Spirito
Forma e significato della messa di «rito maya»
Come riportato di recente, in Messico si sta preparando un rito «maya» della messa. Lo studio è già avanzato ed è emerso un progetto. Un gruppo di vescovi messicani si è infatti riunito per lavorarvi nella diocesi di San Cristóbal de las Casas con Mons. Aurelio Garcia Macias, sottosegretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
Preparato a febbraio, il progetto sarà sottoposto ai vescovi messicani prima di essere inviato a Roma a maggio. Prima di leggere il testo, è utile conoscere il contesto.
Diocesi di San Cristóbal de las Casas
La diocesi è stata per decenni sotto l’occhio vigile di Roma. In gioco c’è il sincretismo, il processo decisionale comunitario, l’attivismo politico di sinistra e l’ordinazione di centinaia di diaconi permanenti, con le loro mogli, per realizzare una «chiesa indigena».
Mons. Samuel Ruiz Garcia, vescovo della diocesi dal 1960 al 2000, è stato all’origine del movimento. Mons. Felipe Arizmendi Esquivel, creato cardinale nel 2020, vescovo della diocesi dal 2000 al 2017, ha proseguito nella linea del suo predecessore, che ha sollevato non poche preoccupazioni a Roma.
Il caso dei diaconi permanenti associati alle loro mogli
Nel 2000 il Vaticano ha chiesto che, al momento dell’ordinazione dei diaconi permanenti, il vescovo non imponesse le mani sul capo della moglie, come era prassi. Nel 2005 la Congregazione per il Culto Divino ha sospeso «le ordinazioni diaconali permanenti fino a quando non sarà risolto il problema ideologico di fondo» e che il concetto di celibato sacerdotale fosse rafforzato.
Inoltre «la formazione dei candidati al diaconato permanente doveva essere interrotta». La diocesi contava allora 340 diaconi permanenti sposati e un quarto di questo numero di sacerdoti: le parrocchie erano gestite principalmente da diaconi permanenti e dalle loro mogli.
Nel 2007 Roma ha chiesto di togliere dal direttorio diocesano l’indicazione che questi diaconi potessero diventare preti sposati.
L’incoraggiamento di papa Francesco
Il cardinale Arizmendi racconta come, già nel 2013, fosse incoraggiato dal nuovo Papa. Francesco gli disse che il diaconato permanente sarebbe potuto essere una soluzione molto opportuna nelle comunità indigene e che sarebbe dovuto essere incoraggiato. Lo raccomanda Querida Amazonia, n°92.
Pochi mesi dopo il presule ha spiegato che «siamo stati autorizzati a continuare queste ordinazioni». Francesco ha così incoraggiato un diaconato indigeno permanente con mogli considerate co-diaconesse, ma sostenne anche lo sviluppo di un rito indigeno.
Gli elementi generali alla base del nuovo progetto
Diversi elementi compaiono nel Sinodo amazzonico del 2019: rafforzamento del ruolo liturgico delle donne (verso un diaconato femminile), ruolo preponderante dei diaconi indigeni sposati (verso i sacerdoti sposati) e un’inculturazione liturgica mista a elementi idolatrici (cfr. culto della Pachamama).
Per quanto riguarda l’antica religione maya, essa è intrisa di politeismo, animismo, credenza nella comunicazione con gli antenati, persino sacrifici umani.
Il rito «maya» così com’è già praticato nella diocesi di San Cristóbal de las Casas
C’è già una avanzata inculturazione dei riti maya, approvata dal vescovo locale.
Alcuni di questi elementi devono essere integrati nel progetto attuale.
Incensazione dell’altare da parte delle donne
È un’antica funzione delle donne maya incensare oggetti come l’altare maya; questa funzione si ripete durante la messa, con lo stesso tipo di incensiere: le donne incensano l’altare in momenti diversi durante la messa con un incensiere maya.
Le danze rituali
La cultura maya utilizza danze rituali: queste sono previste alla fine della messa. Si ritiene che queste danze siano mezzi per comunicare con divinità e spiriti. Il sito web di World History spiega: «i rituali di danza venivano praticati per comunicare con gli dei. Le danze prevedevano sontuosi costumi raffiguranti i volti delle divinità. (…) I Maya pensavano che vestendosi e comportandosi come un dio, potessero comunicare con lui».
La Terra, «dea madre»
Spiega il cardinale Arizmendi: «nella “teologia indiana” la terra è essenziale, la conoscono come la Dea Madre. Ha la sua personalità. Lei è sacra. Lei è il soggetto con cui parliamo e che veneriamo. La terra è fertilità divina. Le piante, in particolare il mais, sono la carne degli dei data all’uomo per il sostentamento».
Sincretismo e indifferentismo religioso
La rinascita delle pratiche e dei simboli maya è vista come un ritorno alle tradizioni «precolombiane», cioè pagane. Ma per la teologia indiana non c’è contraddizione con il Cattolicesimo.
Un autore scrive che: «mons. Ruiz ha sottolineato che il Dio venerato nella teologia indiana non era diverso dal Gesù venerato nel cattolicesimo».
Lo stesso autore descrive l’incorporazione di antichi riti religiosi nei riti cattolici: «alcuni hanno incorporato elementi come l’acqua, il fuoco, i colori ancestrali, che non hanno nulla a che fare con le preghiere della Chiesa cattolica: rimandiamo non solo a un Dio cristiano, ma anche alla terra, le montagne, l’acqua, la luna, il sole, tra gli altri…»
Il ruolo liturgico delle donne
Si manifesta nell’inclusione delle mogli nell’ordinazione dei diaconi permanenti. La sposa, scrive Mons. Arizmendi, «rimane accanto al diacono durante tutta la cerimonia, e unisce la sua mano a quella del marito nel momento della promessa di obbedienza». Inoltre «riceve, insieme al marito, il libro dei Vangeli. Assiste come ministro straordinario della comunione. E nelle celebrazioni ordinarie incensa l’altare, i Vangeli, le immagini, i ministri e i fedeli».
Inoltre, “abbiamo autorizzato due donne ad amministrare il battesimo e a presiedere la celebrazione del matrimonio quando non ci sono altri ministri»: una delle esigenze del Cammino sinodale…
L’altare maya
È un altare dedicato agli dei e alle credenze della religione maya. Questi altari si trovano già nelle chiese della regione e durante molte cerimonie religiose. Scrive Mons. Arizmendi: «in alcuni luoghi è consuetudine fare, davanti all’altare, l’“altare maya”, con fiori e candele colorate, secondo le quattro direzioni dell’universo, con i frutti della terra».
Ogni colore ha un significato specifico, quattro dei quali rappresentano i punti cardinali. Ad un certo punto, la congregazione si inchina verso il centro dell’altare che presenta due candele che si ritiene rappresentino Cristo, sebbene queste candele abbiano anche altri significati.
Mons. Arizmendi spiega: «abbiamo favorito l’inculturazione dell’adorazione del Santissimo Sacramento presso l’“altare maya””. Ci sono “simboli su questo “altare” della presenza eucaristica di Gesù”. Nella cultura maya, “Dio è invocato come Cuore del Cielo e Cuore della Terra”; tuttavia, spiega il porporato: “Gesù unisce il cielo e la terra, perché è Dio e uomo».
Accensione di candele
«Il sacerdote che presiede la celebrazione annuncia alla comunità che la preghiera universale sarà fatta seguendo il metodo di accensione delle candele secondo la tradizione degli antenati» scrive mons. Arizmendi. Secondo la tradizione Maya, è possibile comunicare in questo modo con i propri antenati. Prima dell’inizio della messa viene preparato un posto davanti all’altare dove verranno accese le candele.
Il numero di candele varia a seconda dello scopo della preghiera. Il direttore – sempre laico – invita alla preghiera, mentre la musica tradizionale viene suonata con arpa, violino e chitarra. Tutti i partecipanti si inginocchiano. Una donna incensa le candele, poi l’officiante le accende. Il sacerdote sta davanti al luogo dove sono le candele, si inginocchia e prega con il capo.
Danza rituale
«Al termine dell’omelia, scrive il porporato, si può eseguire una danza rituale. È un leggero movimento del corpo e dei piedi che può essere eseguito in una o tre danze».
Alcuni di questi elementi erano presenti nella messa papale del 15 febbraio 2016, celebrata da Francesco durante la sua visita alla diocesi di San Cristóbal de las Casas: Papa Francesco ha incensato l’altare con due mogli diaconali, entrambe con incensieri maya in mano, sotto lo sguardo dei loro mariti, due diaconi permanenti autoctoni. C’è stata anche una danza rituale.
Il lettore rimarrà forse sbalordito di fronte a questa disordinata inculturazione che introduce gli elementi di una cultura profondamente pagana e che non può che – quanto meno – mantenere una deleteria confusione, ma piuttosto tende, quale che sia l’intenzione degli autori, a un rito che non ha più nulla di cattolico e che è solo puro sincretismo.
I punti chiave
Gli elementi centrali del progetto sono: l’incenso durante la messa da parte di laici, uomini o donne; preghiere guidate da un laico dotato di una nuova funzione liturgica: il «principale»; danze maya; l’«altare maya», il cui «contenuto è custodito, sotto il nome di offerta maya».
La diocesi vuole quindi istituire due nuove funzioni liturgiche, occupate da un laico, uomo o donna, scelto dalla comunità parrocchiale con l’assenso del vescovo. La prima di queste funzioni è quella di «principale», la seconda quella di «incensatore».
Il «principale» o «anziano»
Il principale, posto accanto al sacerdote, dirige le preghiere comunitarie durante la messa. Questo ruolo sminuisce notevolmente l’importanza del sacerdote. Questa funzione è di grande importanza.
Così «l’ufficio liturgico di principale è conferito alla persona, uomo o donna, che è autorità morale nella comunità, che guida il suo popolo nella preghiera e nella fede. Veglia su coloro che hanno un ministero nella comunità. Nella liturgia guida il popolo, su invito di chi presiede la celebrazione, nei momenti di preghiera comunitaria».
Il progetto pone il principale al di sopra del diacono permanente e di sua moglie: «il principale o l’anziano, rappresentante della comunità ecclesiale indigena, è un agente formativo molto importante. Accompagna il diacono permanente e la sua sposa con i suoi consigli, la sua esperienza e la sua saggezza, assicurando che siano radicati nella comunità, secondo la loro cultura».
L’incensatore
Deve incensare in momenti diversi durante la Messa, il che sminuisce ulteriormente il ruolo del sacerdote. Il progetto parla di «incensazione della croce e dell’altare e, ove opportuno, delle immagini di Maria e dei santi».
Questa nuova funzione liturgica può essere esercitata da un uomo o da una donna:
«Si propone che, presso i popoli originari della diocesi, l’ufficio liturgico di incensare resti nelle mani di persone, maschi o femmine, nominate dalla comunità e approvate dall’Ordinario. Queste funzioni, principale e incensatore, esistono già per approvazione episcopale».
Preghiera comunitaria secondo la cultura maya
Le radici di questa cultura sono pagane. Nonostante la spiegazione del cardinale Arizmendi – «i riti che proponiamo hanno una base cattolica, ma sono stati sviluppati da questi popoli di origine maya che si sono allontanati dagli antichi maya» – rimane il timore del sincretismo. Il progetto afferma che le pratiche maya sono essenziali affinché i nativi entrino in relazione con Dio:
«Pregare ad alta voce e in comunità, guidati dal principale, ci permette di entrare in un rapporto diretto con Dio. Senza questo elemento il cuore non è disposto a partecipare. Così questa preghiera comunitaria è un elemento essenziale da inserire nella Messa celebrata con i popoli della diocesi. Senza di essa non si entrerebbe adeguatamente in una relazione personale con Dio».
In altre parole, senza questo antico modo di pregare, accompagnato dall’accensione di candele poste a terra davanti all’altare – pratica derivata dai riti pagani del popolo Maya – la grazia del sacrificio della Messa sembra essere diminuito. Secondo il progetto: «c’è anche un elemento storico, poiché era il modo proprio di queste culture di vivere il rapporto con Dio».
«In questo modo, la celebrazione dell’Eucaristia e il modo proprio di pregare di questi popoli non restano estranei o separati, ma si fanno insieme, in armonia, anche con il creato». Per un cattolico, l’armonia con il creato si raggiunge attraverso Dio, e quindi attraverso Gesù Cristo…
L’accensione di ceri o candele
La necessità di questa pratica è così spiegata: «La preghiera comunitaria con l’accensione delle candele è stata una delle forme di preghiera più frequentemente utilizzate dagli indigeni, con la quale esprimono tutte le richieste che la comunità ha nel cuore. (…) Questo modo di pregare è uno dei mezzi a disposizione di questi popoli per esprimere con più forza la loro fiducia in Dio».
Gli autori del progetto sembrano dire che il rito dell’accensione delle candele sia, per gli indigeni, un mezzo di unione con Dio più potente della Messa, o almeno necessario per la sua piena efficacia.
La Madre Terra e gli Antenati
La cerimonia dell’accensione, che è accompagnata dall’inchino del capo, dal contatto con il suolo e dal canto, ha lo scopo di entrare in contatto non solo con Dio, ma anche con gli antenati e con la madre Terra, ponendo così Dio sullo stesso piano della terra o gli antenati. Vediamo come il culto di Dio sembra essere posto sullo stesso piano del culto degli idoli.
L’altare maya
L’accensione delle candele è legata all’allestimento di un altare maya, denominato «offerta maya» dal documento, che così lo descrive: deve essere collocato all’interno della chiesa, vicino all’altare, e secondo i colori simbolici maya: rosso, nero, bianco e giallo, nonché i punti cardinali. I colori «cardinali» hanno un significato derivato dall’antica religione politeista.
«Vicino all’altare sono poste piante, fiori, frutti e semi della regione, e candele del colore che rappresentano i punti cardinali: a est, rosso; a ovest, nero; a nord, bianco; e a sud, giallo. Vicino alle candele vengono posti frutti o fiori dello stesso colore. Al centro, un crocifisso, una Bibbia, una candela blu e una verde, oltre all’acqua, alla terra e alla chiocciola».
Danza liturgica: «I piedi accarezzano il volto della Madre Terra»
Secondo il progetto, «il ringraziamento può essere espresso attraverso una danza». È un «grazie collettivo: nella danza i piedi accarezzano il volto della Madre Terra, compiendo leggeri movimenti. Il volto di Dio viene salutato muovendosi nelle quattro direzioni dell’universo. È il momento di sentire la vicinanza dei nostri fratelli e sorelle, che danzano insieme, sullo stesso essere».
«Dio danza in mezzo a noi. (…) È anche sentire la presenza di Gesù, dei santi, dei nostri antenati, che danzano con noi, non come un’immaginazione forzata, ma come una presenza spirituale reale, in una comune armonia».
Il testo afferma quindi che gli antenati sono «realmente presenti spiritualmente» in questa danza rituale, cosa che non può essere esatta secondo la dottrina cattolica. Questa danza è «parte integrante dell’azione liturgica»: è una liturgia danzata, e non «una danza nella liturgia».
Una parola sugli autori del progetto
L’autore principale è un gesuita, padre Felipe Jaled Ali Modad Aguilar, già impegnato nella preparazione del Sinodo amazzonico. È coordinatore della commissione diocesana per il nuovo rito indigeno in Chiapas, molto attento alla comunicazione con gli antenati.
Un altro membro, padre Víctor Manuel Pérez Hernández è parroco della parrocchia di San Juan Chamula, una parrocchia nota per i sacrifici di animali e altre pratiche di culto pagano. Diversi turisti raccontano le loro esperienze in questa chiesa. Ecco un esempio.
«Dall’esterno la chiesa assomiglia a tutte le chiese messicane: una facciata luminosa e colorata, con un’architettura molto semplice. Si pagano 25 pesos per entrare, ma è vietato fare foto o video». All’interno «i fedeli praticano rituali unici che coinvolgono santi cattolici, liquori di contrabbando e sacrifici di animali».
«Il visitatore è sopraffatto dall’odore dell’incenso di resina di copale e dal fumo di migliaia di candele. Le pareti sono fiancheggiate da statue di santi ornate di specchi per allontanare il male. Non ci sono panchine; freschi aghi di pino ricoprono il terreno. Ogni famiglia spazza uno spazio libero e attacca le candele sulle piastrelle».
«I fedeli lasciano che le candele si consumino completamente durante e dopo le loro cerimonie personali. Pregano ad alta voce in tzotzil, a volte piangono e spesso si fanno il segno della croce. Bevono Coca-Cola e “pox” – il distillato regionale; ruttano con l’intenzione di evacuare gli spiriti maligni».
«A volte alla famiglia si unisce un curandero [sciamano] che può imporre le mani sui malati, assorbire le loro malattie in un uovo di gallina o guarirli agitando un pollo vivo sopra la loro testa. La gallina viene quindi sacrificata». E la «messa» viene regolarmente celebrata in questa chiesa dal parroco Hernández…
Conclusione
Sembra abbastanza ovvio che l’adattamento di elementi culturali e riti di origine maya per la diocesi di San Cristóbal de las Casas non eviti il sincretismo.
(…)
Se vescovi e sacerdoti possono distinguere le cose, ma per i fedeli è un’altra cosa. Inoltre, che bisogno c’è di immergere il discepolo di Cristo in questi elementi che possono solo turbarlo, lasciandolo legato a pratiche quantomeno superstiziose, se non addirittura idolatre.
Quanta responsabilità nello stabilire questo rito paganizzato!
Articoli previamente apparsi su FSSPX.news.
Immagine da FSSPX.news
Occulto
Papa Leone nomina il nuovo arcivescovo di Città del Capo che considerava l’aggiunta di un rito pagano alla liturgia
Papa Leone XIV ha nominato il vescovo Sithembele Anton Sipuka arcivescovo di Città del Capo, in Sudafrica, dopo che il prelato in precedenza ha guidato un importante organismo ecumenico progressista e si è battuto per l’inculturazione liturgica di un rito pagano locale. Lo riporta LifeSiteNews.
Il 9 gennaio, papa Leone ha nominato Sipuka arcivescovo di Città del Capo, dopo i suoi anni di servizio come vescovo di Mthatha, presidente della Conferenza Episcopale Cattolica dell’Africa meridionale dal 2019 al 2025 e presidente del Consiglio delle Chiese sudafricano dal 2024.
Nell’ottobre 2024, monsignor Sipuka è stato eletto presidente del Consiglio delle Chiese sudafricano (SACC), diventando il primo cattolico – e il primo vescovo cattolico – a ricoprire tale carica. Il SACC è un organismo ecumenico che riunisce un’ampia gamma di confessioni cristiane in Sudafrica e vanta una lunga storia pubblica che risale all’era anti-apartheid.
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Il SACC è storicamente associato all’attivismo di sinistra e tra i suoi leader più noti a livello internazionale c’era l’arcivescovo anglicano pro-LGBT Desmond Tutu. L’elezione di Sipuka ha segnato un momento significativo per il consiglio, dato che la sua presidenza era stata precedentemente ricoperta da non cattolici.
Il 22 giugno 2025, monsignor Sipuka tenne un’omelia in qualità di presidente della SACC durante un servizio di preghiera ecumenico chiamato «Giornata nazionale di preghiera per la guarigione e la riconciliazione», tenutosi presso la Grace Bible Church di Soweto, una congregazione protestante.
Secondo monsignor Sipuka, le divisioni tra cristiani sono dovute al fatto che «i muri divisori che a noi sembrano così permanenti non lo sono per Dio», poiché «le categorie che definiscono i nostri conflitti – noi e loro, dentro e fuori, meritevoli e immeritevoli – sono costruzioni umane, non decreti divini».
Inoltre, Sipuka sembrava ridurre la nozione cristiana di redenzione a un significato sociologico di liberazione: «la tua liberazione è legata alla liberazione del tuo prossimo. Il tuo benessere è connesso al benessere del tuo nemico». Il prelato sudafrico ha anche usato il cristianesimo per giustificare gli ideali politici socialisti: «non può esserci riconciliazione senza trasformazione. La vera riconciliazione richiede un cambiamento strutturale: la trasformazione della nostra economia affinché la ricchezza sia condivisa in modo più equo».
Il 3 luglio 2025, Papa Leone XIV aveva nominato monsignor Sipuka membro del Dicastero vaticano per il dialogo interreligioso.
Nel gennaio 2023, mentre era presidente della Conferenza episcopale cattolica dell’Africa meridionale, Sipuka ha rilasciato un’intervista a Radio Veritas, poi ripresa da ACI Africa. In quell’intervista, ha riflettuto sui precedenti tentativi di inculturazione nella liturgia cattolica in Sudafrica, in particolare quelli avvenuti negli anni Ottanta.
L’inculturazione liturgica mira a introdurre nel rito cattolico romano elementi tratti da culture religiose locali, estranee e talvolta più antiche della tradizione cristiana. Tali rituali sono spesso legati a superstizioni o pratiche politeistiche, basate sulla convinzione che ogni cultura possa essere espressione di adorazione verso Dio.
Tuttavia, la liturgia cattolica non appartiene alle culture ma alla Chiesa, ed è rivolta non all’uomo ma a Dio. Di conseguenza, è in grado di comunicare la grazia a ogni essere umano, indipendentemente dal contesto storico o geografico, perché il cuore umano – fatto per accogliere Dio – è sempre lo stesso ovunque. Pertanto, la liturgia non può essere rimodellata da usanze o credenze locali senza rischiare di perdere la sua vera natura.
«L’inculturazione in termini di liturgia era più forte negli anni Ottanta, poi si è fermata», si è lamentato Sipuka nell’intervista. «Stiamo facendo liturgia come se fosse inculturata da quelle esperienze, non si è sviluppata».
«Cerchiamo di comprenderlo nel suo contesto tradizionale, in modo da poter vedere come integrarlo con la fede. Il principio è che, nella cultura, ci sono molte cose buone; quindi, non riteniamo che nulla di culturale debba essere scartato».
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In particolare, monsignor Sipuka sembrava interessato a fondere la liturgia cattolica con il rito locale dell’ubungoma, una pratica spirituale tradizionale sudafricana in cui una persona diventa un guaritore o un indovino attraverso la canalizzazione degli antenati.
«Ora ci stiamo occupando dell’ubungoma», ha detto monsignor Sipuka. «Speriamo di completare la ricerca entro la fine di quest’anno e poi, auspicabilmente, entro l’anno prossimo potremo forse dare qualche indicazione», ha concluso.
Da tempo i teologi sudafricani cercano di reinterpretare questa pratica pagana nel tentativo di conciliarla con la teologia cattolica, ad esempio rileggendo la vocazione del profeta Geremia come un’esperienza collegabile all’ubungoma.
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Il vescovo olandese Mutsaerts condanna la teologia progressista come «pericolo dall’interno» della Chiesa
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Spirito
Monsignor Schneider demolisce l’attacco del cardinale Roche alla messa in latino
Il vescovo Athanasius Schneider ha smontato la giustificazione del cardinale Arthur Roche per la soppressione della Messa tradizionale in un’intervista esclusiva con Diane Montagna pubblicata martedì. Lo riporta LifeSite.
Monsignor Schneider ha definito «manipolativo» un documento sulla liturgia distribuito da Roche nel concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV all’inizio di questo mese, in cui Roche affermava che «non possiamo tornare» alla messa latina tradizionale.
Nella missiva, monsignor Roche ha ripreso i punti di discussione di Papa Francesco, che culminano nei dettami della Traditionis Custodes, che ha soffocato la Messa antica in tutto il mondo e ha detto ai sacerdoti che devono richiedere nuovamente il permesso di offrire la Messa antica al loro vescovo diocesano, «che a sua volta dovrebbe consultare la Sede Apostolica prima di concedere questa autorizzazione».
Come Bergoglio, monsignor Roche ha definito la continuazione del Messale Romano come divisiva, definendola nel suo documento di concistoro «congelamento della divisione». Ciò contraddice il Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI, che ha affermato che il messale del 1962 «non è mai stato abrogato» e che il suo uso continuato non è divisivo.
L’antagonismo di Roche e Francesco verso la Messa tradizionale, come manifestato nella Traditionis Custodes, contraddice anche la Quo Primum, che autorizzava in modo permanente la Messa tradizionale, dichiarando che essa può essere usata «liberamente e lecitamente» in «perpetuo».
Monsignor Schneider ritiene che il documento di Roche, che non è stato ancora discusso tra i cardinali del concistoro, «sembra guidato da un programma volto a denigrare» la tradizionale messa in latino e «in definitiva eliminarla».
Il prelato ortodosso ha detto a Montagna che secondo lui il documento non è caratterizzato da un desiderio imparziale di verità, ma da un «ragionamento manipolativo» e persino dalla distorsione delle prove storiche.
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Ad esempio, monsignor Roche cita selettivamente Quo Primum nel tentativo di sostenere la soppressione della Messa tradizionale, citandone l’affermazione secondo cui «dovrebbe esserci un solo rito per celebrare la Messa». Tuttavia, come ha sottolineato Schneider, il Quo Primum in realtà «permette esplicitamente a tutte le varianti del Rito Romano che sono state in uso ininterrottamente per almeno duecento anni di continuare legittimamente», compresi i riti ambrosiano e domenicano. «Unità non significa uniformità, come attesta la storia della Chiesa», ha osservato Schneider.
Riferirsi qui al Quo Primum è disonesto da parte di Roche, perché la bolla del 1570 contraddice chiaramente il suo punto principale, autorizzando fermamente il Messale Teologico «in perpetuo». Essa afferma che «questo Messale deve essere d’ora in poi seguito in modo assoluto, senza alcun scrupolo di coscienza o timore di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, e può essere usato liberamente e legittimamente. Né i superiori, gli amministratori, i canonici, i cappellani e gli altri sacerdoti secolari o religiosi, di qualsiasi titolo designati, sono obbligati a celebrare la Messa diversamente da come da Noi ingiunto. Allo stesso modo dichiariamo e ordiniamo… che il presente documento non può essere revocato o modificato, ma rimane sempre valido e conserva la sua piena validità».
Il vescovo Schneider contesta anche l’affermazione di Roche secondo cui il Novus Ordo sarebbe stato «voluto» dal Concilio Vaticano II e sarebbe «in piena sintonia con il vero significato della Tradizione».
Anche la «maggioranza dei Padri sinodali del 1967 – quasi tutti Padri del Concilio Vaticano II – ha respinto» il Novus Ordo Missae, in contrapposizione alla nuova Messa iniziale del 1965, secondo Schneider.
Il vescovo ha inoltre condannato l’affermazione di Roche contenuta nel documento del concistoro secondo cui il pluralismo liturgico equivale a «congelare la divisione».
«Una simile affermazione è manipolativa e disonesta, poiché contraddice non solo la pratica bimillenaria della Chiesa, che ha sempre considerato la diversità dei riti riconosciuti – o delle legittime varianti all’interno di un rito – non come fonte di divisione, ma come un arricchimento della vita ecclesiale», ha affermato Schneider. L’intolleranza per la coesistenza di diverse pratiche liturgiche è il segno di un «chierico dalla mentalità ristretta» e ha danneggiato i cristiani in passato, ha sostenuto.
Un esempio di ciò fu la proibizione della forma più antica del rito della Chiesa ortodossa russa nel XVII secolo, che portò a uno scisma dei «vecchi riti», che continua ancora oggi, anche dopo che la Chiesa ortodossa russa ha ripristinato il rito più antico. «In questo caso, l’intolleranza da parte della gerarchia verso l’uso legittimo del rito più antico congelò letteralmente la divisione: i vecchi ritualisti furono esiliati dallo zar nella gelida Siberia», ha sottolineato Schneider.
Il vescovo kazako ha concluso con una dura critica al documento di Roche, definendolo «reminiscente di una lotta disperata di una gerontocrazia confrontata con critiche serie e sempre più forti, provenienti principalmente da una generazione più giovane, la cui voce questa gerontocrazia cerca di soffocare attraverso argomenti manipolatori e, in ultima analisi, trasformando il potere e l’autorità in armi».
«Eppure la freschezza e la bellezza senza tempo della liturgia, insieme alla fede dei santi e dei nostri antenati, prevarranno comunque».
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