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Geopolitica

Il presidente tedesco umiliato in Qatar

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Mercoledì il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier è stato tenuto ad aspettare per quasi 30 minuti all’uscita di un aereo nel caldo torrido di Doha, prima che il ministro degli Esteri del Qatar Soltan bin Saad Al-Muraikhi arrivasse finalmente a riceverlo, hanno riferito i media tedeschi.

 

La testata statale Deutsche Welle (DW), che accompagna la delegazione di Steinmeier, ha affermato che i preparativi ufficiali per l’arrivo del presidente in Qatar sembrano essere stati avviati. Il tappeto rosso era stato steso e la guardia d’onore era pronta, ma non c’era nessun funzionario ad accogliere il presidente tedesco mentre stava, con le braccia conserte, in cima alla rampa.

 

Nonostante il ritardo, l’incontro di Steinmeier con l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani si è poi svolto secondo programma, ha riferito DW.

 

Steinmeier, ex ministro degli Esteri tedesco, si trovava nel Golfo per discutere gli sforzi per liberare i rimanenti ostaggi tedeschi tenuti da Hamas, in seguito all’attacco del gruppo militante palestinese contro Israele il 7

 

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Numerosi cittadini tedeschi erano tra gli oltre 200 ostaggi presi da Hamas durante il suo assalto, che ha ucciso oltre 1.200 persone.

 

Berlino ha ripetutamente affermato di sostenere il diritto di Israele all’autodifesa in mezzo alla sua devastante risposta a Gaza, che ha causato la morte di più di 16.000 palestinesi, secondo il Ministero della Sanità dell’enclave. Come riportato da Renovatio 21, la sua posizione è stata pungolata da Erdogan che ha suggerito come essa potesse essere causata dalla responsabilità dello sterminio degli ebrei in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale. Il presidente turco ha fatto queste dichiarazioni in compresenza con il cancelliere Olaf Scholz durante una conferenza stampa, certificando lo stato di umiliazione diplomatica permanente in cui pare essere caduta Berlino.

 

Secondo DW, «l’apparente affronto di mercoledì» potrebbe portare alcuni a chiedersi se non si tratti di una risposta alle dichiarazioni del ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock in ottobre. «Non accettiamo il sostegno al terrorismo», aveva detto Baerbock al canale televisivo tedesco ZDF, sostenendo che Paesi come il Qatar «hanno una responsabilità speciale nel porre fine a questo terrorismo».

 

L’ipotesi della ritorsione è più che probabile, visto che in diplomazia vige la legge della risposta, quasi obbligata, agli sgarbi ricevuti – anche se si trattasse di un posto al tavolo di una cena non gradito. Si tratta di uno dei tanti danni da aggiungere nell’infinita lista delle sciagure provocate dalla Baerbock – verde studentessa della London School of Economics – da quando è salita al ministero degli Esteri di Berlino. A marzo la Baerbock era arrivata all’aeroporto di Nuova Delhi senza trovare tappetto rosso e delegazione di nessun tipo a riceverla.

 

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Un precedente di offesa diplomatica aeroportuale vide protagonista Obama, atterrato in Cina a fine mandato, costretto ad uscire dal retro dell’aereo (un’allusione di qualche tipo?) in mancanza provvidenziale di scaletta laterale fornita dalle autorità dell’aviosuperficie cinese. Anche lì, nessuno ad accoglierlo, e si trattava, teoricamente, dell’uomo più potente della Terra.

 

 

Il Qatar ospita ufficialmente la sede dell’ala politica di Hamas. La sua vicinanza al gruppo militante palestinese ha reso Doha una figura chiave nei negoziati tra Israele e Hamas sul rilascio degli ostaggi.

 

Martedì, il direttore della CIA William Burns e il capo dei servizi segreti israeliani del Mossad, David Barnea, avevano visitato il Qatar per intrattenere colloqui con il primo ministro Sheikh Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani sull’estensione del cessate il fuoco a Gaza, nonché sulla continuazione degli ostaggi negoziati.

 

Come riportato da Renovatio 21, Biden si è vantato della missione di Burns e della successiva liberazione degli ostaggi, tra cui però dapprima non figuravano americani. Più tardi sarebbe emerso che l’unica persona con passaporto americano liberata era la nipote di una signora ebrea che aveva comprato i quadri di Hunter Biden, un affare che appare un po’ sporco (Biden jr. non è un artista, ma vende quadri a centinaia di migliaia di dollari in importanti gallerie), al punto da cagionare l’indagine di una Commissione del Congresso.

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Geopolitica

Trump trolla la Norvegia: non ho avuto il Nobel per la pace, allora mi prendo la Groenlandia

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rimproverato la Norvegia per non avergli assegnato il premio Nobel per la pace, dichiarando che tale decisione lo ha «liberato da qualsiasi obbligo di pensare esclusivamente alla pace», secondo il contenuto di una lettera resa nota lunedì da diversi media.   Nella missiva indirizzata al primo ministro norvegese Jonas Gahr Store, Trump ha sferrato un attacco diretto contro Oslo per avergli negato il riconoscimento «per aver fermato 8 guerre e oltre».   Alla luce di ciò, il presidente statunitense ha affermato di «non sentirsi più obbligato a concentrarsi unicamente sulla pace». Ha comunque precisato che la pace resterà «predominante» nella sua agenda, ma che d’ora in poi potrà dedicarsi prioritariamente «a ciò che è buono e appropriato per gli Stati Uniti d’America».   «Caro Jonas: poiché il tuo paese ha deciso di non darmi il premio Nobel per la pace per aver fermato 8 guerre IN PIÙ, non mi sento più in obbligo di pensare esclusivamente alla pace, anche se sarà sempre dominante, ma ora posso pensare a ciò che è buono e appropriato per gli Stati Uniti», ha scritto il presidente degli Stati Uniti.  

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Nella stessa lettera, Trump ha ripreso la sua insistente campagna per ottenere il controllo statunitense sulla Groenlandia, territorio autonomo danese. «La Danimarca non può proteggere questa terra dalla Russia o dalla Cina… Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale della Groenlandia», ha aggiunto.   Il presidente statunitense messo in discussione la legittimità della sovranità danese sull’isola, affermando che non esistono «documenti scritti» a sostegno della proprietà di Copenaghen e che la Danimarca non sarebbe in grado di difendere adeguatamente la strategica isola artica da Russia o Cina.   «Ho fatto di più per la NATO di chiunque altro dalla sua fondazione, e ora la NATO dovrebbe fare qualcosa per gli Stati Uniti», ha aggiunto Trump.   Il primo ministro norvegese Store ha poi spiegato che la lettera è arrivata in risposta a un messaggio congiunto che aveva precedentemente inviato a Trump insieme al presidente finlandese Alexander Stubb, respingendo i piani della Casa Bianca di imporre tariffe più elevate sui Paesi scandinavi. «Abbiamo sottolineato la necessità di attenuare la tensione e abbiamo richiesto una telefonata tra il presidente Trump, il presidente Stubb e me», ha affermato Store, ribadendo che la posizione della Norvegia sulla Groenlandia rimane invariata.   Le tensioni tra Stati Uniti e i partner europei della NATO continuano a crescere sulla questione della Groenlandia, con i leader europei che hanno respinto categoricamente l’idea di una cessione o acquisizione dell’isola.

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Inasprendo il confronto, Trump ha minacciato di applicare dazi doganali a otto Paesi europei finché non sarà consentito agli Stati Uniti di acquistare la Groenlandia, suscitando un allarme condiviso in Europa per il rischio di una «pericolosa spirale discendente».   Va ricordato che il premio Nobel per la pace è assegnato dal Comitato Nobel norvegese, un organismo indipendente; le autorità di Oslo hanno sempre ribadito di non esercitare alcuna influenza sulle sue scelte.   Il Premio Nobel per la Pace 2025 è stato conferito alla leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado, la quale, a gennaio, ha donato fisicamente la medaglia a Trump. Il presidente statunitense ha definito il gesto «un meraviglioso segno di rispetto reciproco», mentre il Comitato Nobel ha rifiutato di riconoscere la cessione, precisando che il premio e il titolo «non possono essere revocati, condivisi o trasferiti ad altri».   Come riportato da Renovatio 21, in seguito Trump ha rapito Maduro per poi rifiutare di trasferire il potere sul Venezuela alla Machado, respingendola dicendo che «non ha alcun sostegno o rispetto».  

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Putin ha ricevuto un’offerta per un posto nel consiglio di pace di Trump

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La Russia ha ricevuto un invito formale a partecipare al nuovo «Consiglio per la pace» ideato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, organismo destinato a supervisionare la governance e la ricostruzione di Gaza nel dopoguerra, ha dichiarato il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov.

 

Trump ha lanciato la proposta del comitato verso la fine dello scorso anno, subito dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Il piano prevede la creazione di un consiglio internazionale che gestisca i fondi per la ricostruzione, definisca gli accordi di sicurezza e coordini gli aspetti politici a Gaza, collaborando con un’amministrazione tecnocratica palestinese durante una fase transitoria. Secondo la Casa Bianca, in futuro l’organismo potrebbe essere esteso per affrontare altri conflitti nel mondo.

 

Dalle bozze dei documenti emerge che i Paesi possono aderire al consiglio, ma la loro partecipazione sarebbe inizialmente limitata a tre anni, salvo il versamento di oltre 1 miliardo di dollari in contanti già entro il primo anno.

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Lunedì, rispondendo alle domande dei giornalisti, Peskov ha confermato che Vladimir Putin ha ricevuto l’invito tramite canali diplomatici. «Stiamo esaminando attentamente i dettagli della proposta. Ci auguriamo di avere presto un contatto con la controparte americana per chiarire tutti gli aspetti», ha detto, senza fornire ulteriori particolari sull’offerta.

 

Diversi Stati in Europa, Medio Oriente e Asia – compresi alleati storici degli Stati Uniti e potenze regionali – hanno confermato di aver ricevuto lettere d’invito. Tra questi, il primo ministro ungherese Viktor Orbán e il segretario generale del Partito Comunista del Vietnam To Lam hanno già accettato di aderire.

 

Tuttavia, numerosi Paesi hanno manifestato prudenza, chiedendo agli Stati Uniti chiarimenti precisi su cosa implichi concretamente l’adesione. Alcuni critici ritengono invece che il Consiglio rischi di sovrapporsi o addirittura di marginalizzare i meccanismi esistenti guidati dalle Nazioni Unite.

 

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Geopolitica

Perché Trump ha ritirato l’attacco all’Iran?

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Un articolo del Washington Post rivela che il presidente Donald Trump ha seriamente valutato l’opzione di un attacco militare limitato degli Stati Uniti contro l’Iran, ma alla fine ha desistito, temendo che potesse sfociare in un conflitto prolungato e altamente destabilizzante. Il punto di svolta sarebbe arrivato quando l’inviato speciale Steve Witkoff ha ricevuto conferma, tramite funzionari iraniani, che le esecuzioni di massa programmate erano state annullate.   «Osserveremo e vedremo», ha dichiarato Trump ai giornalisti nello Studio Ovale poco dopo. In seguito, l’Intelligence statunitense ha verificato che le esecuzioni non si erano effettivamente svolte.   Secondo le fonti citate, Trump nutre una particolare attrazione per operazioni rapide e mirate – come il bombardamento del programma nucleare iraniano avvenuto a giugno scorso o il raid che ha portato al rapimento di Nicolas Maduro – ma era persuaso che un intervento punitivo contro il regime per la repressione dei manifestanti si sarebbe trasformato in un’azione lunga, caotica e costosa. L’opzione militare resta comunque sul tavolo, precisa il Post, che cita oltre una dozzina di attuali ed ex funzionari statunitensi e mediorientali, rimasti anonimi.

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L’articolo sottolinea come Trump si sia trovato confrontato con l’imprevedibilità di una potenziale destabilizzazione di un altro Paese mediorientale e con i limiti concreti della potenza militare americana, per quanto vasta.   Il giornale britannico Telegraph riporta che la leadership iraniana appare aver ripreso saldamente il controllo della situazione, con grandi raduni di sostegno al regime organizzati a Teheran e le forze di sicurezza che riaffermano la propria supremazia. L’Iran sta inoltre segnalando la propria prontezza bellica, inclusa un’espansione delle scorte di razzi. «Siamo al massimo della nostra prontezza», ha dichiarato un comandante d’élite delle Guardie Rivoluzionarie (i pasdarani), precisando che le riserve di missili sono aumentate dopo il conflitto di 12 giorni della scorsa estate. Teheran dispone di sufficienti missili a corto raggio per minacciare le forze statunitensi nel Golfo e, se costretta, potrebbe colpire infrastrutture energetiche regionali.   Intanto, Reuters cita un funzionario iraniano anonimo secondo cui almeno 5.000 persone sarebberostate uccise durante le proteste, tra cui circa 500 membri delle forze di sicurezza, con picchi di violenza soprattutto nelle regioni curde. Il funzionario ha attribuito l’escalation dei disordini a «gruppi armati e sostegno straniero», puntando il dito contro «Israele e gruppi armati all’estero».

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