Spirito
Jean Madiran e le consacrazioni del 1988: «oggi, faccio fatica a credere che avesse torto»
Cosa pensava realmente Jean Madiran delle consacrazioni episcopali del 1988 celebrate dal vescovo Marcel Lefebvre?
In questa intervista approfondita, il professor Jacques-Régis du Cray, esperto di storia, ripercorre il ruolo di Jean Madiran, figura intellettuale di spicco del cattolicesimo francese del XX secolo, nella lotta per la Tradizione cattolica, il suo stretto rapporto con il vescovo Lefebvre durante gli anni del Concilio Vaticano II e nel periodo post-conciliare, e infine la rottura del 1988 sulle consacrazioni episcopali senza mandato papale.
Ma soprattutto, questo video mette in luce un aspetto spesso trascurato: l’evoluzione del giudizio di Jean Madiran sulle incoronazioni del 1988.
Dopo essere rimasto a lungo in disparte, rifiutandosi di sostenere pubblicamente le consacrazioni e al contempo di condannare monsignor Lefebvre, Jean Madiran riconobbe infine, alla fine della sua vita, i frutti concreti di questo atto storico.
Durante un’intervista filmata nel 2011 per il documentario Monsignor Lefebvre: Un vescovo nella tempesta, dichiarò finalmente: «oggi, mi risulta difficile credere che avesse torto». Questa frase segna una vera svolta.
- Nel corso degli anni, Jean Madiran ha osservato:
- la sopravvivenza e lo sviluppo della Società di San Pio X;
- la revoca delle scomuniche;
- l’assenza di scisma;
- il mantenimento di rapporti franchi con Roma, reso possibile dal fatto che essa ha dei vescovi;
e il ruolo svolto dalle consacrazioni nella diffusione e nel riconoscimento della messa tradizionale.
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Trascrizione
Un ruolo intellettuale essenziale nella lotta per la Tradizione
È probabile, anzi certo, che l’assenza di consacrazioni non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a usare il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. L’arcivescovo Lefebvre è la figura più strettamente associata a questa resistenza alle riforme post-conciliari, ma la personalità di Jean Madiran è fondamentale. Egli fornì un valido supporto intellettuale a tutti i fedeli che avevano dei dubbi, a coloro che l’arcivescovo Lefebvre chiamava «cattolici perplessi». Offrì un autentico sostegno intellettuale a molti dei suoi contemporanei disorientati, in particolare, e soprattutto, nel mondo francofono.
Jean Madiran fu una figura di spicco nella lotta politica del dopoguerra. Fu un convinto difensore del cristianesimo e della comunità cattolica. Dopo il Concilio Vaticano II, si specializzò in tutti i dibattiti religiosi cattolici. Fondò la rivista Itinéraires nel 1956, che fu pubblicata per circa quarant’anni. Per tutti questi quarant’anni, Jean Madiran fornì gli strumenti intellettuali necessari ai cattolici disorientati dai nuovi sviluppi all’interno della Chiesa.
Itinéraires era una rivista fondamentale per le persone di quell’epoca. È importante capire che a quei tempi non esistevano YouTube, né siti web istituzionali: i contemporanei venivano a conoscenza dei principali dibattiti religiosi solo attraverso riviste come questa. La stampa dell’epoca svolgeva un ruolo davvero vitale. Itinéraires aveva anche questa caratteristica unica: era una rivista genuinamente intellettuale, pubblicata con una decina di numeri all’anno, che analizzava i principali testi pubblicati dopo il Concilio.
Jean Madiran include anche un gran numero di figure religiose di spicco: padre Calmel, padre de La Barre du Lac e padre Guérard des Lauriers contribuiscono tutti a Itinéraires. È quindi una figura davvero essenziale nel plasmare il pensiero dei fedeli cattolici francofoni di quell’epoca.
Durante tutta la resistenza alle riforme post-conciliari, collaborò a stretto contatto con l’arcivescovo Lefebvre. Agli albori di Écône, Jean Madiran fu presente fisicamente e intellettualmente con i primi seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, tenendo conferenze e lezioni sulla dottrina sociale della Chiesa per i giovani seminaristi.
Quando l’arcivescovo Lefebvre pronunciò la sua famosa dichiarazione del 1974 – «aderiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima alla Roma cattolica» – sorsero dibattiti tra i seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. L’arcivescovo Lefebvre ne era consapevole. Jean Madiran si trovava a Écône in quel periodo, e fu lui a spiegare ai seminaristi come interpretare quella dichiarazione, che segnò, in una certa misura, l’inizio delle difficoltà con Roma.
Egli fu dunque una figura chiave in tutta questa lotta post-conciliare, al fianco dell’arcivescovo Lefebvre. E, in effetti, ci fu un piccolo malinteso nel 1988, diciotto anni dopo la fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X.
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Il film sull’arcivescovo Lefebvre, Un vescovo nella tempesta
Vi spiegherò cosa accadde circa quindici anni fa. Sono uno storico di formazione e suggerii a padre de Cacqueray, allora superiore del distretto francese della Fraternità Sacerdotale San Pio X e forza trainante del progetto, di realizzare questo film. L’idea era di far conoscere l’arcivescovo Lefebvre a un pubblico più giovane, a persone non necessariamente convinte dalle sue scelte nella storia recente della Chiesa, e di far conoscere meglio la sua personalità.
Tra le domande sorte all’inizio, dato che questo documentario di 90 minuti, realizzato nel 2012, ha richiesto diversi anni di preparazione, c’era quella di decidere chi intervistare. Ben presto, la figura di Jean Madiran si è rivelata la scelta più ovvia, poiché era stato uno di coloro che avevano sostenuto l’arcivescovo Lefebvre durante la lotta degli anni Sessanta e Settanta, dopo il Concilio.
Quando abbiamo iniziato questo film, il nostro obiettivo era presentare il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X così com’era veramente. Si trattava di mostrare l’arcivescovo Lefebvre attraverso le testimonianze oggettive dei suoi contemporanei: coloro che lo apprezzavano, coloro che lo apprezzavano meno, coloro che lo seguivano e anche coloro che non lo facevano. Tra gli ex spiritani, alcuni si opposero fermamente a lui, e compaiono nel film. L’idea non era semplicemente quella di presentare le opinioni che i suoi contemporanei avrebbero potuto avere sulle sue scelte.
Questo era secondario. Che fosse necessario dire cosa pensasse questa o quella persona riguardo alle consacrazioni o al rifiuto di obbedire a Roma era secondario. Tuttavia, abbiamo fatto un’eccezione per questo passaggio con Jean Madiran, dove, nel film, gli abbiamo permesso di esprimere la sua opinione sulla scelta dell’arcivescovo Lefebvre nel 1988. Questa posizione assunta da Jean Madiran si è rivelata qualcosa di davvero straordinario alla luce di tutta la sua vita e della Fraternità Sacerdotale San Pio X in quegli anni.
Fin dall’inizio del Concilio, Jean Madiran conobbe l’arcivescovo Lefebvre e iniziò ad assisterlo e sostenerlo. Fu durante la sessione finale del Concilio che si tenne un incontro a Fontgombault. L’arcivescovo Lefebvre lo chiamò in quell’occasione: in quanto padre conciliare, aveva diritto a un esperto. Aveva padre Berto come esperto ufficiale, ma occasionalmente si rivolgeva anche a Jean Madiran per analizzare lo Schema 13 sulla collegialità. Jean Madiran lavorò tutta la notte su questo argomento. Da quel momento in poi, i due si trovarono in una simbiosi intellettuale.
Successivamente, durante i primi anni della Società, Jean Madiran ne fu al fianco. Avviò tutte le discussioni contenute in Itinéraires e intrattenne una fitta corrispondenza con l’arcivescovo Lefebvre. Quando Jean Madiran si rivolse a Paolo VI nel 1974, dicendo: «restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura, restituiteci la dottrina», le sue parole riecheggiavano quelle dell’arcivescovo Lefebvre. Queste espressioni si ritrovano quasi alla lettera in uno dei suoi sermoni più importanti, dove l’arcivescovo Lefebvre afferma: «restituiteci la dottrina di tutti i tempi, restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura».
Abbiamo davvero due personalità che procedono di pari passo: una creando un sostegno sacerdotale, l’altra armando intellettualmente i fedeli in parallelo.
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Perché Jean Madiran non seguì Monsignor Lefebvre alle consacrazioni episcopali del 1988?
Perché Jean Madiran non seguì l’arcivescovo Lefebvre nel 1988? Forse sovrastimò il danno causato alle famiglie dalla separazione del 1988. È vero che furono fatte scelte diverse. Alcuni vollero seguire l’arcivescovo Lefebvre, rischiando la condanna. Altri si rifiutarono di seguirlo per evitare tale condanna, e questo causò danni all’interno delle famiglie. Probabilmente Jean Madiran temeva che queste dispute avrebbero minato la lotta tradizionalista. Questo è probabilmente il motivo per cui volle ritirarsi.
Lui stesso usò questa espressione: disse di non voler prendere posizione. Infatti, non fu tra coloro che cercarono di spiegare su ogni giornale o su ogni stazione radio che l’arcivescovo Lefebvre aveva torto. Non lo fece. Tuttavia, non disse nemmeno che si dovesse seguire l’arcivescovo Lefebvre in modo assoluto, corpo e anima.
Jean Madiran, tuttavia, fu tra coloro che, negli anni Settanta, in particolare durante la turbolenta estate del 1976, espressero le proprie idee con grande fermezza. Gli scritti di Jean Madiran erano piuttosto incisivi. Fu tra coloro che puntarono il dito contro i vescovi di Francia senza troppi remore. L’arcivescovo Lefebvre, dal canto suo, fu molto più cauto.
Jean Madiran incarna in qualche modo ciò che Louis Veuillot rappresentava nel XIX secolo: un giornalista piuttosto polemico che osava puntare il dito contro i vescovi che non sempre svolgevano un buon lavoro all’interno della Chiesa. Jean Madiran lo fece negli anni Settanta. È quindi una persona di vero coraggio. L’arcivescovo Lefebvre si affidò a lui proprio per questo.
E nel 1988, quando si dovette prendere la decisione più cruciale, ci fu un malinteso tra i due uomini. Jean Madiran aveva forse previsto tutte le conseguenze delle sue scelte? Solo Dio sa cosa gli passasse per la testa.
È evidente che nel 1988 si verificò una frattura tra i due uomini. Ci fu un risentimento reciproco, non necessariamente iniziato da nessuno dei due. In definitiva, furono quasi i seguaci stessi a provocarla.
Molti lettori tradizionalisti si disiscrissero da Itinéraires . La rivista conobbe un declino a partire dal 1988 e cessò le pubblicazioni nel 1996. Questo ebbe un forte impatto su Jean Madiran.
Anche da parte dell’arcivescovo Lefebvre è evidente che c’è una ferita aperta. Negli anni Settanta e Ottanta avevano davvero camminato mano nella mano. Dall’anno successivo, l’arcivescovo Lefebvre ritirò i sacerdoti dal pellegrinaggio di Chartres, che è il mondo a cui appartiene Jean Madiran: il Centro Charlier, Bernard Antony, tutta la cerchia ristretta di Jean Madiran.
Vi fu dunque un autentico malinteso tra i due uomini, e non ci furono ulteriori chiarimenti fino alla morte del vescovo Lefebvre tre anni dopo, nel 1991.
L’incontro del 2011
Seguendo l’idea dell’abate de Cacqueray di contattare Jean Madiran, lo raggiunsi tramite Jeanne Smits, che all’epoca lavorava con lui a Présent, per avere l’opportunità di intervistarlo per il film.
Al telefono, inizialmente mi disse che non era per niente interessato, che non aveva mai ricevuto i programmi televisivi, che voleva voltare pagina, che la cosa non lo interessava e che non avrei ottenuto nulla. Ciononostante, mi presi la libertà di dire: «sto ancora cercando di scriverti». Lui rispose: «continua a provare».
Infine, quando meno me lo aspettavo, mi ha mandato una lettera in cui diceva: «o ricevuto la tua richiesta. La mia risposta è SÌ», in stampatello maiuscolo e sottolineato, con il suo indirizzo.
Poi arrivò l’8 febbraio 2011, quando ebbi l’opportunità di chiedergli dell’arcivescovo Lefebvre. Durante l’intervista, ebbi la sensazione che volesse orientare le domande verso le consacrazioni episcopali del 1988. Io, d’altra parte, cercavo ogni volta di tornare al Concilio, perché sapevo che l’argomento era un po’ delicato.
Tuttavia, avevo una domanda che mi incuriosiva: perché aveva incoraggiato l’arcivescovo Lefebvre a disobbedire a Roma nel 1976, ma non lo aveva seguito nel 1988? Fu allora che mi spiegò che, per lui, il 1988 rappresentava qualcosa di diverso, un grado di disobbedienza superiore.
Fu lì che pronunciò la sua ormai celebre dichiarazione: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio. Oggi trovo difficile credere che avesse torto».
Jean Madiran spiegò all’epoca che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è perché l’arcivescovo Lefebvre consacrò quattro vescovi. Aggiunse che, senza queste consacrazioni, la diffusione della Messa tradizionale in latino sarebbe stata indubbiamente molto più lenta e limitata.
Per lui, l’arcivescovo Lefebvre aveva garantito le condizioni per la prosecuzione del suo lavoro.
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«Oggi, trovo difficile credere che avesse torto»
L’aspetto visivamente interessante era che si rivolgeva direttamente a me, con un’espressione molto vivace. Poi, quando ha introdotto l’argomento, si è girato deliberatamente a destra, verso le grandi vetrate che si affacciavano su Parigi. Come se fosse alla ricerca di ispirazione.
E lui disse: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio”. Poi ci fu un lungo silenzio. E infine: “Oggi trovo difficile credere che avesse torto».
«Ciò che possiamo constatare, in ogni caso, è che l’atto più grave non è stato quello di mantenere in vita la Società nonostante la revoca del suo status canonico. La decisione più grave è stata, nel 1988, quella di ordinare quattro vescovi, non solo senza l’autorizzazione del Papa, ma in spregio a un divieto papale personale.
«Osservando la regolarizzazione avvenuta, quando la scomunica era automatica nel diritto canonico e fu successivamente revocata da Benedetto XVI, possiamo constatare chiaramente che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è grazie all’arcivescovo Lefebvre, che ha donato quattro vescovi.
«Il motivo per cui ha il peso che ha, e viene preso dal Papa come interlocutore, è perché ci sono i vescovi.
«Se non fosse stato per l’ordinazione di quattro vescovi, è probabile, anzi certo, che ciò non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a seguire il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. Ma la liberazione della Messa sarebbe avvenuta molto più lentamente e in modo molto più limitato.
«Nella Chiesa, essere vescovo è importante. E quindi il fondatore aveva ragione: aveva creato le condizioni affinché la sua opera potesse perdurare. (Citazione di Jean Madiran dal film)
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Un vero e proprio cambio di posizione?
Quindi, Jean Madiran ha davvero cambiato posizione? Tutto dipende da cosa pensasse realmente. In ogni caso, la sua posizione pubblica non è più stata la stessa dal 2011 in poi.
Fino ad allora, aveva affermato di non voler prendere posizione. Ora, dichiarò chiaramente che le consacrazioni episcopali senza mandato erano giustificate. Insistette sul fatto che le scomuniche erano state revocate e che la Fraternità Sacerdotale San Pio X aveva potuto prosperare.
Vide i fatti. Vide che la Fraternità non si era separata da Roma, che aveva mantenuto i suoi rapporti con Roma, che diversi cardinali affermavano che non c’era stato alcuno scisma.
E ebbe il coraggio, a 91 anni, di riconoscere finalmente che l’arcivescovo Lefebvre aveva fatto bene a compiere quell’azione coraggiosa.
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Il coraggio e l’umiltà di Jean Madiran
A mio parere, è un atto di grande coraggio quello di prendere il suo posto. Si era allontanato dal mondo del giornalismo da tempo. Aveva 91 anni. È morto due anni dopo.
Portare le telecamere in casa sua per dire una cosa del genere ha richiesto vero coraggio.
Penso che egli abbia consapevolmente ritenuto necessario tornare su questo argomento per fare nuova luce sulla questione. Aveva osservato gli effetti di queste consacrazioni sul tradizionalismo in Francia, sulle comunità consolidate e sulla liberalizzazione della Messa.
E così compie questo passo coraggioso, riconoscendo i fatti e riconsiderando quell’atto del 1988 che non aveva condannato, ma sul quale all’epoca non aveva voluto schierarsi.
Ha affermato che non era suo compito giudicare la coscienza di un arcivescovo. La consacrazione del 1988 era un atto dell’arcivescovo davanti a Dio: cosa sto facendo del mio episcopato?
Jean Madiran ha l’umiltà di dire: “Non sono nella sua coscienza”.
In un certo senso, invita anche i giovani a fare un passo indietro prima di giudicare.
Nel 1988, la situazione si capovolse. Jean Madiran non si sentiva in grado di esprimere un giudizio, ma ebbe il coraggio di farlo alla fine della sua vita. Riconobbe i frutti, i fatti, le conseguenze positive degli elogi del 1988.
La posizione di Jean Madiran sulle incoronazioni è cauta, ma, a posteriori, coraggiosa. Riconosce la validità di quanto è stato proposto.
Chiunque scopra questo periodo della storia della Chiesa non può che essere incoraggiato a imparare, a esplorare, a leggere. Ed è proprio ciò che fece Jean Madiran. Era un grande intellettuale, dotato di un vero talento per le parole.
Il XIX secolo ha avuto Louis Veuillot; gli anni Settanta e Ottanta hanno avuto Jean Madiran. Lui ha avuto la perspicacia di individuare i veri problemi all’interno della crisi della Chiesa.
Il pericolo sta anche nel pensare di essere Jean Madiran. Non tutti sono Jean Madiran. Sta a ciascun individuo analizzare e adempiere al proprio dovere, laddove si trova.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Spirito
Dall’Eliseo allo Stade de France: primo giorno di Leone XIV a Parigi
Al Palazzo dell’Eliseo, la difesa della vita e la questione della laicità
Partito da Roma-Fiumicino in mattinata, il Papa ha accolto i giornalisti a bordo dell’aereo e ha dichiarato di essere venuto a proclamare «la pace di Cristo». Emmanuel Macron e sua moglie lo hanno accolto all’aeroporto di Orly, mentre le campane delle chiese di tutta la Francia hanno suonato per il suo arrivo. Al Palazzo dell’Eliseo, un incontro con il Presidente ha preceduto il suo discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico. Leone XIV ha innanzitutto elogiato l’influenza culturale e spirituale della Francia, le sue scuole cattedrali e le sue università, prima di ringraziare coloro che hanno contribuito alla ricostruzione della cattedrale di Notre-Dame. Facendo riferimento a Sant’Ireneo e al battesimo di Clodoveo, ha ricordato come il cristianesimo abbia plasmato la vita intellettuale, artistica e missionaria del Paese.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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All’UNESCO, da Babele a Pentecoste
Dopo il pranzo in nunziatura, Leone XIV si è recato alla sede dell’UNESCO, dove è stato accolto dal direttore generale, Khaled El-Enany. Prima di parlare ai rappresentanti degli Stati, entrambi hanno annaffiato un ulivo, simbolo di pace. Il Papa ha ricordato la presenza della Santa Sede presso l’organismo dal 1952 e l’opera educativa portata avanti per secoli dalla Chiesa, anche nelle regioni più povere. Per il Papa imparare a leggere, a produrre o ad usare tecniche non basta: un’educazione completa deve aiutare l’uomo a ricercare il senso della propria esistenza, ad «essere» di più piuttosto che ad «avere» di più. È a partire da questa domanda: «Cosa significa essere umani?» – che ha sviluppato il suo argomento. Ognuno viene al mondo come un bambino che dipende dagli altri per vivere; dimenticare questa dipendenza primaria porta, ha spiegato, a considerare la vita come un prodotto e i più deboli come un peso. La scienza, separata dalla saggezza, può allora diventare uno strumento di distruzione, mentre l’educazione staccata dalla verità rischia di essere utilizzata per manipolare le coscienze. Ritornando all’intelligenza artificiale, Leone XIV notava il paradosso di un’epoca che attribuisce «intelligenza» alle macchine valutando gli uomini in base alle loro prestazioni. I sistemi informatici possono aggregare i dati, ha osservato, ma non rispondono alla domanda sul significato della vita; da qui il suo appello a proteggere i bambini nel mondo digitale e a formare il loro giudizio di fronte all’abbondanza di informazioni. Il Papa ha poi messo a confronto due scene della Scrittura. Babele rappresenta, nella sua lettura, l’unità imposta dal potere, che sfocia nella divisione; trova la tentazione in certe forme di dominio economico, ideologico e tecnico. A Pentecoste, invece, uomini di lingue diverse ascoltano lo stesso annuncio senza perdere la propria lingua. Leone XIV ne ha ricordato il contenuto – la risurrezione di Gesù Cristo e la salvezza da lui portata – quindi ha proposto questa scena come modello di comunione rispettosa delle culture. Ha esteso questa comune ricerca di senso e di pace alle diverse tradizioni religiose, alle quali riconosce un ruolo «necessario e insostituibile». La Pentecoste racconta l’annuncio di Cristo da parte degli Apostoli, mentre il discorso si conclude qui presentando le religioni come partner dello stesso cammino verso Dio. Questo modo di concepire le false religioni rientra nell’orientamento interreligioso del Concilio Vaticano II, contestato dalla Fraternità San Pio X. Di qui Leone XIV ha legato la cura della persona umana a quella del creato: non si può, secondo lui, pretendere di difendere l’una trascurando l’altra. Ha proposto come misura di questo impegno l’attenzione ai bambini non ancora nati e a coloro che soffrono a causa della guerra, ai disabili o agli anziani, ai migranti e ai rifugiati. Infine, rilevando la crisi di fiducia che colpisce le istituzioni internazionali, ha esortato l’UNESCO a continuare la sua missione attraverso l’educazione, la ricerca della verità e il dialogo tra i popoli, convinto che la pace richieda qualcosa di più dei trattati o di un semplice equilibrio di forze. Ma come si può stabilire una pace duratura senza il regno sociale di Gesù Cristo? Sessant’anni dopo la dichiarazione di Paolo VI a chiusura del Concilio Vaticano II – «noi abbiamo il culto dell’uomo» – questo umanesimo non ha portato la pace nel mondo.A Notre-Dame, la cattedrale restaurata come immagine della Chiesa
Dopo aver lasciato l’UNESCO, il papa è salito sulla papamobile insieme a mons. Laurent Ulrich, arcivescovo di Parigi. Famiglie, religiosi, studenti delle scuole cattoliche e molti giovani si sono allineati lungo il percorso verso Notre-Dame. Secondo i dati diffusi dal Vaticano e riportati da Le Figaro, lungo il percorso si trovavano circa 300mila persone. Giunto sulla piazza antistante Notre-Dame, Leone XIV ha salutato i fedeli prima di entrare nella cattedrale. Primo papa ad entrarvi dopo la riapertura, ha prima pregato davanti al Santissimo Sacramento e venerato la Sacra Corona di Spine, prima di presiedere i vespri sotto le volte restaurate con vescovi, sacerdoti, diaconi, persone consacrate e seminaristi. L’assemblea cantava i salmi sotto le volte restaurate, mentre dalla piazza diverse migliaia di persone seguivano la funzione. Nel suo discorso il Papa è tornato all’incendio del 2019 e al turbamento suscitato ben oltre i cattolici. Notre-Dame, ha spiegato, è più di un monumento: porta con sé una storia e resta un luogo di incontro di persone. Ha ringraziato mons. Laurent Ulrich e la diocesi di Parigi per l’accoglienza e il cammino di scoperta della fede offerti ai visitatori che vedevano nella ricostruzione un invito esteso a tutta la Chiesa di Francia. I pastori, ha esortato, devono dare priorità alla «conversione missionaria» auspicata da papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, mentre i fedeli laici devono partecipare a questa presenza missionaria, anche nelle aree rurali. Leone XIV ha ribadito poi la ragion d’essere della cattedrale: la preghiera e il culto divino. Senza l’azione liturgica, ha detto, essa perderebbe la sua anima. Ha parlato del rinnovamento del sacrificio redentore di Cristo nella Messa, così come del canto, della parola e dei gesti liturgici capaci di offrire un momento di pace in una società rumorosa. Ai sacerdoti che celebrano la Messa quotidianamente, anche di fronte alle piccole comunità, ha chiesto di garantire la dignità delle celebrazioni e di mantenere l’umiltà di fronte al mistero. Tuttavia, ha presentato la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium come erede e approfondimento del significato della liturgia trasmessa dai Padri e dai santi – una valutazione che lascia del tutto aperta la questione dei frutti della riforma liturgica derivante dal Concilio, così come quella delle intrinseche carenze del Novus Ordo. Il papa, infine, ha esortato vescovi, sacerdoti e persone consacrate a porre la comunione con il successore di Pietro «al di sopra delle [loro] sensibilità personali». Nel contesto attuale, questa formula non può ridurre le obiezioni dottrinali e liturgiche della Tradizione a una questione di sensibilità personale. Leone XIV ha proseguito invitando i pastori a conservare la loro preghiera personale e silenziosa: la loro missione, ha sottolineato, deve scaturire dall’amicizia con il Signore. Indicando la statua della Vergine con il Bambino risparmiata dall’incendio, ha affidato i pastori e il popolo francese alla Madonna. Sulla scalinata, prima di recarsi allo Stade de France, ha cantato il Salve Regina con i fedeli riuniti all’esterno.Aiuta Renovatio 21
Allo Stade de France, una veglia con 80.000 giovani
La veglia a Saint-Denis è iniziata prima dell’arrivo di papa Leone XIV. In uno Stade de France gremito da circa 80.000 giovani, esibizioni di cantanti e gruppi pop cristiani, tra cui Les Frangines e Glorious, si sono alternate a testimonianze e momenti dedicati alla fede. Una statua della Vergine Maria è stata portata in processione e i catecumeni hanno ricevuto le acclamazioni dell’assemblea. Quando il papa è entrato in campo sulla Papamobile, un affresco raffigurante la storia cristiana di Francia ha fatto sfilare i suoi santi intorno allo stadio, da Santa Genoveffa e Giovanna d’Arco al Curato d’Ars e Santa Teresa di Lisieux. L’entità della partecipazione è stata notevole; canti, rappresentazioni teatrali e fuochi d’artificio hanno conferito alla prima parte della serata una dimensione spettacolare. Una processione di stendardi e reliquie ha prolungato questo omaggio prima che la serata assumesse un tono più solenne. Due giovani hanno poi rivolto delle domande al papa. A Chloé, che dava testimonianza della sua fede verso persone di altre religioni nei quartieri popolari, Leone XIV ha raccomandato la fedeltà di fronte agli incontri e alle difficoltà della vita quotidiana. François, studente di agronomia e capo scout, gli ha chiesto come discernere la propria vocazione. Il papa lo ha indirizzato verso una formazione spirituale basata sulla preghiera e sul servizio, sull’adorazione e sull’azione, con uno spazio per il silenzio lontano dalla frenesia dei media. Ha rivolto un appello speciale ai giovani che consideravano il sacerdozio o la vita consacrata: «la Chiesa in Francia ha tanto bisogno di voi!». La veglia ha lasciato poi spazio alle Litanie dei Santi e alla presentazione della Sacra Tunica di Argenteuil presso la grande croce di cinque metri realizzata dall’associazione SOS Calvaires, davanti alla quale lo stadio si è riunito in preghiera. Nella sua meditazione, Leone XIV ha citato tre verbi usati da San Paolo nelle Lettere a Timoteo: fuggire, tendere e lottare. Ha esortato i giovani a fuggire l’orgoglio, la violenza e l’avidità, che promettono la felicità lasciandoli soli; tendere verso la giustizia, la fede, la carità, la pazienza e la mitezza; e poi combattere la battaglia della fede, senza violenza né disprezzo. Al desiderio di libertà che ha riconosciuto nei giovani francesi, ha risposto che la vera libertà nasce da una relazione viva con Gesù Cristo e cresce nella scelta del bene. Evocando Marcel Callo, Santa Giovanna d’Arco e Santa Teresa di Gesù Bambino, il papa ha presentato la santità come una via aperta a tutti. Ha ribadito, davanti ai giovani come aveva fatto la mattina al Palazzo dell’Eliseo, le parole uguaglianza e fraternità, collegandole alle virtù cristiane. Poi ha indicato la Sacra Tunica e la Croce: l’una sottratta a Cristo, l’altra portata da lui, ricordano la sua Passione e la redenzione da lui compiuta. Ha concluso chiedendo ai giovani di essere testimoni del Vangelo. Dopo la Compieta e la benedizione, la folla ha intonato il Salve Regina, concludendo così la prima giornata del viaggio papale in Francia.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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Spirito
Il Vaticano nega la Messa al Summorum Pontificum
Il Vaticano ha fissato un evento all’Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro, dopo aver respinto la richiesta del pellegrinaggio Summorum Pontificum di celebrare una Messa secondo il rito tradizionale nello stesso luogo e alla stessa ora. Lo riporta LifeSite.
Il pellegrinaggio internazionale Summorum Pontificum aveva chiesto di tenere la propria Messa pontificale il 24 ottobre. Dopo il no, il Vaticano ha annunciato che, in alternativa, avrebbe ospitato una conferenza su San Francesco d’Assisi nell’ambito delle celebrazioni per l’ottocentesimo anniversario della morte del santo.
La Messa pontificia, che in passato si teneva in San Pietro, si svolgerà ora nella basilica di Santa Maria Maggiore.
Il pellegrinaggio annuale di ottobre, con la Messa in latino, attraversa Roma e culmina in Vaticano, dove la celebrazione avviene di solito sull’Altare della Cattedra.
Si prevede che il corteo manterrà la tappa tradizionale alla Basilica di San Pietro, dove i partecipanti potranno almeno pregare presso la tomba dell’apostolo Pietro prima di recarsi a Santa Maria Maggiore, dove presiederà il vescovo Atanasio Schneider.
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Papa Leone XIV non ha ancora risposto alla richiesta di udienza del Summorum Pontificum, nove mesi dopo che gli organizzatori avevano formalmente chiesto di incontrarlo.
Secondo il vaticanista Edward Pentin, gli organizzatori del pellegrinaggio, in programma a Roma dal 23 al 25 ottobre, hanno chiesto un’udienza a Papa Leone in una lettera consegnata personalmente al Pontefice dal vescovo Atanasio in Vaticano nel dicembre 2025.
Come riportato da Renovatio 21, lo scorso anno la messa per il 14° Pellegrinaggio ad Petri Sedem, organizzato dal Coetus Internationalis Summorum Pontificum fu officiata in pompa magna dal cardinale Raimondo Leone Burke, suscitando grandi aspettative per il favore, o quantomeno la tolleranza, che il neopapa Leone avrebbe avuto verso la messa in latino.
Niente di più sbagliato: la persecuzione contro il rito antico non è solo continuata, è aumentata sensibilmente, con il cardinale Roche a scriverne contro apertis verbis, il cardinale Cupich a definirlo «uno spettacolo», e lo stesso pontefiche che suggerisce che un tempo in cattolici partecipavano alla messa preconciliare in modo meno «consapevole».
Si è avuta quindi notizia, più nel concreto, della repentina chiusura da parte delle diocesi di messe in latino in tutto il mondo, in special modo negli Stati Uniti.
Più visibilmente, vi è stata la scomunica alla FSSPX per l’ordinazione di quattro vescovi. Omelie domenicali contro la FSSPX si sono sentite in tutte le diocesi, e Renovatio 21 conosce più casi di lettere spedite dai vescovadi ai proprietari di cappelle dove dicono messa i sacerdoti della Fraternità.
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Immagine di Fr Lawrence Lew, OP, via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Pensiero
Vera rivolta contro il mondo moderno. Mons. Williamson commenta il manifesto di Unabomber
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