Nucleare
Il Pentagono sta valutando un mega-raid per rubare le scorte nucleari dell’Iran
Il Pentagono starebbe valutando quella che potrebbe diventare «l’operazione più sofisticata della storia militare» per impadronirsi delle scorte di uranio arricchito dell’Iran. Lo riporta il New York Post citando alcune fonti.
Una fonte a conoscenza dei fatti ha riferito alla testata che il piano prevede l’invio di migliaia di soldati di terra per assaltare siti nucleari pesantemente fortificati, mentre una piccola squadra di commando d’élite sarebbe incaricata del recupero vero e proprio.
Non è chiaro dove si trovi attualmente l’uranio arricchito iraniano, materiale che potrebbe risultare fondamentale per la realizzazione di armi nucleari. Teheran dispone di quattro importanti impianti nucleari a Fordo, Natanz, Isfahan e sul Monte Piccone (chiamato in lingua anglica «Pickaxe Mountain»). I primi tre erano stati colpiti da attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele lo scorso anno. Dei circa 440 kg di uranio arricchito, si ritiene che circa 200 kg siano stoccati in tunnel sotterranei alla periferia di Isfahan, mentre ulteriori quantitativi si troverebbero a Natanz.
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A marzo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato che le scorte di uranio altamente arricchito di Teheran rimangono sepolte «sotto le macerie» degli impianti colpiti dagli attacchi statunitensi e israeliani, aggiungendo che l’Iran al momento «non ha alcun piano» per recuperarle o diluirle.
Quanto al Monte Piccone, complesso fortemente fortificato scavato nella roccia granitica, era stato risparmiato dagli attacchi dello scorso anno perché all’epoca risultava ancora in costruzione e in gran parte vuoto. Secondo alcune fonti, però, la struttura sarebbe stata successivamente rinforzata e gli Stati Uniti e Israele ipotizzano che l’Iran possa aver spostato centrifughe – e potenzialmente uranio – a maggiori profondità, sebbene si ritenga che il sito non sia ancora pienamente operativo.
Secondo il tabloide neoeboraceno, le truppe regolari statunitensi avrebbero il compito di assaltare gli impianti e costituire un perimetro difensivo. Nel frattempo forze molto più ridotte, tra cui il Silver Squadron del SEAL Team 6, il 2° Battaglione Ranger dell’Esercito e la 21ª Compagnia di Artiglieria, si occuperebbero della gestione e del trasporto del materiale una volta estratto dall’impianto di Fordo, in gran parte distrutto, e dal sito di Isfahan, gravemente danneggiato.
L’operazione richiederebbe a squadre di terra di disinnescare trappole esplosive e riaprire gli ingressi dei tunnel crollati, mentre aerei da guerra statunitensi avrebbero il compito di stabilire il controllo totale di un corridoio aereo per il trasporto dell’uranio.
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«Mi dispiace dirlo, ma credo che il modo più probabile per sbarazzarsi del materiale nucleare iraniano, almeno di quello che possiedono attualmente, sia un’operazione militare, perché i negoziati non stanno portando a nulla in tempi brevi», ha dichiarato Joseph Rodgers, vicedirettore del Center for Strategic and International Studies, al NYP. Ha definito il potenziale raid potenzialmente «l’operazione più sofisticata della storia militare», sottolineando la complessità logistica di operare in profondità in territorio ostile proteggendo al contempo molteplici siti sensibili.
«Si tratterebbe di un’operazione logisticamente complessa e difficile in un contesto ostile», ha aggiunto Rodgers. «L’esercito iraniano è piuttosto devastato, ma è comunque più sofisticato dei cubani che proteggevano Maduro».
Il New York Times aveva riportato il mese scorso che si ritiene che gran parte dell’uranio iraniano sia sepolto così in profondità che persino le bombe anti-bunker più potenti degli Stati Uniti potrebbero non riuscire a distruggerlo, avvertendo che un’operazione di recupero comporterebbe rischi considerevoli, poiché l’uranio può diventare altamente tossico se esposto all’umidità.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Nucleare
Incendio in un impianto per la produzione di armi atomiche USA
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Nucleare
Peskov: Russia e Stati Uniti devono affrontare la questione delle testate nucleari e della stabilità strategica
In vista dell’incontro odierno tra il presidente russo Vladimir Putin e l’inviato speciale del presidente statunitense Donald Trump, Steve Witkoff, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha anticipato ai giornalisti quelli che potrebbero essere diversi colloqui preliminari all’incontro tra Putin e Trump a novembre.
Riguardo alla possibilità che Stati Uniti e Russia affrontino la questione della riduzione degli arsenali nucleari, Peskov ha sottolineato: «Abbiamo ripetutamente ribadito e riaffermato la nostra comprensione della necessità di una ripresa urgente del dialogo sulla stabilità strategica e sul disarmo nucleare».
Come riportato dall’agenzia stampa governativa russa TASS, Peskov ha evidenziato che la questione della stabilità strategica e del disarmo nucleare «è un tema di estrema importanza. Attualmente, di fatto, ci manca un quadro giuridico in questo ambito. Per la prima volta da molto tempo, il mondo si trova senza un tale quadro giuridico. Questo è estremamente pericoloso».
Peskov ha aggiunto che «riteniamo necessario, in particolare per noi e gli americani, dialogare» sulle questioni del disarmo nucleare, ma «a questo proposito, vorrei ricordarvi l’osservazione di Putin e, naturalmente, noi [Russia e Stati Uniti] non potremo prendere le distanze dalle capacità nucleari dei paesi europei, principalmente Gran Bretagna e Francia, nel corso di questo dialogo».
Interrogato sul potenziale effetto delle misure statunitensi relative alle petroliere sanzionate, Peskov ha deviato la domanda: «Dovreste rivolgere la vostra domanda alla controparte americana, al Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti». Ha aggiunto che «la Russia è stata, è e continuerà ad essere un fornitore affidabile di risorse energetiche per i mercati energetici globali».
Sulla de-escalation nell’Artico, Peskov ha affermato: «Siamo irremovibili sul fatto che l’Artico non debba essere una zona di confronto. Al contrario, l’Artico dovrebbe essere un territorio di cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Per garantire ciò, è necessario il dialogo. E la Russia è aperta a questo dialogo».
Tuttavia, su questo punto l’Europa si rifiuta di impegnarsi. Il portavoce del Cremlino ha citato l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, la quale ha «ripetutamente affermato di essere contraria a qualsiasi dialogo… I diplomatici europei dovrebbero chiarire la propria posizione e forse spiegarsi a vicenda come intendono instaurare qualche forma di cooperazione senza avviare un dialogo. Dal nostro punto di vista, è impossibile».
«Vediamo che il presidente Trump è molto sincero e coerente nel suo desiderio di facilitare una soluzione pacifica e di avviare il percorso verso un accordo di pace… Witkoff ha portato alcune idee, soprattutto alla luce degli incontri che ha avuto a Oslo con Zelensky e i rappresentanti dei paesi europei. Naturalmente, tutte queste proposte saranno esaminate e valutate dal presidente. Vedremo cosa succederà» ha dichiarato il portavoce.
«Molto, ovviamente, dipende dagli ucraini, compresa la loro disponibilità a un accordo di pace. Trump ha chiarito che se avessero accettato un accordo di pace uno o due anni fa, avrebbero potuto raggiungere un’intesa a condizioni più vantaggiose per loro. La loro posizione è peggiorata. E anche la situazione sul campo è peggiorata, con condizioni che si aggravano di giorno in giorno». Ha aggiunto: «In teoria è possibile fare un importante passo avanti» verso un accordo. «Putin è aperto a cercare modi per raggiungere un accordo di pace».
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Immagine di Steve Jurvetson via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Cina
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