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Bioetica

Gli operatori sanitari e il peso delle scelte durante l’emergenza COVID-19

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Per molti operatori sanitari la gestione dell’emergenza COVID-19, oltre che stremante da un punto di vista psico-fisico, ha messo a dura prova anche lo stato emotivo legato a molte scelte di natura etica e morale che si sono dovute prendere ed in alcuni casi applicare come status quo.

 

Si è parlato molto — e giustamente — di quelle intollerabili situazioni in cui pesava sui sanitari il compito di decidere chi curare e chi no, a seconda di un ingiustificato giudizio su quello che è il leitmotiv della malata bioetica moderna: la «qualità della vita» dell’essere umano. Decidere, cioè, in base all’età, alle speranze e alle pregiudiziose valutazioni mediche circa il tipo di esistenza che possibilmente ha di fronte a sé la persona eventualmente da curare.

 

quelle intollerabili situazioni in cui pesava sui sanitari il compito di decidere chi curare e chi no, a seconda di un ingiustificato giudizio su quello che è il leitmotiv della malata bioetica moderna: la «qualità della vita» dell’essere umano

Ci sono storie che raccontano di come l’ossigeno sia stato tolto ad una persona anziana per essere data ad una più giovane, per le ragioni totalmente anti-etiche summenzionate. Una fra tutte quella dell’ex deputato di Monti, Mario Sberna, che colpito dal COVID e ricoverato in ospedale ha potuto toccare con mano questo stato di cose (gli chiedemmo via messaggio di rilasciarci una breve intervista, ma ci rispose che dopo l’intervista da lui rilasciata al Corriere gli arrivarono molti attacchi, quindi non ne avrebbe più parlato anche su vivo consiglio del suo vescovo).

 

Tuttavia non è tutto: anzi, parlando solo di questo enorme problema gestionale, nondimeno causato da anni e anni di tagli alla sanità per via del «ce lo chiede l’Europa di fare spending review», si rischia di dimenticare o, peggio, di non citare, tanti altri piccoli dettagli che hanno reso il lavoro di tanti operatori un vero e proprio incubo morale. 

 

Penso, essendo sicuramente anche un po’ di parte, a tutti gli infermieri e agli operatori socio-sanitari che hanno lavorato durante il periodo più intenso nelle RSA o in qualsivoglia residenza per anziani, all’interno delle quali sappiamo (e forse nemmeno del tutto) ciò che è accaduto.

 

Penso a quei tanti sanitari che hanno visto gli anziani morire come mosche, soli e purtroppo «imprigionati» dentro ad un punto di non ritorno, nel vero senso della parola

Penso a quei tanti sanitari che hanno visto gli anziani morire come mosche, soli e purtroppo «imprigionati» dentro ad un punto di non ritorno, nel vero senso della parola. Molti di questi professionisti si sono trovati decimati nel giro di pochissimi giorni, cosicché quelli rimasti hanno dovuto far fronte ad uno stato di cose indescrivibile a parole se non vissuto sulla propria pelle.

 

Ed ecco che, proprio in questo caso, si sono dovute fare delle scelte, per taluni magari considerate più piccole, ma con una dimensione morale enorme. Per questo motivo credo valga la pena scrivere un paio di righe analizzando quelle che sono le scelte etiche in circostanze straordinarie come quelle verificatesi durante l’emergenza sanitaria, e che ha avuto il suo apice tra febbraio ed aprile. 

 

Molte realtà, trovandosi a corto di personale poiché contagiato, come dicevamo, hanno dovuto limitare al minimo indispensabile la cura della persona, garantendo solo una rapida igiene intima, la nutrizione e l’alimentazione degli ospiti — anche questa cosa ristretta in tempi brevi e non certo con le modalità applicabili in una situazione non emergenziale

Oltre ai dispositivi di protezione individuale, gli operatori sanitari rimasti operativi all’interno di molte strutture per anziani hanno dovuto applicare una sostanziale regola: entrare a contatto il meno possibile e per il minor tempo possibile con gli ospiti degenti. Mansioni cioè concentrate quanto più possibile in un unico ingresso nella stanza, per un tempo non superiore a 10-15 minuti. 

 

Molte realtà, trovandosi a corto di personale poiché contagiato, come dicevamo, hanno dovuto limitare al minimo indispensabile la cura della persona, garantendo solo una rapida igiene intima, la nutrizione e l’alimentazione degli ospiti — anche questa cosa ristretta in tempi brevi e non certo con le modalità applicabili in una situazione non emergenziale.

 

I bagni, solitamente garantiti settimanalmente in ogni RSA, sono stati ovviamente bloccati per oltre due mesi: fare un bagno ad un paziente positivo o comunque presunto tale vuole dire generare aerosol, la condizione più prolifica per il contagio del virus attraverso le goccioline che si generano attraverso il vapore acqueo. 

 

I bagni, solitamente garantiti settimanalmente in ogni RSA, sono stati ovviamente bloccati per oltre due mesi

Come si può facilmente dedurre, stiamo parlando di uno svilimento — per usare un edulcorato eufemismo — sul piano dell’assistenza e sul principio cardine di essa: il «prendersi cura» — prima ancora del «curare», inteso come «guarire» — della Persona.

 

Nonostante tali decisioni siano certamente state dettate da una situazione straordinaria e non propriamente voluta, ciò non vuol dire che non si vengano comunque a generare interrogativi di natura etica e morale sopra ai quali molti lavoratori ancora soffrono e gemono.

 

«Avrò agito bene?» 

 

«Mi sento di aver tradito la mia vocazione professionale»

«Mi sento di aver tradito la mia vocazione professionale»

 

«Ho lasciato soli tanti ospiti per paura di contagiarmi»

 

«Potevo fare di più, e invece non mi sono preso cura dei pazienti»

 

«Ho lasciato soli tanti ospiti per paura di contagiarmi»

Sono, credo, solo alcune delle domande e dei pensieri che ancora oggi assillano la mente di tanti sanitari in prima linea durante il periodo più intenso.

 

Come può rispondere la bioetica a tutto questo, cercando di dare un po’ di conforto a chi davvero ha sofferto e ancora soffre il peso delle proprie decisioni e di quelle che sente come imperdonabili omissioni? 

 

In questi casi elencati, a differenza del folle principio di allocazione in un contesto di carenza delle risorse sanitarie (shortage) citato all’inizio a proposito della scelta su chi curare e chi no, la risposta è piuttosto semplice, per quanto possa risultare difficile da credere. 

 

L’analisi, specie per i contesti interni alle residenze per anziani in cui il personale ha subito un vertiginoso crollo a causa dei contagi, va basata sul principio di proporzionalità del rischio. 

 

Ovvero: se è vero che prestare quante più attenzioni possibili (cura nell’igiene, pazienza nel dare da mangiare, un bagno settimanale garantito, la relazione e la vicinanza finanche fisica) ad una persona anziana, già emotivamente e psicologicamente provata dal contesto e perlopiù malata sia qualcosa di assolutamente buono, giusto e finanche doveroso, è altrettanto vero che se ciò può comportare un rischio per l’operatore che si prodiga per farlo, la proporzione del rischio, eticamente parlando, spinge a sospendere o comunque a limitare quelle accortezze o quei tempi più dilatati che si avrebbero in una situazione ordinaria.

 

Questo perché l’eventuale contagio di un operatore per mettere in atto una buona, anzi buonissima intenzione e conseguente azione — cioè fare due chiacchiere in più con un paziente, fargli un bagno di ristoro o altro ancora —  prolungando un contatto con l’ospite o prendendosi maggiore cura — non solo non avrebbe giovato all’operatore stesso che si sarebbe ammalato, ma si sarebbe altresì ripercossa e su quello specifico ospite, e su tutti gli altri. Nondimeno sui pochi colleghi rimasti a far fronte all’emergenza. 

Tutti infatti, ospiti e operatori, non potevano permettersi di perdere altri pezzi di quella forza lavoro fatta non solo di braccia, di gambe e di testa, ma anche di tanto cuore e tanto coraggio, più che mai fondamentale in quei momenti di puro delirio, sgomento e desolazione

 

Tutti infatti, ospiti e operatori, non potevano permettersi di perdere altri pezzi di quella forza lavoro fatta non solo di braccia, di gambe e di testa, ma anche di tanto cuore e tanto coraggio, più che mai fondamentale in quei momenti di puro delirio, sgomento e desolazione.

 

Per quanto evitare di entrare in una stanza, avere il minimo contatto con i pazienti, diminuire lo spazio di cura possa essere sembrato inumano, è stata in realtà l’unica scelta etica corretta che si poteva prendere in quei momenti per evitare l’ulteriore collasso del personale, che avrebbe gravato ulteriormente su quel minimo di cura che comunque continuava, provvidenzialmente, ad essere garantita. 

 

Nella speranza che queste considerazioni possano quietare il cuore di tanti bravi, bravissimi professionisti del settore sanitario-assistenziale, dobbiamo sempre ricordarci che la Bioetica non affonda le sue radici e non fornisce le sue risposte nell’emotività fine a se stessa risultando alle volte ( se pur comprensibilmente) irrazionale, ma si interroga e risponde attraverso un’analisi lucida, interdisciplinare, che metta in risalto l’efficacia e la forza della ragione unita all’Amore sincero per l’Essere Umano nella sua integrità ontologica e in qualità di creatura. 

 

Cristiano Lugli

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Bioetica

Il principato di Andorra blocca la legge a favore dell’aborto in attesa dei colloqui con il Vaticano

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Il governo andorrano ha completato una bozza di legge per depenalizzare l’aborto, ma ha precisato che non procederà fino alla conclusione dei colloqui in corso con la Santa Sede.

 

Il 1° giugno, Ladislau Baró, ministro delle Relazioni istituzionali, dell’Istruzione e delle Università di Andorra, ha confermato che una proposta di legge per depenalizzare l’aborto è già stata redatta integralmente, ma non è stata ancora presa alcuna decisione politica poiché sono in corso i colloqui con la Santa Sede.

 

«Esiste già una proposta legislativa completa», ha affermato il Baró, aggiungendo che «tutti gli aspetti tecnici e filosofici sono stati redatti e preparati».

 

Il Baró ha sottolineato che il testo giuridico è completo, ma il governo non procederà fino alla conclusione dell’attuale processo di dialogo. Il dibattito in corso affonda le sue radici nella peculiare struttura costituzionale di Andorra: una diarchia parlamentare in cui il capo del governo è eletto dal Parlamento, mentre il capo dello Stato è condiviso da due co-principi, il presidente della Francia e il vescovo di La Seu d’Urgell, attualmente Josep-Lluís Serrano Pentinat.

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A causa di questo assetto, le proposte relative alla legislazione sull’aborto sono state spesso discusse non solo in termini legislativi e politici, ma anche in relazione al mantenimento dell’equilibrio istituzionale del principato.

 

Secondo il Baró, il governo deve stabilire se la proposta di legge possa raggiungere simultaneamente due obiettivi: eliminare le sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto e, al contempo, preservare la stabilità istituzionale del Paese, affermando che restano ancora diverse sessioni di lavoro prima che l’esecutivo completi il processo di valutazione della proposta.

 

Baró ha sottolineato che la Santa Sede non detiene l’autorità decisionale sulla legislazione in sé. Ha affermato che la responsabilità ultima spetta al governo andorrano, che deve presentare qualsiasi disegno di legge, e al Consell General, il Parlamento del Paese, che ne deciderà il destino. Ciononostante, ha confermato che le discussioni in corso con la Santa Sede rimangono una parte necessaria del processo prima che qualsiasi iniziativa legislativa venga formalmente portata avanti.

 

Il ministro ha inoltre respinto le ipotesi secondo cui il Paese si starebbe avvicinando a una crisi istituzionale sulla questione. Ha affermato che Andorra rimane «molto lontana» da qualsiasi scenario che comporti una rottura del suo assetto costituzionale e «molto vicina» a trovare un equilibrio praticabile in merito. Pur rifiutandosi di fornire una tempistica precisa, Baró ha indicato che la questione dell’aborto dovrà essere risolta durante l’attuale legislatura.

 

Le dichiarazioni del governo giungono poco più di un mese dopo che il presidente francese Emmanuel Macron, durante una visita ufficiale nel principato, ha pubblicamente rinnovato la pressione per una modifica delle leggi sull’aborto di Andorra.

 

Il 28 aprile, Macron ha effettuato la sua seconda visita ad Andorra in veste di co-principe francese. Durante la visita, ha rivelato di aver discusso della depenalizzazione dell’aborto sia con il primo ministro Xavier Espot che con il vescovo Serrano Pentinat. Macron ha inoltre affrontato pubblicamente la questione durante un discorso tenuto nella capitale andorrana il 29 aprile.

 

«Parleremo di tutti gli argomenti e ne farò riferimento anche domani nel mio discorso», ha detto Macron al vescovo. Anche il primo ministro Espot ha affrontato l’argomento durante la visita, sostenendo che qualsiasi progresso sulla depenalizzazione dell’aborto dovrebbe essere perseguito con quello che ha definito «realismo, prudenza e ambizione». Ha affermato che questi principi costituiscono parte di un approccio condiviso tra il suo governo e Macron.

 

Nonostante l’appoggio pubblico di Macron, non si è registrata alcuna campagna pubblica analoga da parte del vescovo Serrano Pentinat. Il ruolo del vescovo è rimasto invece legato al processo di dialogo in corso tra le autorità andorrane e la Santa Sede, che, secondo quanto affermano i funzionari governativi, è tuttora in corso e non ha ancora raggiunto la sua conclusione.

 

In Andorra l’aborto rimane illegale in ogni circostanza, compresi i casi di stupro o anomalie fetali. La legislazione del Paese ha subito pressioni da parte dei sostenitori dell’aborto sia a livello nazionale che internazionale, mentre proseguono i negoziati legislativi.

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Andorra è tecnicamente una co-principazia parlamentare unica. I suoi capi di Stato sono due co-principi: il vescovo di Urgell e il presidente della Francia. Il potere legislativo spetta al Consiglio Generale, un Parlamento unicamerale eletto ogni quattro anni. Il governo è guidato da un Capo di Governo che detiene il potere esecutivo. Pur non essendo nell’UE, il paese ne è fortemente integrato.

 

Il Vescovo di Urgell (una diocesi cattolica in Catalogna, Spagna) esercita la funzione di co-principe di Andorra, agendo come Capo di Stato insieme al Presidente della Repubblica Francese. Si tratta di una carica puramente istituzionale e non religiosa per il territorio andorrano.

 

Insieme al suo omologo francese, il v escovo svolge compiti formali e di rappresentanza. Tra le sue funzioni principali rientrano la promulgazione delle leggi approvate dal Parlamento, l’indizione delle elezioni e la nomina formale del Capo del Governo, sebbene la gestione politica ed esecutiva del paese spetti interamente alle autorità locali andorrane.

 

Questo sistema, ereditato dal XIII secolo, conferisce al vescovo un ruolo sia spirituale che politico, rendendolo una figura chiave nel governo andorrano. Il vescovo Josep-Lluis Serrano Pentinat, nominato vescovo coadiutore di Urgell nel luglio 2024, è succeduto al vescovo Joan-Enric Vives il 31 maggio 2025. Il suo arrivo coincide con un acceso dibattito sulla riforma legislativa dell’aborto.

 

Il cardinale Parolin, durante una visita ad Andorra nel settembre 2023, aveva descritto la questione dell’aborto come un «argomento molto delicato e complesso», invocando un approccio improntato a «discrezione e saggezza».

 

Il Principato è diventato profondamente secolarizzato, in particolare negli anni Novanta: nel 1993, la Chiesa ha ratificato un emendamento costituzionale che definisce Andorra come uno stato «laico». Il culto domenicale è in declino – circa il 20-30% dei fedeli, una percentuale ancora molto invidiabile rispetto al 5% dei praticanti nella Francia continentale – e sono state attuate le consuete riforme sociali, il divorzio nel 1995 e le unioni civili tra persone dello stesso sesso nel 2005.

 

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Immagine di r Luis Miguel Bugallo Sánchez (Lmbuga) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

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Bioetica

Startup testa farmaci su cervelli umani appena estratti e mantenuti in vita con macchinari di supporto vitale

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Una startup biotecnologica chiamata Bexorg sta estraendo cervelli umani poche ore dopo la morte dei loro proprietari e li sta collegando a speciali macchine di supporto vitale. Lo riporta Science.   Sebbene queste masse di tessuto rosato non presentino più attività elettrica, la maggior parte delle loro funzioni vitali rimane intatta, consentendo agli scienziati di testare farmaci sperimentali, come potenziali trattamenti per il morbo di Alzheimer, come mai prima d’ora. Ci si aspetterebbe che i cervelli disincarnati siano senza dubbio morti. Tuttavia, stando alle notizie, un cervello estratto e collegato a una delle macchine di supporto vitale brevettate da Bexorg, BrainEX, resta «sospeso tra la vita e la morte». I cervelli vengono mantenuti in funzione grazie a un polmone artificiale, ossigenazione renale, sangue e altri fluidi.   La cifra frankesteiniana dell’operazione fa rabbrividire perfino i «laici», spinti a domandarsi se essa rifletta «la scomoda labilità del confine tra vita e morte» scrive Futurism, testata legata alla transumanista Singularity University.

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Brendan Parent, uno dei sei esperti di etica di Bexorg, sostiene che non vi devono essere dubbi. I cervelli estratti sono quasi privi dell’attività neuronale coordinata necessaria per una coscienza minima, ha dichiarato a Science. Per prevenire l’inquietante eventualità che alcuni cervelli producano attività elettrica, vengono anche trattati con l’anestetico propofol, assicura. «Naturalmente, il fatto stesso che si debba ricorrere a una simile misura potrebbe risultare meno rassicurante e più inquietante» chiosa Futurism.   Il fine, anche di questo esperimento, ci viene puntualmente ricordato, è il bene biologico dell’umanità garantito dall’industria farmaceutica. Il CEO di Bexorg, Zvonimir Vrselja, ha affermato che i cervelli presentano decenni di esposizione ambientale, una storia di trattamenti farmacologici e altri fattori che li rendono un mezzo di test più realistico per i farmaci. «Si ottengono cellule che sono state lì per 60-80 anni», ha dichiarato il Vrselja a Science.   «È un enorme passo avanti rispetto ai modelli murini», ha dichiarato a Science Bruna Bellaver, che studia la neurodegenerazione all’Università di Pittsburgh.   Bexorg è la stessa startup che sei anni fa dimostrò di poter mantenere in vita cervelli di maiale decapitati per 36 ore utilizzando un prototipo della sua macchina BrainEX. Gli sforzi si inseriscono in quegli esperimenti estremi di rianimazione dell’organismo che hanno come conseguenza, nemmeno tanto recondita, lo squartamento ancora più esseri umani per i trapianti, cioè per quella che è più corretto chiamare predazione degli organi.   Come riportato da Renovatio 21otto anni fa alcuni scienziati avevano comunicato i loro studi compiuti su dei suini riguardo la possibilità di riattivare il corpo dopo la morte.   Le ramificazioni bioetiche e biologiche di tali tecnologia sono abissali. In primis, abbiamo la possibilità di attuare un trapianto di cervello, o di corpo, che potrebbe consentire ad alcuni di cambiare identità corporea e, secondo la volontà transumanista, vivere più a lungo.   In secundis, si aprono voragini sulla questione della coscienza e della cosidetta «morte cerebrale» (una convenzione artefatta che medici di Harvard inventarono negli anni Sessanta per iniziare la filiare della predazione degli organi con il lucroso business dei trapianti).

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Se un cervello non è completamente morto, è giusto tenerlo in vita? Non si tratta di una forma di negromantico sfruttamento dell’essere umano? Curioso come la scienza medica impartisce l’eutanasia (o l’anestesia, necessaria agli espianti: perché un corpo a cui ancora batté il cuore reagisce allo squartamento con convulsioni naturali) qui invece vada verso il suo contrario, l’animazione extracorporea.   Un dibattito su questo tipo di argomento non sembra esserci, come vi sono solo accenni a discussioni sulla questione degli animali umanizzati con cellule cerebrali umane: la visione moderna si può chiedere se la bestia, dotata di neuroni dell’uomo, soffra appunto come un uomo, o meriti uno status giuridico diverso, simile a quello del cittadino.   Dubbi bioetici a parte, la macelleria chimerica della scienza moderna continua a pieno regime: perché la bioetica, dice la celebre critica di Richard Neuhaus poi ripresa in Italia dal defunto cardinale Elio Sgreccia, si riduce ad un «Permission Office» (un ufficio permessi, un passacarte burocratico). I comitati etici, che potrebbero non esistere ancora a lungo, smettono di riflettere sul bene profondo della persona e si limitano a verificare meri requisiti legali, trasformandosi in sportelli dove i ricercatori si recano solo per «ritirare un timbro di autorizzazione». Senza un solido fondamento morale (che Sgreccia individuava nella difesa della persona umana), la bioetica rischia di concedere qualsiasi permesso, rendendo lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile.    

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Bioetica

Corpi senza testa per produrre organi: l’uomo ridotto a funzione, la medicina contro l’anima

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Qualche tempo fa su Renovatio 21 avevamo parlato del «trapianto dell’uomo» il progetto visionario di un neurochirurgo italiano: non più sostituire singoli organi, ma arrivare a trasferire l’identità, a trattare il corpo umano come una piattaforma intercambiabile. 

 

Una notizia rilanciata in questi giorni dalla stampa internazionale, e ripresa anche dal Corriere della Sera, che parla apertamente di «cloni senza cervello come banca degli organi», mostra che non si trattava di fantascienza. Startup biotech sostenute da capitali miliardari stanno esplorando la possibilità di creare organismi umani privi di attività cerebrale, sviluppati artificialmente proprio con l’obiettivo di fungere da riserva di organi.

 

Si parla di corpi «senza coscienza», mantenuti biologicamente attivi attraverso tecnologie avanzate, destinati a fornire tessuti perfettamente compatibili e sempre disponibili. In altri termini, si tratterebbe di produrre organismi progettati per funzionare biologicamente, ma privati intenzionalmente di ciò che li renderebbe soggetti. L’obiettivo dichiarato è semplice: evitare problemi etici. Niente attività cerebrale, niente coscienza, niente dolore.

 

La verità è che gli organi non bastano a soddisfare la richiesta del sistema trapiantologico e la risposta delle istituzioni è stata fin qui quella di tentare di ridurre il numero delle opposizioni, insistere sulla cosiddetta cultura del dono, forzare il consenso. La risposta tecnologica è molto più radicale: produrre direttamente ciò che serve, bypassando il consenso del donatore e finanche la dichiarazione di morte cerebrale.

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Tale deriva non nasce oggi, ma è il frutto di un’idea che abbiamo già accettato senza quasi accorgercene: ossia, l’idea che la persona coincida con il suo cervello. Se sussiste l’attività cerebrale sussiste anche la persona. È la stessa logica che ha reso possibile la morte cerebrale: un corpo ancora caldo, perfuso, biologicamente integrato, viene dichiarato morto perché ha perso determinate funzioni e da quel momento diventa disponibile.

 

Oggi si tenta di compiere un passo ulteriore: invece di dichiarare morto un vivente, si costruisce un vivente che non sarà mai considerato tale. 

 

Ma è proprio qui che emerge il vuoto più profondo della concezione moderna dell’uomo: l’assenza totale dell’anima. Per la grande tradizione filosofica, da Aristotele a san Tommaso d’Aquino, l’uomo non è la somma di funzioni, né un cervello che governa un corpo, bensì un’unità sostanziale di anima e corpo.

 

L’anima è forma del corpo, principio vitale che rende quell’organismo un essere umano e non un semplice aggregato biologico.

 

Finché l’organismo vive come unità integrata, l’anima è presente. La modernità ha progressivamente espunto questa dimensione, dapprima facendo coincidere l’anima con la coscienza, poi la coscienza con la funzione cerebrale, infine la funzione con un dato misurabile. 

 

Cosicché l’uomo è diventato un sistema, un insieme di processi, un dispositivo biologico. E un dispositivo, per definizione, può essere spento, smontato, ricostruito. I «corpi senza testa» sono semplicemente la conseguenza estrema, ma perfettamente coerente, di tale riduzione. 

 

Da anni una certa bioetica sostiene che la dignità non appartiene all’essere umano in quanto tale, ma solo a chi possiede determinate capacità: autocoscienza, memoria, intenzione. Se queste mancano, non c’è persona. Il risultato è paradossale: per evitare di usare una persona, si costruisce un essere umano privato di tutto ciò che lo renderebbe tale. Non si risolve il problema, lo si elimina alla radice.

 

A questo punto la domanda diventa inevitabile: che differenza c’è tra questo modello e un allevamento? Corpi umani coltivati, mantenuti, utilizzati come riserva biologica. La differenza con l’allevamento animale, a questo punto, è solo culturale e col tempo tenderà a svanire. 

 

Il punto è che questo distopico futuro non arriva all’improvviso: si ridefinisce la morte, si rende disponibile il corpo, si trasformano gli organi in risorse trasferibili. Infine, si passa alla produzione e all’allevamento.

 

Ogni passaggio, preso da solo, appare logico. Ma è l’insieme che rivela la direzione: quando si perde il concetto di anima, si perde anche il concetto di persona e quando la persona scompare, il corpo diventa inevitabilmente materia. 

 

E ciò che resta è solo la tecnica.

 

Alfredo De Matteo

 

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