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Cover di armonia negativa, che passione
Entrate nel magico mondo delle cover ad armonia negativa.
Un musicista statunitense, Steve Cruickshank, prendere le canzoni classiche del rock e le modifica sostituendo le armonie originali con la loro immagine speculare.
Il risultato è una musica che al contempo riesce ad essere familiare ed orecchiabile, ma pure a sorprendere.
Ascoltando questi pezzi «ad armonia negativa», dove il pentagramma è chirale per cui la tonalità minore diviene maggiore, è impossibile non pensare al fatto che tanta negatività nella musica che sentiamo potremmo pure risparmiacela.
Provate a sentire Smell Like Teen Spirit dei Nirvana.
Oppure The Sound of Silence di Simon e Garfunkel
Wonderwall degli Oasis?
Bohemian Raphsody? Complessa…
Capolavoro generazione X, Where is my mind dei Pixies?
I Depeche Mode di Enjoy the Silence.
Losing my Religion, REM. Non sappiamo se diventi Finding my Religion.
Karma Police dei Radiohead, altro pezzone triste della generazione X. Magari anche questa cambia nome e diventa Dharma Police.
Stairway to Heaven dei Led Zeppelini?
Vogliamo infine parlare della Marcia imperiale di Star Wars?
Va bene, alcune, come questa sopra, sono inascoltabili.
Ma esistono, e grazie a Renovatio 21, che voleva fare un articolo di alleggerimento, ora lo sapete anche voi.
Diteci grazie, ogni tanto.
Immagine di GlebZuev via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata
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Accuse di abusi sessuali anche per lo strano divo Jared Leto, padrone del Laurel Canyon
L’attore hollywoodiano Jared Leto, pure frontman della rock-banda di successo Thirty Seconds to Mars, è al centro di un recente documentario della BBC in cui quattro donne lo accusano di molestie sessuali, secondo quanto riferito mercoledì dall’emittente britannica.
Le accuse esposte nel documentario Jared Leto: Hollywood’s Dark Secret» riguardano il periodo dal 2002 al 2016. Stando al documentario, tutte e quattro le donne erano minorenni all’epoca dei presunti incontri con l’attore e musicista.
Una di loro ha dichiarato di essere stata «aggredita sessualmente nel bagno di un motel» quando aveva 17 anni. Un’altra ha raccontato di essere stata minacciata di «violenza sessuale» da Leto all’età di 19 anni, dopo essere stata lasciata improvvisamente sola con lui in una stanza d’albergo.
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Una terza donna ha affermato di aver avuto una relazione sessuale con la star di Hollywood in California all’età di 17 anni, circostanza che in quello Stato configura il reato di stupro di minore. Secondo il documentario, Leto avrebbe «minimizzato» una conversazione sull’età del consenso, fissata a 18 anni in California.
Una quarta donna ha riferito che Leto le avrebbe fatto «ripetute telefonate a sfondo sessuale» quando aveva 16 anni e le avrebbe proposto almeno una volta di avere rapporti sessuali. Ha aggiunto di aver ricevuto in seguito un accordo di riservatezza, che però ha rifiutato di firmare.
Altre quattro donne hanno raccontato alla BBC di aver ricevuto «telefonate strane e spesso a sfondo sessuale da Leto quando erano più giovani».
La BBC ha dichiarato di aver intervistato complessivamente dieci donne, nove delle quali hanno parlato pubblicamente per la prima volta. Hanno affermato di aver incontrato Leto quando lui aveva tra i 30 e i 40 anni. L’emittente ha spiegato di aver verificato parte di diverse testimonianze attraverso parenti e amici, oltre a fotografie e messaggi che supportavano alcune delle dichiarazioni.
Il documentario si collega alle precedenti accuse pubblicate da Air Mail nel giugno 2025, quando nove donne accusarono Leto di molestie sessuali che, a loro dire, sarebbero avvenute quando erano minorenni, tra il 2006 e il 2009. Le testimonianze includevano telefonate notturne, comportamenti espliciti e avances inappropriate.
All’epoca, il rappresentante di Leto aveva negato che l’attore si fosse reso responsabile di condotte sessuali scorrette o di relazioni inappropriate con donne.
Si tratta, per il Leto, di un #Metoo che arriva in colossale ritardo, e ci si chiede perché mai solo ora arrivino le accuse.
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Va detto che nella vita e nella carriera di Leto vi sono elementi pieni di interesse. Il vero successo arriva con un film, Texas Buyers Club (2013), dove interpreta un transessuale malato di AIDS. Per l’interpretazione nel 2014 l’attore ha ricevuto il premio Oscar per il miglior attore non protagonista. Per alcuni si è trattato del segnale di start per l’immissione indiscriminata di personaggi ed attori transgender nel cinema hollywoodiano, tradottasi dal 2024 (96ª edizione) con i Representation and Inclusion Standards dell’Academy, cioè criteri di eleggibilità per la categoria Miglior Film (Best Picture).
Per inciso, secondo una credenza ricorrente, ma non esplicitata nel film, il cattivo della storia di Texas Buyers Club sarebbe stato il dottor Anthony Fauci, accusato di aver dato alla comunità dei malati di AIDS (tra cui, inizialmente, una maggioranza schiacciante di omosessuali) un farmaco che avrebbe cagionato la morte di moltissimi. Il Fauci all’epoca era plenipotenziario per l’emergenza HIV, e andava in TV diffondendo fake news plateali come quella secondo cui i contatti domestici erano sufficienti a trasmettere il virus.
Va infine notata la strana scelta abitativa del Leto. Il divo nel 2015 ha comprato l’ex Lookout Mountain Air Force Station, un vecchio complesso militare che fungeva da studio cinematografico segreto della Guerra Fredda situato nel quartiere di Lookout Mountain, a Laurel Canyon (Los Angeles). Pagandolo circa 5 milioni di dollari lo ha reso la sua residenza.
Si tratta di un luogo piuttosto particolare: un compound grande e isolato, con una storia legata a filmati propagandistici e – suppongono alcuni – alla produzione di video fake come quelli, dice una teoria circolante su internet, dei test nucleari, creati a fine psicagogico.
Le teorie su Laurel Canyon girano soprattutto attorno al libro Weird Scenes Inside the Canyon di David McGowan (2014), pubblicato in italiano con il titolo Nel cuore oscuro del sogno hippie. Spie, assassini e rockstar nella Hollywood degli anni ’60. Secondo l’autore, il Laurel Canyon sarebbe stato un’operazione della CIA e dell’apparato militare.
Di fatto, negli anni Sessanta e primi Settanta Laurel Canyon diventò improvvisamente il centro della scena rock/hippie californiana (The Doors, The Byrds, Frank Zappa, Crosby Stills Nash & Young, Joni Mitchell, Love, The Monkees, etc.). Secondo McGowan non fu un fenomeno spontaneo, ma un’operazione di controllo sociale orchestrata da ambienti militari e di Intelligence per canalizzare e «addomesticare» il movimento di protesta anti-guerra e anti-establishment promuovendo una controcultura basata su droga, sesso e musica invece che su un’opposizione politica lucida e più radicale.
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Molti musicisti chiave avevano genitori o parenti strettamente legati all’esercito, alla marina o all’Intelligence: Jim Morrison (il famigerato cantante dei Doors era figlio dell’ammiraglio George Stephen Morrison, pesantemente coinvolto nell’incidente del Golfo del Tonchino, l’operazione false-flag che diede il via all’intervento americano in Vietnam.
Frank Zappa aveva un padre che svolgeva la professione di chimico e ricercatore per progetti militari. John Phillips (The Mamas & the Papas), Stephen Stills, David Crosby e altri avevano background familiari simili.
Anche il nonno materno di Leto, va ricordato, era un militare dell’aviazione USA. La madre, curiosamente, aveva aderito al movimento hippy.
Marilyn Monroe viene spesso citata nelle teorie riguardo il Laurel Canyon: si dice che avesse legami con la zona, che frequentasse certi ambienti e che alcune versioni delle teorie sulla sua morte (1962) la colleghino a cerchie di potere, intelligence o ambienti occulti che gravitavano anche intorno al Canyon. Secondo alcune voci, la diva godeva di un pass per entrare nel complesso.
Altre voci riguardano altre star dell’epoca e pure collegamenti con il mondo delle sette – Charles Manson e la Family avevano contatti con la scena del Canyon.
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Immagine di Stefan Brending via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons CC-BY-SA-3.0 de
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Elon Musk è disposto a finanziare con 100 milioni di dollari Mel Gibson per un adattamento storicamente accurato dell’Odissea
Before this year ends, Grok Imagine will make a full-length movie of The Odyssey that is historically accurate and true to the art of Homer https://t.co/bVHzUmY9WN
— Elon Musk (@elonmusk) July 22, 2026
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Umbria Jazz, storie e numeri
Si è chiusa con numeri da primato quest’ultima edizione di Umbria Jazz, che da oltre cinquant’anni incanta Perugia e l’intera regione. Sono oltre 46.000 i biglietti venduti, con un incasso di 3 milioni di euro. Risultati che confermano il grande successo della rassegna, con il tutto esaurito registrato per l’intera programmazione del Teatro Morlacchi e della Sala Podiani. Nei dieci giorni di Umbria Jazz sul palco si sono avvicendati circa 500 musicisti, riuniti in 80 band, con una media di 28 appuntamenti al giorno e circa 160 eventi gratuiti distribuiti tra piazze, giardini e vie del centro storico.
Sui vari palchi della kermesse si sono alternati protagonisti della scena musicale internazionale come Sting, Zucchero, Gilberto Gil, Elvis Costello, Charles Lloyd, Laurie Anderson, Cécile McLorin Salvant, Jason Moran, Snarky Puppy e la Metropole Orkest, quest’ultima per la prima volta in Italia: una presenza che suggella, ancora una volta, come Umbria Jazz – nonostante il mercato globale della musica detenga quasi un totale monopolio – riesca a proporre vere esclusività al proprio pubblico. Rilevante anche l’impatto sul sistema economico, occupazionale e turistico regionale. Umbria Jazz impiega direttamente circa 300 lavoratori e coinvolge oltre mille persone nell’indotto.
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Umbria Jazz si declina in vari generi, come dettato inesorabilmente dalle leggi del mercato musicale, pur rimanendo nel cuore, nell’animo e nella sua stessa ragion d’essere fedele al jazz di qualità espresso nelle venue indoor sopracitate. Quello più vero e autentico – che rimane la colonna portante di UJ – risuona in teatri gremiti, dove il pubblico sfida la calura estiva pur di ascoltare il gotha del jazz italiano e internazionale. Questa peculiarità – depurata dalle critiche, seppur legittime, degli integralisti del genere – di saper mescolare le sfaccettature musicali più diverse, in particolare i nomi mainstream del pop-rock che fanno incassi da botteghino, rappresenta indubbiamente un’esigenza da cui oggi non si può prescindere.
Il main stage all’Arena Santa Giuliana è la location adatta per accogliere i grandi nomi internazionali da cartellone. Da evidenziare che questo spazio, ripensato appositamente per la musica, permette al pubblico una visione ottimale dello show persino dal fondo della platea o dalla gradinata posta di fronte al palco. Le arene rock spesso costringono a vedere i propri beniamini da distanze siderali, rendendo difficile godersi lo spettacolo o trovare un angolo per rilassarsi. Il parco sovrastante questo «auditorium calcistico» è invece un’oasi di decompressione, dove il pubblico può gustarsi il concerto steso sul prato oppure nell’area food and beverage, consumando qualcosa comodamente seduto.
Il festival esplode sin dalla sua prima edizione, nel lontano 1973, spinto dalla fame dei giovani per i raduni all’insegna della musica e del desiderio di stare insieme. All’inizio degli anni Settanta, infatti, il mondo del pop-rock internazionale è restio a suonare in Italia a causa di una situazione politica tesa, che spesso sfocia in violente proteste e disordini.
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Ma Umbria Jazz è anche il paradiso dei nottambuli. Un tempo, a mezzanotte, aprivano i club dove si suonava e ci si divertiva fino all’alba, dando un valore aggiunto a un festival già di per sé straordinario. Le jam session prendevano vita nei piccoli e fumosi locali in cui centinaia di tiratardi si accalcavano, sfidando la torrida calura estiva mitigata da fiumi di birra. Tra una chiacchierata al bancone e un tavolo occupato, le orecchie erano sempre attente alle note di musicisti provenienti da tutto il mondo, pronti a unirsi in concerti improvvisati nel nome di un’unica passione: la musica.
«Il bar vicino al palco principale era pieno di tutti noi artisti e la gente veniva a chiederci autografi. Si suonava ovunque e c’erano tante jam session la sera. Pensa che in albergo non si riusciva a dormire fino alle tre di mattina, perché c’era un via vai incredibile tra giornalisti e gente che suonava per le strade. Era qualcosa di veramente unico, perché arrivava sulla scia degli anni in cui quello era il sistema di aggregazione tipico, come avveniva nei grandi festival. Umbria Jazz è arrivata al momento giusto e ha sfondato», racconta uno dei musicisti che ha preso parte alla prima edizione.
Il Maestro Enrico Pieranunzi ricorda: «Pagnotta [direttore artistico, ndr] ideò le jam session serali e all’inizio degli anni Ottanta si tenevano in questo club che si chiamava Il Panino. Noi eravamo il gruppo base e spesso arrivavano dei grossi nomi americani che si univano a noi, o sostituivano qualcuno, e suonavano. Mi ricordo Louis Hayes e mi pare anche Steve Grossman. Non erano molto sobri. A volte erano un po’ aggressivi e rompevano anche un po’ le scatole, ma va beh».
«Noi ci divertivamo e anche la gente si divertiva. Oggi le cose sono cambiate. Le jam sono un po’ stancanti, soprattutto per la sezione ritmica, ma hanno una dimensione esaltante. Per lo spettatore è bello, perché vede il susseguirsi di molti musicisti sul palco. Un paio di sere, entrando in un club, ebbi una discussione con persone che volevano entrare gratis. Risposi loro: se voi entrate gratis, a noi chi ci paga? [ride]. C’era ancora quel tipo di pubblico che sosteneva che la musica fosse di tutti, tipica mentalità del decennio precedente. Queste sciocchezze qua, insomma. La musica è un’arte e certamente è di tutti nel momento della fruizione».
Epiche e memorabili istantanee, quelle di Freddie Hubbard e George Coleman che duellavano a colpi di tromba e sax, mandando in delirio i nottambuli.
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Il batterista Roberto Gatto ci narra le notti senza fine del Festival: «Quello che succedeva dopo era a volte più divertente del concerto stesso: a queste jam si vedevano sfilare musicisti pazzeschi. Mi ricordo che uno dei luoghi votati alle jam era Il Panino, in cui tra l’altro suonavo spessissimo e dove si esibivano artisti incredibili. Penso a Bob Berg: proprio al Panino fu registrato uno dei suoi dischi di maggior successo. Fu una registrazione live fatta con un Revox, poi uscita per la Red Records con il titolo Steppin’ Love in Europe, registrata in quartetto con il Trio di Roma, ovvero io, Enzo Pietropaoli, Danilo Rea e lo stesso Berg».
«La formula della jam all’interno di un festival è sempre stata vincente; non è un’invenzione di Umbria Jazz, facevano lo stesso a Nizza o a Montreux… Nei festival più grandi c’è sempre stato un seguito notturno dopo i concerti ufficiali. È una formula divertente sia per il pubblico sia per i musicisti, che hanno piacere di suonare. Io, col passare degli anni, ho perso un po’ questo entusiasmo, ma solo per una questione anagrafica, avendo già dato abbondantemente; resta comunque una splendida occasione per i giovani musicisti».
È la jam session, l’improvvisazione, il momento più magico. Sembra quasi che i club si prendano una rivincita sulle arene, perché il jazz appare più come una musica intima che come uno spettacolo da consumare in uno stadio, stile musica rock. Le esigenze di mercato, però, dettano le regole: i grandi numeri si fanno all’aperto, in spazi ampi che possono comunque avere una loro logica e soddisfare il pubblico pagante. La crescita di Umbria Jazz passa anche da questo: saper dosare sapientemente questi ingredienti.
Le jam notturne hanno una magia particolare per chi ama restare sveglio. Si tratta di un microcosmo appeso a un tempo sospeso, che solo i più smaniosi di libertà possono vivere come se durasse in eterno. Artisti e spettatori si ritrovano accomunati dalla voglia di vivere questo scampolo di giornata da protagonisti della notte, perché ognuno a suo modo lo è. Era il caso, ad esempio, del pianista Bobby Enriquez: dopo la sua session di mezzanotte, va a rilassarsi in un locale in compagnia dei membri dello staff di Umbria Jazz come fossero vecchi amici, prendendo un foglio su cui improvvisare un inedito spartito e comporre una canzone dedicata a Perugia.
L’aspetto più romantico, scanzonato, godereccio e libero di Umbria Jazz è proprio questa commistione musicale improvvisata, che il festival propone sin dalla sua nascita così da offrire qualcosa di genuino, spontaneo e vero al pubblico più appassionato. Il nottambulismo che accompagna le jam è un’esperienza senza pari, in cui si vive una poesia sfocata della notte immersi in un mare di improvvisazione. In quei club si può fare l’alba sudando insieme a musicisti incredibili, il cui unico scopo è suonare e coinvolgere quante più persone possibile nel loro flusso sonoro ed emotivo. Ogni sera è diversa e unica, ma con la stessa magia che permette di ammirare, nell’intimità di un piccolo locale, artisti applauditi poco prima sui palchi principali del festival.
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All’inizio dello scorso decennio è iniziato lo spegnimento di questa fiamma che illuminava le notti della kermesse umbra. Ricordo Angelino’s Piano Bar, un locale grande poco più di una stanza che ospitava i grandi nomi del jazz desiderosi di jammare su quel palco così stretto, affollato, sudato e fumoso fino a mattina, prima di ritirarsi in albergo. Nella Perugia dei primi anni Duemila era un proliferare di locali dove, in quei dieci giorni, si suonava a tutte le ore della notte. Al Contrappunto, club sito nei pressi dell’Arco Etrusco, ricordo ancora le note di Wynton Marsalis, che si presentava a sorpresa e si concedeva a un interplay musicale con qualsiasi altro strumentista.
Oggi questo tratto distintivo delle notti jazz si è un po’ perso. Non è svanito del tutto, ma si è istituzionalizzato e imborghesito. I tempi cambiano, la società muta nei suoi costumi e nelle sue abitudini. Una cifra distintiva del nostro tempo è la solitudine di cui non ci accorgiamo, persi come siamo nella socialità virtuale dei nostri smartphone. Ecco, speriamo che manifestazioni come queste possano riconsegnarci quella voglia di aggregazione, dello stare insieme, di condividere la notte fatta di musica, felicità, amicizie occasionali e incontri sorprendenti.
Lascio la conclusione al direttore Carlo Pagnotta che è colui che – insieme ad altri – ha ideato, creato, cresciuto e sviluppato questo festival e che tutt’oggi è ancora in sella a dirigere questa grande macchina organizzativa: «Il jazz può anche andar bene in spazi come il Santa Giuliana, ma le jam session sono un’altra cosa. Per pochi intimi, però lì ci si capisce meglio».
Francesco Rondolini
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Immagine di Enrico Maioli via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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