Militaria
Il Cremlino parla del destino delle basi militari russe in Siria
Il Cremlino ha affermato che è troppo presto per determinare il futuro delle basi militari russe a Khmeimim e Tartus, in Siria. Il portavoce Demetrio Peskov ha sottolineato che le discussioni sulle basi dipenderanno dai nuovi leader della Siria.
«Attualmente, stiamo assistendo a un periodo di trasformazione ed estrema instabilità», ha detto Peskov ai giornalisti lunedì. Ha notato che i recenti sviluppi in Siria hanno sorpreso il mondo, compresa la Russia. «Ci vorrà del tempo prima che possiamo impegnarci in conversazioni serie con coloro che detengono il potere».
Le forze militari russe sono presenti in Siria presso la base aerea di Khmeimim e un centro di supporto logistico a Tartus, situato nella parte occidentale del Paese lungo la costa del Mediterraneo. Nel 2017, Mosca e Damasco hanno concordato di stazionare truppe russe in queste basi per un periodo di 49 anni.
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Secondo quanto riportato, le forze armate di opposizione siriane si sono avvicinate alle due principali basi militari russe. Una fonte locale ha dichiarato all’agenzia di stampa dello Stato russo TASS che al momento non sono sotto minaccia. «Le forze di opposizione non hanno invaso né hanno intenzione di invadere il territorio delle installazioni militari russe, che stanno operando normalmente», ha affermato la fonte.
I gruppi militanti che hanno rovesciato il governo dell’ex presidente Bashar Assad in Siria si sono impegnati a rispettare le installazioni militari e le missioni diplomatiche russe nel Paese, ha detto domenica una fonte del Cremlino alla TASS.
Vari gruppi di opposizione, tra cui i jihadisti di Hayat Tahrir-al-Sham e i combattenti dell’Esercito siriano libero sostenuto dagli Stati Uniti, hanno preso il controllo di Damasco nel fine settimana, mentre l’esercito siriano si ritirava e Assad cercava asilo in Russia.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Trump si prepara a bombardare l’Iran dopo le elezioni di metà mandato
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Militaria
Il Canada ha studiato uno scenario militare statunitense «estremo»
Il primo ministro canadese Mark Carney ha rivelato che il suo governo ha valutato con attenzione l’ipotesi di un’azione militare guidata dagli Stati Uniti contro il proprio Paese, nonostante il presidente Donald Trump abbia escluso l’uso della forza contro il vicino settentrionale.
In un’intervista al New York Times pubblicata mercoledì, Carney ha definito tale scenario un «rischio estremo di coda»: un evento considerato altamente improbabile ma abbastanza grave da giustificare una pianificazione di emergenza.
«Si tratta semplicemente di gestione del rischio», ha detto, aggiungendo che «sarebbe irresponsabile non [prepararsi]». Carney ha rifiutato di precisare in che cosa consistesse quella preparazione.
Trump ha più volte ventilato l’idea di rendere il Canada il 51° Stato degli Stati Uniti, ma ha escluso esplicitamente l’uso della forza militare per arrivarci, affermando nel gennaio 2025 che avrebbe invece fatto ricorso alla «forza economica».
Il presidente americano accusa da tempo Ottawa di pratiche commerciali sleali, in particolare su prodotti lattiero-caseari e automobili, e ha imposto una serie di dazi sui prodotti canadesi dall’inizio del 2025. Washington ha inasprito la disputa nell’agosto 2026 con ulteriori dazi del 50% su una serie di prodotti canadesi.
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La rivelazione di Carney arriva pochi giorni dopo il suo viaggio nell’UE per rafforzare i legami con il blocco.
Parlando al Parlamento europeo la scorsa settimana, Carney ha sostenuto che l’integrazione economica viene sempre più «strumentalizzata», con i dazi usati come leva e le dipendenze dalle catene di approvvigionamento sfruttate come punti deboli: osservazioni interpretate in larga parte come un riferimento implicito alle pressioni economiche di Washington su Ottawa.
Anche la difesa è stata al centro dei colloqui di Carney a Strasburgo, dove con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è discusso dell’ampliamento della cooperazione militare tra Canada e UE e degli appalti congiunti per rafforzare quella che Carney ha definito la loro «autonomia strategica».
Tale cooperazione sta già prendendo forma attraverso il programma di appalti per la difesa SAFE dell’UE, del valore di 150 miliardi di euro, al quale il Canada è diventato il primo Paese extraeuropeo a partecipare. L’iniziativa rientra nel più ampio piano di militarizzazione di Bruxelles previsto dalla strategia Readiness 2030, volta a contrastare una presunta minaccia proveniente dalla Russia, che Mosca ha ripetutamente negato.
Ottawa sta inoltre cercando legami più stretti con le strutture militari europee al di fuori dell’UE. La scorsa settimana ha presentato formalmente domanda di adesione alla Joint Expeditionary Force (JEF), un raggruppamento militare di risposta rapida composto da dieci nazioni e guidato dalla Gran Bretagna, che affianca la NATO e opera principalmente nelle regioni artica, nordatlantica e baltica, aree chiave del fianco settentrionale del blocco, che si estende fino ai confini con la Russia.
Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno era emerso che il Canada stava sviluppando un modello di risposta a un’ipotetica invasione statunitense, con una strategia ipotizzata si basa su una guerra non convenzionale di tipo insurrezionale, ispirata alle tattiche impiegate dai mujaheddini afghani contro le forze sovietiche.
Come riportato da Renovatio 21, tre mesi fa Carney, intervenendo prima dell’avvio del vertice del G7, ha dichiarato che nessun Paese o istituzione potrebbe essere escluso o opporsi a un «nuovo ordine mondiale» che partirà dall’Europa.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Militaria
La Cina si è impossessata dei componenti degli F-35 USA con tecnologia sensibile
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