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Geopolitica

Dr. Volodymyr & Mr. Zelens’kyj : Il lato nascosto del presidente ucraino

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Il deputato svizzero ed ex caporedattore della Tribune de Genève, Guy Mettan, traccia un ritratto del saltimbanco che interpreta il ruolo di presidente dell’Ucraina. Mostra come questo comico di varietà si sia trasformato in alleato dei banderisti e per loro conto instauri una dittatura.

 

 

Héros de la liberté, Hero of Our Time, Der Unbeugsame, The Unlikely Ukrainian Hero Who Defied Putin and United the World, Zelensky, l’Ukraine dans le sang: media e dirigenti occidentali, affascinati dalla «stupefacente resilienza» dell’attore, miracolosamente trasformato in «condottiero di guerra» e «salvatore della democrazia», non sanno più con quali superlativi tessere le lodi del presidente ucraino.

 

Da tre mesi il capo di Stato ucraino è in prima pagina su tutti i giornali, è in apertura dei telegiornali, inaugura il Festival di Cannes, arringa parlamenti, si congratula e ammonisce colleghi a capo di Stati dieci volte più potenti del suo: un successo e un senso tattico finora ineguagliati da un attore del cinema o da un dirigente politico.

 

Come non lasciarsi ammagliare da quest’improbabile Mr. Bean che, dopo aver conquistato il pubblico con le sue smorfie e stravaganze (per esempio passeggiare nudo in un negozio e simulare un pianista suonando con il proprio sesso), ha saputo in una notte barattare le sue pagliacciate e i suoi discorsi sboccati con una T-shirt grigioverde, una barba di una settimana e parole cariche di gravità per galvanizzare truppe aggredite dall’orso cattivo russo?

 

Dal 24 febbraio Volodymyr Zelensky ha incontestabilmente dimostrato di essere un artista di politica internazionale di eccezionale talento. Chi ha seguito la sua carriera di comico non se n’è stupito perché conosceva il suo innato senso dell’improvvisazione, le sue capacità mimetiche, la sua audacia di giocatore.

 

L’eccezionalità del suo talento era già emersa nella conduzione della campagna elettorale, quando in poche settimane, dal 31 dicembre 2018 al 21 aprile 2019, stese avversari coriacei, come l’ex presidente Poroshenko, mobilitando la squadra di produzione televisiva e gli oligarchi, suoi generosi sovvenzionatori. Bisognava passare dalle prove allo spettacolo vero. C’è riuscito.

 

 

Talento per il doppiogioco

Tuttavia, come spesso accade, la facciata corrisponde raramente al retroscena. La luce dei proiettori offusca più di quanto illumini.

 

Nel caso di Zelensky, non si può non prendere atto che il quadro è meno sfavillante di quanto apparisse sulla scena: i risultati come capo di Stato, così come le sue performance di difensore della democrazia, lasciano seriamente a desiderare.

 

Zelensky ha dimostrato talento per il doppiogioco sin dall’elezione. Aveva vinto la competizione elettorale con una percentuale di voti eccezionale, 73,2%, grazie alla promessa di porre fine alla corruzione, di portare l’Ucraina sulla strada del progresso e della civiltà e, soprattutto, di fare la pace con i russofoni del Donbass.

 

Appena eletto ha tradito ogni promessa con zelo talmente intempestivo che la percentuale della sua popolarità a gennaio 2022 si era ridotta al 23%, distanziato dai due maggiori avversari.

 

Da maggio 2019, per esaudire le pretese degli oligarchi che lo sponsorizzano, il neoeletto lancia un massiccio programma di privatizzazione del patrimonio agricolo pubblico: 40 milioni di ettari di suolo fertile, con il pretesto che la moratoria sulla vendita dei terreni avrebbe fatto perdere miliardi di dollari al PIL del Paese.

 

Nell’impeto dei programmi di liberazione dalle vestigia del comunismo e di de-russificazione, avviati dopo il colpo di Stato filo-statunitense di febbraio 2014, Zelensky lancia una vasta operazione di privatizzazione dei beni dello Stato, di austerità di bilancio, di ridimensionamento delle leggi sul lavoro, nonché di smantellamento dei sindacati; provvedimenti che urtano quella maggioranza di ucraini che ancora non ha capito cosa intendesse il loro candidato per «progresso», «occidentalizzazione» e «normalizzazione» dell’economia ucraina. Un Paese in cui il reddito medio per abitane era nel 2020 di 3.726 dollari contro i 10.126 dell’avversaria Russia, al contrario di quel che accadeva nel 1991, quando il reddito medio degli ucraini era più alto di quello dei russi: il confronto non è lusinghiero. È comprensibile che gli ucraini non abbiano plaudito all’ennesima riforma neoliberale.

 

Quanto al percorso verso la civiltà, si concretizzerà in un decreto del 19 maggio 2021, che garantisce il dominio della lingua ucraina e bandisce il russo in tutte le sfere della vita pubblica, nelle amministrazioni, nelle scuole e nelle attività commerciali, con grande soddisfazione dei nazionalisti e stupore dei russofoni del sud-est del Paese.

 

 

Uno sponsor in fuga

Quanto alla corruzione, il bilancio non è migliore. Secondo The Guardian, nel 2015 l’Ucraina era il Paese più corrotto d’Europa. Secondo Transparency International, Ong occidentale con sede a Berlino, nel 2021 l’Ucraina era al 122° posto nella classifica mondiale della corruzione, vicinissima all’odiata Russia (136^). Risultato certo non brillante per una nazione che si reputa modello di virtù rispetto ai barbari russi. Secondo il Kyiv Post la corruzione è ovunque: nei ministeri, nelle amministrazioni, nelle imprese pubbliche, nel parlamento, nella polizia e persino nell’Alta Corte di Giustizia contro la corruzione! Non è raro vedere giudici sfrecciare in Porsche, riportano i giornali.

 

Il più importante sponsor di Zelensky, Ihor Kolomojskij, che risiede a Ginevra ove possiede uffici lussuosi con vista sulla rada, non è certo uno degli oligarchi di secondo piano fra quelli che approfittano della corruzione generale: il 5 marzo 2021 Antony Blinken, che senz’altro non poteva fare diversamente, annunciò che, a causa «dell’implicazione in rilevante fatto di corruzione», il dipartimento di Stato aveva bloccato i beni di Kolomojskij e l’aveva bandito dagli Stati Uniti.

 

Era accusato di aver sottratto 5,5 miliardi di dollari della banca pubblica Privatbank. Per pura coincidenza, il buon Ihor era anche azionista della holding petrolifera Burisma, che dà lavoro al figlio di Joe Biden, Hunter, per il modesto compenso di 50 mila dollari mensili, e che oggi è nel mirino di un’inchiesta del procuratore del Delaware. Saggia precauzione: Kolomojskij , dichiarato persona non grata da Israele e rifugiatosi, secondo alcuni testimoni, in Georgia, non corre il rischio di doversi presentare alla barra dei testimoni.

 

Ed è sempre Kolomojskij da cui l’Ucraina avviata sulla strada del progresso decisamente non può prescindere, l’artefice della carriera di attore di Zelensky. E lo ritroviamo altresì implicato nell’affare Pandora Papers, rivelato dalla stampa a ottobre 2021. Si tratta di documenti che attestano come la rete televisiva 1+1, di proprietà del trasgressivo oligarca, versò dal 2012 non meno di 40 milioni di dollari alla star televisiva Zelensky e come quest’ultimo, poco prima di essere eletto presidente, con l’aiuto della sua guardia del corpo della città di Kryvyi Rih – i due fratelli Shefir: l’uno sceneggiatore di Zelensky, l’altro capo dei servizi di sicurezza di Stato (SBU), nonché produttore e proprietario della comune società di produzione, Kvartal 95 – aveva prudentemente trasferito considerevoli somme di denaro su conti offshore intestati alla moglie, nonché acquistato tre appartamenti a Londra, mai dichiarati, per la modica cifra di 7,5 milioni di dollari.

 

Quest’inclinazione del Servitore del popolo (nome della serie televisiva di cui è protagonista nonché del suo partito politico) per il confort non-proletario è attestato da una foto apparsa sui social network, e subito cancellata dai fact-cheker anti complottisti, che lo ritraeva mentre godeva delle comodità di un lussuoso albergo tropicale, al costo di decine di migliaia di dollari per notte, mentre avrebbe dovuto essere in vacanza in una modesta stazione sciistica dei Carpazi.

 

L’arte dell’ottimizzazione fiscale e la frequentazione assidua di oligarchi a dir poco controversi non depongono sicuramente a favore di un incondizionato impegno presidenziale contro la corruzione.

 

Non più del fatto di aver silurato il fastidioso presidente della Corte costituzionale Oleksandr Tupytskyj, nonché di aver nominato, come successore del primo ministro Oleksyj Hontcharuk – estromesso a causa di uno scandalo – un illustre sconosciuto, Denys Chmynal, che però aveva il pregio di dirigere una delle fabbriche dell’uomo più ricco del Paese, Rinat Akhmetov, proprietario della famosa acciaieria Azovstal, ultimo rifugio degli eroici combattenti per la libertà del battaglione Azov.

 

Combattenti che esibiscono su braccia, collo, schiena o petto tatuaggi che glorificano il Wolfsangel della divisione SS Das Reich, frasi di Adolf Hitler o croci uncinate, come si è potuto vedere negli innumerevoli video diffusi dai russi dopo la resa dell’Azov.

 

 

Ostaggio dei battaglioni Azov

Ma la prossimità dello smagliante Volodymyr con i rappresentanti più estremisti della destra nazionalista ucraina non è la minore delle stranezze del Dr. Zelensky.

 

Questa complicità è stata subito negata con veemenza dalla stampa occidentale, che l’ha giudicata scandalosa per le origini ebraiche del presidente, repentinamente emerse. Come potrebbe un presidente ebreo simpatizzare con neonazisti, per di più fatti passare per un’infima minoranza di marginali? Non bisognerebbe dar credito all’operazione di «denazificazione» condotta da Vladimir Putin…

 

Ma i fatti sono incontrovertibili e tutt’altro che irrilevanti.

 

Certamente Zelensky non è mai stato, a titolo personale, vicino all’ideologia neonazista, nonché all’estrema destra nazionalista ucraina. L’ascendenza ebrea, sebbene relativamente lontana e mai rivendicata prima di febbraio 2022, esclude evidentemente ogni forma di antisemitismo da parte sua. La vicinanza a queste ideologie non è da imputare a un’affinità, ma pertiene all’ordinaria ragione di Stato e a una sapiente mescolanza di pragmatismo e d’istinto di sopravvivenza fisica e politica.

 

Per capire la natura delle relazioni tra Zelensky e l’estrema destra, bisogna risalire a ottobre 2019. Bisogna altresì tener presente che queste formazioni di estrema destra, benché non esprimano più del 2% dell’elettorato, sono tuttavia costituite da quasi un milione di persone, molto motivate e ben organizzate, sparpagliate in molte organizzazioni e movimenti, dei quali il battaglione Azov (finanziato dal 2014 da Kolomojskij, ancora lui!) è il più noto. Cui bisogna aggiungere, per essere esaustivi, Aidar, Dnipro, Safari, Svoboda, Pravy Sektor, C14 e Corpo Nazionale.

 

C14, così battezzato per il numero di parole che compongono la frase del neonazista americano David Lane («We must secure the existence of our people and a future for white children»), è uno dei meno conosciuti all’estero, ma fra i più temuti in Ucraina per la sua violenza razzista. Tutte queste organizzazioni sono state più o meno fuse nella Guardia Nazionale ucraina, per iniziativa del loro promotore, l’ex ministro dell’Interno Arsen Avakov, che ha regnato con pieni poteri sull’apparato di sicurezza ucraino dal 2014 al 2021. Sono costoro che dall’autunno 2019 Zelensky chiama «veterani».

 

Pochi mesi dopo essere stato eletto, il giovane presidente va in Donbass per tentare di mantenere fede alla promessa elettorale e far applicare gli Accordi di Minsk, firmati dal predecessore. Le forze di estrema destra, che dal 2014 bombardano le città delle regioni di Donetsk e Lugansk al prezzo di diecimila morti, lo accolgono con grande circospezione perché diffidano del presidente «pacifista». Sono gli stessi che conducono una campagna senza pietà contro la pace, con lo slogan «Nessuna capitolazione».

 

In un video si vede un livido Zelensky implorarli: «Sono il presidente di questo Paese. Ho 41 anni. Non sono un perdente. Vengo da voi e vi dico: lasciate le armi». Il video dilaga sui social network e Zelensky viene preso di mira da una campagna carica d’odio: fine delle velleità di pace e di applicazione degli accordi di Minsk.

 

Poco dopo la visita del presidente c’è un ritiro minimo delle forze estremiste, poi gli ucraini riprendono ancor più intensamente a bombardare i concittadini russofoni.

 

 

Crociata nazionalista

Il problema è che Zelensky non solo ha ceduto al ricatto dei nazionalisti, ma si è unito alla loro crociata.

 

Dopo il fallimento della missione del 2019, il presidente riceve diversi leader dell’estrema destra, fra cui Yehven Taras, capo del C14; il suo primo ministro si mostra invece a fianco di Andryj Medvedko, neonazista sospettato di omicidio. Zelensky sostiene anche il calciatore Zolzulya contro i tifosi spagnoli, che lo accusano di essere nazista perché proclamato ammiratore di Stepan Bandera, leader nazionalista che durante la guerra collaborò con la Germania nazista (e con la CIA nel dopoguerra), nonché partecipò all’olocausto degli ebrei.

 

La collaborazione con i radicali nazionalisti si consolida. A novembre dello scorso anno Zelensky nomina l’ultranazionalista di Pravy Sektor, Dmytro Yarosh, consigliere speciale del comandante in capo delle forze armate ucraine, nonché, da febbraio 2022, capo dell’Armata dei volontari che dissemina terrore nelle retrovie dell’esercito.

 

Contemporaneamente, nomina Oleksander Pokland, soprannominato «lo strangolatore» per la sua inclinazione alla tortura, capo del controspionaggio dello SBU, il Servizio di Sicurezza Ucraino.

 

A dicembre, due mesi prima della guerra, tocca a un altro capo di Pravij Sektor, il comandante Dmytro Kotsuybaylo, essere ricompensato con il titolo di Eroe dell’Ucraina; a una settimana dall’inizio delle ostilità Zelensky sostituisce inoltre il governatore regionale di Odessa con Maksym Marchenko, comandante del battaglione ultranazionalista Aidar, lo stesso a fianco del quale il francese Bernard-Henri Lévy sarà orgoglioso di sfilare.

 

Volontà di domare l’estrema destra distribuendo incarichi? Condivisione dell’ultra-patriottismo? O semplice convergenza d’interessi di una destra neoliberale, atlantista e filoccidentale, e di un’estrema destra nazionalista, che sogna di prendersela con i russi e di «portare le razze bianche del mondo intero in una crociata finale contro gli Untermenschen [subumani, ndt] guidati dai semiti», secondo le parole dell’ex deputato AndryjBiletsky, capo del Corpo Nazionale? Non è dato saperlo: nessun giornalista ha osato chiederlo a Zelensky.

 

Non ci sono dubbi invece sulla deriva sempre più autoritaria, addirittura criminale, del regime ucraino, al punto che persino gli zeloti di Zelensky dovrebbero riflettere, non una ma due volte, prima di proporlo per il premio Nobel della Pace. Mentre i media guardano altrove, gli eletti locali e nazionali, sospettati di essere agenti russi o di connivenza con il nemico soltanto perché vogliono evitare un’intensificazione del conflitto, sono oggetto di una vera e propria campagna d’intimidazione, di rapimenti e di esecuzioni.

 

«Un traditore in meno in Ucraina! È stato ritrovato ucciso, giudicato dal tribunale del popolo!» con queste parole il consigliere del ministro dell’Interno, Anton Gerashenko, ha annunciato su Telegram l’assassinio di Volodymyr Strok, sindaco ed ex deputato della piccola città di Kremnina. Sospettato di essere un collaboratore dei russi, è stato rapito e torturato prima di essere giustiziato.

 

Il 7 marzo è la volta del sindaco di Gostomel, ucciso perché aveva voluto negoziare un corridoio umanitario con i militari russi. Il 24 marzo il sindaco di Kupyansk chiede a Zelensky di far liberare la propria figlia, rapita dai fanatici dello SBU

 

Contemporaneamente uno dei negoziatori ucraini è ritrovato morto dopo che i media nazionalisti lo avevano accusato di tradimento. A oggi, è stata denunciata la scomparsa di non meno di 11 sindaci, anche in zone mai occupate dai russi…

 

 

Vietati i partiti di opposizione

Ma la repressione non finisce qui: tutti i media che hanno osato criticare sono stati chiusi; tutti i partiti d’opposizione sono stati sciolti.

 

A febbraio 2021 Zelensky ha fatto chiudere tre reti televisive di opposizione, giudicate filorusse. Sono ritenute di proprietà dell’oligarca Viktor Medvedchuk: NewsOne, Zik e 112 Ucraina. Il dipartimento di Stato americano plaude a questi attentati alla libertà di stampa, dichiarando che gli Stati Uniti sostengono gli sforzi dell’Ucraina per contrastare la maligna influenza della Russia…

 

A gennaio 2022 viene chiusa la rete Nash. Dopo l’inizio della guerra il regime dà la caccia a giornalisti, blogger e commentatori di sinistra. A inizio aprile vengono colpite anche due reti di destra, Chanel 5 e Pryamiy. Un decreto presidenziale obbliga tutte le reti a diffondere una sola campana, naturalmente quella filo-presidenziale.

 

Recentemente la caccia alle streghe si è estesa persino al blogger contestatore più popolare del Paese: il Navalny ucraino, Anatoliy Shariy, che il 4 maggio è stato arrestato dalla polizia spagnola su richiesta della polizia politica ucraina. Attacchi alla stampa quantomeno equivalenti a quelli dell’autocrate Putin, ma di cui non si è mai sentito parlare sulla stampa occidentale…

 

La purga è stata ancor più severa nei confronti dei partiti politici. Ha decimato i principali oppositori di Zelensky. A primavera 2021 il più influente tra loro, Medvedchuk, ritenuto vicino a Putin, è stato messo agli arresti domiciliari e la sua casa saccheggiata. Il 12 aprile il deputato oligarca è stato rinchiuso con la forza in un luogo segreto, visibilmente drogato e privato della possibilità di ricevere visite, prima di essere esibito in TV e offerto come scambio per la liberazione dei difensori dell’Azovstal, in spregio a tutte le Convenzioni di Ginevra. Minacciati, i suoi avvocati sono stati costretti a rinunciare a difenderlo; è subentrato un difensore d’ufficio.

 

A dicembre scorso Petro Poroschenko, in rimonta nei sondaggi, è accusato di tradimento. Alle ore 15.07 del 20 dicembre 2021 si poteva leggere sul sito ufficiale dello SBU che era sospettato di tradimento e di sostegno ad attività terroristiche. L’ex presidente, forsennatamente antirusso, veniva rimproverato «di aver reso l’Ucraina energeticamente dipendente dalla Russia e dai leader delle pseudo-repubbliche indipendenti controllate dai russi.»

 

Lo scorso 3 marzo gli attivisti della Sinistra Lizvizia subiscono un raid dello SBU; vengono arrestati a decine.

 

Il 19 marzo la repressione colpisce l’insieme della sinistra ucraina. Undici partiti di sinistra sono messi fuori legge: Partito per la Vita, Opposizione di Sinistra, Partito Socialista Progressista di Ucraina, Partito Socialista di Ucraina, Unione delle Forze di Sinistra, Socialisti, Partito Sharyi, I Nostri, Blocco d’Opposizione, Blocco Volodymyr Saldo.

 

Altri attivisti, blogger e difensori dei diritti umani sono arrestati e torturati: il giornalista Tyan Taksyur, l’attivista Elena Viacheslavova, il cui padre morì carbonizzato durante il pogrom del 2 maggio 2014 alla Casa dei Sindacati di Odessa.

 

Per completare la lista vanno menzionati tutti gli uomini e le donne denudati e scudisciati in pubblico per le vie di Kiev dai nazionalisti; i prigionieri russi picchiati cui si sparava alle gambe prima di giustiziarli; i membri della Legione Georgiana, che in un villaggio vicino a Kiev giustiziavano prigionieri russi mentre il loro capo si vantava di non fare mai prigionieri.

 

Sulla rete Ukraina 24 è il capo del servizio sanitario delle forze armate a comunicare di aver ordinato «di castrare tutti gli uomini russi, subumani peggiori degli scarafaggi.»

 

Per finire, l’Ucraina ricorre massicciamente alla tecnologia di riconoscimento facciale della società Clearview per identificare i morti russi e diffondere le loro foto sui social network russi ridicolizzandoli…

 

 

Un attore da Oscar

Si potrebbero citare esempi a non finire, tanto sono numerose le menzioni e i video delle atrocità commesse dalle truppe del difensore della democrazia e dei diritti umani, che ha in mano il destino dell’Ucraina. Ma avrebbe effetto irritante e controproduttivo su un’opinione pubblica convinta che i comportamenti barbari sono imputabili solo ai russi.

 

Per questo motivo nessuna ONG lancia l’allarme, il Consiglio di Europa se ne sta cheto, il Tribunale Penale Internazionale non indaga, le organizzazioni per la difesa della libertà di stampa tacciono. Nessuno ha ascoltato quello che il mite Volodymyr aveva dichiarato ai primi di aprile, durante una visita a Butcha: «Se non troviamo una via d’uscita civilizzata, conoscete la nostra gente, troverà un’uscita non civilizzata.»

 

Il problema dell’Ucraina è che il suo presidente, volente o nolente, ha ceduto sul piano interno il potere agli estremisti, sul piano esterno lo ha ceduto ai militari della NATO, per il puro e semplice piacere di essere adulato dalle folle del mondo intero.

 

l 5 marzo scorso, dieci giorni dopo l’invasione russa, dichiarava a un giornalista straniero: «Oggi la mia vita è bella. Credo di essere desiderato. Sento che questo è il senso più importante della mia vita: essere desiderato. Sentire che non ci si limita banalmente a respirare, camminare e mangiare una cosa qualunque. Sentire che si è vivi!»

 

Giova ripeterlo: Zelensky è un grande attore. Come il predecessore che nel 1932 interpretò Dr. Jekill e Mr. Hide, anch’egli merita di vincere l’Oscar per il migliore ruolo maschile del decennio. Ma quando dovrà misurarsi con la ricostruzione del Paese devastato da una guerra che avrebbe potuto evitare nel 2019, il ritorno alla realtà potrebbe essere difficile.

 

 

Guy Mettan

 

 

FONTI

Olga Rudenko, «The Comedian-Turned-President is Seriously in Over His Head», New York Times, 21 febbraio 2022 (editoriale ospite dal Kyyiv Post).
Alex Rubinstein e Max Blumenthal,«How Zelensky made Peace With Neo-Nazis» e «Zelensky’s Hardline Internal Purge», Consortium News, 4 marzo and 20 aprile 2022.
Natylie Baldwin, «Olga Baysha Interview about Ukraine’s President»,  The Grayzone, 28 aprile 2022.
«President of Ukraine Zelensky has visited disengaging area in Zolote today», @Liveupmap, 26 ottobre  2019 (da guardare su Twitter).
Adrien Nonjon, «Qu’est-ce que le régiment Azov?»,  The Conversation, 24 maggio 2022.
«Public Designation of Oligarch and Former Ukrainian Public Official Ihor Kolomoyskyy Due to Involvement in Significant Corruption», dichiarazione alla stampa di  Anthony J. Blinken, US Department of State, March 5, 2021.
«Petro Poroshenko notified of suspicion of treason and aiding terrorism», Servizi segreti ucraini, 20 dicembre 2021.
Michel Pralong, «Un maire ukrainien prorusse enlevé et abattu»,  Le Matin, 3 marzo 2022.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

Immagine via Flickr pubblicata secondo licenza Pubblico Dominio CC0

 

 

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Economia

Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.

 

Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».

 

Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».

 

«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.

 

Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.

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Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».

 

Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.

 

All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».

 

Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.

 

Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.

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Geopolitica

Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione

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Alla vigilia del vertice BRICS di Nuova Delhi, il presidente russo Vladimir Putin ha espresso quella che presenta come la realtà della crisi strategica in corso. Lo riporta EIRN.   Ancora prima dell’apertura dei lavori, l’11 settembre, rispondendo a una domanda dei media sulla Germania, aveva già impostato il quadro, avvertendo che l’Occidente sembrerebbe intenzionato a riscrivere la storia della sconfitta del nazismo nella Seconda guerra mondiale. «Ora parlano di contemplare l’invio di truppe in territorio ucraino. Ciò significherebbe una guerra con la Russia», ha detto senza ambiguità.   Putin ha evitato di entrare nelle vicende politiche interne tedesche e ha offerto una lettura strategica secca. «Tutto ciò che sta accadendo ora in tutta Europa è la conseguenza di errori sistemici commessi dal cosiddetto Occidente, o, per essere più precisi, dai circoli globalisti occidentali, in ambito politico, di sicurezza ed economico».   Secondo Putin l’errore si è radicato «in seguito alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Unione Sovietica; si consideravano in cima all’«Olimpo» e, evidentemente, conclusero che, in primo luogo, potevano fare tutto e, in secondo luogo, che loro stessi erano incapaci di sbagliare. Da quel momento in poi, questi errori iniziarono ad accumularsi e a ingigantirsi».

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Sul piano della sicurezza, ha sostenuto che fu lanciata un’offensiva per frammentare e indebolire la Russia, prima «attraverso l’uso di terroristi nel Caucaso e di separatisti, poi con altri metodi e ora, per mezzo del regime neonazista in Ucraina… Non appena il regime fu rovesciato, ripeto, con un sanguinoso colpo di Stato, l’obiettivo di far entrare l’Ucraina nella NATO fu immediatamente messo in moto, e questo, di fatto, è diventato la causa principale dei tragici eventi odierni in Ucraina».   Si è poi soffermato su energia ed economia: «Abbiamo fornito gas all’Europa a un prezzo di 150 dollari – anzi, 180 dollari – per 1.000 metri cubi… ‘No’, insistevano, ‘i prezzi devono essere fissati in borsa’. Li abbiamo avvertiti che il gas non è una merce di mercato, o almeno non una merce di mercato classica; questo approccio non porterà a nulla e i prezzi non faranno altro che aumentare».   «E così è stato: ora i prezzi sono a 1.000 dollari o euro per 1.000 metri cubi. E potrebbero benissimo salire ancora… E perché? Chi si occupa di trading in borsa non si preoccupa delle condizioni tecniche di questi impianti di stoccaggio e dei volumi fisici coinvolti. Credono che oggi sia più vantaggioso estrarre gas da depositi acquistati a prezzi inferiori, e per quanto riguarda il futuro, beh, vedremo».   Quelle élite, ha aggiunto il presidente russo, cercano ora di allarmare l’opinione pubblica con «una mitica minaccia russa, che risalirebbe all’epoca sovietica. Ma una simile minaccia non esiste e non è mai esistita. Noi non minacciamo, né intendiamo minacciare, i paesi europei…».   «Ciononostante, persistono su questa strada, chiedendo determinati cambiamenti. Ma quali cambiamenti cercano? Stanno forse tentando di rivedere gli esiti della Seconda Guerra Mondiale? A quale scopo stanno conducendo i loro popoli? Verso la guerra con la Federazione Russa? Ora parlano di valutare l’invio di truppe in Ucraina. Ciò significherebbe una guerra con la Russia. E presumo che i cittadini europei capiscano cosa sta succedendo».  

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);  
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Geopolitica

Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese

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Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.

 

Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.

 

«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.

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Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».

 

Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.

 

La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.

 

Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.

 

Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.

 

La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.

 

Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.

 

Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.

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I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.

 

Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.

 

Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.

 

In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.

 

Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.

 

Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.

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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.

 

Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.

 

In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.

 

Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».

 

Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.

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Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.

 

Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.

 

La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.

 

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Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International

 

 

 

 

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