Geopolitica
Il neocon John Bolton ammette di aver pianificato colpi di stato all’estero
In una scioccante ammissione televisiva urbi et orbi, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti John Bolton si è preso il merito di aver tentato di estromettere i leader stranieri, sostenendo di aver svolto un ruolo negli sforzi di cambio di regime all’estero.
Tale confessione si è consumata in una intervista con Jake Tapper della CNN dopo l’audizione del Congresso di martedì sulla rivolta del Campidoglio del 6 gennaio.
Al contempo, Bolton ha suggerito che l’ex presidente Donald Trump non avesse la lungimiranza per compiere un proprio golpe in casa insistendo sul fatto che l’allora ex comandante in capo non avrebbe potuto mettere a segno un «colpo di stato accuratamente pianificato», poiché «non è così che Donald Trump fa le cose».
Quando il conduttore televisivo ha affermato che «non è necessario essere brillanti per tentare un colpo di stato», Bolton ha mantenuto la sua posizione, dicendo di aver preso parte personalmente alla cacciata di governi stranieri e che tali progetti richiedono una pianificazione significativa.
«Non sono d’accordo con questo. Da persona che ha aiutato a pianificare un colpo di stato – non qui ma, si sa, in altri posti – ci vuole molto lavoro», ha proseguito l’ex funzionario dello Stato americano. «E non è quello che ha fatto [Trump]. Stava solo inciampando da un’idea all’altra».
Stunning statement from former National Security Advisor John Bolton on CNN just now:
“As someone who has helped plan coup d’état — not here but, you know, other places — it takes a lot of work.” pic.twitter.com/3rsSX355ND
— The Recount (@therecount) July 12, 2022
Quando Tapper ha chiesto dettagli, Bolton ha rifiutato di elaborare, ma ha continuato menzionando il Venezuela, dove le figure dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti hanno tentato di rovesciare il presidente Nicolas Maduro nel 2019 ma non sono riuscite a ispirare defezioni di massa dalle forze di sicurezza.
Gli sforzi in Venezuela «si sono rivelati senza successo», ha detto, aggiungendo: «Non che abbiamo avuto molto a che fare con questo, ma ho visto cosa ci voleva perché un’opposizione cercasse di rovesciare un presidente eletto illegalmente e loro fallito».
Lavorando come consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Bolton ha sostenuto pubblicamente il leader dell’opposizione Juan Guaido durante il tentativo di colpo di Stato, anche rivolgendo post sui social media ad alti funzionari venezuelani, esortandoli a unirsi allo sforzo. All’epoca, tuttavia, aveva affermato che «questo chiaramente non è un colpo di Stato», sostenendo che il Guaido era il leader «legittimo» del Venezuela .
Mentre il conduttore della CNN insisteva ulteriormente su Bolton sui suoi commenti sul colpo di stato, dicendo «Sento che ci sono altre cose che non mi sta dicendo», il baffuto guerrafondaio ha risposto: «Sono sicuro che ci siano» e non ha offerto altri dettagli.
Bolton ha ricoperto posizioni di vertice per diverse amministrazioni dagli anni ’80, lavorando come assistente procuratore generale dell’ex presidente Ronald Reagan, funzionario del Dipartimento di Stato sotto l’Bush padre e successivamente come ambasciatore delle Nazioni Unite per Bush figlio.ì
Il suo incarico nell’amministrazione Trump è stato interrotto a causa di disaccordi con il comandante in capo, che alla fine si è dimesso nel mezzo di un’accesa controversia pubblica con il presidente Donald.
Secondo quanto raccontato, noto falco, spingeva per lo scontro con l’Iran, e ad un certo punto sarebbe pure riuscito ad ottenerlo: dei caccia bombardieri erano in volo sul Golfo Persico per «punire» Teheran relativamente ad una controversia.
L’allora comandante in capo Donald Trump, preso dai dubbi, telefonò al giornalista TV Tucker Carlson, che gli disse, parafrasando, «Presidente, questo non è ciò per cui il popolo americano l’ha eletta».
Trump richiamò i caccia che erano in volo a pochissimi minuti dagli obiettivi. Lo scorno di Bolton fu immane, tanto da essere canzonato anche dal sito satirico The Onion.
Bleeding John Bolton Stumbles Into Capitol Building Claiming That Iran Shot Him https://t.co/FodHlv7aZN pic.twitter.com/pTscfruFZH
— The Onion (@TheOnion) June 13, 2019
Bolton è considerato un neocon, una cricca (una setta, forse) di allievi, per lo più ebrei, del filosofo Leo Strauss, che sopravvive in ogni partito e in ogni amministrazione, e che chiede la guerra sempre e comunque contro la Russia ed altri Paesi non controllati completamente dal globalismo americano.
Erano neocon tutti coloro che trascinarono Washington nella guerra contro l’Iraq.
È neocon, e sposata con un nome importante di una famiglia neocon, Robert Kagan, l’attuale sottogretario al Dipartimento di Stato Victoria Nuland, considerata l’architetto di questo decennio di catastrofe ucraina che ha portato alla guerra.
Come riportato da Renovatio 21, la follia neocon ora sta consapevolmente portando il mondo alla guerra termonucleare.
È da notare come quasi tutti i neocon provengano da famiglie ebraiche scappate per lo più dalla Russia dello Zar, conservando un odio viscerale per Mosca, sia essa zarista, sovietica o putiniana.
Geopolitica
«Sappiamo dove vive, dove dorme»: l’ex generale ucraino minaccia Orban
Un ex generale e parlamentare dei servizi segreti ucraini (SBU) ha espresso pubblicamente una minaccia nei confronti della famiglia del primo ministro ungherese Viktor Orban, pochi giorni dopo che Volodymyr Zelens’kyj aveva lasciato intendere che i suoi militari avrebbero potuto recarsi a parlargli «nella loro lingua».
Nel corso di un intervento su Pryamy TV, il politico ucraino e generale in pensione dell’SBU Grigory Omelchenko ha fatto riferimento all’assassinio, attribuito a Stati Uniti e Israele, del defunto leader supremo iraniano Ali Khamenei e della sua famiglia. Ha quindi detto che Orban deve modificare la sua posizione «anti-ucraina» se tiene alla vita dei suoi cinque figli e dei suoi sei nipoti.
L’SBU, erede del KGB sovietico, sa «dove vive, dove dorme, dove beve birra e vino, fuma il narghilè, passeggia e incontra gente», ha dichiarato Omelchenko, precisando che «deve pensare ai suoi nipoti».
I sostenitori dello Zelens’kyj sono indignati con Orbán per la sua contrarietà a quello che ritengono il diritto dell’Ucraina di entrare nell’UE, per il perdurare del sostegno finanziario illimitato a Kiev e per il sequestro, da parte delle forze di sicurezza ungheresi, di un convoglio che trasportava fino a 100 milioni di dollari in contanti e oro, destinati presumibilmente a una banca statale ucraina.
La scorsa settimana Orban ha replicato alle minacce, tranquillizzando la sua famiglia sulla loro incolumità attraverso un video diffuso da Budapest.
Il premier magiaro ha sottolineato che per la sua famiglia ricevere minacce di morte rappresenta qualcosa di «insolito», ma che tale episodio li ha avvicinati ulteriormente. Ha inoltre ammonito che «tutto ha un limite».
I am not looking for trouble with the Ukrainians, but did President @ZelenskyyUa expect us to sit quietly and twiddle our thumbs? Ukraine has blocked our oil from reaching Hungary. We cannot and will not accept this. Their plan is blackmail. My plan is resilience. Reopen the… pic.twitter.com/UV7Limrfps
— Orbán Viktor (@PM_ViktorOrban) March 7, 2026
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Il governo guidato dall’Orban si oppone da tempo alla linea dell’UE che prevede l’invio di armi e fondi all’Ucraina contro la Russia, nonché alla candidatura di Kiev all’Unione. Le tensioni si sono acuite a gennaio, quando l’Ucraina ha interrotto le forniture di petrolio russo verso Ungheria e Slovacchia attraverso un oleodotto di epoca sovietica, adducendo danni provocati da un attacco russo – versione smentita da Mosca.
Orban ha accusato Zelens’kyj di aver cercato di scatenare una crisi energetica in Ungheria in prossimità delle elezioni parlamentari di aprile. Il principale avversario politico di Orban, Peter Magyar, ha criticato aspramente Zelensky per aver rivolto minacce al primo ministro, sostenendo che l’UE dovrebbe sospendere i rapporti con Kiev fino a quando il leader ucraino non presenterà scuse formali al popolo ungherese.
Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa Orban aveva dichiarato che avrebbe schierato truppe contro pontenziali «attacchi ucraini».
Orban, che ad inizio anno ha incontrato Putin a Mosca, il mese scorso ha dichiarato Kiev «ha oltrepassato il limite» e che l’Ungheria non si piegerà al «ricatto ucraino».
Zelens’kyj ha già lanciato minacce contro leader e funzionari stranieri in passato. L’anno scorso, ha suggerito ai massimi funzionari russi di controllare la presenza di rifugi antiaerei, insinuando che l’Ucraina avrebbe potuto prendere di mira il Cremlino. Il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha definito le dichiarazioni «irresponsabili».
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Immagine da Twitter
Geopolitica
Pioggia acida, fuoco in strada: gli attacchi israeliani ai depositi di carburante iraniani sono «guerra chimica intenzionale»
🚨 DERNIÈRE MINUTE:🇺🇸🇮🇷🇮🇱 Une autre vidéo montre les conséquences des frappes américaines sur un dépôt pétrolier iranien à Téhéran, en Iran. 
(F) pic.twitter.com/CpA7yX233t — Trump Fact News 🇺🇸 (@Trump_Fact_News) March 7, 2026
🚨BREAKING: Tehran’s largest oil depot up in flames👇🏾
A reminder that China imports 15% of its oil from Iran. No longer. pic.twitter.com/Vb6cN2ve7l — David J Harris Jr (@DavidJHarrisJr) March 8, 2026
Tehran streets erupt in flames after the US strikes Iran’s biggest oil facility#Iran pic.twitter.com/Eh0341rqNH
— Surajit (@Surajit_) March 8, 2026
NOW🚨 🇮🇷 Massive fires reported in Tehran after strikes hit oil storage facilities, sending huge flames & smoke over the skyline. The attacks come amid the escalating conflict between Israel and Iran. – Türkiye Today https://t.co/IsBX0vjjcZ pic.twitter.com/An21l5IcL5
— Info Room (@InfoR00M) March 7, 2026
Le dépôt pétrolier de Téhéran pic.twitter.com/sNgs4dh0bF
— Renard Jean-Michel (@Renardpaty) June 15, 2025
🚨⚡️ MUSHROOM CLOUDS OVER TEHRAN: Israel strikes Strategic Oil Infrastructure!
-: Iran strikes back INSTANTLY; State media IRIB confirms the Haifa Refinery is in flames. pic.twitter.com/T1ZmwtcL5X — RATEL EMPIRE (@Ratelsempire) March 7, 2026
🇮🇷⚡Footage From Tehran, Iran
After strikes on oil storage facilities, flames poured onto the road. Fuel flooded into the sewer and drainage channels pic.twitter.com/ARRhtjtpAo — King Chelsea Ug 🇺🇬🇷🇺 (@ug_chelsea) March 8, 2026
“Flames from the fire at the #Tehran oil refinery.” Saturday, March 7, 10:00 PM (local time) Strikes on major energy infrastructure risk disrupting essential services that millions of civilians depend on. Tragic. #Iran pic.twitter.com/kDJ5DKxPFC
— Omid Memarian (@Omid_M) March 7, 2026
🚨 NEW: Flames now visible in the distance over Tehran, Iran.
Multiple reports and footage showing fires lighting up the night sky across the capital pic.twitter.com/gSBMUlRlJc — Gunther Eagleman™ (@GuntherEagleman) March 7, 2026
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This is Teheran this morning – Yes, this morning.
Thick black clouds are covering the city – oil and ashes are raining down on the streets. War is hell. A PH test of the water in Teheran also shows that the water has become acidic- resulting from the oil and ashes leaking… pic.twitter.com/M2LRoDXp6o — ScharoMaroof (@ScharoMaroof) March 8, 2026
#BREAKING♦️ Tehran engulfed in black smoke and oil rain after US-Israeli strikes hit major oil depot Apocalyptic scenes as flames rage and tanks destroyed overnight
Source: CNN#Iran #Israel #Tehran #MiddleEast #IsraelIranConflict #IranWar #الحرب_بدات_الان #تل_أبيب https://t.co/o1AUoxyyFW pic.twitter.com/EzDByYU7BL — Twilight (@TwilightDewy) March 8, 2026
The massive fire at the Shahran Oil Depot in Northern Tehran continues to burn intensely after last night’s airstrikes.#IranIsraelWar #Dubai #IranIsraelConflict #USIranWar #USIranConflict #Iran #Kuwait #Qatar #Trump #USA #Bahrain#Tehran #Teheran #Israel #UAE#IranWar… pic.twitter.com/tH0NKGTeiH
— Times News Updates (@TheDailyUpdatee) March 8, 2026
ÉNORME incendie samedi 7 mars 2026 dans le nord-est de Téhéran, après le bombardement américano-israélien du dépôt pétrolier de Sohanak à la nuit tombée, au huitième jour de la guerre en #Iran. pic.twitter.com/7wVrz1u11F
— Armin Arefi (@arminarefi) March 8, 2026
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Geopolitica
Trump pronto a uccidere il nuovo aiatollà se non cede alle richieste degli Stati Uniti
La Casa Bianca pare aver già abbandonato del tutto l’idea di inserire il «cambio di regime» tra gli scopi ufficiali dell’Operazione Epic Fury, forse avendo realizzato con ritardo i seri vincoli di una campagna limitata all’aria. Martedì, l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, si è presentato davanti alle telecamere dichiarando che Trump è sempre pronto a negoziare, persino con gli iraniani, ma «la domanda è se ne valga la pena o meno».
Il presidente Trump ha comunicato ai suoi collaboratori che sosterrebbe l’eliminazione del nuovo leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei qualora questi non mostrasse disponibilità a soddisfare le richieste degli Stati Uniti, come l’interruzione dello sviluppo nucleare iraniano, secondo quanto riferito da funzionari statunitensi in carica e ex funzionari.
La Casa Bianca ha evitato di rilasciare commenti, ma Trump lunedì ha detto al New York Post di «non essere contento» che Khamenei sia stato selezionato per dirigere l’Iran, dopo averlo in precedenza etichettato come «inaccettabile». La settimana scorsa, Trump sui social media ha espresso il desiderio di avere un ruolo nella selezione di un sovrano «grande e accettabile» per l’Iran in seguito alla sua «resa incondizionata».
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«Non ho intenzione di affrontare tutto questo per ritrovarmi con un altro Khamenei», ha dichiarato Trump alla rivista Time la scorsa settimana.
Tuttavia, lo stesso articolo evidenzia un accordo tra i funzionari israeliani sul fatto che Israele intenderebbe procedere e rimuovere anche il giovane Khamenei, e magari pure qualunque suo successore.
«Il giovane Khamenei è visto a Washington come un successore intransigente del padre, scelto personalmente dal potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano, hanno affermato funzionari statunitensi attuali ed ex funzionari», ha riportato il Wall Street Journal. «I funzionari hanno affermato di non aspettarsi che Khamenei rinunci alla ricerca di armi nucleari da parte dell’Iran o negozi la fine del conflitto a condizioni favorevoli agli Stati Uniti».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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