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Disastro Biden al dibattito contro Trump: i democratici pronto a sostituirlo

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L’atteso dibattito presidenziale tra Trump e Biden ha dato l’esito che molti immaginavano: un disastro completo per il presidente in carica, che ha dimostrato in più occasioni di non essere cognitivamente all’altezza del ruolo.

 

Molti commentatori hanno definito lo spettacolo come «painful to watch», doloroso da guardare: Biden non trova le parole, dice frasi sconnesse, al punto che Trump – che è stato addirittura generoso nel non infierire – ad un certo punto, quando gli è stata chiesta una replica, è sbottato: «non ho capito cosa ha detto, e non lo ha capito nemmeno lui».

 

 

Come noto, il dibattito TV era stato organizzato dalla CNN, la rete di salda fede antitrumpiana. Le regole stabilite per il dibattito erano di per sé bizzarre ed inedite: impossibilità di interrompere l’avversario sotto minaccia di spegnimento del microfono, nessun pubblico (che avrebbe potuto reagire ai guizzi di Trump, come era successo nel 2016 con Hillary Clinton).

 

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Persino i famigliari di Trump sono stati tenuti lontani dalla sala di registrazione: la nuora Lara Trump, che ha ruoli politici nel Partito Repubblicano, ed è molto esposta politicamente, ha raccontato di aver dovuto seguire il dibattito dall’albergo.

 

Nei giorni scorsi, la CNN aveva staccato il microfono ad una portavoce di Trump che in TV stava ricordando la storia di ostilità pubblica contro Trump di uno dei moderatori.

 

Biden aveva rifiutato di sottoporsi ad un test per la droga richiesto dalla campagna Trump. Nelle ultime settimane, la storia di un presidente senile continuamente drogato per essere tenuto in stato semi-funzionale era stata ribadita da Tucker Carlson, che ha parlato di testimonianze di una «valigetta» piena di farmaci che lo staff porta sempre con sé.

 

In rete circolano furiosamente le clip dei momenti più imbarazzanti, alcuni dei quali sono chiaramente pronti a divenire dei meme.

 

Pazzesca quella in cui farfuglia di COVID perdendosi nel discorso.

 

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Clip di natura cringe sono trapelate da parte di Biden, con la moglie Jill – la sua ufficiale caregiver – a fargli i complimenti davanti ad un gruppetto di sostenitori. La donna gli parla come si parla ad un bambino, o, appunto, ad un vecchio con difficoltà cognitive: «sei stato bravo, hai risposto a tutte le domande!» esclama la First Lady con la consueta espressione murina. (Ci mancava solo che gli dicesse «bravo, hai fatto la nanna» e «hai mangiato le pappe? Sei bravissimo!»)

 

 

Ancora più drammatico il filmato rubato di Jill che va a prendere il marito presidente a termine del dibattito, con l’uomo che fa i gradini con difficoltà.

 

 

L’arrivo di Trump ad Atlanta era stato salutato dal consueto bagno di folla con cartelli e striscioni della folla festante persino in autostrada.

 

 

Fuori dal palazzo, invece, antifa e attivisti pro-Palestina (la nuova causa goscista che spopola in USA) volevano impedire il dibattito.

 

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La notizia, ad ogni modo, è il fatto che gli stessi commentatori della CNN sono sembrati sconvolti ed irati per la performance senile di Biden, con alcuni a parlare di una rivolta di politici e governatori democratici che non vogliono essere associati a Biden per timore di perdere il prossimo ciclo elettorale.

 


I democratici, scrive il sottopancia della CNN, sarebbero in stato di «panico aggressivo» dopo la performance del presidente.

 

La vicepresidente Kamala Harris si trovata a difendere il presidente, nel suo solito modo artefatto e convoluto, l’integrità mentale del presidente dagli stessi giornalisti CNN. Un altro momento davvero «doloroso da guardare».

 

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Per coincidenza, notiamo, nel palazzo e in sala era presenta il governatore della California Gavin Newsom, da molti ritenuto il candidato ideale per sostituire Biden.

 

 

Newsom, ricordiamo, è il distruttore della California in lockdown, nonché figlio dell’uomo che aiutò Getty a pagare alla ‘Ndrangheta il riscatto per il figlio, a cui è seguito l’avvio del monopolio trilionario della cocaina in Europa da parte della mafia calabrese.

 

Elon Musk ha dichiarato che l’intero dibattito altro non era che un «setup for a switch», «un’imboscata per un cambio». Pare ovvio, quindi che il candidato Biden sarà sostituito.

 

 

Riguardo ai contenuti del dibattito, bisogna dire che cose di certo peso sono state dette, come la dichiarazione di Trump secondo la quale Biden potrebbe venire perseguito penalmente in futuro.

 

«Suo figlio è un criminale condannato di altissimo livello. Suo figlio è stato condannato e lo sarà probabilmente numerose altre volte», ha detto Trump parlando di Hunter Biden. Poi, indicando Biden: «ma potrebbe essere un criminale condannato non appena lascerà l’incarico. Joe potrebbe essere un criminale condannato per tutte le cose che ha fatto. Ha fatto cose orribili».

 

Biden ha attaccato Trump per i suoi problemi con la legge. «Solo uno di noi è un criminale condannato, e lo sto guardando», ha detto il 46° presidente, riferendosi al verdetto della giuria di questo mese, in cui Trump è stato giudicato colpevole di aver falsificato documenti aziendali durante la campagna presidenziale del 2016. Biden ha anche osservato che Trump è attualmente indagato per altri crimini e che a gennaio ha perso una causa civile contro la giornalista E. Jean Carroll, che ha accusato l’ex presidente di averla aggredita sessualmente negli anni Novanta. «I crimini di cui sei ancora accusato – e pensa a tutte le sanzioni civili che hai», ha detto Biden.

 

Entrambi i candidati si sono accusati vicendevolmente di aver incoraggiato Putin nel suo conflitto con l’Ucraina.

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Trump ha sostenuto che Biden ha danneggiato la reputazione dell’America sulla scena mondiale e che è stato uno dei fattori che hanno convinto il presidente russo Vladimir Putin a lanciare un’operazione militare nel febbraio 2022.

 

«Se avessimo avuto un presidente rispettato da Putin, non avrebbe mai invaso l’Ucraina», ha detto Trump. Biden «non ha fatto nulla per fermarlo. Sapete, penso che abbia incoraggiato la Russia ad entrare».

 

L’ex presidente ha suggerito che Putin «ha visto l’incompetenza» di Washington durante il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan nel 2021. È stato «il momento più imbarazzante nella storia del nostro Paese», ha detto The Donald. «Quando Putin lo ha visto, ha detto: “sai una cosa, penso che andremo in [Ucraina]».

 

Quando è stato il turno di parlare di Biden, ha insistito sul fatto che è stato Trump a «incoraggiare Putin». «Questo ragazzo ha detto [a Putin]: “Fai quello che vuoi”. Ed è esattamente quello che Trump ha fatto a Putin: lo ha incoraggiato», ha detto Biden. Trump è intervenuto dicendo: «Non l’ho mai detto».

 

Alla domanda della moderatrice Dana Bash della CNN se i termini di pace proposti da Putin all’Ucraina siano «accettabili», Trump ha risposto: «no, non sono accettabili». Ha poi ribadito la sua affermazione che, se rieletto, avrebbe «risolto quella guerra».

 

Biden ha sottolineato che gli Stati Uniti devono continuare ad aiutare l’Ucraina e ha affermato che la Russia potrebbe potenzialmente attaccare un paese della NATO in futuro. «Se [Putin] prendesse l’Ucraina, cosa pensi che accadrebbe alla Polonia?» Biden ha detto al pubblico che guardava da casa. «Non ho mai sentito tante sciocchezze. Questo è un ragazzo che vuole uscire dalla NATO», ha detto di Trump. «Continua a dire: vai avanti, lascia che Putin entri e controlli l’Ucraina, per poi passare alla Polonia e ad altri luoghi. Cosa succede allora?».

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Trump ha quindi accusato Biden di aver reso gli USA un Paese del Terzo Mondo.

 

«In tutto il mondo non siamo più rispettati come Paese», ha detto Trump durante il dibattito ospitato dalla CNN. «Non rispettano la nostra leadership, non rispettano più gli Stati Uniti… Siamo diventati come una nazione del Terzo Mondo».

 

In un momento brutale, Trump parlando del deficit con la Cina, ha detto, indicando Biden: «è pagato dalla Cina. È il candidato della Manciuria». The Manchurian Candidate è uno romanzo ed un film degli anni Cinquanta che racconta di agenti telecontrollati dalla Cina dopo un lavaggio del cervello.

 


Incredibile anche la parte in cui Biden racconta i suoi punteggi al golf, e Trump dice che non è vero, e invita a terminare il discorso: «non comportiamoci da bambini».

 

 

Mentre il dibattito era in corso, l’account X di Biden postava attacchi a Trump, spingendo alcuni utenti a replicare: se stai twittando, chi è sul palco in questo momento?

 

 

Oramai, tuttavia, l’establishment dello Stato-partito USA, cioè democratici e parte dei repubblicani fusi con il Deep State, hanno superato il momento dell’imbarazzo e della vergogna (che forse non hanno mai conosciuto), e sono pronti alla manovra radicale del cambio candidato a meno di sei mesi dal voto.

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Politica

Il partito di Netanyahu afferma che si ricandiderà nonostante lo scetticismo di Trump

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Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano rimasto in carica più a lungo, si ricandiderà alle elezioni che si terranno entro la fine dell’anno, come annunciato dal suo partito Likud.   Martedì, Jonathan Karl, capo corrispondente di ABC News a Washington, ha affermato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump gli avrebbe detto di non essere sicuro se Netanyahu dovesse candidarsi per un altro mandato. «Ha avuto una carriera straordinaria. Vuole continuare?», ha detto il presidente, secondo quanto riportato da Karl.   Secondo il giornalista, Trump ha descritto Netanyahu come «un primo ministro in tempo di guerra» e ha insistito sul fatto che «vinceremo molto presto la guerra in un modo o nell’altro», riferendosi alla guerra contro l’Iran.   Il Likud ha risposto alla notizia con una breve dichiarazione pubblicata mercoledì su X, affermando che «il primo ministro Netanyahu si candiderà alle prossime elezioni e, con l’aiuto di Dio, vincerà».

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Netanyahu, 76 anni, tornato a ricoprire la carica di primo ministro nel dicembre 2022 dopo averla già ricoperta dal 1996 al 1999 e dal 2009 al 2021, aveva già espresso in passato l’intenzione di partecipare alle elezioni.   La data del voto non è stata ancora annunciata ufficialmente, ma secondo la legge israeliana dovrebbe tenersi entro il 27 ottobre. Si tratterà delle prime elezioni nel Paese da quando è stata lanciata l’operazione militare a Gaza in risposta alla sanguinosa incursione del gruppo armato palestinese Hamas il 7 ottobre 2023.   Un sondaggio pubblicato martedì dall’Israel Democracy Institute ha rivelato che il 61% degli israeliani non desidera una nuova candidatura di Netanyahu. La stessa percentuale di intervistati si è inoltre dichiarata favorevole all’introduzione di un limite di due mandati per i futuri primi ministri.   Netanyahu, attualmente sotto processo per corruzione, ha recentemente ricevuto aspre critiche dai suoi oppositori politici in Israele per la gestione di numerosi conflitti durante il suo mandato. Sostengono che il primo ministro non sia riuscito a raggiungere i suoi obiettivi di eliminare Hamas a Gaza, neutralizzare Hezbollah in Libano o contenere l’Iran, nonostante le sue affermazioni contrarie.   Anche i rapporti tra Trump e Netanyahu si sono apparentemente deteriorati, con il presidente statunitense che ha ammesso di aver definito il primo ministro israeliano «fottutamente pazzo» durante un’accesa telefonata all’inizio di giugno, a causa della sua riluttanza a porre fine agli attacchi contro il Libano durante i negoziati tra Washington e Teheran.   Il Likud è il principale partito di centro-destra e destra nazionalista in Israele. Fondato nel 1973, la sua ideologia ruota attorno al sionismo revisionista, al conservatorismo, a una forte sicurezza nazionale e a un’economia liberale orientata al libero mercato. Il partito sostiene il diritto storico del popolo ebraico sull’intera «Terra d’Israele» (Eretz Yisrael), compresi i territori della Cisgiordania (che gli israeliani chiamano Giudea e Samaria). Di recente Netanyahu ha lasciato capire il suo favore al progetto della «Grande Israele» (Eretz Yisrael Hashlemah) condiviso dai partiti ultrasionisti suoi alleati, e cioè l’annessione di gran parte del Medio Oriente, dal Nilo all’Eufrate (secondo il testo biblico della Genesi, 15, 18-21): un territorio immenso che comprende l’intero attuale Israele, i territori palestinesi, il Libano, ampie porzioni di Siria, Giordania, Iraq e parti dell’Egitto e dell’Arabia Saudita   Il sionismo revisionista, di cui il padre di Netanyahu, Benzion (1910–2012) , fu campione, sostiene il diritto storico del popolo ebraico sull’intera «Terra d’Israele» (Eretz Yisrael), ma in termini più ridimensionati, concentrandosi, secondo il pensiero del sionista revisionista ucraino Zeev Jabotinsky (1880–1940), sulla Cisgiordania e la Giordania. Dello Zabotinksy, noto per le sue lettere di ammirazione a Benito Mussolini, Benzione Netanyahu fu segretario personale e assistente personale negli anni Trenta, negli ultimi mesi di vita del leader sionista a Nuova York.   Dopo l’improvvisa morte dello Jabotinsky nel 1940, Benzion ne ereditò parzialmente il ruolo politico in America, diventando il direttore esecutivo del New Zionist Organization of America fino al 1948, facendo un intenso lavoro di lobbying presso le istituzioni statunitensi per la nascita dello Stato ebraico.   Netanyahu senior fu, fino alla sua morte a 102 anni, uno dei custodi più rigorosi e puristi del pensiero di Jabotinsky. I punti cardine della loro ideologia comune includevano il rifiuto fermo dell piano di spartizione dell’ONU del 1947: entrambi ritenevano che la terra non dovesse essere divisa e rivendicavano il diritto ebraico su entrambe le sponde del fiume Giordano (inclusa l’attuale Giordania

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Netanyahu senior e Zabotinsky condividevano inoltre la teoria del «Muro di Ferro»: Sulla scia del celebre saggio di Jabotinsky del 1923 (The Iron Wall), il Benzione riteneva che il conflitto con il mondo arabo fosse inevitabile e permanente. L’unica soluzione per garantire la sopravvivenza ebraica non era la diplomazia o le concessioni territoriali, ma la costruzione di una forza militare ed economica d’acciaio (un muro metaforico) che costringesse i vicini ad accettare l’esistenza di Israele per sfinimento.   Zabotinsky e Netanyahu possedevano una visione pessimistica della storia, in ispecie per il popolo giudaico. Noto storico esperto dell’Inquisizione spagnola, Benzion applicò la sua ricerca accademica alla politica. Condivideva con Jabotinsky l’idea che l’antisemitismo fosse una costante storica globale, convincimento che lo portò a rifiutare qualsiasi compromesso territoriale in cambio di «illusioni di pace»   Molti analisti storici e politici definiscono Benjamin «Bibi» Netanyahu come il «figlio ideologico di Benzion e il nipote ideologico di Jabotinsky».   Mentre altri leader della destra israeliana (come Menachem Begin) avevano un background legato alla rivolta armata sul campo dell’Irgun, Benjamin Netanyahu è cresciuto assorbendo il revisionismo politico e intellettuale del padre e del suo mentore. La dottrina della gestione del conflitto senza compromessi (il rifiuto dei trattati in stile Oslo), il focus sulle alleanze strategiche con le superpotenze globali e la visione della difesa della «Terra d’Israele» trovano le loro radici direttamente nel legame tra Benzion e Jabotinsky.  

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Immagine di Oren Persico via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Politica

I filoeuropei vincono le elezioni armene

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Secondo i risultati definitivi della Commissione elettorale centrale (CEC), il partito Contratto Civile del primo ministro armeno uscente Nikol Pashinyan, sostenuto dall’UE, ha ottenuto il 49,81% dei voti nelle elezioni parlamentari di domenica. Lo riporta RT.

 

Pashinyan ha rivendicato la vittoria mentre lo spoglio era ancora in corso, quando il vantaggio del suo partito era persino maggiore, affermando che sarebbe stato in grado di formare un nuovo governo senza dover ricorrere a una coalizione.

 

Le elezioni sono state presentate dai media occidentali come un punto di svolta nella traiettoria moderna del paese, ma sono state segnate dagli arresti di candidati dell’opposizione, da un’offerta di 50 milioni di euro da parte di Bruxelles, da forti pressioni sulla Chiesa apostolica armena e dal deterioramento degli scambi commerciali tra Russia e Armenia.

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Quattro partiti e blocchi hanno superato la soglia di sbarramento per ottenere seggi nel nuovo parlamento. Armenia Forte, fondato da Samvel Karapetyan, si è classificato secondo con il 23,29%. Karapetyan è sotto processo per presunto complotto di colpo di stato durante le proteste antigovernative del 2024-2025, mentre sei candidati del suo movimento sono stati arrestati nel fine settimana. Ha affermato che il suo partito è vittima di persecuzione politica.

 

L’Alleanza Armena dell’ex presidente Robert Kocharyan ha ottenuto il 9,94% dei voti, mentre Armenia Prospera, guidata dall’imprenditore Gagik Tsarukyan, ha superato di poco la soglia del 4%. La Commissione elettorale centrale dovrebbe pubblicare il suo rapporto finale sul voto entro la settimana, dopo aver esaminato le possibili irregolarità, che i partiti di opposizione hanno dichiarato di voler contestare.

 

I gruppi di opposizione hanno accusato il governo di Pashinyan di utilizzare tattiche scorrette per indebolire i suoi rivali. Oltre agli arresti inaspettati di candidati di Armenia Forte, un partito minore ha cercato di ottenere la squalifica definitiva del movimento di Karapetyan.

 

«Quando hanno visto che i risultati calavano drasticamente di minuto in minuto, hanno interrotto il conteggio e non abbiamo idea di quali cifre presenteranno domattina», ha dichiarato Karapetyan durante una conferenza stampa d’emergenza domenica sera. Ha affermato che le autorità hanno continuato a compiere «azioni illegali» durante lo spoglio e ha aggiunto che il suo blocco rilascerà una dichiarazione una volta che i risultati finali saranno stati riassunti.

 

Karapetyan ha anche affermato che Strong Armenia ha subito forti pressioni nell’ultimo mese, sostenendo che circa 75 membri del suo gruppo sono stati arrestati e oltre 700 sostenitori sono stati fermati.

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I seggi elettorali sono rimasti aperti solo in Armenia, poiché la legge elettorale del Paese non prevede il voto all’estero per le elezioni parlamentari. Tale misura esclude la diaspora, che supera di gran lunga la popolazione del paese. Tra i cinque e i sette milioni di armeni vivono all’estero, principalmente in Russia, negli Stati Uniti e in Francia. La popolazione residente in Armenia è di circa tre milioni di abitanti.

 

Per poter votare, i cittadini residenti all’estero devono essere presenti in Armenia il giorno delle elezioni. A marzo, Yerevan ha ulteriormente inasprito le regole, vietando il voto a coloro che hanno vissuto all’estero per più di 10 anni.

 

Le autorità armene hanno dichiarato che i cittadini maschi in età di leva che arriveranno dall’estero per votare saranno tenuti a frequentare l’addestramento militare, pena il perseguimento penale.

 

Sono state inoltre segnalate situazioni in cui ai giovani cittadini armeni di ritorno dalla Russia veniva richiesto di verificare la propria idoneità al servizio militare prima di poter votare. L’Armenia non consente il voto dall’estero e impone requisiti di residenza agli elettori. La Russia è il partner commerciale più importante per questo Paese post-sovietico senza sbocco sul mare e ospita circa 2 milioni di armeni, rispetto ai 3 milioni che vivono in Armenia.

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Le elezioni sono state anche interpretate come un referendum sul percorso geopolitico dell’Armenia. I critici sostengono che la svolta di Yerevan verso l’Occidente non sia riuscita a fornire garanzie di sicurezza significative, danneggiando al contempo le relazioni con la Russia, tradizionale alleato e principale partner economico del Paese.

 

La campagna si è svolta in un clima di crescenti tensioni tra Yerevan e Mosca. La Russia ha avvertito che una maggiore integrazione con l’UE sarebbe incompatibile con la permanenza dell’Armenia nell’Unione Economica Eurasiatica (UEE). Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato a maggio che l’uscita dal blocco potrebbe costare all’Armenia fino al 14% del PIL.

 

All’inizio di questo mese, l’ex presidente armeno Robert Kocharyan ha accusato il governo di Pashinyan di aver trasformato artificialmente l’Armenia in un nemico della Russia e di aver condotto il paese su una strada simile a quella dell’Ucraina.

 

Secondo il quotidiano francese Le Journal du Dimanche, i servizi segreti francesi avrebbero aiutato il governo armeno a bloccare le pubblicazioni online critiche nei confronti di Pashinyan.

 

Pashinyan ha ammesso di aver avuto una conversazione telefonica con il presidente francese Emmanuel Macron prima di proclamare pubblicamente la vittoria.

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Candace Owens appoggerebbe Tucker Carlson per la Casa Bianca

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La commentatrice conservatrice statunitense Candace Owens appoggerebbe il giornalista Tucker Carlson se si candidasse alla presidenza degli Stati Uniti, ma si candiderebbe lei stessa solo se gli elettori la accettassero come «dittatrice».   In un’intervista esclusiva al Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) con Rick Sanchez, già giornalista CNN passato alla testata governativa russa RT, alla Owens è stato chiesto delle speculazioni negli Stati Uniti secondo cui un giorno potrebbe candidarsi alla Casa Bianca.   «Dico sempre ai miei ascoltatori che non mi candiderei mai alla presidenza. Mi candiderei solo a dittatore», ha affermato Owens. «Non ho a che fare con il Congresso, non ho a che fare con le lobby, non ho a che fare con Lindsey Graham che invoca un’altra guerra».   Candace ha scherzato dicendo che se gli elettori la volevano, avrebbero dovuto accettare la condizione che lei sarebbe diventata «dittatrice degli Stati Uniti», aggiungendo di non avere alcun interesse a breve termine per una carica politica a causa dell’«inautenticità» di Washington.   L’attivista ha affermato che sarebbe invece disposta a fare campagna elettorale per qualcuno come Tucker Carlson, qualora decidesse di candidarsi, aggiungendo che sarebbe pronta a girare il Paese per conto di Carlson, paragonando l’idea alla sua precedente collaborazione politica con Charlie Kirk.

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La Owens ha quindi affermato che Carlson, insieme a Megyn Kelly, era stata anche una delle poche voci conservatrici di spicco disposte a parlare onestamente del cambiamento di opinione di Charlie Kirk verso la fine della sua vita.   Owens si è inizialmente fatta conoscere alla fine degli anni 2010 esortando gli elettori afroamericani a smettere di sostenere i Democratici. In seguito è diventata una delle voci più autorevoli dei media conservatori, prima di rompere con il Daily Wire, diretto dall’ebreo Shapiro, a seguito di una disputa pubblica sulla guerra di Israele a Gaza e per aver usato l’espressione «Christ is King» («Cristo è Re»), considerata incredibilmente come slogan «antisemita»da tutti i supporter di Israele, pagati e non.   La Owens, sotto gli auspici del marito George Farmer, figlio di un Lord ed ex ministro britannico, si è convertita al cattolicesimo e sembra attenersi ad una linea di pensiero vicina a quella del tradizionalismo francese, che vede la Francia derivata dalla rivoluzione come uno Stato retto dalla perversione, con la pedofilia che impazza tra le élite occulte e nemmeno occulte.   Con estrema pervicacia Candace aveva raccontato in una serie del suo podcasto la storia di Brigitte Macron nata uomo, servendosi dei lavori di Xavier Poussard, giornalista e scrittore francese riparato a Milano, stranamente non oggetto di una denuncia diretta da parte della coppia presidenziale, come lo sono invece altri personaggi che hanno sostenuto l’incredibile tesi in questi anni. Una fra costoro ha scelto di chiedere l’asilo politico alla Russia.   I Macron hanno denunziato la Owens negli USA – dove sono fortissime le leggi a protezione della libertà di parola – asserendo che porteranno prove inconfutabili del sesso femminile della première dame di Francia.   Le voci erano state respinte da Macron, noto per le sue smentite, ancora due anni fa.    

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