Morte cerebrale
Il bambino con il cuore «bruciato» e la tremenda verità sui numeri dei trapianti falliti
La morte del piccolo Domenico, il bambino di due anni e mezzo deceduto dopo aver ricevuto un cuore «bruciato» all’ospedale Monaldi di Napoli, è stata raccontata come un tragico incidente, un errore nella catena di conservazione e trasporto dell’organo.
Un caso isolato, insomma. Ma a volte certi «inconvenienti» hanno il merito involontario di squarciare il velo che copre interi sistemi. E la vicenda di Domenico ha avuto proprio questo effetto: ha scoperchiato il vaso di Pandora di un modello sanitario che, dietro la retorica dell’eccellenza, nasconde fragilità strutturali e verità scomode.
La narrazione pubblica dei trapianti è costruita attorno a un’immagine della medicina che salva vite, ma ciò che non viene quasi mai raccontato è l’altra metà della storia. I numeri ufficiali del Centro Nazionale Trapianti mostrano infatti una realtà molto meno lineare: tra il 2000 e il 2021, su 419 bambini sottoposti a trapianto di cuore in Italia, 79 sono morti entro i primi cinque anni.
In altre parole, quasi un bambino su cinque non sopravvive a medio termine all’intervento che dovrebbe restituirgli la vita. Ma non si tratta di casi isolati: a Roma, all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, si sono registrati 34 decessi su 161 pazienti; a Torino 12 su 51; a Padova 8 su 39; al Monaldi di Napoli 5 su 24; a Bergamo 8 su 70.
Il dato forse più eloquente riguarda il fallimento dell’organo trapiantato: 92 cuori, sul totale di quelli impiantati, hanno smesso di funzionare prima dei cinque anni. Il trapianto viene presentato come una rinascita, mentre nella realtà segna spesso l’inizio di una condizione clinica nuova, fragile e permanente.
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Un trapiantato non è, nella maggior parte dei casi, una persona guarita, bensì un malato cronico. Per impedire all’organismo di rigettare l’organo ricevuto, il sistema immunitario deve essere artificialmente indebolito attraverso terapie antirigetto che accompagnano il paziente per tutta la vita. Il risultato è una vita medicalizzata, scandita da controlli costanti, esami periodici e un equilibrio biologico estremamente fragile.
Gli stessi chirurghi parlano di «gestione a lungo termine del paziente trapiantato», una formula che traduce in linguaggio tecnico una realtà semplice: la malattia non scompare, cambia forma. Inoltre, la vicenda del piccolo Domenico ha mostrato quanto l’intero sistema dipenda da una catena estremamente delicata di passaggi clinici, tecnici, organizzativi, in cui ogni anello deve funzionare perfettamente.
La stessa testata giornalistica che ha pubblicato i numeri relativi ai fallimenti dei trapianti ha ricordato un altro caso emblematico: quello di Lisa Federico, la sedicenne morta nel 2020 all’Ospedale Bambino Gesù dopo un trapianto di midollo in cui la sacca proveniente da una donatrice tedesca conteneva globuli rossi incompatibili. Un altro tragico episodio che mostra quanto fragile sia un sistema in cui basta un errore di conservazione, una valutazione sbagliata, un protocollo applicato male per causare una morte.
Ma c’è un’altra questione che il racconto pubblico evita accuratamente di affrontare, ossia che ogni trapianto di organo vitale presuppone un atto preliminare: l’espianto dell’organo da una persona che, fino a prova contraria, è ancora in vita.
Come abbiamo più volte avuto modo di sottolineare, la medicina contemporanea ha risolto questa contraddizione introducendo una definizione giuridica, la «morte cerebrale», che consente di dichiarare morto un essere umano il cui corpo continua a manifestare molte delle funzioni tipiche della vita biologica. E sappiamo altresì che senza questa ridefinizione arbitraria della morte ogni espianto di organo vitale verrebbe considerato un omicidio.
C’è da augurarsi che tragedie come quella del piccolo Domenico possano costringere finalmente l’opinione pubblica a interrogarsi su ciò che realmente accade nei reparti di trapiantologia. È arrivato il momento di squarciare il velo della menzogna che da decenni avvolge il prelievo di organi da presunti cadaveri e di chiamare le cose con il loro nome. E di riconoscere che dietro ogni trapianto di organo vitale non c’è soltanto una vita che si spera di salvare, ma anche una vita che, fino a prova contraria, è stata deliberatamente sacrificata.
E non di rado inutilmente.
Alfredo De Matteo
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La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale
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Morte cerebrale
Bambino dichiarato morto si risveglia in obitorio. La morte è una decisione tecnica?
L’8 febbraio scorso, mentre milioni di americani seguivano il Super Bowl, nella tranquilla cittadina di Gilbert, alle porte di Phoenix, in Arizona, una famiglia viveva un incubo che rappresenta molto di più di un semplice caso di malasanità.
Il piccolo Vincent Lorenzo Fiordilino, appena diciotto mesi, sfugge al controllo degli adulti durante una festa in giardino. Quando viene ritrovato, galleggia prono nella piscina di casa e nessuno può sapere con certezza per quanto tempo sia rimasto sott’acqua. I familiari iniziano immediatamente le manovre di rianimazione e al contempo allertano i paramedici del servizio di emergenza, i quali arrivano rapidamente sul posto e proseguono i tentativi di rianimazione del piccolo, anche durante il trasporto in ospedale.
Per oltre un’ora medici e infermieri fanno tutto il possibile per salvargli la vita. Poi, poco dopo le 18.00, il medico responsabile interrompe definitivamente ogni manovra rianimatoria e dichiara deceduto il bambino.
Eppure, c’è qualcosa che non convince le persone presenti: la madre osserva il torace di suo figlio e chiede ai sanitari perché continui a sollevarsi, mentre un’infermiera riferisce di percepire ancora il polso. Anche due agenti della polizia di Gilbert, presenti in ospedale, dichiarano di aver visto il torace del bambino sollevarsi ripetutamente come se stesse respirando e invitano il medico a rivalutare la situazione.
La risposta del medico, riportata dalla stampa statunitense, è disarmante: «Lasciatemi lavorare, ho studiato medicina per un motivo».
Per il clinico quei movimenti non hanno alcun significato, sono semplici riflessi respiratori dovuti all’aria insufflata nei polmoni dell’infante durante i ripetuti tentativi di rianimazione. Pertanto, la diagnosi non cambia e alle 19.23 il piccolo viene trasferito nella cella frigorifera dell’obitorio.
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Poco prima di mezzanotte il colpo di scena: gli addetti aprono la porta della camera mortuaria per prendere in consegna il corpo del bambino e si accorgono che respira e il suo cuore pulsa.
Vincent è vivo e viene immediatamente trasferito in elicottero al Phoenix Children’s Hospital, dove i medici riescono a stabilizzarlo. Oggi il bambino sta bene, anche se le conseguenze neurologiche dell’incidente restano ancora tutte da valutare.
Questo fatto di cronaca non riguarda una diagnosi di morte encefalica, ma un evidente errore nell’accertamento del decesso dopo un arresto cardiaco conseguente ad annegamento.
Tuttavia, esso pone una domanda che va ben oltre il singolo errore di valutazione e getta una luce sinistra proprio sul criterio che consente di dichiarare morta una persona sulla base dei soli parametri neurologici: che cos’è, oggi, la morte?
Per secoli essa è stata considerata un evento naturale, non una decisione tecnica. Il medico non «stabiliva» la morte ma la riconosceva, e lo faceva con prudenza, visto che era consapevole del fatto che gli estremi della vita sono avvolti da un certo margine di mistero. La tradizione medica aveva imparato, anche attraverso gli errori, che esistevano le cosiddette morti apparenti.
Per questo motivo non bastavano l’assenza del respiro o del battito cardiaco per certificare l’avvenuto decesso del paziente, ma si attendevano i segni certi della decomposizione: il raffreddamento del corpo, il rigor mortis, le ipostasi cadaveriche. Solo allora la morte poteva dirsi realmente avvenuta.
Quella prudenza non nasceva dall’ignoranza scientifica, ma da una profonda consapevolezza antropologica: finché permane anche un ragionevole dubbio, la vita deve essere sempre presunta.
Negli ultimi decenni questa prospettiva è profondamente cambiata. Con l’introduzione del criterio della morte cerebrale essa non viene più identificata con la disgregazione dell’organismo, ma con la cessazione irreversibile (o presunta tale) di determinate funzioni neurologiche. La morte non appare più come un dato osservabile a posteriori, ma come il risultato di procedure diagnostiche altamente specialistiche e perdipiù non uniformi.
Si tratta di un cambiamento culturale enorme, delle cui conseguenze spesso non ci rendiamo conto. La morte cessa di essere un evento naturale che il medico si limita a riconoscere ma diventa una condizione definita attraverso protocolli, esami strumentali e criteri tecnico-giuridici.
Il caso del piccolo Vincent dimostra che l’accertamento della morte non è mai un’operazione banale e che la medicina continua a confrontarsi con un confine che non può essere ridotto a una semplice procedura amministrativa.
Colpisce soprattutto la sicurezza con cui il medico respinge ogni obiezione: la madre vede il petto del figlio muoversi, un’infermiera afferma di sentire il polso, due agenti di polizia riferiscono di osservare atti respiratori. Eppure, tutto viene ricondotto a fenomeni privi di significato perché è stato seguito pedissequamente il protocollo.
Quanti di questi episodi accadono negli ospedali di tutto il mondo senza che emergano nelle cronache dei giornali? Quante persone vengono dichiarate morte e trattate alla stregua di cadaveri da cui prelevare organi malgrado respirino e reagiscano agli stimoli?
La questione non è più semplicemente se una persona sia realmente morta, ma se siano stati correttamente applicati i criteri previsti dalle linee guida.
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È una differenza che potrebbe sembrare soltanto terminologica, ma in realtà è antropologica. Quando la morte diventa prevalentemente una categoria tecnica, cambia inevitabilmente anche il rapporto tra medicina e persona. La vicenda del bambino dell’Arizona ci ricorda, con una forza quasi drammatica, che la vita continua a sfuggire alle nostre classificazioni e che gli estremi dell’esistenza conservano una dimensione di mistero che nessun protocollo potrà mai eliminare.
La medicina moderna possiede strumenti diagnostici impensabili fino a pochi decenni fa, ma quanto più aumenta il suo potere, tanto più dovrebbe crescere quella virtù che la tradizione chiamava prudenza. Perché quando è in gioco la vita di una persona, il dubbio non dovrebbe mai essere considerato un ostacolo alla tecnica, bensì il suo limite invalicabile.
Eppure, è proprio questo limite che la necrocultura dominante si prefigge di oltrepassare. L’essere umano non viene più riconosciuto come portatore di dignità intrinseca, ma come materia biologica da amministrare e rendere funzionale a obiettivi ritenuti superiori. Quando la vita umana diventa disponibile, ogni confine diventa negoziabile.
Anche quello tra la vita e la morte.
Alfredo De Matteo
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