Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Il presidente polacco: sosteniamo l’Ucraina perché lì combattere i russi costa meno

Pubblicato

il

Il presidente polacco Andrzej Duda ha accusato il suo omologo russo Vladimir Putin di cercare di conquistare l’Europa e ha insistito sul fatto che la Russia deve essere fermata in Ucraina, perché lì è dove è «economico» farlo.

 

In un’intervista al Washington Post pubblicata l’altro ieri, al leader polacco è stato chiesto di rispondere ai conservatori americani che si oppongono all’invio di ulteriori aiuti militari e finanziari all’Ucraina.

 

«È molto semplice», ha detto Duda. «In questo momento, l’imperialismo russo può essere fermato a buon mercato, perché i soldati americani non stanno morendo». A meno che «l’aggressione russa» non venga fermata ora, «ci sarà un prezzo molto alto da pagare», ha aggiunto il vertice dello Stato polacco.

 

Putin sta cercando di ripristinare il «territorio zarista», afferma il Duda, dicendo che l’Occidente deve fermare la Russia ora, prima che «i soldati americani debbano versare il loro sangue e perdere la vita in Europa per riportare la pace e la libertà nel mondo».

 

Duda ha suggerito di accettare l’Ucraina nella NATO come il modo migliore per contrastare il Cremlino. Ha ammesso di essere rimasto deluso dal fatto che Kiev non abbia ricevuto un invito formale al blocco guidato dagli Stati Uniti durante il vertice NATO del mese scorso in Lituania. Il presidente polacco ha quindi dichiarato l’intenzione di spingere l’amministrazione Biden per assicurarsi che Kiev riceva un invito l’anno prossimo.

 

Nel frattempo, il ministro della Difesa russo Sergej Shoigu ha dichiarato mercoledì che Mosca rafforzerà le sue forze lungo i suoi confini occidentali in risposta a quella che ha definito una crescente minaccia da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati in Europa, che stanno aumentando la propria presenza militare nella regione.

 

Il ministro ha sottolineato la recente adesione della Finlandia alla NATO e la potenziale adesione della Svezia, nonché la crescente militarizzazione della Polonia, che ha affermato «è diventata il principale strumento delle politiche anti-russe degli Stati Uniti».

 

Shoigu ha anche dichiarato che Varsavia starebbe cercando attivamente di conquistare parti dell’Ucraina formando una cosiddetta unità militare polacco-ucraina, il cui scopo ufficiale sarà difendere l’Ucraina occidentale, ma in realtà servirà ad occuparla.

 

Il ministro della Difesa ha anche sottolineato che la Russia deve fornire una risposta tempestiva e adeguata alla crescente dimensione delle forze della NATO nelle immediate vicinanze dei confini dello Stato dell’Unione di Russia e Bielorussia.

 

La dichiarazione al giornale americano del presidente polacco lascia intravedere come vi sia una corrente di pensiero sempre più slatentizzata che vede l’Ucraina e gli ucraini come elementi sacrificabili nella scacchiera anti-Mosca.

 

Tale pensiero è perfino interiorizzato da alcuni vertici ucraini. Lo scorso gennaio il ministro della Difesa ucraino Oleksyj Reznikov in un’intervista per un canale televisivo nazionale dichiarava una correlazione tra il sangue ucraino versato e la fornitura di armi da pretendere dai Paesi NATO.

 

«Oggi l’Ucraina sta affrontando questa minaccia. Stiamo svolgendo la missione della NATO oggi, senza versare il loro sangue. Abbiamo versato il nostro sangue, quindi ci aspettiamo che forniscano armi», aveva detto a inizio anno il ministro del regime Zelens’kyj in una trasmissione della rete 1+1, quella dell’oligarca ucro-israeliano Igor Kolomojski, primo puparo di Zelens’kyj che proprio su questa rete arrivò al successo (ora l’oligarca subisce però i raid dei servizi del presidente-attore, che ha trovato produttori più potenti, con evidenza).

 

Nonostante la scoppiettante intervista data al WaPo dal presidente polacco Duda, tra Ucraina e Polonia vi sono in queste ultime settimane tensioni e persino insulti, con tanto di convocazione dell’ambasciatore. Alcuni dettagli, come lo stop alle importazioni di grano ucraino, lasciano pensare che Varsavia si sia stufata di Kiev e della banda Zelens’kyj.

 

Tuttavia, non può farne a meno, se vuole ottenere il jackpot che è nell’aria: l’annessione di vaste porzioni di territorio un tempo anche polacche.

 

Il presidente russo Vladimir Putin ha parlato di queste mire polacche in recenti discorsi pubblici, facendo abbondanza di riferimenti storici.

 

L’idea di un’annessione di porzioni dell’Ucraina occidentale, che sono state storicamente polacche (Leopoli, Ternopoli, Rivne) aleggia sin dall’inizio nel conflitto nelle chiacchiere sui progetti di Varsavia.

 

Un articolo apparso sul quotidiano turco Cumhuriyet di fine 2022 riportava che il presidente ucraino Zelens’kyj avrebbe negoziato con le autorità polacche la partecipazione delle forze armate polacche al conflitto in Ucraina.

 

Il nervosismo di Varsavia è comprensibile: si è aperto ora un fronte ulteriore, quello con la Bielorussia.

 

Come riportato da Renovatio 21la Polonia ospiterebbe campi di addestramenti di bielorussi in esilio per un preparare un colpo di Stato a Minsk.

 

Varsavia  nelle scorse settimane scorsa aveva chiesto una reazione della NATO al programma di Mosca di piazzare le sue atomiche anche in Bielorussia – un programma peraltro nel pieno stile di condivisione internazionale degli armamenti atomici in stile NATO.

 

Di qui le mezze minacce del presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko che ha detto durante un incontro con l’omologo di Mosca che ora i combattenti della Wagner vorrebbero «visitare» la Polonia.

 

In queste ore cresce la tensione nel corridoio di Suwalki, tra Polonia e Lituania, unica via di terra tra i Baltici e il resto della NATO, con aumento significativo delle truppe polacche nell’area in risposta alle tensioni con Minsk.

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Hamas afferma di essere pronto a cedere il governo di Gaza

Pubblicato

il

Da

Hamas ha annunciato di essere disposta a trasferire integralmente il controllo del governo di Gaza a un comitato tecnicocratico palestinese, come previsto dal piano di pace proposto dal presidente statunitense Donald Trump.

 

Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG) è stato istituito nell’ambito di un fragile accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, mediato da Washington e entrato in vigore alla fine dello scorso anno.

 

«Tutti i ministeri, le agenzie e i dipartimenti, anche quelli del settore della sicurezza, sono pronti a consegnare tutti i fascicoli al comitato indipendente», ha dichiarato il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, in un’intervista all’AFP pubblicata mercoledì.

Aiuta Renovatio 21

«Il comitato entrerà poi nella Striscia di Gaza. Seguirà il processo di passaggio di consegne», ha aggiunto, precisando che sono state predisposte tutte le condizioni necessarie per un trasferimento completo della governance dell’enclave palestinese.

 

Hamas è ora «pronta a intraprendere tutti i passaggi della seconda fase» del piano di pace di Trump, ha concluso Qassem.

 

Il passaggio delle consegne dal gruppo militante e il suo disarmo rappresentano il passo successivo nella roadmap delineata dal presidente statunitense per porre fine al conflitto tra Hamas e Israele e procedere alla ricostruzione di Gaza.

 

Il giorno precedente, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva avvertito che Gerusalemme Ovest non autorizzerà l’avvio della ricostruzione nell’enclave, in gran parte devastata, fino a quando Hamas non avrà completato il disarmo totale.

 

«Israele manterrà il controllo di sicurezza» sia su Gaza che sulla Cisgiordania, ha ribadito, confermando l’opposizione alla creazione di uno Stato palestinese.

 

Secondo il piano di pace di Trump, la gestione ordinaria di Gaza dovrebbe essere affidata al NCAG, composto da 15 tecnocrati palestinesi. Tale organismo opererebbe sotto la supervisione di un «Consiglio per la Pace», presieduto dal presidente statunitense.

 

Nonostante il cessate il fuoco mediato da Trump, Israele e Hamas si sono accusati reciprocamente di continue violazioni. L’armistizio ha posto fine a un conflitto scoppiato il 7 ottobre 2023, quando militanti di Hamas hanno attaccato Israele, causando circa 1.200 morti e il rapimento di oltre 250 persone. In risposta, lo Stato degli ebrei ha imposto un blocco e lanciato un’operazione militare su Gaza, che secondo il ministero della Salute dell’enclave controllato da Hamas ha provocato la morte di quasi 72.000 palestinesi.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

Continua a leggere

Geopolitica

Al-Jolani visita Mosca per la seconda volta in meno di quattro mesi

Pubblicato

il

Da

Mercoledì il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato il suo omologo siriano Ahmed al-Sharaa – già noto come il terrorista ricercato Muhammad al-Jolani – per discutere della ricostruzione della Siria, della cooperazione bilaterale e del ruolo di Mosca nel Paese. Si è trattato della seconda visita di Al-Sharaa nella capitale russa in meno di quattro mesi.   Al-Sharaa, un tempo a capo del gruppo islamista Hayat Tahrir al-Sham (HTS), è salito al potere alla fine del 2024 in seguito alla caduta del governo di Bashar Assad. Il deposto leader siriano è fuggito in Russia, dove gli è stato concesso asilo, e da allora vive a Mosca con la sua famiglia.   Mosca ha proseguito la collaborazione con la nuova leadership siriana e ha mantenuto la sua presenza militare presso la base aerea di Khmeimim e la base navale di Tartus in Siria.   Durante l’incontro, Putin ha dichiarato che i rapporti diplomatici tra Russia e Siria sono sempre stati amichevoli e ha ringraziato al-Sharaa per aver contribuito a svilupparli ulteriormente. Il presidente russo ha inoltre rilevato che il volume degli scambi commerciali tra i due paesi è aumentato del 4% rispetto all’ultimo incontro tra i due leader, avvenuto a ottobre.

Aiuta Renovatio 21

«Sebbene forse non sia un obiettivo così ambizioso come avremmo voluto, è comunque un passo avanti, e una tendenza che dovremmo proseguire. Continuiamo a lavorare attivamente per sviluppare la nostra partnership in tutti i settori», ha affermato.   Mosca e Damasco intendono collaborare in un’ampia gamma di settori, tra cui sanità, edilizia, industria e sport, secondo quanto dichiarato dal presidente russo. Le aziende e le imprese edili russe sono pronte a collaborare con i loro partner siriani per la ricostruzione della nazione mediorientale, ha aggiunto Putin.   Il presidente russo ha inoltre espresso apprezzamento per gli sforzi di Damasco volti a ripristinare l’integrità territoriale della Siria e si è congratulato col Jolani/Sharaa per aver riportato sotto il controllo governativo i territori a est del fiume Eufrate.   Il Jolani/Sharaa ha ringraziato Putin per gli sforzi compiuti dalla Russia per stabilizzare la situazione in Siria e in Medio Oriente, sottolineando che Mosca svolge un ruolo fondamentale nella regione. Ha inoltre affermato che Mosca e Damasco hanno molte questioni all’ordine del giorno e ha espresso la speranza che i colloqui siano fruttuosi.   A dicembre, Al-Sharaa si è recato a Washington per colloqui con il presidente Donald Trump, il quale si è dichiarato «molto soddisfatto» della nuova leadership siriana.   Il già jihadista terrorista, su cui pendeva una taglia da 10 milioni di dollari emessa dal dipartimento di Stato USA, è stato anche a Nuova York a settembre per la plenaria ONU, ricevuto con tutti gli onori dal segretario di Stato Marco Rubio e pure dall’ex direttore della CIA David Petraeus.   L’arrivo dell’ex membro di al-Qaeda in Siria coincideva con l’anniversario della strage delle Torri Gemelle.   Come riportato da Renovatio 21al-Jolani ha incontrato alti funzionari israeliani in un «silenzioso» sforzo di normalizzazione dei rapporti tra Damasco e lo Stato degli ebrei in stile accordi di Abramo.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 
Continua a leggere

Geopolitica

«Basta con gli ordini di Washington»: parla il presidente ad interim del Venezuela

Pubblicato

il

Da

La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, ha affermato di aver raggiunto il limite della pazienza nei confronti delle imposizioni provenienti da Washington, lanciando la prima sfida aperta alla Casa Bianca dopo il rapimento del leader venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti avvenuto all’inizio di questo mese.

 

La Rodriguez ha assunto la guida del Paese in seguito al raid e al sequestro di Maduro da parte statunitense, datato 3 gennaio. In un primo momento, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato che Washington avrebbe «governato» il Venezuela, per poi esprimere in seguito il proprio sostegno a Rodríguez durante la fase transitoria.

 

«Basta con gli ordini di Washington sui politici in Venezuela», ha dichiarato la Rodriguez rivolgendosi a un gruppo di lavoratori del settore petrolifero a Puerto La Cruz, in un evento trasmesso domenica dall’emittente statale Venezolana de Televisión.

 

«Lasciamo che la politica venezuelana risolva le nostre divergenze e i nostri conflitti interni», ha aggiunto la presidente in carica, precisando che la Repubblica ha già pagato un prezzo altissimo per le conseguenze del fascismo e dell’estremismo nel Paese.

Sostieni Renovatio 21

Subito dopo aver giurato come presidente ad interim, Rodriguez aveva affermato che nessun «agente straniero» avrebbe controllato il Venezuela né lo avrebbe ridotto a una «colonia». Successivamente, il direttore della CIA John Ratcliffe si è recato a Caracas per un incontro con lei, apparentemente per trasmetterle le condizioni poste da Trump per un miglioramento delle relazioni bilaterali, che comprendevano cambiamenti sia nella politica interna sia in quella estera.

 

Da quel momento, la Rodriguez ha intrapreso passi per conformarsi alle richieste statunitensi, tra cui l’apertura del settore petrolifero venezuelano alle compagnie americane e una maggiore cooperazione in ambito di sicurezza.

 

Trump ha lodato la Rodriguezza definendola una «persona straordinaria» al termine di una loro conversazione telefonica della scorsa settimana, evidenziando gli «enormi progressi» registrati dopo l’accettazione delle richieste americane e annunciando una partnership «spettacolare» nei settori del petrolio e della sicurezza nazionale. Anche il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha lasciato intendere che la revoca delle sanzioni potrebbe essere ormai prossima.

 

La scorsa settimana, la Casa Bianca ha reso noto l’intenzione di invitare la Rodriguez a Washington, a seguito del colloquio telefonico avvenuto con Trump.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

Continua a leggere

Più popolari