Geopolitica
I morti nella costruzione della «città lineare» saudita sarebbero decine di migliaia
Il bilancio delle vittime sul lavoro nella costruzione di NEOM, la megalopoli lineare lunga 150 chilometri in Arabia Saudita, sarebbe impressionante. Lo riporta il canale britannico Channel 3.
Nel documentario della TV inglese andato in onda a fine 2024, il segreto sottaciuto sulle morti bianchi sulla via del megaprogetto viene rivelato da una giornalista si reca sotto copertura sul posto.
Nel corso del suo reportage, l’inviata in incognito scopre una verità molto scomoda: nel corso del progetto Vision 2030 da miliardi di dollari, lanciato nel 2017 e che include un edificio, attualmente in costruzione, lungo oltre centocinquanta chilometri chiamato «The Line» («la linea»), dove si stima siano morti più di 21.000 lavoratori stranieri.
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La maggior parte delle persone morte mentre lavoravano a Vision 2030 provengono da paesi dell’Asia meridionale come Bangladesh, India e Nepal. Quelle ancora in vita hanno raccontato in termini crudi alla giornalista, quanto siano orribili le loro condizioni di lavoro.
Nonostante alcuni tentativi maldestri di riforma del lavoro, i lavoratori migranti in Arabia Saudita sono sottoposti a uno sfruttamento estremo che rasenta la schiavitù. Infatti, durante il documentario, alcuni dei lavoratori incaricati di costruire trincee e tunnel ferroviari a NEOM hanno affermato di essere «trattati come mendicanti» e costretti a lavorare 16 ore al giorno.
«C’è poco tempo per riposare», ha detto uno dei lavoratori. «Ci stanchiamo. Soffriamo di ansia giorno e notte».
Non sorprende che in tali condizioni – aggravate dalla candidatura saudita di ospitare la Coppa del Mondo nel 2034 in uno stadio di calcio che non è ancora stato costruito – gli incidenti sul lavoro siano all’ordine del giorno. Tuttavia, data la natura ultra-segreta del regno wahabita, è impossibile conoscere la vera portata di quanti feriti e vittime si siano effettivamente verificati.
La notizia del raccapricciante bilancio delle vittime di NEOM segue i precedenti resoconti sulle decine di migliaia di indigeni che sono stati allontanati con la forza per far posto alla città lunga 100 miglia. Come ha rivelato la BBC l’anno passato, i funzionari sauditi avrebbero ricevuto l’ordine di uccidere tutti i membri non conformi della tribù Huwaitat che abitavano la regione desertica.
Quando il quotidiano londinese Guardian ha chiesto a NEOM di commentare le affermazioni fatte nel documentario di Channel 3, un rappresentante ha affermato che il progetto sta «valutando le affermazioni fatte in questo [programma] e, ove necessario, adotterà misure appropriate».
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«Richiediamo a tutti gli appaltatori e subappaltatori di rispettare il codice di condotta di NEOM, basato sulle leggi dell’Arabia Saudita», ha continuato il rappresentante.
Come riportato da Renovatio21, un’analisi sempre del Guardian ha rivelato che più di 6.500 lavoratori provenienti da India, Pakistan, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka sono morti in Qatar da quando la monarchia del Golfo si è aggiudicata il principale torneo internazionale di calcio alla fine del 2010. Senz’acqua, a lavorare per una manciata di monete, nel caldo torrido di un Paese desertico, costretti in situazioni di pericolo: qualcuno è arrivato a dire che sono stati dei Mondiali costruiti sulla schiavitù.
Il calcio è sempre attento e sensibile a qualsiasi tipo di tematica etica qua in occidente, ma pare soffrire di miopia nei Paesi dove certi principi non sono nemmeno contemplati e soprattutto pare non esserci il minimo rispetto per la vita umana, persino durante l’inaugurazione della manifestazione calcistica di tre anni fa. Un lavoratore migrante impiegato nelle opere legate ai Mondiali di calcio morì in Qatar proprio durante lo svolgimento del torneo. Il tutto senza alcuna reale forma di interesse da parte delle autorità di Doha e della FIFA.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
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Geopolitica
Otto Paesi musulmani denunciano i piani israeliani di espellere i palestinesi da Gaza
I ministri degli Esteri di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Indonesia, Pakistan, Turchia ed Egitto hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano le proposte discusse la scorsa settimana dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir e dal ministro della Difesa Israel Katz per l’espulsione della popolazione palestinese da Gaza, mascherata da eufemismi come «emigrazione volontaria». Lo riporta EIRN.
La dichiarazione congiunta condanna tali proposte affermando: «Tali dichiarazioni e proposte incendiarie violano palesemente i principi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, e rappresentano una minaccia diretta ai diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese… I ministri ribadiscono il loro inequivocabile rifiuto e la loro condanna di qualsiasi tentativo o piano volto a sfollare il popolo palestinese, sia all’interno che all’esterno dei Territori Palestinesi Occupati, con qualsiasi pretesto o giustificazione. Mettono in guardia contro le gravi conseguenze derivanti dal trasformare gli appelli allo sfollamento forzato in politiche dichiarate o misure concrete volte a sradicare i palestinesi dalla loro terra».
Tali azioni costituiscono una sfida diretta agli sforzi internazionali volti al raggiungimento della pace, primo fra tutti il Piano globale del presidente Donald Trump per porre fine al conflitto di Gaza, che include il suo inequivocabile rifiuto degli sfollamenti forzati, e rischiano seriamente di compromettere le prospettive di stabilità nella regione.
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I ministri «ribadiscono che l’unica via per raggiungere una pace giusta e duratura risiede nell’attuazione della soluzione dei due Stati con la creazione di uno Stato palestinese indipendente, secondo i principi del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale, in conformità con le pertinenti risoluzioni del diritto internazionale».
«I ministri invitano inoltre la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad assumersi le proprie responsabilità e a contrastare con fermezza qualsiasi tentativo di imporre una nuova realtà demografica o geografica nei Territori Palestinesi Occupati, garantendo il rispetto delle norme del diritto internazionale. Ribadiscono il loro pieno e continuo sostegno alla fermezza del popolo palestinese sulla propria terra e il loro rifiuto di ogni tentativo volto a cancellare la causa palestinese o a minare i legittimi diritti del popolo palestinese».
Il 3 agosto il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha presentato un piano per favorire l’emigrazione «volontaria» dei palestinesi da Gaza, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Ynet. La proposta punta a far uscire da Gaza 250.000 palestinesi nel primo anno e 1,86 milioni entro sette anni.
L’idea di sfollare con la forza milioni di palestinesi da Gaza è stata avanzata più volte da leader israeliani e statunitensi dall’inizio di quello che il testo definisce il genocidio dei palestinesi nell’ottobre 2023.
Una proposta del ministero dell’Intelligence israeliano che chiedeva la pulizia etnica di Gaza è trapelata pochi giorni dopo l’operazione di Hamas contro la moschea di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, scrive The Cradle. Il piano prevedeva di scatenare su Gaza una violenza tale che lo spostamento forzato dei palestinesi verso campi nella penisola del Sinai, in Egitto, o in Paesi ancora più lontani apparisse come un’iniziativa umanitaria destinata a salvare vite palestinesi.
Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso oltre 73.000 palestinesi, in gran parte donne e bambini. Stime indipendenti, che tentano di quantificare anche le morti indirette legate alla guerra, arrivano a centinaia di migliaia.
Almeno 800.000 palestinesi sono senzatetto e vivono in campi di tende precari lungo la costa della Striscia, dopo che bombardamenti e demolizioni israeliane hanno distrutto le loro case.
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Ben Gvir e altri coloni ebrei in Israele hanno sostenuto tali piani come parte dell’obiettivo più ampio di annettere Gaza e insediare colonie ebraiche nell’enclave devastata. Come riportato da Renovatio 21, a febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno pubblico che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.
Nel febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propose di svuotare Gaza dai palestinesi nell’ambito dei suoi progetti per ricostruire la Striscia e trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente». In alcune fasi anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promosso piani analoghi.
Secondo Ben Gvir, Turchia, Etiopia, Congo e diversi Paesi arabi figurano tra le possibili destinazioni dello sfollamento forzato dei palestinesi. Al momento, tuttavia, nessun Paese ha accettato di accogliere come rifugiati i palestinesi cacciati da Gaza.
La proposta prevede un investimento iniziale israeliano di 3,3 miliardi di dollari per avviare il programma, più un finanziamento israeliano di pari importo fino a 16 miliardi di dollari, subordinato alla partecipazione internazionale e ad accordi con i Paesi che accoglieranno i palestinesi.
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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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