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Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.

 

Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.

 

Ci troviamo a un punto di svolta storico.

 

E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.

 

Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.


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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri

Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.

 

La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.

 

Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.

 

Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.

 

Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.

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L’altra specie di uomo: il costruttore

 

Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».

 

 

Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.

 

Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.

 

E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.

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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole

Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.

 

Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.

 

Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.

 

Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.

 

Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.

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Un aneddoto che dice tutto

Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.

 

Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.

 

Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.

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Quel mondo sta morendo

Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire.
Ma in fondo, sa già di aver perso.

 

Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.

 

L’IA ha rimescolato le carte

Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.

 

L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.

 

È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.

 

Il vero reset

Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.

 

La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.

 

Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.

 

Brivael Le Pogam

 

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La vera storia di Jean-Paul Sartre e del maggio ’68

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator. Sartre era un tempo un nome conosciutissimo, e il suo «esistenzialismo» era considerato una cosa seria. Leggere i suoi libri rappresentava il non plus ultra dello status di persona colta in epoca boomer. Consideriamo quindi la fortuna di aver visto la figura di questo strabico fumatore svanire come fumo nell’aria. Oggi, per fortuna, pochi se lo filano ancora.   Sartre non era un filosofo che sbagliava. Era un uomo che scelse. Prima il campo dei carnefici. Poi il campo di coloro che abusano dei bambini. E la Francia lo portò trionfante. Lo analizzeremo per A + B. Non per l’atmosfera. Per le azioni.   A. Il comunista. Sartre non ebbe mai bisogno di una tessera di partito. Fece di meglio. Mise il prestigio della Francia al servizio degli stati che commettono omicidi, pur rimanendo l’intellettuale «libero» di Saint-Germain. 1952. Diventa un simpatizzante del Partito Comunista Francese. Scrive I comunisti e la pace. Pronuncia la frase che riassume l’uomo: «Ogni anticomunista è un cane». Presiede l’Associazione Francia-URSS.   1954. Primo viaggio a Mosca. Il Gulag è noto. Kravchenko ha già testimoniato a Parigi, sotto giuramento, nel 1949. Sartre lo sa. Ritorna. Concede una serie di interviste. Dichiara che il cittadino sovietico gode di «completa libertà di critica». Cinque anni dopo il processo. Un anno dopo Stalin. Non è un errore. È una menzogna al servizio di uno Stato che uccide.   1956. I carri armati schiacciano Budapest. Lui li condanna. Rompe con il Partito Comunista Cinese. Pensiamo che sia finita. Non lo è. Tornerà. Undici viaggi in URSS tra il 1954 e il 1966. Il marxismo, scrive, rimane «la filosofia insuperabile del nostro tempo». Scrive la prefazione a I dannati della terra e legittima la violenza. Va a trovare Castro.    

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Nel 1973, quando Solženicyn pubblica Arcipelago Gulag, Sartre trova ancora il modo di definirlo un elemento dannoso. 1970. A 65 anni, il filosofo più famoso di Francia diventa direttore di La Cause du peuple, un giornale maoista. Lo vende sugli Champs-Élysées. Si avvicina agli uomini della Sinistra Proletaria. Nel 1973, con Serge July e Benny Lévy, fonda Libération. Il figlio prediletto del Maggio ’68. Ecco il comunista. Non un militante di cellula. Un commissario di prestigio. Non ha premuto il grilletto. Ha coperto chi l’ha fatto.   B. L’altro dossier. Non lo abbelliremo. Ci limiteremo a citare. Il 26 gennaio 1977, una petizione appare su Le Monde e Libération. Difende tre uomini accusati di abusi sessuali su minori di 12 e 13 anni. Il testo parla di «carezze» e «baci». Si afferma che i bambini fossero «consenzienti». Si pone questa domanda: «Se una ragazzina di 13 anni ha diritto alla pillola, a cosa serve?».   Sartre firma. Ha 71 anni. Beauvoir firma. Deleuze firma. Barthes firma. Lyotard firma. Philippe Gavi, cofondatore di Libération, firma. Nel maggio del 1977, una seconda lettera. Chiede che la legge riconosca «il diritto dei bambini e degli adolescenti di avere rapporti con chiunque scelgano». Sartre firma di nuovo. Foucault firma. Derrida firma. Non si tratta di una svista serale. È una posizione.   Il filosofo ufficiale della sinistra francese ha apposto la sua firma in calce a un testo che chiede che i rapporti sessuali con bambini di 12 anni smettano di essere considerati un crimine. E non era piovuto dal cielo. Anni prima, Beauvoir aveva pescato durante le sue lezioni al liceo. Bianca Bienenfeld ha sedici anni. Beauvoir la prende con sé, poi la «passa» a Sartre. Bianca scriverà più tardi: a sedici anni subì abusi.   Natalie Sorokin: Beauvoir viene licenziata nel 1943 per corruzione di minore. Olga Kosakiewicz, una studentessa, entra a far parte di quella che veniva chiamata «la famiglia». Sartre aveva un termine per definire ciò che faceva: «deflorazione». Il sistema era consolidato. Prima le ragazze delle scuole superiori. Poi la piattaforma. Lo stesso software.   Il vero crimine è il tabù borghese. Quindi infrangiamo il tabù. Incluso quello che protegge una bambina di dodici anni.   Ora la vita, tutta intera. 1905. Nascita borghese a Parigi. Padre ufficiale, morto prematuramente. Infanzia nella biblioteca del nonno Schweitzer. Liceo Louis-le-Grand. École Normale Supérieure. Agrégation (il concorso pubblico più selettivo della scuola francese, ideato per abilitare all’insegnamento superiore e universitario).   La Nausea nel 1938. L’essere e il nulla nel 1943. L’esistenzialismo diventa una moda, una cantina, un cappotto. Rifiuta il Nobel nel 1964 – l’unico gesto elegante in una carriera pubblica. Muore nel 1980. Cinquantamila persone seguono la bara fino a Montparnasse.   Tra queste due date, cosa fa dell’intelligenza che gli è stata donata? Costruisce il personaggio dell’intellettuale impegnato. L’uomo che parla in nome della Storia. L’uomo la cui firma vale un esercito. E mette questo personaggio al servizio del peggio.

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Foucault, Derrida, Deleuze, Barthes, Lyotard hanno filosoficamente abbandonato il suo umanesimo. Non hanno abbandonato il suo tribunale. Sono cresciuti nella sua corte. Hanno imparato, osservandolo, che un filosofo francese non deve rispondere alla realtà, ma solo alla causa. Hanno firmato gli stessi testi. Hanno occupato le stesse riviste, le stesse case editrici, le stesse cattedre.   Sartre non ha scritto «La teoria francese». Ha creato la funzione. L’angolo della strada. L’impunità morale delle caste. Senza Sartre, queste idee sarebbero rimaste confinate ai seminari. Con Sartre, sono diventate un’istituzione. Gallimard. I tempi moderni. Vincennes. Libération. Il liceo. L’ultimo anno. Lo Stato.   Il secolo ha dato ragione a Camus punto per punto. L’URSS è crollata. I Khmer hanno ucciso. Solženicyn aveva ragione. La petizione del 1977 è oggi indifendibile. Sartre si sbagliava su tutto ciò che contava, e ha contribuito a coprire, con il prestigio della sua firma, tutto ciò che meritava di essere combattuto.   Eppure è ancora lui che lasciamo al centro. Camus nella sezione di letteratura. Sartre nel Pantheon morale. Dobbiamo invertire. Sartre in cantina. Non per spirito di vendetta. Per igiene.   Una civiltà che confonde quest’uomo con una coscienza non può difendersi.   Brivael Le Pogam  

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Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo

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Pareva un caso sonnacchioso da fine estate.

 

Una bimba di quattro anni, tale Anna Rosa, Rosa Maria o giù di lì, viene portata all’ospedale di Palermo perché ha la febbre alta, mal di gola e vomito. Al pronto soccorso ci sarà qualche specializzando o un medico consumato dal caldo. La guardano un po’ e la dimettono subito con diagnosi di «tonsillite essudativa febbrile».

 

Che significa, in parole povere, che ha le placche; anche in agosto, succede; ormai non ci si capisce più niente, sapete quanti ne abbiamo? Prenda l’antibiotico e la tachipirina, e nel caso tornate.

 

Però la febbre non passa, e quando la riportano in ospedale, due giorni dopo, qualcuno si accorge che non è una tonsillite, ma una difterite. Malattia poco frequente e però curabile, se si prende in tempo. La curano, infatti, ma potrebbe non essere stata presa in tempo, o qualcosa va storto, perché la bimba muore.

 

Oh be’, sarà un errore medico, uno delle centinaia di migliaia in cui ogni anno incorrono i medici in Italia. Una morte che riempie un trafiletto di colore ed entra dritta dritta nelle statistiche, come quello di Trento, quell’altro di Albenga, quelli di Bari, e così via. Spiace, s’intende.

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Ma ecco che salta fuori che la bambina non era vaccinata, perché i genitori si sono opposti.

 

La belva apre l’occhio. In un lampo si volta e mette a fuoco la preda.

 

Partono all’assalto i cosiddetti professionisti dell’informazione. Alla faccia di ogni privacy: sparano il nome e cognome della bambina; il nome e cognome della mamma; il nome e cognome del papà. Chi sono e da dove vengono.

 

Non c’è ancora nessuna conferma, si attendono gli esami, l’autopsia è ancora di là da farsi. Beh, inezie. Il verdetto è già pronto e strillato nei titoli: BAMBINA NON VACCINATA MORTA DI DIFTERITE I GENITORI SONO NOVAX. 

 

È il lacerante colpo di timpano che dà il via all’osceno sabba intorno al corpicino di Anna Rosa. Ai giornali, ai TG e ai sedicenti esperti non sembra vero di stirare la gobba e rinverdire i fasti del COVID, e fanno a gara per puntare l’indice più a fondo nelle anime straziate di due genitori ai quali è morta una figlia.

 

Da subito ci si preoccupa di chiarire che i medici non c’entrano niente. L’hanno detto subito, in ospedale: noi abbiamo fatto di tutto. Come non crederci? Lo dice anche il luminare televisivo. Anche se poi si scopre che non solo hanno confuso la difterite con la tonsillite, perdendo tre giorni, ma che a quanto pare hanno recuperato, il 17 agosto, vaccinandola. D’accordo, una volta si diceva che non si vaccina a malattia in corso per via dell’effetto ADE che intensifica l’infezione, ma che sarà mai? I medici e gli infermieri sono i buoni. Sono sempre i buoni, figuriamoci. Ballano perfino Jerusalema

 

I cattivi invece sono i genitori «novax». La morte è colpa loro. Capite, mamma e papà? Lo spiegano i virologi con il muso bianco di cerone: la colpa è solo vostra. Della vostra scelta di non vaccinare Anna Rosa, della vostra riluttanza, ignoranza e diffidenza antiscientifica.

 

Non importa se nella sola Europa l’obbligo vaccinale anti-difterite è sconosciuto in Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. Che è come dire 260 milioni di abitanti nelle quali non si scorge alcuna ecatombe.

 

Non importa nemmeno se in Italia il tasso di mortalità all’introduzione del vaccino, nel 1939, era stabilmente basso da vent’anni; non importa se negli anni successivi è perfino aumentato ed è andato a diminuire solo dal 1946, con la fine della guerra e il miglioramento delle condizioni di vita. Se non ci si vaccina, ci si ammala e si muore: parole famose, degne del marmo. La piccola è morta per causa vostra, cari genitori. Altre ragioni non ce ne sono. Siete colpevoli.

 

È tutto un po’ folle e campato in aria, ma l’azione va a segno. La mamma di Anna Rosa ne è ferita e sfoga il suo dolore su Facebook, respingendo tutto. Denuncia l’errore medico, osserva che la difterite è ancora un sospetto, e ricorda che in casa ha una bara bianca e che solo Dio può giudicare. Sciocchezze. La povera donna ha il torto di rifarsi a quelli che in tempi di maggior decenza si chiamavano rispetto, prudenza, tatto, umanità, timor di Dio. Nulla le viene perdonato, anche perché il suo messaggio, giustamente, non si cura affatto del decoro: è senza punteggiatura, ha una sintassi sconnessa e indulge ad abbreviazioni come «ke» per «che», e «xke» in luogo di «perché».

 

La madre della bambina morta viene dunque derisa a sangue dalla schiera degli esseri superiori che scrivono pulito. Un’ignorante, dicono sguaiatamente, ed è il meno; un’analfabeta, non fa meraviglia che creda in Dio.

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Del resto, è del quartiere Zen di Palermo, o no? Ci pensa un articolo illuminato a rivelare che qui, come in certe tribù del Borneo, ci sia una «radicata credenza popolare» secondo cui i vaccini siano legati all’autismo, per cui la gente rifiuta l’esavalente. Si informa, peraltro, che allo Zen i ragazzini circolano su moto truccate, girano come ridere coltelli e armi, a capodanno sparano e il parroco è minacciato. Non c’entra nulla, è chiaro, ma tant’è. Siamo tra i selvaggi.

 

Si alzano sospiri, si scuotono teste: a gente così andrebbero tolti i figli.

 

Detto, fatto. Si muovono i pezzi da novanta. La Procura competente iscrive mamma e papà, a lettere di pece, nel registro degli indagati per omicidio colposo. Omicidio della loro figlia di quattro anni.

 

Il Tribunale per i minorenni, per non essere da meno, fa partire degli accertamenti per valutare la loro responsabilità genitoriale. Già, perché hanno altri tre bambini: e glieli porteranno via.

 

Non solo: avvia un’operazione, definita «urgentisssima», in grande stile. «A partire dal primo giorno di scuola i Carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari di Palermo nord per scovare i bambini non vaccinati». Proprio così, scovare.

 

La storia continua e non terminerà a breve, ma già da questo si capisce che a Palermo si è riproposto il terno che sei anni fa è uscito su tutte le ruote e ha sbancato l’Italia tutta.

 

A questo punto, per comprendere bene conviene rivolgersi alla smorfia napoletana, la più titolata, rodata e attendibile.

 

Innanzitutto si deve considerare la propaganda, affidata ai giornalisti impapocchiati, ai luridi programmi televisivi, ai virologi drogati. Loro, il compito di dare l’accelerata improvvisa, di montare il caso dicendo tutto anche se non si sa niente. Prestigiatori dell’apparenza, stringono un qualunque effetto alla causa che viene loro additata, a scorno di ogni logica, senza timore alcuno. Strillano all’unisono, berciano, battono la grancassa, la buttano in caciara, fanno gran mostra di civici sdegni e invocano il pugno duro. 

 

La smorfia discretamente suggerisce il 4, «’o Puorco».

 

Tra i significati del numero ci sono anche la Casacca, che si gira e si volta con la convenienza; il Carnefice, colui che fa il lavoro sporco di sgozzare e imbrattarsi; la Bara Vuota, emblema del nulla spacciato per tragedia, come a Bergamo; e, naturalmente, i Pupazzi e il Servo.

 

Com’è ovvio, la propaganda nulla fa se non ci sono orecchie per ascoltare e bocche per ripetere e amplificare.

 

E qui entra in gioco l’innumere e garrulo esercito dei vigliacchi, dei mezzi sapienti la cui cultura affonda le radici nei libri di Piero Angela o di Biglino, degli sputacchioni di schermi, degli spiritosissimi, degli statisti da bar, dei rospi ricoperti di veleno. I loro versi assordano come lo starnazzo delle oche alla vista del pastone, ignare dei fornelli che si scaldano alle loro spalle.

 

Sono i fiancheggiatori, gli utili idioti, la falange quadrata in cui una testa vale l’altra e tutte insieme non valgono uno zero. L’esponente tipico si distingue per la cattiveria: perché l’italiano, checché se ne dica, è cattivo. Basta farsi un giro sui social, dove la melma ribolle più acre, per rendersi conto della pochezza e della mancanza di umanità con cui il bastardume italico tratta le tre cose su cui non è lecito scherzare mai: l’innocenza dei bambini, la misericordia di Dio e il dolore dei genitori.

 

La smorfia napoletana, a colpo sicuro, indica il 71, «l’Ommo ‘e Merda». Il numero si riferisce peraltro anche al Corvo, egida di queste ripugnanti creature; all’Allegria, loro livido connotato; al Gelo, perché tanto e di natura infernale ce ne vuole in cuore, per fare quel che fanno e come lo fanno; all’Inquisizione, nel duplice senso di tribunale ma plebeo, da pescivendole e tricoteuses e di delazione e caccia all’uomo; al Carcinoma, poiché infine questo sono, e della specie più malodorante, rispetto al corpo del disgraziato nostro Paese.

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L’ultimo estratto della terna è il 90, «’a Paura». L’abbinamento alla vicenda sembra banale tanto è semplice, ma a ben vedere c’è di più. La smorfia, che le verità maggiori le indica per accenni, tra i significati riporta il Quirinale: e non è dubbio che con ciò voglia intendere lo Stato italiano nella sua essenza.

 

Già, perché lo Stato fa paura.

 

Fa paura in quanto dallo Stato c’è soprattutto da aspettarsi il Male. I suoi bracci operativi, esplica la smorfia, sono il Magistrato che gli conferisce la patente di legittimità e il Generale che lo esegue con la forza. La tenaglia lo si vede tutti i giorni si inceppa quando c’è da far rispettare il Bene, il Giusto, la tutela degli inermi, la protezione dell’uomo comune, della famiglia, dell’ordine naturale. In questi casi, quando non fa difetto il magistrato non risponde il generale; e così si forma la convinzione comune che lo Stato sia un ente floscio, imbelle, malfatto e deforme, buono solo a farsi buggerare e ridere dietro.

 

È un inganno. Laddove lo Stato vuol far valere le cose che gli stanno più a cuore si strappa la maschera di buon minchione, e si svela nella sua vera natura di Moloch.

 

C’è da far seccare una radice? Da esigere un sacrificio della vita, della libertà, della dignità? Occorre opprimere qualcuno? La tenaglia funziona a meraviglia. Preceduta dalla propaganda di regime e invocata dalla turba dei vili, lo Stato irrompe con la pesantezza di un elefante indiano in piena corsa, stritolando tutto ciò che trova. Il magistrato, seduto nel castelletto sulla groppa, muove il suo bastoncello, imperturbabile, velato da mille cortine di seta; il generale, alle redini, spinge l’animale a tutta forza contro l’obiettivo.

 

La famiglia di Anna Rosa ha ben motivo di temere. Lo Stato l’ha presa di mira ed è capacissimo, con il pretesto della morte della bambina, di smembrarla e di alzare le teste dei suoi membri sulle picche per spargere il panico.

 

Lo Stato infatti non solo fa paura in quanto è da temere, ma fa paura in quanto genera terrore. La paura è il modo con cui il Moloch si alimenta e alimenta i suoi soggetti. L’ideale è quello di una popolazione intimorita e inerme, che si può comandare alzando appena un sopracciglio o con una mezza parola. Un po’ come facevano certi padri antichi, i quali però amavano la prole e ne ricevevano il rispetto, dove lo Stato senza pupille esige solo l’obbedienza e la sottomissione più vieta.

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Colpirne uno per educarne cento: i recalcitranti, e anche soltanto i dubbiosi, devono essere ammaestrati dall’accaduto. Devono avere paura di fare la fine di Anna Rosa, di essere colpiti dalla difterite, di non essere curati, di morire, di essere disprezzati e segnati a dito, di perdere la capacità genitoriale, di doversi svenare in spese legali, di passare anni a combattere oltre i propri mezzi, nella solitudine e nel dolore.

 

Devono avere paura e chinare la testa davanti a questo mostro di morte che è lo Stato, indicibilmente inumano, ingiusto e violento, che vuol essere onorato come un dio, la cui cifra è proprio la paura e il cui numero è il 90.

 

Ad esso la smorfia napoletana, dalla quale non si sfugge, alla lettera S offre il significato di Satana.

 

Massimo Zanetti

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Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea

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Avevamo visto, pochi giorni fa, il clamore per la decisione dello Stato del Massachusetts, che ha di fatto autorizzato – come tanti altri Stati, non solo americani… – l’aborto sino alla nascita.   Avevamo spiegato: un feto è considerato «a termine a sette mesi», quindi ucciderlo a nove è uccidere un bambino, non è ancora un aborto post-natale, ma la differenza qual è? Avevamo quindi parlato del solito pendìo scivoloso: è chiaro che stiamo andando incontro al figlicidio vero e proprio. Non ci piove: tempo qualche anno, ed uccidere bambini già belli cresciuti sarà ritenuto legittimo (lo è già con l’eutanasia infantile, partita in Canada e nel Benelux, partendo magari dai bambini autistici).   La realtà ci ha superati nel giro di poche ore: l’America è rovesciata dal caso Lindsay Clancy la madre che ha ucciso tutti e tre i suoi figli, e sembra essere diventata l’eroina della porzione progressista della popolazione non solo statunitense. Abbiamo mandato su Renovatio 21 le immagini pazzesche della folla di donne rosavestite che accolgono la sua macchina fuori dal tribunale dove sta venendo giudicata. Ora vi sarebbe già un caso copycat, una madre che ha emulato uccidendo i suoi piccoli.   È incredibile ma una fetta gigante del popolo USA, quello intossicato dal femminismo e dal progressismo oltranzista, radicalizzato dagli algoritmi dei social media, ritiene la donna innocente. Eppure la dinamica sembra proprio quella non di un omicidio appetitivo diretto dalla rabbia o dalla follia, ma quello di una strage assai pianificata. La donna aveva chiesto al marito Patrick di uscire di casa per ritirare una cena da asporto e acquistare dei medicinali (ancora…), cosa che lui ha prontamente fatto. Rimasta sola, la donna ha aggredito i tre figli: Cora (5 anni), Dawson (3 anni) e Callan (8 mesi). Lindsay Clancy ha ucciso i suoi tre figli strangolandoli con delle fasce elastiche per l’allenamento.   Cora e Dawson sono morti sul colpo per asfissia, mentre il piccolo Callan è deceduto qualche giorno dopo in ospedale per le complicazioni. Subito dopo aver commesso il triplice infanticidio, Lindsay Clancy si è tagliata i polsi e si è gettata da una finestra del secondo piano della casa. È rimasta paralizzata: davanti al giudice compare in sedia a rotelle, elemento che forse contribuisce alla visione dell’assassina come inerme.

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La Clancy era sotto una quantità di psicofarmaci impressionante, tuttavia non è questo il motivo per cui le piccole fan scatenate ne chiedono la liberazione – anzi, a questo tipo di persona non sfiora nemmeno il dubbio che le droghe psichiatriche, pensate per alterare il pensiero e il comportamento, alterino davvero il pensiero e il comportamento, magari in senso omicidiario e suicidario, come del resto scritto nel Black Box Warning, il testo bene evidenziato per legge nel bugiardino.   È chiaro che, in fondo, dietro all’improvvisa causa della «psicosi post-partum» abbracciata dalla massa democratico-femminoide, c’è l’idea che la strage figlicida, se non un ancora diritto, sia al momento, una debolezza sulla quale chiudere un occhio.   È il ribaltamento infernale: il carnefice diventa vittima. È, sul serio, il Regno Sociale di Satana.   Proprio pensando all’Inferno, o meglio, letteralmente all’Ade, che ci viene in mente la figura che può risolvere la dissonanza cognitiva che ci provoca la visione delle donne che celebrano non solo l’uccisione dei bambini, ma dei propri figli.   Ecco che pensiamo a Medea. Il suo nome, in greco Μήδεια, significa esattamente «la pianificatrice».   Secondo la tragedia di Euripide Medea uccide i figli per vendicarsi del marito Giasone, che, arrampicatore sociale, vuole sposare Glauce, figlia del re, e quindi ereditare il potere sulla città di Corinto.   Medea, che veniva dalle barbare terre della Colchide (il Caucaso tra la Georgia, l’Armenia, la Turchia attuali) e che aveva aiutato Giasone a recuperare il Vello d’Oro innamorandosene al punto da tradire la sua stessa famiglia, procede con la vendetta più mostruosa: con un maleficio, brucia Glauce facendole indossare una corona e un abito da sposa che di colpo sprigionano una fiamma che consuma le carni della rivale come pure del padre re di Corinto accorso ad aiutarla.   Poi, l’atto ancora più centrale del suo piano: uccide due figli avuti da Giasone, Mermero e Fere, e fugge a bordo del mitico carro solare trainato da draghi alati. La vendetta è compiuta: il suo uomo non avrà più discendenza. Lei invece, rifugiata ad Atene, sposa il re Egeo dandogli un figlio, Medo.   Il mito, ho sempre pensato, ci racconta di qualcosa di cui abbiamo contezza nel corso della nostra esistenza: la capacità estremamente distruttiva dell’energia femminile, che è in grado di trasformare una madre nel suo opposto, la «madre terribile».   C’è questo aspetto ctonio e terrifico che vive nel femminile. Nel saggio L’archetipo della Madre (1938), Carlo Gustavo Jung descrive l’archetipo del femminile con un elenco di qualità opposte e ambivalenti: accanto a saggezza e protezione, vi è il segreto, l’occulto e il tenebroso, l’abisso e il mondo dei morti, ciò che divora, seduce e intossica, ciò che genera angoscia e ineluttabilità.   Il punto centrale in Jung è proprio questa ambivalenza strutturale: la Grande Madre non è mai solo nutrice, ma sempre anche «madre terribile». E cioè – pensate alla favola di Hansel e Gretel, diviene una strega.

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Per quanto nelle trasposizioni contemporanee, tra teatro e film, la questione sia sorvolata, ricordiamo che Medea , nella mitologia greca, è considerata una strega (φαρμακίς, pharmakís, maga, avvelenatrice) per eccellenza. Medea è nipote di Elios (il Sole) e nipote della maga Circe, sorella di suo padre Eete, re della Colchide. Appartiene quindi a una stirpe direttamente connessa alla stregoneria: è sacerdotessa di Ecate.   Ecate, per la mitologia greca, è la dea della magia, della notte, degli incroci e degli Inferi, protettrice dei passaggi e delle soglie.   La continuità dell’archetipo della figlicida con il mondo delle streghe è dichiarata. Di qui possiamo interrogarci sull’appropriazione che le femministe ancora negli anni della contestazione fecero della questione – «Maschi / Tremate / Le streghe son tornate» – facendo percolare la simpatia per le maghe nel sentire pubblico, per cui, oggi, è impensabile dire pubblicamente qualcosa di diverso da: «le streghe erano solo delle povere donne perseguitate dalla Chiesa e dal patriarcato per la loro libertà, sono vittime di persecuzione bigotta e maschilista, etc.»   Anche qui, guardiamo l’inversione: il carnefice diventa vittima. Perché che le streghe fossero cattive, come nelle favole, era chiaro a tutti. Chi ha parenti non urbanizzati che hanno vissuto il primo Novecento (fino, praticamente, al boom e al disastro sociale conseguente) può confermare che storie sulle streghe di Paese ancora circolavano.   E cosa fanno queste streghe? Malefici, sussurrano, sacrifici animali, forse peggio. Invidiano, maledicono altre donne, altre famiglie. Agiscono la magia (le ligature, si chiamano ancora da qualche parte in Italia) di conseguenza. Ma non solo questo.   È il momento in cui tiriamo fuori il Malleus Maleficarum, il «martello delle streghe», il manuale pubblicato in Germania dall’inquisitore Heinrich Krämer nel 1486, poco prima che lì esplodesse la peste luterana. Leggiamo la Quaestio XI del Malleus, che recita: «quod obstetrices malefice conceptus in utero diversis modis interimunt aborsum procurant et ubi hoc non faciunt demonibus natos infantes offerunt». E cioè: «Le streghe ostetriche in diversi modi uccidono nell’utero i concepiti, provocano l’aborto, e se non fanno questo, offrono ai diavoli i bambini appena nati».   Ebbene, le streghe uccidevano bambini. Erano mammane, e non solo facevano aborti, ma uccidevano i bambini appena nati. Sì, esattamente come succedere per legge o coram populo, ora. Negli anni abbiamo descritto altri sorprendenti parallelismi con il mondo moderno, in ispecie riguardo ai vaccini: il Malleus parla anche di pedofagia stregonesca, i bambini venivano uccisi e mangiati – proprio come nelle favole. I sieri, tra cui quelli anti-COVID, fatti con feti abortiti sono delle pozioni fatte con pezzi di questi bambini sacrificati e resi indegno cibo, inflitto a tutta l’umanità in quello che sappiamo essere un progetto infernale.   Rendere Medea, la mater terribilis, come paradigma della maternità – con lanci pubblici di coriandoli di menadi che inneggiano alla stragista figlicida – significa, più in profondo, cambiare il mondo pure nella sua visione umana. Se anche l’essere che esprime l’amore più puro e gratuito, la madre, diviene mostruosa e assassina, il mondo diventa solo sofferenza e sacrificio al più forte, diventa orrore e piena accettazione del Male inevitabile, divinamente programmato. Ecco la «Natura matrigna» di Leopardi, fatta imparare ai nostri figli da una scuola il cui canone letterario è stato creato ad arte dai massoni.   Il bambino, ragazzo uomo che studia per alla «Natura matrigna» è una creatura pronta a farsi sacrificare, alla madre terribile o a qualsiasi altro dio – incluso il dio vaccino.

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Osannare la madre che uccide i figli è un attacco atto a demolire la legge naturale. È proclamare che l’essere umano, pure nella sua fase più innocente, non è al sicuro mai. Notate: in tutti i casi in cui accade, da Medea alla Clancy e alle sue copycat, il padre, guardiano della sua famiglia, è allontanato per procedere all’assassinio dei bambini. Il padre, il protettore, è escluso per il tempo necessario a eliminare la sua discendenza: il maschio, privato del suo ruolo primigenio di difensore, è punito e umiliato. Anche fuori dalle storie di sangue, lettore può pensare da solo come il divorzio giochi dentro questo disegno malvagio.   Siamo quindi davanti al tratto finale della lotta femminista. Come per Medea, come per le streghe, è il patriarcato ad essere colpito la cuore. E quindi, quello che stiamo vedendo emergere qui, nei fiumi di sangue dei figli uccisi, è un primo assaggio del ritorno del Matriarcato, con la sua violenza crudele ed inspiegabile, la violenza femminile tellurica, la violenza infernale di Ecate. Lasciata libera di scorrere senza più il contrasto del principio maschile, l’energia femminile diviene massacro.   Dovrebbe essere chiaro: se il mondo non torna in sé, quello che stiamo vedendo con il caso Clancy e con gli epigoni non è cronaca nera, è una sbirciata nel futuro mostruoso che ci aspetta.   È l’Umwertung aller Werte, la «trasmutazione di tutti i valori» di cui parlava Nietzsche, chissà perché anche quello fatto studiare nelle nostre aule. Tutto è invertito, persino l’amore materno.   Nel mondo della Necrocultura, le mamme divengono quindi streghe assassine. E non è una metafora, né una fiaba, né un mito. È la nostra realtà.   Roberto Dal Bosco  

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 Immagine: Eugène Delacroix (1798–1863), Medea (1838), Palais des Beaux-Arts, Lille Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata  
 
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