tabloid affermava che i file sequestrati mostravano la vita dissoluta del figlio di Biden (fatto già noto), nonché la sua corruzione e quella del padre.

 

Fu immediatamente orchestrata una vasta operazione per preservare l’onorabilità del candidato alla presidenza. L’FBI si rifiutò di esaminare il computer sequestrato, mentre alte personalità della United States Intelligence Community diffusero la voce che si trattava di una fake news diffusa dai russi per favorire l’avversario Trump (1). Alla fine i media ignorarono le accuse del Post e il candidato Biden vinse le elezioni.

 

A distanza di due anni le rivelazioni del Post si sono dimostrate vere, sono stati pubblicati nuovi documenti e altri sono stati sequestrati dal ministero russo della Difesa durante l’operazione in Ucraina.

 

A oggi risulta che:

 

Hunter Biden, che ha raccontato egli stesso il suo passato di tossicodipendente, è tutt’ora un drogato. È circondato da una congrega di giovani uomini, anche loro dipendenti dalla cocaina, con i quali organizza festini decadenti. Senza esprimere giudizi morali sulla sua vita privata, è sotto gli occhi di tutti che Hunter Biden non è nelle condizioni di dirigere imprese.

 

Ciononostante, Hunter Biden ha fondato e controlla diverse importanti società (Eudora Global, Owasco, Oldaker, Biden and Belair LLP, Paradigm Global Advisors, Rosemont Seneca Advisors e Seneca Global Advisors).

 

Mentre il padre Joe era vicepresidente e John Kerry segretario di Stato, Hunter Biden ha fondato con il figliastro di Kerry, Christopher Heinz, una società che ha iniziato a fare affari in Ucraina per conto del dipartimento della Difesa, di cui all’epoca era segretario Ashton Carter. Ufficialmente la società doveva esaminare i reliquati dei programmi biologici militari sovietici; in realtà, sostengono i russi, svolgeva in Ucraina ricerche illegali negli USA.

 

Hunter Biden e lo zio James Biden hanno lavorato con una compagnia petrolifera pubblica cinese, CEFC. Hunter ha percepito 3,8 milioni di dollari, sebbene privo di ogni competenza nel settore.

 

Hunter Biden è diventato, pur senza competenze, amministratore della seconda società petrolifera ucraina, Burisma. Per l’incarico è stato retribuito con 50 mila dollari mensili.

 

Hunter Biden viaggia da anni solo con aerei di Stato, per spostamenti non collegati allo status di figlio del presidente che è la sola ragione che gli permetterebbe di accompagnare il padre sull’aereo presidenziale.

 

Riassumendo, Hunter Biden dirige o siede nel consiglio di numerose società. Rappresenta ufficialmente il dipartimento della Difesa e, perlomeno ufficiosamente, il padre. Percepisce grosse somme di denaro per un lavoro che non è capace di fare.

 

Anche supponendo che non vi sia implicato, il presidente Biden nasconde la commistione che il figlio alimenta fra i propri affari personali e la sua carriera politica, permettendogli anche di usare mezzi di Stato per i suoi traffici.

 

L’imperatore romano Caligola aveva nominato console il proprio cavallo. Da vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden ha coperto gl’imbrogli del figlio. Oggi è un presidente con scarsa lucidità mentale, di cui il figlio approfitta per continuare a fare affari abusando del vincolo di parentela.

 

Queste accuse non sono voci, sono fatti accertati da rapporti del senato.

 

 

L’indebolimento dello Stato federale

Le altre regioni del mondo giudicano in modo discordante l’indebolimento dello Stato federale Usa. Secondo i russi, passati attraverso molte rivoluzioni e la dissoluzione dell’URSS, le incomprensioni fra i cittadini condurranno nel medio termine a una guerra civile, che sfocerà nella divisione degli Stati Uniti in Paesi indipendenti, più o meno etnicamente omogenei.

 

Secondo i cinesi invece, passati innumerevoli volte dall’indebolimento della monarchia, gli Stati Uniti sopravviveranno, ma precipiteranno in una forma di anarchia. Gli Stati federati conquisteranno l’autonomia e non obbediranno più allo Stato federale.

 

Solo gli Occidentali continuano a credere che gli Stati Uniti sono ancora una democrazia e che continueranno a esserlo.

 

 

Donald Trump Jr. tratta degli intrallazzi di Hunter Biden nel libro Liberal Privilege: Joe Biden and the Democrat’s Defense of the Indefensible, Gold Standard Publishing (2020).

 

L’inchiesta del New York Post ha dato origine a un altro libro: Laptop from Hell: Hunter Biden, Big Tech, and the Dirty Secrets the President Tried to Hide, di Miranda Devine, Post Hill Press (2021).

I senatori repubblicani della Commissione per la Sicurezza della Patria hanno presentato due rapporti: 1. «Hunter Biden, Burisma, and Corruption: The Impact on U.S. Government Policy and Related Concerns», U.S. Senate Committee on Homeland Security and Governmental Affairs; 2. «Majority Staff Report Supplemental» Committee on Finance, Committee on Homeland Sercurity and Governmental Affairs. November 18, 2020.

 

 

Thyerry Meyssan

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Geopolitica

L’amministrazione Trump sta valutando opzioni militari in Mali

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L’amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali, Paese dell’Africa occidentale, per colpire un gruppo affiliato ad al-Qaeda noto come JNIM. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti giornalistiche citando funzionari militari.

 

Se venisse approvato, aggiungerebbe un ottavo Paese alla lista delle nazioni in cui il presidente Donald Trump ha ordinato attacchi dall’inizio del suo secondo mandato, un periodo della sua presidenza che inizialmente aveva annunciato sarebbe stato dedicato a porre fine ai conflitti globali e a riorientare le risorse americane verso i cittadini statunitensi.

 

Esiste però disaccordo tra gli alti funzionari americani sull’opportunità di procedere con l’attacco al gruppo militante. Un deciso sostenitore dell’uso della forza è Sebastian Gorka, direttore senior per la lotta al terrorismo del Consiglio di sicurezza nazionale, secondo quanto affermato da funzionari attuali ed ex funzionari, che, come altri, hanno parlato a condizione di anonimato per discutere di pianificazione militare.

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Il gruppo militante, il cui nome completo è Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, ha consolidato la propria presenza in Mali e ha intensificato gli attacchi nelle nazioni costiere dell’Africa occidentale, affermandosi come il gruppo militante meglio armato della regione e tra i più potenti a livello mondiale.

 

Interpellato in merito dal giornale della capitale statunitense, un funzionario dell’amministrazione non ha voluto rivelare se il presidente intendesse procedere con attacchi militari, ma ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno esortato i governi del Nord e dell’Africa occidentale «ad acquistare attrezzature e servizi statunitensi per sostenere i loro sforzi bellici contro i terroristi».

 

Il funzionario ha affermato che il terrorismo nel Sahel, la vasta regione semi-arida a sud del Sahara, è un «problema multinazionale».

 

«Esortiamo i partner regionali e gli alleati della NATO a sostenere l’Alleanza degli Stati del Sahel nella sua guerra contro il JNIM e l’ISIS», ha aggiunto il funzionario, riferendosi anche allo Stato Islamico, che ha acquisito importanza in Medio Oriente prima di stabilire filiali in tutta l’Africa.

 

L’Alleanza degli Stati del Sahel è composta da Mali, Burkina Faso e Niger, tutte nazioni dell’Africa occidentale in cui, negli ultimi anni, i leader militari hanno rovesciato governi democraticamente eletti con colpi di Stato, interrotto in gran parte i rapporti con l’Occidente e si sono rivolti alla Russia per ottenere aiuto in materia di sicurezza.

 

Il funzionario dell’amministrazione ha però attribuito la colpa non a quei governi, bensì ai loro partner russi, affermando che Mosca «si è dimostrata un partner inefficace per la sicurezza del Mali».

 

«Ci auguriamo che le altre nazioni africane prendano atto della pessima performance della Russia nella lotta al terrorismo», ha dichiarato il funzionario.

 

Le valutazioni dell’amministrazione Trump su possibili interventi militari nel Paese non erano state precedentemente riportate.

 

Il Mali, nazione senza sbocco sul mare con quasi 25 milioni di abitanti, è stato negli ultimi anni segnato dalla violenza perpetrata da gruppi militanti islamisti, ma anche dalla stessa giunta militare maliana e dai mercenari russi assoldati per riportare la situazione sotto controllo.

 

I gruppi militanti, in particolare il JNIM, sono divenuti sempre più potenti, trasformando il Mali e i Paesi limitrofi del Sahel nel centro mondiale del terrorismo.

 

L’anno scorso, i militanti affiliati ad al-Qaeda hanno imposto un blocco dei carburanti che ha paralizzato gran parte del Paese. Questa primavera hanno lanciato attacchi coordinati su tutto il territorio nazionale, che hanno compreso la perlustrazione delle strade di Bamako, la capitale; la conquista di una città strategica nel nord del Paese, sottraendola all’esercito maliano e ai russi; e l’uccisione del ministro della Difesa in un attentato suicida.

 

Nel frattempo, l’ISIS Sahel, affiliato allo Stato Islamico e rivale del JNIM, ha consolidato il proprio potere vicino al confine tra Mali e Niger, dove l’anno scorso i suoi militanti hanno rapito il missionario americano Kevin Rideout, che si ritiene sia attualmente detenuto in Mali.

 

Per contrastare la violenza, la giunta militare maliana ha assoldato mercenari russi, inizialmente del Gruppo Wagner e ora di Africa Corps, quest’ultima più strettamente legata al Ministero della Difesa russo. Secondo organizzazioni per i diritti umani e precedenti articoli del Washington Post, i russi sono stati accusati di una serie di atrocità.

 

Lo scorso anno, nell’ambito di un’iniziativa dell’amministrazione Trump per riavvicinarsi al Mali, gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di Intelligence con il governo maliano, secondo quanto dichiarato all’epoca da funzionari americani, sia in carica che in pensione. Queste informazioni sono state utilizzate negli attacchi dell’esercito maliano, che era stato in gran parte emarginato dall’amministrazione Biden per il suo rifiuto di fissare una tempistica per il ritorno alle elezioni democratiche e per la sua collaborazione con la Russia.

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Finora tale cooperazione è rimasta limitata, ben lontana dalla portata della partnership di sicurezza tra Stati Uniti e Nigeria, intensificatasi lo scorso anno e che ha incluso attacchi aerei statunitensi e una missione di terra che ha ucciso uno dei massimi leader dello Stato Islamico in Africa.

 

Qualsiasi coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Mali comporta il rischio di ostilità con le forze russe nella regione. Potrebbe inoltre richiedere sforzi di de-escalation tra Washington e Mosca simili a quelli attuati in Siria durante la guerra civile in quel Paese.

 

Alla domanda se il Segretario di Stato Marco Rubio appoggiasse un intervento militare in Mali, il Dipartimento di Stato ha eluso la questione, affermando che gli Stati Uniti «condannano inequivocabilmente l’attività terroristica in Mali».

 

Un intervento militare statunitense contro il JNIM aggiungerebbe il Mali alla lista dei Paesi contro cui Trump ha ordinato attacchi: Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela. L’amministrazione ha inoltre condotto una controversa campagna militare contro presunti narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico orientale, che ha provocato decine di morti.

 

La Francia ha avviato il suo intervento militare nel Sahel nel 2013 su richiesta dell’allora governo del Mali. Le forze francesi hanno represso l’insurrezione in Mali e ristabilito un certo grado di ordine. A questa missione iniziale ne è seguita una seconda, l’Operazione Barkhane, che ha eliminato importanti leader militanti ma non è riuscita a fermare la diffusione di vari gruppi armati.

 

La rabbia nei confronti della Francia, alimentata dagli errori neocoloniali e dalla disinformazione russa, è cresciuta nel corso degli anni, contribuendo a innescare i colpi di Stato in Mali nel 2020 e nel 2021 e nei vicini Burkina Faso e Niger. Il presidente Emmanuel Macron ha poi ritirato le forze francesi.

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Gorka ha da tempo fatto delle aggressive politiche antiterrorismo un pilastro della sua ideologia. Tuttavia, il suo impatto sulle politiche dall’inizio del secondo mandato di Trump è stato modesto, ha dichiarato un funzionario statunitense, una fonte di sollievo per i suoi critici, che contestano il suo approccio intransigente, e una delusione per i suoi sostenitori.

 

In primavera, il Gorka ha avviato colloqui per diventare il prossimo direttore del Centro nazionale antiterrorismo di Trump, in seguito alle dimissioni di Joe Kent, che aveva lasciato l’amministrazione amareggiato dalla decisione del presidente di iniziare la guerra in Iran. Tali colloqui, però, non si sono concretizzati in una nomina ufficiale del Gorka.

 

Funzionari statunitensi, sia in carica che in pensione, hanno affermato che il Gorka era stato profondamente coinvolto nei colloqui per il rimpatrio del missionario catturato, Rideout. Uno degli obiettivi principali dell’amministrazione lo scorso anno era ottenere i diritti di sorvolo in Mali, ha dichiarato un ex funzionario, in modo che i funzionari statunitensi potessero far volare aerei e altre tecnologie di sorveglianza nei cieli maliani per monitorare meglio i suoi spostamenti.

 

Il desiderio di ottenere i diritti di sorvolo è stato alla base della decisione dell’amministrazione di revocare le sanzioni contro i membri chiave della giunta, tra cui il ministro della Difesa Sadio Camara, che era un sostenitore chiave dell’intervento russo in Mali ed è stato ucciso nell’attacco del JNIM il 25 aprile.

 

Secondo quanto affermano funzionari attuali ed ex, il Gorka era anche coinvolto in un’operazione per uccidere Abu Ubaydah Yusuf al-Anabi, un leader di una filiale di al-Qaeda con base in Algeria, la cui influenza è diminuita negli ultimi anni. Sebbene la scorsa estate i funzionari americani sperassero che l’intelligence statunitense fosse stata utilizzata in un attacco in Mali per eliminare al-Anabi, la sua morte non è mai stata confermata.

 

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Geopolitica

La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina: parla il professor Mearsheimer

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La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina, e nessuna quantità di armamenti occidentali – compresi i sistemi di difesa aerea Patriot richiesti da Kiev – potrà cambiare questa realtà, ha affermato lo studioso di relazioni internazionali John Mearsheimer.   L’Ucraina è «altamente vulnerabile» agli attacchi russi, che potrebbero paralizzare la sua economia e trasformarla in uno stato «disfunzionale», ha dichiarato giovedì il professore dell’Università di Chicago al podcast «Deep Dive» di Daniel Davis.   Nel corso del conflitto, giunto ormai al quinto anno, Kiev ha fatto molto affidamento sugli aiuti militari occidentali. Vladimir Zelensky ha ripetutamente sollecitato gli alleati a fornire più armamenti, in particolare i sistemi Patriot, attribuendo i ritardi nelle consegne alle battute d’arresto subite dall’Ucraina sul campo di battaglia.

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Secondo Mearsheimer, la convinzione che un maggior numero di Patriot o di altre armi occidentali possa invertire il corso del conflitto è un’illusione.   «I russi sono praticamente liberi di attaccare qualsiasi obiettivo in Ucraina e non devono preoccuparsi minimamente che un missile Patriot o qualsiasi altro tipo di missile possa abbattere i missili o i droni in arrivo», ha affermato.   Considerato il «notevole vantaggio in termini di potenza aerea» della Russia e la carenza di manodopera che affligge l’Ucraina, «i russi vinceranno questa guerra» e «l’Ucraina emergerà come uno stato residuo disfunzionale», ha sostenuto. Mearsheimer ha indicato i recenti attacchi russi contro il porto ucraino di Odessa come prova della strategia di Mosca. «A mio parere, i russi hanno di fatto tagliato fuori Odessa come porto di uscita per l’Ucraina», ha affermato.   All’inizio di questa settimana, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito depositi di carburante e infrastrutture portuali a Odessa, Nikolaev, Izmail e Chernomorsk, utilizzate per ricevere e immagazzinare materiale militare, affermando che quasi 30 navi al servizio dell’esercito ucraino sono state colpite.   Giovedì, l’emittente ucraina Strana ha riferito che il traffico marittimo si era di fatto bloccato, con nessuna nave entrata nei porti ucraini del Mar Nero il giorno precedente. Secondo Strana, gli attacchi russi sarebbero stati una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro i porti russi sul Mar Nero.   Gli attacchi hanno reso le spedizioni verso l’Ucraina sempre più rischiose, ha aggiunto Strana, sottolineando che il colosso delle spedizioni Maersk ha recentemente sospeso le operazioni nel porto di Chernomorsk.

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Mearsheimer sostenne inoltre che il conflitto tra Stati Uniti e Iran avrebbe ulteriormente ridotto il sostegno militare e finanziario europeo a Kiev.   «Credo che gli eventi in Iran e l’andamento della guerra tra Ucraina e Russia stiano creando una situazione in cui il futuro dell’Ucraina appare estremamente fosco», ha affermato il politologo chicagoano.   Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva sostenuto in un’intervista che i governi occidentali continuano a perseguire politiche mirate a indebolire la Russia fino a privarla definitivamente del suo status di grande potenza.   Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva preconizzato ancora nel 2015 lo sfascio dell’Ucraina, accusando, già all’ora, l’Occidente di portare Kiev verso la sua distruzione invece che verso un’era florida che sarebbe seguita alla neutralità dichiarata dagli ucraini.   Il politologo appartiene alla schiera delle grandi figure politiche americane che hanno rifiutato la NATO, talvolta prima ancora che nascesse. Uno è George Frost Kennan (1904-2005), ex ambasciatore USA in URSS, lucido, geniale mente capofila della scuola «realista» delle Relazioni Estere (quella oggi portata avanti accademicamente proprio da Mearsheimer) e funzionario di governo considerato «il padre della guerra fredda».   Mearsheimer è noto altresì per il controverso libro La Israel lobby e la politica estera americana, tradotto in Italia da Mondadori. Il libro contiene una disamina dell’influenza di Tel Aviv sulla politica americana, e identifica vari gruppi di pressione tra cui i Cristiani sionisti e soprattutto i neocon.   Il cattedratico statunitense ha anche recentemente toccato la questione israeliana dichiarando che le intenzioni dello Stato Ebraico sarebbero quelle di allargare il più possibile il conflitto nell’area di modo da poter svuotare i territori dai palestinesi: «più grande è la guerra, maggiore è la possibilità di pulizia etnica».  

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Geopolitica

Sauditi e alleati bombardano il porto Houthi

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Sabato la coalizione a guida saudita ha colpito obiettivi nel porto yemenita di Hodeidah, controllato dagli Houthi, in seguito agli attacchi contro navi saudite nel Mar Rosso.

 

Gli Houthi, un gruppo sciita sostenuto dall’Iran che controlla ampie zone dello Yemen, dilaniato dalla guerra civile, hanno annunciato la scorsa settimana un blocco navale dell’Arabia Saudita in risposta a quello che hanno definito l’ingiusto «assedio» del Paese.

 

Il portavoce della coalizione, il maggiore generale Turki Al-Maliki, ha dichiarato in un comunicato che gli attacchi hanno preso di mira siti militari utilizzati per «minacciare navi mercantili».

 

Secondo l’emittente televisiva Al Masirah, allineata con gli Houthi, alcune infrastrutture di telecomunicazione sono state colpite. L’emittente ha aggiunto che una donna è rimasta ferita in un attacco sull’isola di Kamaran, al largo della costa yemenita del Mar Rosso.

 

Secondo l’agenzia turca Anadolu, l’ala politica del gruppo ha condannato gli attacchi e ha promesso di rispondere a «un’escalation con un’escalation».

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Poco dopo l’attacco a Hodeidah, la città industriale saudita di Jazan sarebbe stata colpita da un apparente attacco di rappresaglia degli Houthi. Secondo le notizie, un vasto incendio sarebbe scoppiato in un impianto gestito dalla compagnia petrolifera statale del regno, la celebre Saudi ARAMCO.

 

Gli Houthi hanno affermato di aver preso di mira due petroliere di proprietà saudita questa settimana. Riyad ha ammesso che la Encelia ha preso fuoco e in seguito ha dichiarato che un’altra nave saudita, la NCC MASA, ha subito danni lievi allo scafo in un attacco separato avvenuto venerdì.

 

Nel 2014 gli Houthi hanno conquistato Sana’a, la capitale dello Yemen. Un anno dopo, l’Arabia Saudita ha guidato un intervento a sostegno del governo riconosciuto a livello internazionale. La campagna di bombardamenti non è riuscita a sottomettere gli Houthi, ma ha aggravato la già drammatica crisi umanitaria dello Yemen.

 

Dopo lo scoppio della guerra a Gaza nel 2023, gli Houthi iniziarono a lanciare missili e droni contro Israele e ad attaccare navi in quello che definirono un atto di solidarietà con i palestinesi. Gli attacchi cessarono dopo che gli Houthi raggiunsero un accordo con gli Stati Uniti nel maggio 2025.

 

Giovedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso di infliggere «pesanti punizioni militari» agli Houthi, descrivendo il gruppo come «un’organizzazione per procura dell’Iran». Gli Stati Uniti hanno bombardato lo Yemen insieme alla Gran Bretagna e a Israele nel 2025.

 

Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa aerei sauditi avevano bombardato l’aeroporto di Sana’a per non fare atterrare un aereo passeggeri iraniano. Gli attacchi avevano il supporto della Casa Bianca.

 

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